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Le origini di quest' antichissima basilica ci
sono ignote; forse si collegano ad alcune delle celebri matrone cristiane del
secolo III e IV che
ebbero il nome di Lucina e che ivi possedettero una casa ove si adunavano i
fedeli. Nel secolo VI era già chiesa stazionale;
ed anche oggi fra i titoli è il primo dell' ordine dei Preti. Circa
il 685 Benedetto II la restaurò, più tardi nuovi lavori vi fecero
Adriano I nel 780 e finalmente Celestino
III che la consacrò di nuovo ai 26 maggio
dell' anno 1196.
In quella circostanza furono poste nell' altare maggiore molte reliquie insigni, delle quali resta un ricordo in questa lapide:
† ANNO DOMINICE INCARNATIONIS · MILLEISMO · C · XCVI · PONTIFICATVS DNI CELESTINI TERTII PAPE · ANNO EIVS · VI · INDICTIONE · XIIII · MENSE MADII · DIE · XXVI ·
DEDICATA FVIT HEC ECLESIA PER MANVS EIVSDEM CELESTINI · CVM QVO INTERFVERVNT ARCHIEPISCOPI EBORACENSIS ACCERVNTINVS · SIPONTINVS · EPISCOPI ·
AL · ALBANENSIS · OCTAVIANVS · HOSTIENSIS · PETRVS PORTVENSIS · IOHANNIS BITERBIENSIS · NICOLAVS · SINFORONIENSIS · PAVLVS · ORTANVS · SABARISCIVS
BATONIENSIS · CAPVAQVENSIS · A · REATINVS · B · NARNIENSIS · IACOBVS · AMELIENSIS · ET TOTA CVRIA CARDINALIVM · PRESIDENTE
HVIC ECLESIE CINTHIO CARDINALI · FACTA EST AVTEM HEC DEDICATIO AD HONOREM DEI ET BEATI LAVRENTII MARTIRIS CVM
DEVOTIONE TOTIVS POPVLI ROMANI ET ADIACENTIVM POPVLORVM CVM TANTA SOLLEPNITATE ET GLORIA QVANTA HACTENVS NEC RECO
GNITA NEC VISA FVIT · HEE SVNT RELIQVIE · QVE SVNT RECONDITE IN ALTARI MAIORI · II · AMPVLLE CVM ADIPE ET SANGVINE BEATI LAVRENTII · ET VAS PLENVM DE
CREMATA CARNE BEATI LAVRENTII · GAVSAPAE QVO ANGELVS TERSIT CORPVS EIVS · CRATICVLA SVPER QVA ASSATVS FVIT · ET CORPORA BEATORVM · MARTYRVM · ALEXANDRI PAPE ·
EVENTII · THEODOLI · SEVERINE · PONTIANI · EVSEBI · VINCENTII · ET PEREGRINI · GORDIANI · ET FELICVLE VIRGINIS ET MARTIRIS · SIMPRONII · ET VESTIS · S · SI
STI ET · IIII · DENTES APOSTOLORVM PHILIPPI · ET · IACOBI · DE LIGNO CRVCIS XPRISTI · DE PETRA SEPVLCRI · ET RELIQVIE SANCTORVM CESARII · MARTINI · PAPE · ADRIANI · IVLIANI MARTYRVM
MARCELLINI · ET PETRI · MARCI ET MARCELLIANI · ROMANI · EPIFANII · MARTINI · NEMESII · OLIMPII · THEODOLI · LVCILLE · QVEST SVPERIE · AGRIPPINE · ABDON
ET SENNES · ET OCTO BRACHIA SANCTORVM · YPOLITI · IVSTINI PRESBITERI · QVIRINI PRESBITERI · FELICIS · ET AVDACTI SIMPHOROSE · IVSTINI · ET · EVGENII · MARTIRVM ·
Conserva ancora nella fronte il suo tipo basilicale, essendo preceduta da un portico sostenuto da colonne; l' interno però non ritiene più nulla d' antico, perchè nel principio del secolo XVII fu di nuovo tutta rinnovata. In quel portico si legge la seguente interessante epigrafe del medio evo, cioè un' iscrizione dell' antipapa Anacleto II del 1130.
Al nostro titolo è stato da alcuni erroneamente
applicato il passo del libro pontificale in Sisto III, fecit quoque basilicam alteram beato Laurentio,
il quale si riferisce alla basilica maggiore
dell' agro Verano; e in tale errore è caduto anche il Gregorovius.
La sua antichità risulta anche dall' essere notata fra le chiese presbiteriali col nome di Titulus Lucinae fino dal secolo V, come abbiamo nel concilio di Simmaco.
Nel luglio del 1872 furono scoperti presso
la chiesa alcuni speci del secolo ottavo in occasione di lavori fatti sotto il
palazzo Fiano. Quei sepolcri spettavano certamente ai portici ed alle esedre
della contigua basilica. Uno degli epitaffi è del tempo di
Adriano I e del 783; appartiene ad un diacono di nome Paolo che
sottoscrisse al sinodo romano di quell' anno. Si rinvenne pure in quegli
scavi un frammento di epigrafe damasiana, il cui testo non è fra quelli
trascritti negli antichi codici da coloro che li videro prima della loro
devastazione.
Nella chiesa si venera il ferreo letto sul quale fu disteso il santo levita, e dove sopportò invittamente l' orribile martirio: le dimensioni di quello strumento sembrano in vero poco proporzionate alla lunghezza d' un corpo umano; ma checchè sia di ciò, fu creduto che per questa ragione fosse la chiesa appellata s. Lorenzo della Craticola; il che, come ottimamente dimostra iil Martinelli, è falso: v' era una chiesa in Roma dedicata a s. Lorenzo e detta della Craticola, dove forse si conservò sino alla sua distruzione quel sacro cimelio che veneriamo oggi nel titolo di Lucina. Sull' altare maggiore v' ha il celebre Crocifisso di Guido Reni. Quivi ai tempi nostri si raccoglieva la congregazione detta della Buona Fama, posta sotto la protezione di s. Giovanni Nepomuceno, la quale fu eretta in Roma ai 13 maggio 1737 e fu riprstinata nel maggio del 1883.
Paolo V affidò la chiesa ai chierici
regolari minori i quali la restaurarono nel 1650. È ad una sola nave con
quattro cappelle per lato. Fra i monumenti di uomini illustri civi si
conservano, è da ricordare quello di Niccolò Poussin eretto dal visconte di
Chateaubriand.
S. Lucia della Colonna
(S. Maria Maddalena delle Convertite)
Sorgeva quasi dirimpetto agli odierni palazzi
Theodoli e Verospi. Le sue origini sono assai antiche ed attribuite ad
Onorio II, di cui nella sua biografia si dice: fecit
ecclesiam beatae Luciae in urbe Roma iuxta S. Silvestrum quam dedicavit et
dona multa optuli. Le due cappelle laterali erano dedicate l' una a
s. Agata, l' altra a s. Alessio. Alla prima lasciò una ricca
rendita, nel 1396, Paolo di Mascio Scarpetta de Tedallini nobile romano e
speziale. L' altra venne fondata da Battista de Miccinis rettore della
chiesa nel 1472.
Più tardi fu sacra a s. Maria Maddalena,
perchè vi fu aggiunto un monastero di donne ravvedute dette le
convertite, nome che tuttora mantiene la strada ove la chiesa e il
monastero esistevano. Quelle religiose erano chiamate le
sorelle della penitenza ed osservavano la regola di s. Agostino. La
chiesa di s. Lucia fu incorporata al suddetto monastero architettato
da Carlo Maderno nel 1585. Tutti gli antichi catalogo ne fanno menzione. Il
Crescimbeni riporta la bolla di Leone X in data 19 maggio 1520, nella
quale si concede che la chiesa lasci il nome di s. Lucia e prenda
quello di s. Maria Maddalena.
Il Bruzio crede che ivi fosse
l' antichissimo monastero detto delle Arminisse o
Renati: egli vi lesse in una pietra sepolcrale il nome
di uno della famiglia dei Cacciabue, nome che tuttora mantiene una strada
prossima, detta via di Cacciabove. In questa chiesa stava il celebre quadro del
Guercino rappresentante la Maddalena, che si vede oggi nella Pinacoteca
Vaticana. La chiesa fu distrutta ala fine del secolo passato nella prima
invasione francese.
S. Giovanni in Capite
Fra le chiese della prima partita l' anonimo torinese pone vicino a s. Silvestro una chiesa di s. Giovanni, infra ambitum dicti monasterii, della quale dice che non habet servitorem. Anche nel codice del Signorili la chiesa suddetta è indicata nel medesimo luogo presso s. Silvestro, ed è chiamata s. Giovanni in capite. La chiesa di s. Giovanni che, per essere ei piccole dimensioni, dal popolo dicevasi s. Giovannino, era incorporata al monastero di s.Silvestro, oggi Posta centrale, dal quale rimase divisa allorchè si aprì la strada detta il vicolo del Moretto fra le vie della Mercede e l' altra che gli corre parallela della Vite.
In origine però fu dedicata al ss
o Salvatore ed ebbe aggiunto l' epiteto tolto dal nome della
strada attigua che, per essere in pendio, dicesi il clivio
plumbeo. Infatti Cencio Camerario la mette nel suo catalogo col nome
di s. Giovanni cribi plumbei. Nella sua
tribuna erano rappresentati tre personaggi seduti ad una mensa a figurare il
mistero della ss
a Trinità.
Era a tre navi sostenute da colonne di granito. Nel 1586 era abbandonata, cosicchè serviva di trastullo ai fanciulli che nell' interno della medesima facevano i loro giuochi. Sparsasi la fama nel maggio del 1586 che lla Vergine ivi avesse operato un prodigio, la chiesa fu di nuovo restaurata e consacrata al culto: anzi ivi fu eretta una compagnia detta della Dottrina cristiana che in quel luogo insegnava il catechismo ai poveri tre volte la settimana. Paolo V nel 1600 l' affidò ai Riformati dell' ordine della Mercede, onde ebbe origine il nome della via attigua e che tuttora ritiene. Fra le pitture v' erano due figure delle Sibille di Andrea Lilio d' Ancona, e un s. Martino a cavallo di Giovanni Baglioni romano. Nella sacrestia si leggeva l' epitaffio seguente, ricco però di scorrezioni:
Sull' architrave della facciata era posta quest' altra:
È veramente deplorevole che una sì cara memoria, dopo tanto volgere di anni abbandonata, sia ora totalmente scomparsa. Il Sodo, scrive che fu restaurata dal card. conte Guido de' Pepoli, mentre fu tesoriere di papa Sisto V. Nell' archivio dei Brevi ve n' è uno del suddetto pontefice in data 15 ottobre 1586, pel quale si concede media uncia aquae fontis Trivii ai frati minori di s. Francesco dell' osservanza in ecclesia s. Mariae s. Iohannini nuncupata. La chiesolina, che si è creduta distrutta, tuttora esiste, benchè dissacrata e trasformata recentemente in una sala dell' esattoria comunale. Mantiene ancora la sua forma di piccola basilica, la cui vôlta è sostenuta da antiche colonne di granito, ed è situata precisamente all' angolo delle vie della Mercede e del Moretto, opposto al palazzo delle Poste.
Il Terribilini dice che, a suo tempo, era per vecchiezza abbandonata, e d' allora dicevasi anche la Madonna delle Fratte.
Era uffiziata da monaci greci, i quali vi portarono il capo di s. Giovanni, da cui prese pure il nome la vicina chiesa di ss. Dionisio e Silvestro e l' attigua piazza. Ai giorni del Terribilini, come egli narra, si vedevano ancora le cellette dei greci mansionarî della chiesa, le cui finestre, così egli, si sono scoperte nella occasione di accomodare la strada. "Abbandonata servì di fenile al card. Savelli, attorno vi era un foro nella muraglia, quale vi entravano et uscivano li ragazzi giocando a boccetta vicino alle 23 hore ed una boccetta entrando per la porta vecchia et per il buco fu cagione che si accorgessero d' una imagine della Vergine che vi era, onde fu ridotta al culto dalli padri spagnoli della Mercede". Il Terribilini ricorda pure la seguente epigrafe dell' anno 1331 che appartiene a s. Prassede. L' epigrafe accenna ad una cappella fatta edificare in quella chiesa da un tal Cecco de Petesce per l' anima sua, che dotò di duecento libbre di provvisini e di alcuni fondi, fra i quali una casa posta dicontro a quella del nostro s. Giovanni in Capite:
Il libro pontificale in Paolo I (757‑767)
scrive che questi edificò nella propria casa un monastero in onore dei
ss. Silvestro e Stefano papi, e nella parte superiore di quello dedicò un
oratorio: oraculum in superioribus quidem monasterii moeniis
aedificavit,
ove con grande onore depose i due corpi dei due
santi papi. Nè di ciò paga la sua divozione, entro l'ámbito del monastero
costruì una chiesa, mirabile per ricchezza di marmi ed opera di musaico, ove
pure depose le moltissime reliquie dei santi martiri che dagli abbandonati
cimiteri avea estratte. Questa chiesa fu anche sacra alla memoria
di s. Dionisio, e, come nota il suddetto libro, vi si accedeva per
molti gradi.
Sembra anzi che la fabbrica anzidetta della
chiesa di s. Dionisio fosse stata incominciata dal fratello ed
antecessore di papa Paolo, cioè Stefano II, come leggesi
negli atti delle santa Degna ed Emerita.
Il Mallio lo afferma scrivendo: intra urbem est abbatia s. Silvestri inter duos hortos quam
aedificare coepit Stephanus papa sed Paulus papa explevit.
Aveva forse quel papa eretto così bella memoria
al gran santo dei Franchi, onde mostrare anche la sua gratitudine verso quella
nazione e verso il re Pipino; il quale, quando il papa dimorò in Francia, lo
aveva ospitato nel monastero di s. Dionisio. Già Paolo I, al
monastero di Roma avea unito l' altro di s. Silvestro sul monte
Soratte, che avea ricevuto in dono da Pipino. Il nostro codice di Torino nessuna
menzione fa di questa chiesa di s. Dionisio, che egli nella prima
partita ricorda nel modo seguente: Monasterium sancti
Silvestri de capite ordinis s. Clare, habet XXXVI
moniales et II fratres, presso al quale nota che
vi era un ospedale, il quale habet I sacerdotem. È
a credere che la chiesa di s. Dionisio perdesse il suo primitivo nome
quando, per le vicende dei tempi, perito l' oratorio del monastero, le
reliquie dei santi Stefano e Silvestro furono nella chiesa trasferite, la quale
principalmente a s. Silvestro fu dal popolo intitolata, nome che tuttora
ritiene. Si disse poi inter duos hortos dalle vicine
ortaglie da cui la contrada era occupata nell' età di mezzo, e si nominò
anche in capite, nome che oggi ritiene, perchè già
nella vicina chiesuola, detta san Giovannino, si venerava il capo creduto del
Battista. Fu pure qui trasportata una delle imagini
venerate in Orientale col nome di acheropite, di
Edessa, per opera dei prodi Colonnesi dopo la presa di Costantinopoli. —
Dell' ospedale annesso nessuna menzione ha fatto il Carletti nella sua
storia della chiesa di san Silvestro, ma non è a meravigliare, poichè
poverissimo è il lavoro del suddetto, il quale pretese tuttavia d' emendare
e correggere la storia del Giacchetti.
Ma la denominazione più antica, benchè meno
frequente, e che probabilmente è contemporanea a quella della sua fondazione, è
cata Pauli:
mescolanza di due voci, greca e latina, colla
quale si alludeva alla vicinanza della casa di Paolo, come fu detta cata Valila o cata Galla quella
di s. Andrea all' Esquilino, e come l' altra celeberrima
nella via Appia. — Niccolò I, come abbiamo del libro pontificale, arricchì
di preziosi doni la basilica. — Innocenzo III nel XII secolo fece risarcire la chiesa che era cadente e
deserta.
Al monastero, fino dall' anno 955, era stato riconfermato dal papa Agapito II il possesso della prossima colonna antonina, e sette anni più tardi Giovanni XII rinnovava il diploma; saggio provvedimento col quale in quei tempi di orribili devastazioni, ponendoli sotto la tutela religiosa, poterono i papi salvare i grandi monumenti romani. Nel portico della chiesa si legge ancora la seguente epigrafe dell' anno 1119 sul possesso del colonna:
[Nota di Thayer: la trascrizione data qui dall' Armellini non è buona. Vedere la mia foto qui sotto, sfortunatamente soltante parziale, con una trascrizione corretta.]
I monachi, prima greci poi benedettini, dell' annesso monastero, vi dimorarono fino all' anno 1277. Circa quel tempo si concedette il monastero ad alcune donzelle della regola di s. Chiara raccolte dalla beata Margherita Colonna, alla quale successero molte nobili abbadesse, fra le quali nel 1321 è ricorda una palestrinese chiamata Perna. Sotto Clemente VII, minacciando rovina, fu ridotta alla forma attuale. Nel 1290 vi fu dedicato un altare a s. Pastore per testamento di Pietro della Colonna, cappellano di Niccolò IV. Dell' epoca di Innocenzo resta ancora il campanile.
Ma la chiesa, che è antichissimo titolo cardinalizio, fu in gran parte trasformata almeno nella facciata sotto il pontificato di Clemente XI; è tuttavia preceduta dal solito atrio e portichetto proprio delle antiche basiliche. Nella sagrestia vi sono degli affreschi staccati recentemente dalle pareti del monastero e posti colà per cura del governo italiano, i quali appartengono al secolo XV.
Il monastero è stato recentemente soppresso, e l' opera grandioso di Stefano e Paolo da pochi anni è stata sostituita da un fabbricato di orribile architettura, destinato ad ufficio delle Poste. Nel portico sono collocate alcune antiche iscrizioni contenenti la NOTICIA NATALICIORUM SANCTORUM HIC REQUIESCENTIUM, ricordanti le traslazioni di alcuni corpi di martiri fatte dal papa Paolo I dai cimiteri suburbani a questa chiesa. Ed ultimamente ivi si rinvenne pure il seguente frammento d' epigrafe cristiana con data consolare, proveniente dai cimiteri sotterranei, adoperata forse come lastrico nella chiesa:
Da alcuni anni, in una piccola parte
dell' antico monastero, dimorano i padri pallottini inglesi, cui è stata
affidata la cura di così nobile chiesa, che viene da essi mantenuta, servita ed
ufficiata con quell' accuratezza e quella precisione, le quali sono un
privilegio di quella nobilissima nazione.
S. Andrea inter hortos
(S. Andrea delle Fratte)
Tutta la regione situata a destra tra questa
chiesa e le pendici del collis hortorum o del Pincio,
si dicea nel medio evo inter hortos, ovvero infra ortos. Di qui la denominazione di una antica chiesa
di s. Andrea, corrispondente circa al sito ove ancora oggi ne sorge
altra, denominata s. Andrea inter hortos e
talvolta anche in Pinciis.
Era già antica all' epoca del Camerlengo,
cioè di Cencio Camerario, che l' annoverò fra quelle ammesse al presbiterio
nella solennità dei turiboli. Nel secolo XV
cominciò a chiamarsi della Fratta, come risulta dal
diario dell' Infessura. Prima dello scisma di Arrigo VIII era
posseduta dalla nazione scozzese; poi, dopo essere stata demolita, fu
nell' area dell' antica chiesa eretta la odierna
di s. Andrea delle Fratte. Innanzi però che la
possedessero gli Scozzesi vi fu un monastero di monache agostiniane, di cui ho
trovato menzione nei regesti di Urbano V; il quale stabilì che il cardinale
di s. Maria Nuova e i suoi successori fossero in perpetuo protectores et defensores abbatissae et conventus monasterii
monilaium s. Andreae de
Fractis de eodem urbe ordinis s. Augustini.
Nel secolo XV si dicea ancora la chiesa ad caput domorum, denominazione rimasta alla vicina contrada
di Capo le Case.
Fino all' anno 1574 fu governata da una
confraternita in seguito all' abbandono fattone dagli Scozzesi. Ebbe anche
attiguo un ospedale, che nel secolo XVI si
chiamava per antonomasia L' ospedale, dove
albergavano gratuitamente i poveri. Ora appartiene all' ordine dei frati
minimi, per concessione di Sisto V con bolla 7 agosto 1585, e
possedeva una rendita di 1602 scudi annui.
Fu riedificata nell' anno 1612 dal
marchese Ottavio Cancellieri del Bufalo, che avea vicino alla chiesa il suo
palazzo.
La nuova fabbrica rimase però in alcune parti imperfetta; così il suo campanile non fu mai intonacato, e la parte superiore della facciata venne compiuta nell' anno 1826 col danaro lasciato in testamento dal card. Consalvi. L' architettura della chiesa fu il padre Gio. Battista Guerra dell' oratorio; ma, rimasta incompiuta, fu terminata dal Borromini.
Le due statue di angeli che si vedono negli
angoli dell' altar maggiore
sono opera del Bernini, e furono fatte pel ponte
s. Angelo; ma Clemente IX non volea che fossero poste su quella
balaustrata, onde il card. padrone nepote del papa le
fece porre in questa chiesa. Quivi è sepolto il celebre archeologo Gregorio
Zoega, morto nel 1809; e vi pure sepolto un re del Marocco,
convertito alla fede nel 1733 e morto in Roma
nel 1739. Il secondo altare, a sinistra di chi entra, è sacro alla Vergine
Immacolata e ricorda la celeberrima apparizione di Maria avvenuta nel giorno
20 gennaio 1842 all' ebreo Ratisbonne di Strasburgo. A memoria di quel
prodigio vi furono poste due iscrizioncelle che ricordano il fatto.
Oratorio di s. Andrea e di
Francesco di Paola
Dirimpetto alla chiesa esisteva fino a pochi anni
fa un divoto oratorio dedicato allo stesso santo apostolo, e che sorgeva nel
sito medesimo ove ra l' ospedale nazionale degli Scozzesi prima della Riforma. La confraternita che la possedeva da circa
dieci anni, lo vendette e fu ridotto a privato edifizio; il pio sodalizio fu
incorporato a quello detto del Divino Amore, prendendo il titolo sud insieme a
quello di s. Andrea apostolo.
Ss. Re Magi
È il titolo cui è dedicata la chiesa del Collegio
Urbano di Propaganda Fide e che fu edificata costruiti disegni del Borromino. Vi
sono in essa cinque altari, e venne consacrata il giorno 18 aprile 1729 dal
cardinal Petra del titolo di s. Onofrio prefetto della suddetta
s. Congregazione. Dopo che nel 1843 il p. Marchi di venerata
memoria scoprì nel cimitero il sepolcro ancora integro del martire Giacinto, qui
furono trasferite quelle reliquie insieme alla epigrafe originale del venerato
sepolcro, che è murata nel secondo altare a destra di chi entra. Su quel marmo
si legge: DP · III · IDVS SEPTEBR — YACINTVS —
MARTYR.
S. Giuseppe a Capo le Case
Questa chiesa con l' annesso monastero di
Teresiane fu edificata l' anno 1598 dall' oratoriano spagnuolo
Francesco Soto, coadiuvato dalla nobile e pia signora romana Fulvia Sforza. La
contrada diceasi nel secolo XIV caput domorum, che è tuttora la denominazione di questa
chiesa. Essendo fatiscente, fu riedificata dal cardinal Marcello Lante
nel 1628. Le pitture sono opera della monaca suor Maria Eufrasia
benedettina, religiosa di questo monastero: vengono lodate dal Titi.
Il suddetto padre Soto, avendo adunate alcune povere fanciulle in Roma in una casa col fine di collocarle nei varî monasteri della città, pensò di porle sotto la regola di s. Teresa. A tal effetto comprò varie case nel luogo suddetto che trasformò in monastero. Nel 1597 ne ottenne il breve da Clemente VIII colla facoltà di poterlo governare: a dì 14 agosto 1598 fu fatta la dedica della piccola chiesina sotto il titolo di s. Giuseppe ed entrarono nel monastero 10 monache. Per cura del fondatore, quella comunità fu posta sotto la protezione della congregazione preposta al governo di s. Giacomo degli Spagnuoli. Sulla porta della chiesa v' è un affresco di Tommaso Lucini rappresentante la fuga in Egitto.
È il titolo d' una cappella eretta circa
il 1869 in via degli Artisti; è annessa alla casa delle religiose belghe
di s. Maria Riparatrice.
S. Isidoro a Capo le Case
La chiesa, con l' annesso collegio
di s. Isidoro a Capo le Case, fu fondata da
Ottaviano Vestri di Barbiano, come apparisce da una bolla di Urbano VIII
datata Tusculi anno 1625 XIII kal. nov.
e diretta ai pp. Ibernesi minori osservanti riformati. Dallo Stato temporale di questa chiesa nel 1662 risulta che in
quell' anno aveva sette cappelle e un' altra in
sacrestia, sepolture sette, e dieci di persone particolari con le sue pietre
coperte; c' è un' altra cappella di devotione nel' horto.
Ebbe origine dalla canonizzazione fatta da Gregorio XV nel 1622 di
cinque santi, fra i quali lo spagnuolo Isidoro. In quell' anno vennero
dalla Spagna in Roma alcuni padri riformati scalzi di s. Francesco per
fondarvi un ospizio pei frati loro conazionali. Infatti colle limosine del
suddetto benefattore edificarono dai fondamenti questa chiesa che dedicarono a
s. Isidoro. Dopo due anni però, quei frati l' abbandonarono e
l' ospizio fu concesso al padre Luca Waddingo per erigervi il collegio dei
frati osservanti della nazione irlandese, il quale vi fiorisce tuttora. Il
disegno della facciata è di Carlo Bizzaccheri, l' interno è magnificamente
adorno e vi si ammirano quadri del Maratta, ed uno del Sacchi, rappresentante
s. Isidoro.
S. Maria della Concezione
Il convento annesso a questa chiesa, ove dimorano i Cappuccini, si trova nella contrada di Capo le Case. Nello Stato temporale delle chiese di Roma nel 1662 trovo la seguente relazione firmata dal cappuccino frà Giuseppe da Milano provinciale della provincia romana. "A dì 12 febbraio 1626 con Breve di Urbano VIII, da monsig. Vulpio fu dato il possesso del loco deto di s. Antonio di Padova a frati cappuccini essendo stati estinti li padri Reformati Conventuali che prima vi abitavano e pigliatone il possesso dalla Sede Apostolica, come appare con Breve spedito sotto li 10 del medesimo. A dì 16 marzo il signor Cardinal s. Onofrio cappuccino colle solite ceremonie gettò la prima pietra per la nuova fabbrica del convento che fu poi finito di edificare a spese del medemo eminentissimo. A dì 4 ottobre dell' anno medemo, papa Urbano VIII venne in persona a gettare la prima pietra della chiesa che dedicò sotto il titolo dell'Immacolata Concettione, come appare per l' indulgentia plenaria insolita che S. S. concedè in quel giorno affissa in diverse parti della Città. Indulgentia plenaria e remissione di tutti li peccati concessa dalla Santità di Nostro Signore papa Urbano VIII a chi si trovarà presente al gettare della prima pietra alla nuova chiesa della Immaculata Concettione del muo convento de Cappuccini di Roma nel dì di s. Francesco, domenica che sarrà li 4 ottobre. In Roma nella stamparia Camerale 1626.
"Nell' altare del choro detta chiesa
v' ha il corpo creduto di s. Giustino filosofo e martire, donato
dal medesimo sommo pontefice. Ha un campanile semplice con una sola campana
chiamata Urbana da monsignor Laudi vescovo di Fossombrone, dal quale fu
benedetta per ordine del medesimo pontefice. A piè degli gradini del cancello
maggiore sotto di una lapide semplicissima vi sta sepolto il corpo del suddetto
eminentissimo signor cardinal s. Onofrio con questa iscrizione: HIC IACET PVLVIS CINIS ET NIHIL. La chiesa vive di
elemosine una sola delle quali è certa, di libbre 50 di cera per
l' altare, che suol dare ogni anno la compagnia della ss
a Trinità di Ponte Sisto in virtù di un legato pio fatto da un nostro
benefattore."
La chiesa fu edificata dal cardinale Antonio
Barberini, frate cappuccino e fratello di papa Urbano VIII, il quale
traslocò i suoi correligionarî in questo nuovo convento, dall' antico
situato alle falde del Quirinale, presso la chiesa che oggi si chiama Santa
Croce dei Lucchesi. Architetti del vasto fabbricato furono Antonio Casoni e un
cappuccino di nome frà Michele. Nella prima cappella a sinistra v' ha il
celebre quadro di Pietro da Cortona rappresentante la conversione
di s. Paolo. Nella cappella seguente riposa il corpo di
s. Felice da Cantalice. Presso l' altare
maggiore v' ha il sepolcro di Alessandro Sobieski, figlio del prode re di
Polonia Giovanni III, liberatore di Vienna, morto in Roma
l' anno 1714. In altra cappella il Domenichino dipinse in modo
mirabile l' estasi di s. Francesco. Finalmente si ammira pure in
questa chiesa lo stupendo quadro di Guido Reni rappresentante il notissimo
s. Michele. Nella sacrestia v' ha un ritratto di frate Elia che si
attribuisce a Giunta da Pisa.
È questo il titolo di una nuova chiesa che si sta
costruendo dai padri delle Scuole Pie in via Sicilia nei nuovi quartieri di
villa Ludovisi. Ha annesso un vasto collegio per novizî e studenti del suddetto
benemerito ordine.
S. Camillo de Lellis
Al santo fondatore dei Ministri
degl' infermi è dedicato quest' oratorio moderno in via Veneto nei
quartieri Ludovisi. Fu aperto il giorno della Pentecoste del 1890 e
benedetto dal r
o mons. Lenti vicegerente di Roma. Nell' oratorio vi sono due
altari: il maggiore è dedicato a s. Camillo ed il minore alla
ss. Vergine.
S. Francesca Romana in via
Sistina
Questa chiesolina fu eretta nel 1614 dai pp. Trinitarî della redenzione degli schiavi a cura del frate Antonio Cardeto portoghese, procuratore generale dell' ordine, i cui frate dimoravano presso s. Stefano del Trullo. Presso l' altare maggiore fu posta da quei religiosi l' epigrafe:
Sotto Innocenzo XI fu restaurata con architettura di Mattia de Rossi. Il quadro della Vergine è una delle opere migliori di Francesco Cozza. Nell' annessa casa vi fu un conservatorio di povere zitelle detto della ss. Trinità. Ora la chiesa è stata restaurata e dedicata anche a s. Giovanni Nepomuceno, perchè affidata al collegio Boemo testè istituito, che ha dimora nel' attiguo convento.
S. Ildefonso e S. Tommaso di Villanova
Questa chiesolina è situata quasi dirimpetto a
quella di s. Francesca romana. L' ospizio annesso fu edificato
nel 1619 dai padri eremitani scalzi di Spagna e delle Indie
dell' ordine di s. Agostino. Da principio era un piccolo oratorio
eretto nel 1657, che fu riedificato poi più ampio dalle fondamenta con
architettura del domenicano frà Giuseppe Palla. La ragione della fabbrica di
detta chiesa ed ospizio fu che i sud padri di Spagna non aveano casa in Roma nè
monastero nè procuratore. L' altar maggiore è dedicato alla
ss. Vergine di Capracavana il cui originale è nel Perù, la copia che esiste
in questa chiesa fu dipinta da Placido Siculo: alla collocazione di
quell' imagine, celebrata con molta festa, concorse anche Giulo
Rospigliosi, poi divenuto Clemente IX. La prima pietra fu messa
il 20 settembre del 1667 da mons. Emilio Alfieri. L' altare
al lato del Vangelo è dedicato ai santi titolari della chiesa: Tommaso ed
Ildefonso. L' altare di fronte è sacro ai ss. Agostino e Monica. Il
secondo altare, dal lato dell' Evangelio, e è consecrato alla Madonna di
Guadalupe del Messico, della quale scrive il Bombelli, che questa fu la prima
copia collocata in Roma, e che fu dipinta da Giovanni Correa di Murcia;
l' altare opposto è dedicato alla nascita di N. S. La chiesa
è ricca di stucchi. Nel 1653 in questo luogo fu eretta una congregazione di
sudditi spagnuoli sotto il titolo e la protezione di Maria Vergine e
di s. Filippo Neri, intitolata La Scuola di Gesù
Cristo. Innocenzo XI l' approvò, ma per l' inconstanza
degli uomini cessò di esistere. Nel 1809 i religiosi furono espulsi; ma
vennero restituiti per istanza dell' ambasciatore spagnuolo D. Antonio
Vargas, con decreto di Pio VII 2 luglio 1814. Vi dimorarono molti
illustri religiosi per scienza e santità; fra questi ricorderemo p. fr. Juan
de s. Jeronimo poi vescovo di Cuba, p. fr. Gabriele della Concezione,
e il p. fr. Rodrigo di s. Michele. Il procuratore attuale p.
Enrico Perez della s. Famiglia è degno rappresentante
dell' Ordine per il suo zelo della gloria di Dio non meno che per
l' amore alla sua cattolica nazione.
S. Maria dell' Idria detta di
Costantinopoli
Nello Stato temporale delle chiese di Roma, l' anno 1660 di questa chiesa si registrano le cose seguenti: "Fu fondata da nationali siciliani come appare per bolla di papa Clemente VIII a 5 febbraro 1594. La chiesa ha il choro, sacrestia, campanile con due campane: ha cappelle n. 5, sepolture n. 2. La chiesa ha peso di alloghiare li pellegrini nationali per tre sere. Le cappelle sono sotto l' invocatione di s. Corrado, di s. Rosalia, di s. Francesco Saverio, e di s. Leone papa. Ha un frutto annuo di scudi 289."
Prende il nome da una imagine della ss
a Vergine che si dice trasportata da Costantinopoli. La confraternita
dei siciliani la condusse a compimento con le elemosine di Filippo II re di
Spagna. Annesso alla chiesa vi è l' oratorio della confraternita, nella cui
volta è dipinta s. Rosalia, opera del pittore palermitano Gaetano Sottino.
CHIESA IGNOTA PRESSO LA VIA DEI DUE MACELLI
Nel principio della via dei Due
Macelli dal lato del Tritone, sotto il nuovo casamento Ruspoli, si
scoprirono nel 1889 vestigia d' una piccola chiesa od oratorio
cristiano. Il ch. prof. Orazio Marucchi suppose che tali avanzi appartennessero
ad una chiesa di s. Ippolito annoverata nel codice di Torino in un
gruppo topografia che può convenire al luogo predetto.
Ma questa chiesa era presso s. Giovanni
della Ficoccia in via de' Maroniti, quindi non può convenire a quegli
avanzi la denominazione suddetta, che devesi escludere come propria di quest'
oratorio di cui è perduto affatto il nome. Tra le rovine del piccolo sacello, si
trovò un capitello ionico ricavato da un' antica scultura egizia ritraente
un Faraone seduto in trono.
Ss. Claudio e Andrea de'
Borgognoni
Sorge nella piazza omonima, fu eretta nel secolo
passato dai Borgognoni in luogo di altra che essi possedevano nel sto medesimo
fino dal secolo XVII e dedicata ai santi loro
protettori s. Claudio e s. Andrea. La nuova chiesa fu riedificata con
architettura del francese Derisetz, il quale architettò pure l' annesso
ospizio dei suddetti Borgognoni, fondamenta a sue spese da Francesco Henry
nel 1662. Nella facciata della chiesa lateralmente all porta vi sono le
statue di s. Andrea e di s. Claudio. La prima è opera del
Bretton, l' altra del Grand-Jacquet. La chiesa da pochi anni è officiata
dai padri dell' adorazione perpetua del ss
o Sacramento.
Questa chiesa fu denominata anche dell' Orsa o degli Orsi, della quale, secondo Michele Lonigo nel suo manoscritto, altro non si trova se non che era nella regione di Colonna e nella festa dei turiboli riceveva sei denari di presbiterio; di che fa testimonianza il Camerario: sancto Andreae de Vrsa VI denarii (dantur). L' anonimo la chiama de Urso: de Ursa il Signorili.
Il Martinelli aggiunge qualche cosa di più,
poichè dice che era unita coll' ospedale dei pazzi, il quale sappiamo prima
essere stato in una casa posta in piazza Colonna vicino a santa Maria della
Pietà nella piazza medesima;
chiesa detta pure san Bartolomeo
de' Bergamaschi per avervi questi trasferito il loro oratorio, dopo
abbandonato san Macuto. Il medesimo Martinelli crede che questa chiesa di sant'
Andrea de Ursis sia quella che a' suoi giorni si
diceva s. Orsola dell' ospedale.
Prese il nome, come la vicina contrada, dalla
famiglia de' Boccacci di Orso, i quali dimoravano presso la chiesa.
S. Maria della PIETÀ
È il titolo della chiesuola che sorge sulla magnifica piazza Collocata a fianco del palazzo dei signori Ferrajoli; fu chiamata della Pietà perchè era congiunta all' ospedale detto dei pazzarelli, fondato in Roma l' anno 1548 dallo spagnuolo D. Ferrante Ruiz. Quell' ospedale vi rimase fino ai tempi di Benedetto XIII, il quale ne fece edificare uno assai più vasto presso porta s. Spirito sul principio della via detta Lungara.
La fronte dell' antica cappella non guardava
in origine la piazza Colonna, bensì quella vicina detta di Pietra. Rimosso
l' ospedale, il suddetto papa concesse alla compagnia dei Bergamaschi
esercenti in Roma la mercatura, la chiesetta e l' annesso edifizio. Quella
lasciò allora la chiesuola di s. Macuto, ove si radunava sotto il
patronato dei ss. Vincenzo ed Alessandro. I Bergamaschi riedificarono la
chiesuola e trasformarono l' antico manicomio in ospedale per
gl' infermi della loro nazione diviso in tre vaste sale o corsie. Da
quell' epoca la chiesa cominciò a chiamarsi dei santi Vincenzo, Alessandro
e Bartolomeo, ma ora è più comunemente conosciuta col nome della Pietà, dalla ima della Vergine che ivi si venera per la quale
il popolo romano ha una speciale devzione. Questa imagine fu portata da Subiaco e la possedeva una pia vedova assai stimata per
le sue virtù da s. Leonardo da Porto Maurizio. Ivi era una cappella
dedicata alle sante Caterina ed Orsola ottenuta da una confraternita erettavi
nel 1599, che prese il nome dalle dette sante e che si chiamava anche la
confraternita di s. Orsola dei pazzarelli. Avea prossime le chiese
di s. Andrea de Ursis e di s. Paolo della Colonna. Qui è
sepolto il celebre cardinale archeologo Alessandro Furietti.
S. Stefano del Trullo
Dovette essere questa chiesa sormontata da una
volta sferica a forma di cupola, nella bassa latinità chiamata trullus, da cui prese il nome; ed infatti è così chiamata
dall' anonimo e dal Signorili. Il manoscritto del Sodo (pag. 324),
riportato dal Terribilini, dice che stava vicino al portico supposto di Antonino
Pio (Poseidonio) in piazza di Pietra; ebbe pure il titolo
di s. Giuliano, giacchè il manoscritto chigiano afferma che questa
chiesa fu gai detta s. Giuliano del Truglio, e ritenne questo nome fino
all' anno 1614. Certo si è che ai tempi del Martinelli esisteva in
piazza di Pietra una chiesa di s. Stefano del Trullo, allora detta
comunemente s. Giuliano.
Scrive il Bruzio che stava presso il portico di
Antonino (tempio di Nettuno) e che era dei padri Trinitarî della Redenzione
degli schiavi. L' anno 1624 l' università degli albergatori di
Roma ai 15 di luglio la comprò dai frati di s. Francesco di Paola
a cui era passta al prezzo di scudi 1614, come da istromento del Pacichello
notaio capitolino. Quell' università vi rifece l' altare
di s. Giuliano, le scale, il soffitto spendendovi oltre a scudi 450.
La detta università ne condivise l' uso con quella degli osti colla quale
poi ebbe litigî nel 1638. Questa fu obbligata a pagare alla prima scudi
1000 con parte dei quali furono fatti due quadri per la chiesa rappresentanti la
santa Vergine fra i ss. Martino e Giuliano, ed un altro colle imagini dei
ss. Stefano e Carlo. Fu demolita ai tempi di Alessandro VII.
L' Adinolfi dice che questa chiesa sorgeva
nel sito medesimo ove è ora quella dei ss. Bartolomeo ed Alessandro dei
Bergamaschi.
Ebbe la sua facciata sulla piazza suddetta ed
era lunga 34 palmi e larga 60. È ricordata fin dal tempo di Cencio fra quelle
che ricevevano i sei denari nella festa dei turiboli. Da s. Pio V
fu unita nel dritto parrocchiale a s. Maria in Aquiro, e con quella
di s. Andrea dell' Orso all' ospedale di s. Maria dei poveri forestieri e pazzi. Il Suarez
dice che al suo tempo si chiamava
di s. Giuliano e che vi era il sepolcro del Baroncelli, secondo
tribuno dopo Cola di Rienzo, colla sua effigie in abito senatorio e con questa
epigrafe:
Il marmo, poi spezzato, fu adoperato nel restauro
di un altare della chiesa medesima. Il Galletti
narra che ai 22 luglio del 1414
Domenico Palozi, ucciso nella vicina piazza Colonna, sepultus
est in ecclesia s. Stephani del Trullo con modico honore. Quivi era
la sepoltura gentilizia della nobile famiglia romana de
Iacobatis, e fra molte epigrafi si leggeva la seguente:
La casa degli Iacobacci era congiunta alla chiesa medesima. V' era anche il sepolcro d' una Andreozza della non meno nobile famiglia de' Normanni, oggi estinta:
Vi fu anche sepolto Veneraniero de' Veneranieri, sulla tomba del quale si leggeva l' epitaffio:
Nel codice di Torino è notato che la nostra chiesa habet sacerdotem et clericum. Nel catalogo di Pio V è detta s. Stefano del Trullo in rione di Colonna. Era parrocchiale e dipendente dalla collegiata di s. Marcello.
Questa chiesa era presso la piazza attuale
di s. Ignazio e fu dedicata anche a s. Antonio. Fu detta de forbitoribus o perchè in quella contrada erano le botteghe
di color che esercitavano quel mestiere, o perchè una fratellanza di questi vi
teneva i suoi pii esercizî. L' anno 1566, sotto Pio V, fu
affidata ai monaci camaldolesi che vi vennero in quell' anno. Quei
religiosi la restaurarono dalle fondamenta e la dedicarono a s. Antonio
abate. In un manoscritto dell' archivio secreto della S. Sede in
Vaticano ho trovato su questa chiesolina le seguenti non dispregevoli notizie:
"Li detti camaldolesi la ristorarono e la dedicarono a s. Antonio lassando però ivi un altare di s. Niccolò e vi faceano festa con indulgentia plenaria nei giorni di s. Niccolò, di s. Antonio e di s. Romualdo e vi erano delle reliquie di s. Antonina vergine e martire.
"Havea rivolta la facciata che era di mattoni con alcune colonne piane di travertino verso la piazza della Rotonda, con le effigie dipinte di qua e di là della porta (che era una sola e vi si salivano quattro scalini) di s. Niccolò vescovo da man destra, e di s. Antonio abate da sinistra, e sopra la porta l' arme di marmo di Gregorio XIII. Non era molto ampla; havea una sola campana e vicino era la sagrestia e l' habitatione per li monaci, che son di quelli di s. Gregorio al monte Celio, assai comoda; e vicino alla porta era nel muro l' imagine di Maria Vergine e di s. Romualdo. Nel 1631 a dì 16 di marzo fu gettata tutta a terra per cagione della fabrica dei gesuiti (Collegio Romano) et essi monaci andarono ad habitare in una habitatione nel vicolo del Piombo tra la piazza di s. Marco e di ss. Apostoli fabricandovi una chiesa et ospizio in honore di s. Romualdo nel 1632.
Il sito di questa chiesa era dove è adesso la cantonata dove è l' imagine della Madonna, di s. Ignazio e Francesco Saverio per andare all' oratorio della compagnia di Gesù di detto s. Francesco Saverio. Vi fu sepolto nell' anno 1362 Angelotto con questo epitaffio da me copito nel 1625:
Questi è il famoso Angelotto che combattè contro
i cavalieri Brettoni a porta Salara
per sostenere l' antipapa Clemente VII. Il
Galletti ricorda un altro epitaffio di quella chiesa di un tal Rogerus de Tosetis de regione Columnae sepultus in ecclesia
s. Nicolai de forbitoribus ai 10 di decembre
dell' anno 1409.
Il Sodo dice che la chiesuola era vicina alle guglia di s. Macuto; e il Mittarelli afferma che nel 1632 i Camaldolesi celebrarono la loro dieta in monasterio s. Nicolai de Forbitoribus, che egli dice situato precisamente ove era la spezieria del Collegio romano.
In un documento del tempo di Urbano V è
chiamata s. Niccolò de Servitoriis: Concessio pro Ioanne Tutii Butii Petri Pauli rectore parroch. eccl.
s. Nicolai de Servitoriis de urbe quod collectio sibi facta per Iacobum
episc. Aretinum de eadem ecclesia valeat non obstante quod litere apostolice
super commissione tradita eodem episc. conferendi sibi dictam ecclesiam expedite
non estitissent.
L' Adinolfi pone questa chiesetta dirimpetto
all' oratorio del Caravita,
e dice che si chiamò anche del Fervitore o Ianitoris.
La chiesa esisteva fino dall' epoca del Camerario; come le altre fu parrocchiale e nel suo cimitero furono sepolti molti di famiglie illustri: il citato scrittore vi ricorda alcuni degli Albertini, dei Normanni, dei Marcellini, dei Coppoli ecc. Accanto alla chiesa era il campanile che venne fulminato nel 1o di settembre del 1405, come ricorda l' Infessura.
Dalla celeberrima colonna coclide di Marco
Aurelio ebbe il nome nel medio evo tutta una contrada o regione della città
adiacente alla medesima, da non confondersi col rione omonimo. La odierna piazza
Colonna nel secolo XV diceasi però piazza
de' Cancellieri del Bufalo, dalla nobilissima famiglia che ivi avea il suo
palazzo.
Non lontano dalla colonna suddetta sorgeva una
grande chiesa dedicata a s. Andrea apostolo e che fu fatta demolire da
Sisto V per dare alla piazza una forma più regolare. Di questa chiesasi fa
menzione fino dall' anno 956, perchè Agapito II con sua bolla
confermò il possesso della medesima insieme a quello della Colonna al monastero
di s. Silvestro in capite. Avea nel secolo XV tre altari: il maggiore era dedicato all' apostolo
titolare, dei due laterali uno a s. Giovanni apostolo, l' altro alla
Concezione Immacolata della Vergine.
Vi furono sepolti molti di casa Cancellieri del
Bufalo.
Il Giacchetti ricorda che l' anno 1623
presso la colonna furono trovate le ossa dei morti che erano stati sepolti nel
cimitero annesso alla chiesa. Allorchè Sisto V fece demolire la chiesa,
ordinò che in s. Maria in Via fosse dato ai Cancellieri del Bufalo un luogo
per una cappella dedicata allo stesso s. Andrea in sostituzione di questa e
del loro patronato sopra la chiesa.
S. Paolo della Colonna
Una chiesolina dedicata all' apostolo delle
genti fu eretta nel 1596 dai pp. Barnabiti presso la colonna antonina. Il
cardinale Aldobrandini ebbe in animo di riedificarla con più vaste
proporzioni.
Ma un incendio la distrusse del tutto
nel 1617.
Poco dopo fu riedificata, finchè fu distrutta
per la fabbrica del palazzo Chigi. In quella chiesa tenne le sue prime adunanze
un' associazione formatasi nel secolo XVI,
composta di distinti cittadini. Questi vi si raccoglievano nei giorni festivi, e
dopo recitato l' ufficio ed ascoltata la messa, si occupavano di ascoltar
vedove, pupilli, minori, orfani sopra gli aggravi che potessero
ricevere dai ricchi e dai prepotenti.
Quest' associazione nel 1616 era di già
eretta in confraternita composta di persone dabbene d' ambo i sessi sotto
l' invocazione dell' Immacolata Concezione di M. V. e
di s. Ivo. Nel 1659, trasferiti i Barnabiti da questa chiesuola a
s. Biagio dell' anello, vi si trasferì colà la detta confraternita,
cui fu concesso l' uso libero ed assoluto dell' oratorio entro il
convento dei suddetti padri.
S. Croce a Montecitorio
La piazza oggi detta Monte Citorio, ove è il palazzo della Curia Innocenziana, nell' ultimo medio evo diceasi Acceptabilis, Monte Acceptoro, Monte Acceptolo. Ai tempi d' Innocenzo VIII il luogo si chiamava Mons Acetoris, o Mons Aceeptorum, Mons-Citatorius e all' epoca del Camerario Citellus. È una collina artificiale formata da ruine d' antichi edifizî, sui quali i Colonnesi edificarono uno dei loro fortilizî.
In un diario inedito del Terribilini, che ho
pubblicato testè nella mia Cronachetta,
leggo le seguenti notizie sulla chiesa
di S. Croce: "Ho saputo che dove ora è il cortile de' Paperozzi
presso mci nella strada de' Notari, passata la Guardiola
dei birri e quella dei Cursori, a destra al primo portone, ivi era il
claustro del monastero delle monache di s. Croce trasferite a
s. Bernardino sotto Innocenzo XII che vi pose i notari." In altro
documento dell' archivio vaticano che contiene notizie
dell' anno 1632 addì 30 febbraio in giorno di sabato, è notato:
Il papa ordina che sia licenza a Maria Paleologa di nazione
greca di poter entrare nel monastero di s. Croce di Monte Citorio,
vestendo con abito di saia beretina conforme all' uso delle monache, mentre
promette e si obliga di starci sempre et vivere con quella modestia che si
conviene et faccia al monastero donatione che ha offerto di cinquecento
scuti.
Quella chiesa fu restaurata dal papa
s. Pio V. Il Terribilini ricorda che vi abitavano monache poverissime
dette le Perugine, le quali erano francescane e che
piccolissima era la loro chiesa.
Di questa chiesa si veggono ancora gli avanzi
entro la casa di proprietà Sarmiento nella strada degli Ufficî
del Vicario.
S. Biagio de Monte ovvero de Hortis
Tale è l' appellazione che l' anonimo
di Torino dà ad una chiesa di s. Biagio: Ecclesia
sancti Blasii de monte, e che questo monte sia il Citorio, risulta dalla vicinanza delle chiese di quel luogo
fra le quali è annoverata la nostra. Anche il Signorili, benchè assai
corrottamente, la ricorda col nome "de monte octeto". A
quell' epoca dovea essere quasi abbandonata, giacchè egli la pone nel
catalogo delle chiese quasi deserte "ignotae et sine
clericis." Poi rifiorì ai tempi di Michele Lonigo e di Martinelli, nei
quali esisteva ancora nel Monte Citorio, affidata ai paddri Somaschi. Sembra che
fosse pure appellata degli orti, i quali dovevano
coprire quella collina nell' età di mezzo. Così trovo nel manoscritto del
Sodo riferito dal Terribilini nei suoi appunti: La chiesa
di s. Biagio degli orti è una chiesa parrocchiale al monte
Citorio. La chiesa era precisamente nell' area del cortile della
Curia innocenziana, oggi aula parlamentare. Fu data in enfiteusi perpetua ai
chierici regolari Somaschi della compagnia dei ss. Ambrogio e Carlo come
per gli atti del notaio Curti rogati i 26 maggio del 1573. Innanzi
alla chiesolina, che fu demolita nel 1695, era situato il palazzo del card.
Gaddi. La famiglia Ciampone vi possedè una cappella.
La chiesa, nel 1660, viene così descritta
in un documento degli archivî della Santa Sede: "Ha un coretto di sopra con
organo, ha cinque altari, campanile con due campane, tre sepolture con cimitero.
Ha annessa la cura d' anime, in tutto contiene case 66 e detta parrocchia
fu data nell' istessa concessione della chiesa: possiede una rendita annua
di scudi 1165,19."
SANTISSIMA TRINITÀ
Nella relazione della visita apostolica sotto
Alessandro VII l' anno 1660,
di questa chiesa e del' annessa casa dei
Signori della Missione si legge: "a congregazione della Missione fu
nell' anno 1624 eretta in Parigi con autorità di
quell' arcivescovo: nel 1632 fu approvata dalla Sede Apostolica con
bolla di Urbano VIII, e nel 1655 è stata confermata da
Alessandro VII. Questa casa di Roma è composta di 16 soggetti, 10 sacerdoti, 2 diaconi e 4 fratelli laici. Per suo
mantenimento prende da Francia con lettera di cambio 390 scudi ogni tre
mesi che sono 1560 scudi l' anno, dei quali paga 212 scudi ogni
anno per l' interessi di scudi 5400 che li rimangono a pagare per la compra
della casa che comprò li anni adietro dal signor cardinale De Bagni."
Annessa alla relazione suddetta vi è una supplica
di un tal marchese Palombara, la quale, per la sua curiosità, merita di essere
riferita: "Il marchese Palombara prostrato ai piedi della Santità Vostra con
nove figlioli li espone come da un mese e mezzo fa li fu proibito dal cardinale
Ginnetti che non si giuocasse più a boccia in un suo pallottolaio ad istanza dei
Preti della Missione, e perchè in detto giuoco sono da 15 anni incirca
che vi si è giuocato del continuo, et fu fabbricato a questo effetto con spesa
di 600 scudi si supplica la Santità Vostra che con la solita sua pietà
si compiaccia di compatire il povero oratore che con il peso di 9 figlioli
patisce privo di quest' entrata, tanto più che detti Preti sono
da 7 mesi che sono venuti ad habitare vicino a detto gioco il quale
gli era molto ben noto,
che se lo vogliono per la medema pigione che
l' oratore l' affitta di presente, è disposto a darcelo."
La chiesa fu edificata insieme al convento circa
il 1642 da Maria de Vignerod duchessa di Aiguillon.
Nel principio del secolo XVIII fu riedificata; ed il card. Lanfredini, che
all' uopo sopperì il denaro, nel 1741 vi fu sepolto. Il disegno è del
Della Torre, sacerdote di quella congregazione. Fu consacrata
il 14 luglio 1743 da Ferdinando Maria de Rossi arcivescovo di Tarso,
vicegerente. Vi abitarono un tempo le monache di s. Chiara.
S. Salvatore in Aquiro
È una chiesa antichissima nominata nel catalogo
del Camerario. Il Martinelli la pone presso quella di s. Maria di
simile denominazione; ma ne è perito ogni vestigio.
S. Maria in Aquiro
Questa nobile chiesa è posta nella piazza
Capranica. Il Libro pontificale ricorda la diaconia di s. Maria in Aquiro, che allora dicevasi in
Cyro, come abbiamo in Gregorio III: Item basilicam
sanctae Dei Genitricis quae in Cyro dicitur, in qua antea diaconia et arvum
oratorium fuit: a fundamentis longiorem et latiorem construxit atque
depinxit; ed in Leone III: Et diaconia sanctae
Mariae in Cyro fecit coronam ex argento pensantem libras VIII; ed in Gregorio IV: Immo et
diaconia quae vocatur Cyro simili modo obtulit vestem de fundato.
L' etimologio però di questo vocabolo è oscurissima; alcuni attribuiscono
l' edificazione della chiesa al papa Anastasio I (a. 398‑402).
Il Terribilini crede che la chiesa fosse anche
sacra a s. Elisabetta.
Ebbe forma basilicale con tre navi sostenute da
due file di colonne, e mantenne il suo tipo fino alla riedificazione fattane
nell' anno 1590 dal card. Salviati, benchè l' antica fosse assai
più piccola dell' odierna. Il suo raciprete, nel secolo XI, ebbe molti privilegî; fra questi è da ricordare quello di
offrire al papa, appena smontato dalla mula nel campo lateranense il sabato
in albis, una corona ed un gallo. Vi ebbero sepoltura
gli Acorari, i Marcellini, i de Celle, i de Aquila ed altri. La chiesa fu
restaurata sotto Pio IX. La facciata venne innalzata nel secolo passato
costruiti disegni di Pietro Camporese.
CAPPELLA DI S. AGNESE NELL' ALMO COLLEGIO CAPRANICA
Il card. Domenico Capranica (1400‑1457) nelle sue
costituzioni del collegio, che dalla sua famiglia s' intitola, così si
esprime sul culto che vuole sia prestato dai suoi alunni alla vergine e martire
s. Agnese: Volumus et mandamus ut cappella, quam sub
invocatione s. Agnetis v. et m. quondam, ut asseritur, primo in Urbe
constructam .... in eisdem (domibus nostris, in quibus habitamus) domibus
reparari et ordinari fecimus . . . manens cappella si trova dicti
collegii ecc. V' era dunque fino dal tempo del card. Capranica
tradizione che la cappella esistente nella torre del suo palazzo, nel
pianterreno del fabbricato tra la piazza Capranica e il vicolo omonimo, dedicata
già a s. Agnese, fosse il primo oratorio innalzato alla santa martire in
Roma. Qual sia la ragione dell' essere stato eretto in tal luogo
quell' oratorio puossi arguire dalla tradizione non dispregevole che in
quell' area sorgesse la casa patrizia della santa, la quale sarebbe stata
nel Campo Marzio, non molto lontana dal luogo d' infamia ove fu condotta la
verginella.
S. Maria Rusticellae
Così chiamavasi una cappelluccia presso piazza di Pietra nel luogo detto ad aculea Sammaut, nome col quale alcuni documenti del secolo XIV appellavano l' obelisco (guglia) di s. Macuto.
Afferma il Terribilini che vicino a Montecitorio
sorgeva nel secolo XVI una chiesolina col titolo
di s. Maria della Concezione, alla quale era pure annesso un
monastero.
S. Maria delle Vergini
Un' altra chiesolina dedicata alla ss
a Vergine sorgeva nella piazza di Pietra, a cui era annesso un
monastero detto delle vergini, ove ebbe origine l' ospizio degli organi.
Forse quello il monastero che chiamavasi della
Presentazione, eretto nel 1650 a spese di Dorotea Bonfiglioli. Il monastero
suddetto sorgeva fra le ruine del tempio di Nettuno, di cui rimane
nell' odierna piazza di Pietra il portico del lato destro. La fondatrice lo
dotò con 10,000 scudi, ma vi pose per condizione
che non vi potessero entrare se non zitelle dei Santi Quattro.
S. Macuto
Questa antichissima chiesolina sorge tuttora, benché più volte riedificata presso la piazza di s. Ignazio. Nella piazzetta che le si apriva innanzi, su rozza base sorgeva il piccolo obelisco che Clemente XI pose nella piazza della Rotonda sulla monumentale fontana che vi costruì. Sosteneva nel suo piramidion un globo che il volgo diceva contenesse le ceneri di Giulio Cesare e che corrottamente chiamava, mutilando il nome della chiesa, la guglia di mammautte. La chiesolina ?icordata fin dall' epoca del Camerario e si trova nei cataloghi di Torino e in quello del Signorili. Era a tre navi ed aveva la sua tribuna nel fondo, dietro la quale si apriva un piccolo cimitero. Fu parrocchiale, e vi furono sepolti alcuni delle famiglie dei Simio, degli Alzatelli, dei Marroni, della Ronca, del Giudice. Leone X dette la chiesa, che era sotto la giurisdizione di s. Marcello, al capitolo vaticano; questo la concesse nel 1538 alla confraternita dei Bergamaschi. Fu riedificata nel principio del secolo XVII con architettura di Onorio Longhi; annessa all' antico palazzo Borromeo, oggi Università Gregoriana dei pp. Gesuiti.
S. Maria Maddalena
(Maddalena)
È la più antica chiesa che sorga in Roma, dedicata a questa santa. Il sacro edifizio già esisteva nel 1403 e dava il nome fin da quell'epoca alla vicina contrada che allora, come oggi, diceasi della Maddalena. Le sorgeva vicino l'arco della Pietà, contiguo alla casa di Andreozzo de Grattoli; quel'arco era un antico fornice creduto di Traiano, detto forse della Pietà perchè situato a poca distanza dal primitivo Monte dei pegni. Alla chiesa era annesso un ospedale detto dei Battensi. Nel secolo XVI era piccola e rovinosa, e fu concessa a s. Camillo de Lellalla chiesa dall' arciconfraternita del Gonfalone che se ne supponeva proprietaria con rogito di Evangelista Ceccarelli, notaio della medesima arciconfraternita, dei 22 dicembre 1586. Gregorio XV dismembrò la chiesa dall'arciconfraternita, liberandola da ogni peso con pagare alla medesima scudi 1400. La chiesa fu riedificata di pianta dai pp. Ministri degli Infermi, i quali, a proprie spese, rifecero la piazza che le si apre innanzi. Venne incominciata ad edificare dall' architetto Antonio de Rossi e compiuta sotto Innocenzo XII da Carlo Quadrio. Giuseppe Sardi eresse la bizzarrissima facciata. Ivi riposa il corpo di s. Camillo de Lellis, di cui nel vicino convento dei pp. Ministri degli Infermi si venera la stanza, trasformata in divotissima cappella.
epigrafe dell' anno 1119 sul possesso del colonna: Trovo fra le mie foto una da cui si può estrarre una lettura parziale dell' iscrizione. Basta per far vedere che la trascrizione dell' epigrafe è molto poco accurata:

Sospetto l' Armellini di aver preso la sua trascrizione da qualche altro scrittore; non soltanto in questo caso, ma anche in molti altri.
re del Marocco: Sbaglia probabilmente l' Armellini, ma negli imbrogli della casa reale marocchina dopo la morte del gran Moulay Ismael, la cosa è facilissima: si tratta di Moulay abd-er-Rahman, che mai fu re del Marocco, ma soltanto nipote di un re. Da 1727 (o 1728, o 1729) alla sua morte nel 1759, il re, o per dir meglio, il sultano, era Moulay Abdallah, che però fu deposto da quattro a sei volte secondo gli opinioni.
| 22 marzo 1727 | Morte di Moulay Ismael dopo un regno di 55 anni. |
| 1727 | Moulay Ahmed ed‑Dhahabi, l' erede legitimo, divenne re. (Invece, si data talvolta dal 1727 il regno di Moulay Abdallah, qui sotto.) |
| 1727 | Moulay Ahmed ed‑Dhahabi deposto dal fratellastro Moulay Abd‑el‑Malik. |
| 1728 | Moulay Abd-el‑Malik deposto; Moulay Ahmed ed‑Dhahabi divenne re di nuovo. |
| 1729 | Morte di Moulay Ahmed ed‑Dhahabi; il fratellastro Moulay Abdallah divenne re. |
| 1735 | Moulay Abdallah deposto dal fratellastro Moulay Ali el‑Araj. |
| 1736 | Moulay Ali el‑Araj deposto; Moulay Abdallah divenne re di nuovo. |
| 1736 | Moulay Abdallah deposto dal fratellastro Sidi Mohammed. |
| 1738 | Sidi Mohammed deposto; Moulay Abdallah divenne re di nuovo. |
| 1740 | Moulay Abdallah deposto dal fratellastro Moulay el‑Moustadi. |
| 1745 | Moulay el‑Moustadi deposto; Moulay Abdallah divenne re di nuovo. |
| 1745 | Moulay Abdallah deposto dal fratellastro Moulay Zein el‑Abdin. |
| 1745 | Moulay Zein el‑Abdin deposto; Moulay Abdallah divenne re di nuovo. |
| 1757 | Morte di Moulay Abdallah. |
Non conosco ancora pi?ltre i dettagli di tutte
queste rivoluzioni di palazzo, ma se veramente fosse re, nostro Moulay
abd-er-Rahman non potrebb' essere altro che Moulay Abd-el‑Malik sotto
un' altro nome: in quel caso sarebbe stato sultano del Marocco per alcuni
mesi, cioè una specie di antipapa; logico che venisse a
Roma . . .
Checch?ia di ciò, Moulay
abd-er-Rahman fu battezzato, sotto il nome di Lorenzo Bartolomeo, dal nipote di
papa Clemente XII. La sua tomba si vede tuttora nella chiesa.
apparizione di Maria all' ebreo Ratisbonne di Strasburgo: di nome Alphonse. Il fratello Théodore Ratisbonne lo aveva preceduto nella conversione al cattolicesimo; fondò la Congregazione di Nostra Signora di Sion, che tuttora esiste (si veda loro sito).
vengono lodate dal Titi: Nell' ultima edizione del Titi, rivista da Giovanni Bottari nel 1763, non esattamente.... S.v. s. Giuseppe a Capo alle Case, il testo introduce così la sua descrizione delle pitture: "vi sono pitture, non tanto da considerarsi per la loro bontà, quanto da ammirarsi per averle fatte suor Maria Eufrasia Benedetti, monaca pittrice." La scheda del Titi è in Rete qui.
il quale gli era molto ben noto: Il passo mi ha rammentato immediatamente i liti a proposito dell' aeroporto di Chicago la mia città: pure sapendo che gli aerei fanno rumore, tanta gente è venuta abitare accanto all' aeroporto di O' Hare perchè era comodo — e ora si rimpiange che... ci sia rumore di aerei . . .
Maria de Vignerod duchessa di Aiguillon: L' Armellini ha Vignard e Auguillon, semplici errori di stampa. Si tratta di Marie-Madeleine de Vignerod de Combalet, duchessa di Aiguillon (1604‑1675), devotissima nipote del cardinale Richelieu, che diede aiuto a molte fondazioni religiose, tanto a Roma quanto a Marsiglia, nel Canada, ecc. Ciò detto, aveva un certo senso dell' umore: si veda questo passo dei Mémoires della Grande Mademoiselle.