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I giardini del Quirinale coprono
una superficie di circa 4 ettari e corrispondono a quella che,
nel XVI secolo, era la cosiddetta Vigna di Napoli, un fondo
interamente occupato da orti e vigne di proprietà della
famiglia campana dei Carafa. Si estendevano dalla Piazza di
Montecavallo (l'odierna Piazza del Quirinale) sino ai pendii
del rione Trevi. Una pianta di fine '500, realizzata da
Cartaro, ce ne mostra la posizione. Nel 1550, ne divenne
affittuario il Cardinale Ippolito d'Este, il quale commissionò
all'architetto e pittore ferrarese Girolamo da Carpi
l'incarico di ridisegnare la vigna, secondo i canoni dei
giardini di delizie rinascimentali. Dopo gli interventi,
l'area appare divisa in due parti ben distinte: una, scandita
da gruppi di aiuole regolari; l'altra, caratterizzata da un
aspetto volutamente selvatico, che comprendeva anche una zona
boscosa chiamata Silva Estensium, il Bosco degli
Estensi. La salubrità del luogo, posto sulla sommità di uno
dei colli più alti di Roma, fu più volte apprezzata dal
pontefice Gregorio XIII Boncompagni (1572-85), al quale non
dispiaceva di poter evadere dall'afa del Vaticano per
immergersi in uno scenario riposante e, soprattutto,
ventilato. Ottenuto dal Cardinale d'Este l'uso permanente
della vigna, l'energico papa volle conferire una nuova dignità
architettonica al modesto edificio preesistente, avviando la
costruzione del primo nucleo dell'attuale Palazzo del
Quirinale. Fu il suo successore, Sisto V Peretti (1585-90),
ad acquistare la proprietà dagli eredi Carafa nel 1587, per
una somma di 20.000 scudi, e a proseguire i lavori di
ampliamento del nuovo Palazzo, mentre i giardini mantennero
inalterato il loro aspetto. L'unico intervento degno di nota è
la canalizzazione dell'Acqua Felice - per mezzo della
livellazione del tratto che andava dall'attuale Largo di Santa
Susanna a Piazza di Montecavallo - che sarebbe andata ad
alimentare le successive opere idrauliche. Il vero
innovatore dei giardini fu, però, Clemente VIII Aldobrandini.
Sotto il suo pontificato (1592-1605) si diede impulso a grandi
opere di ingegneria idraulica: le fontane del Nano, dello
Specchio, del Cane, oggi scomparse, con i superbi giochi
d'acqua affidati alle invenzioni di Giovanni Fontana,
costituirono l'elemento più suggestivo e ricercato dei
giardini, suscitando lo stupore degli ospiti e divenendo
oggetto di ammirate relazioni degli ambasciatori stranieri. Di
esse, l'unica superstite è la scenografica e grandiosa Fontana
dell'Organo. Nuovi lavori furono eseguiti da Paolo V
Borghese (1605-21), al quale, fra l'altro, si deve l'attuale
assetto del Quirinale. Fu lui, infatti, a commissionare
all'architetto Carlo Maderno la realizzazione di un hortus
intimus nella terrazza che si affaccia sulla Fontana
dell'Organo, una sorta di giardino privato di uso esclusivo
del Pontefice. Oggi, quell'area corrisponde
all'eliporto. Gregorio XV Ludovisi (1621-23) fece
realizzare, nei pressi del fabbricato principale, la Fontana
rocciosa, dinanzi alla quale un grande mosaico con le armi
papali e l'iscrizione Gregorius XV Pontifex Max. Anno II
sorprende l'ignaro visitatore con getti d'acqua concentrici
sgorganti da invisibili ugelli dissimulati lungo l'intero
perimetro dello stemma. Fu questa un'attrazione famosa, se è
vero che, ancora dopo due secoli, così la descrive Giuseppe
Gioacchino Belli nel sonetto 1059 del 15 gennaio
1834:
Fra ttanti sturbi, er
Papa s'è anniscosto Ner Palazzo-der-Papa, e llà in
giardino Spasseggia, fischia, e ppoi ruzza un
tantino Cor un prelato suo garbat'e tosto. Lo porta a un
gioco-d'acqua accost'accosto E tte lo fa abbagnà ccome un
purcino.
La struttura del giardino
mantenne quasi completamente il carattere che gli era stato
impresso dal Cardinale D'Este fino a quando Urbano VIII
Barberini (1623-44) acquistò l'ex Vigna Boccacci,
precedentemente tenuta incolta ai margini della proprietà,
provvedendo allo spianamento del terreno e alla definizione
degli attuali confini del giardino. L'intera area fu cinta con
un muro, ora scomparso, e servita da una strada, in parte
corrispondente all'odierna Via dei Giardini. Nel nuovo
progetto trovarono posto numerose macchie di boschetti,
contenuti geometricamente da alte spalliere sempreverdi, e una
marmorea meridiana, opera di una équipe di scalpellini della
quale faceva parte anche il giovane Borromini. Per più di un
secolo, l'attenzione dei pontefici fu concentrata soprattutto
sull'ampliamento del Palazzo e, fino alla prima metà del
Settecento, i giardini conservarono pressoché immutato il loro
aspetto rinascimentale. A partire da Benedetto XIV
Lambertini (1740-58), lo scenario di fontane e giochi d'acqua,
grotte e ninfei, richiami classici e illusioni lasciarono
progressivamente il posto alle nuove tendenze di gusto, che
definivano una coreografia arborea più sobria e naturale. Di
questo periodo, i giardini conservano la più elevata
testimonianza architettonica e il loro maggiore ornamento: il
padiglione del Coffee House, uno dei più ragguardevoli esempi
della stagione del Settecento romano, realizzato tra il 1741 e
il 1743 da Ferdinando Fuga, affinché, come scrive un
commentatore dell'epoca, il Pontefice potesse godere "anche
all'inverno dell'amenità delle verdure". L'edificio sorge
in uno dei punti più panoramici del giadino, dove, fin dai
tempi della Vigna d'Este, esisteva un padiglione di legno
dotato di cupola e quattro torricelle angolari. La palazzina,
la cui decorazione interna è opera di artisti del calibro di
Panini, Batoni, Masucci, Van Bloemen e Cocciolini, ha un
piccolo prospetto che si apre sul verde con tre grandi arcate,
racchiuso da due avancorpi. Le stesse arcate si ripetono
all'interno nella stanza centrale, più sobria di quelle
laterali. Nell'intenzioni dell'architetto, infatti, il Coffee
House non avrebbe dovuto interrompere la continuità fra il
giardino e il panorama di Roma. Oggi, purtroppo, l'antico
affaccio sulla città è stato completamente nascosto dal lungo
prospetto delle Scuderie, realizzate dopo il 1870 per ospitare
il vasto apparato equestre della corte sabauda. Il Coffee
House è ancora utilizzato nei ricevimenti per la Festa della
Repubblica: in questa occasione i giardini vengono aperti al
pubblico, rinnovando una consuetudine inaugurata ai tempi
della Repubblica Romana del 1849. Nell'800, l'aspetto del
giardino subì radicali mutamenti: le siepi di bosso e di
alloro, che fino ad allora avevano rigidamente scandito le sue
geometrie, furono in parte eliminate e sostituite da vaste
porzioni di prato con piante sparse. L'intento era quello di
conferire all'insieme un'impressione di maggiore spontaneità e
libertà della natura, secondo un indirizzo botanico che ebbe
nell'appassionato e competente Gregorio XVI Cappellari
(1831-46) un grande sostenitore e un efficace interprete. Egli
introdusse numerose specie esotiche - dal platano al ginkgo,
dal pino d'Aleppo all'auracaria bildwillii, dal carrubo a
esemplari di cedri e lecci - collocate all'estremità orientale
del giardino, in un percorso di gusto romantico caratterizzato
da aiuole e sentieri sinuosi, così diversi dal rettilineo
procedere dei sempreverdi prossimi al nucleo principale del
Palazzo. Il giardino ottocentesco, dunque, accoglieva
entrambi i modelli, "all'italiana" e "all'inglese", separati
da un'area intermedia destinata a varie specie di palme che
ancora oggi ornano l'asse centrale, il Viale delle Palme, nel
quale si erge l'ottocentesca fontana dell'architetto
Martinucci. La scelta di fare dell'antico Palazzo dei Papi
la sede della monarchia italiana, decisione piuttosto subita
da Vittorio Emanuele II, mutò profondamente l'assetto dei
giardini. Sacrificata la porzione inferiore per far posto al
lungo fabbricato delle Scuderie, trasformate numerose aiuole
in orti, ricavati spazi per i giochi dei bambini, per un campo
da tennis e per un piccolo maneggio, una vasta area del
giardino perdette la sua funzione contemplativa e di
rappresentanza, assumendo una destinazione d'uso di carattere
privato e familiare. L'unico abbellimento degno di menzione fu
la collocazione, in epoca umbertina, della Fontana delle
Bagnanti, realizzata da Giulio Monteverde utilizzando tre
statue femminili provenienti dal parco della Reggia di
Caserta.
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Entrando nel
Palazzo dalla via del Quirinale, attraverso Porta Giardini e
un ottocentesco cancello, ci si inoltra nel Viale delle Palme,
affiancato da entrambi i lati da dodici aiuole geometriche che
ospitano una ricca collezione di specie arboree. Protagoniste
sono le chamaerops, le phoenix canariensis, reclinata e
dactylifera; le butia capitata ed eriospata, le washingtonia
robusta e filifera, l'erithea armata ed edulis, nonché le
cycas revoluta e un rarissimo trithrinacs proveniente dal
Brasile. Il viale delle Palme, ideale separazione fra le
due diverse anime del giardino, termina sulla quinta verde che
ospita il busto di Adriano, risalente al II secolo d.C. A
sinistra, un groviglio di sentieri delimitati da siepi miste
di bosso, alloro e leccio, anticamente modellate in forma di
alta galleria, disegnano i contorni del giardino
"all'italiana". Nei viali si succedono pittoreschi luoghi di
sosta, ornati da sedili marmorei e gruppi scultorei, molti dei
quali provenienti dalla ricca collezione della famiglia papale
e cardinalizia dei Cybo. Fra questi, il gruppo del Ciabattino,
i Mattaccini, il Putto che suona la zampogna, la statua di
Ercole e il drago. Proseguendo ancora a sinistra verso il
limite del giardino si incontra, collocata entro una spalliera
ellittica di alloro e bosso ornata da quattro erme marmoree,
la Fontana delle Tartarughe o dei Delfini. Risalente al XVII
secolo, è caratterizzata da due piccoli bacini sovrapposti: su
quello superiore, due delfini; dall'inferiore affiorano due
grosse tartarughe di pietra, in origine appartenenti alla
cinquecentesca fontana del Tigri, già nel cortile del
Belvedere in Vaticano. Da qui si raggiunge un vasto spazio
aperto, al quale fa da sfondo la luminosa palazzina del Coffee
House, fronteggiata dalla Fontana delle Bagnanti. Sulla
terrazza davanti all'edificio, le statue di Bacco e di nove
satiri, anch'esse, probabilmente, appartenute alla collezione
Cybo. Proseguendo la visita, incontriamo la meridiana di
Urbano VIII, posta in una grande aiuola, dove piante di rose
rampicanti ingentiliscono la verticalità degli alberi. Accanto
alle palme, alcuni pinus pinea maestosi, un grande esemplare
di camelia, una magnolia giapponese, una araucaria bildwillii
e due magnolie grandiflora. Superando una balaustrata di
pietra si giunge all'eliporto, delimitato dal grande muro di
contenimento eretto laddove, nel '500, il declivio del colle
scendeva naturalmente con boschetti, vigneti e oliveti. Qui si
apre un'incomparabile veduta di Roma, particolarmente
suggestiva all'ora del tramonto. La Fontana dell'Organo,
visibile dalla terrazza, si poneva in passato come la maggior
attrattiva della parte inferiore del giardino. Edificata, come
si è detto, da Clemente VIII Aldobrandini, la fontana
costituiva il palcoscenico in cui l'elemento naturalistico -
formato dai giochi d'acqua e dalla sapiente scenografia della
vegetazione - e la componente figurativa e ornamentale -
decorazioni a stucco policromo e statue - si fondevano con le
armonie di un organo ad acqua, così da creare un vero
straordinario spettacolo. L'interno del nicchione, in stucco
policromo, mostra un ciclo con Storie della Creazione e Storie
di Mosè, alternate a figure di divinità marine, creature
chimeriche e animali acquatici. In origine, nelle nicchie
della parete di fondo, erano collocate le statue di Apollo e
delle nove Muse. Dinanzi al nicchione tre grandi scalinate
disposte a ventaglio consentivano il deflusso dell'acqua a
cascata. Nello spazio antistante, un'ampia peschiera ovale
circondata da alberi ad alto fusto, demolita durante la
costruzione delle scuderie regie. L'impianto musicale,
realizzato fra il 1596 e il 1609 dall'organista Luca Blasi,
venne completamente rinnovato nel Settecento per volere di
Clemente XI. Il vecchio apparato fu sostituito da un moderno
sistema, attivato dalla caduta dell'acqua, che trasmetteva il
movimento a un rullo dentato collegato con la tastiera.
L'organo è ancora perfettamente funzionante. Si prosegue,
poi, lungo la fiancata del Palazzo e si incontra il Labirinto
di bosso di pianta ovale, fronteggiato da cipressi, recante al
centro un piccolo obelisco, così tipico nei giardini
"all'italiana". Il percorso del labirinto è ben visibile dalla
terrazza posta al di sopra della Casina Svizzera, una piccola
costruzione ottocentesca con muretti merlati e interni di
impronta ticinese. Ritornati al viale delle Palme, ci si
inoltra nella parte orientale del giardino, quella più
marcatamente "all'inglese": l'attraversa il viale dei
Sarcofagi, ornato da dodici pregevoli manufatti risalenti
all'età romana. In quest'area, il giardino si apprezza per la
sua forma meno rigida, con gruppi di arbusti misti che
ingentiliscono il paesaggio secondo i canoni del gusto
romantico. Negli anni più recenti, l'impronta "all'inglese" è
stata ulteriormente enfatizzata introducendo vari esemplari di
rose, tra cui emergono diverse varietà di rose botaniche
(chinensis "Mutabilis", gallica), vecchie rose come le Bourbon
(Mme Pierre Oger) e le Polyantha (Cecile Brunner), rampicanti
(Mermaid) e ibridi di floribunda (Iceberg). Le aiuole dai
contorni sinuosi e dalle svariate forme raccolgono piante di
diverse specie come la casuarina equisetifoglia, di origine
australiana, l'araucaria dalle grandi pigne sferiche, il cedro
del Libano, la sophora japonica i cui lunghi rami penduli
vanno a lambire una piccola fontana rocciosa. L'unica zona
geometrica è data dall'area dell'ex campo da tennis. Su di
essa troneggia il maestoso platano, affiancato da un gingko
biloba, dalle arcane foglie a ventaglio, e da una sequoia
sempervirens. Il viale dei Sarcofagi termina davanti
all'esedra della Palazzina Olivieri, posta proprio al limite
del giardino. A sinistra si aprono le serre, seminascoste dal
verde, dove vengono coltivate e mantenute le piante destinate
all'arredo delle aiuole e agli ambienti del Palazzo. A
destra, il giardino si conclude dinanzi alla Palazzina del
Fuga. Al primo piano, lo studio del Capo dello Stato si
affaccia su di un viale che ospita in piena terra piante di
agrumi e una ricca collezione di cactacee e altre succulente.
Fa bella mostra di sé il selenicereus grandiflorus o Regina
della notte, il cui grande fiore bianco si schiude solo
nell'oscurità.
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