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Giulio Cesare e la guerra gallica (anni 58-57 a.C.) "De bello gallico"
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Argomenti principali:
Quando nel 59 a.C. la legge Vatinia aveva incaricato
Giulio Cesare di svolgere il suo mandato proconsolare nella
Gallia Cisalpina e nell’Illirico, sicuramente la preoccupazione dei
Romani era proprio quella di stabilizzare l’Illirico per proteggere meglio
la Gallia Cisalpina da possibili invasioni delle popolazioni
traco-illiriche che, sotto la guida del Re Burebistas, si
facevano sempre più intraprendenti e minacciose.
Queste popolazioni avevano iniziato una migrazione verso sud-ovest che rischiava di
portarli in breve tempo a ridosso della Dalmazia.
In quegli anni però,
anche la situazione della Gallia Celtica si andava facendo più
complicata e quindi i confini della Gallia Narbonese non sembravano
poi più sicuri di quelli dell’Illirico.
Gli Arverni, in lotta contro gli Edui, si erano
rivolti ad Ariovisto, Re della popolazione germanica degli Svevi.
Ariovisto aveva inviato le sue truppe mercenarie in appoggio agli Arverni
e ai Sequani loro alleati, ma poi una volta risolto il conflitto
aveva presentato il conto sia ai vinti e sia ai vincitori: dai Sequani
pretendeva addirittura un terzo del loro territorio. Di fronte al
pericolo germanico le tre popolazioni galliche avevano ritrovato la loro
unità e avevano tentato di ooporsi al monarca Svevo, ma erano state
sconfitte e così Ariovisto, nel 60 a.C., la sua porzione di
territorio della Gallia se la era conquistata con le armi. La
situazione aveva preoccupato Roma, che aveva spedito nella Narbonese, il
proconsole Quinto Metello Celere, ma di fronte alla reazione
Romana, Ariovisto si era dimostrato mansueto e aveva fermato la sua
operazione di conquista. Il suo atteggiamento remissivo aveva convinto i
Romani delle sue buone intenzioni tanto che Cesare, nel 59 a.C.,
all’inizio del suo consolato, gli aveva conferito il titolo di "amico del
popolo Romano".
Il pericolo germanico era tornato sotto controllo, ma alcune
popolazioni Celtiche, spaventate dalla ingombrante presenza di
Ariovisto al di qua del Reno, avevano avviato strane manovre che
rischiavano di generare una forte instabilità della regione: alcuni
nobili si stavano organizzando per instaurare la monarchia in
popolazioni che da tempo erano governate da potenti oligarchie e
sopratutto dal potere della casta sacerdotale dei Druidi, inoltre
gli Elvezi avevano dato il via ad un grande progetto di
migrazione che li avrebbe portati ad attraversare l’intero territorio
della Gallia rischiando di produrre reazioni a catena.
Questa situazione di grande instabilità spinse il Senato ad
aggiungere la Gallia Narbonese tra le province assegnate al proconsole
Giulio Cesare. Quale sarebbe stato il fronte dove Cesare si sarebbe
impegnato per primo, quello orientale dell’Illirico o quello occidentale
della Gallia Transalpina ?
Furono gli eventi a togliere il proconsole dall’imbarazzo:
mentre Burebistas aveva invertito la sua direzione e si allontanava
sempre più dai confini della Gallia Cisalpina, il progetto migratorio
degli Elvezi aveva assunto estrema concretezza e gli stessi si stavano
preparando alla migrazione e all’attraversamento della Provincia
Romana.
> clicca per l’approfondimento sul progetto degli
Elvezi Furono proprio gli Elvezi (Helvetii), nel 58 a.C., a fornire
l’occasione giusta per Giulio Cesare per trasformare un’opera di
governo e amministrazione di tre importanti province (la Gallia
Narbonese, la Gallia Cisalpina e l’Illirico), in una grande operazione
di conquista dei territori della Gallia Celtica.
Questo popolo si stava preparando a migrare dal suo attuale angusto
territorio, verso i territori dei Santoni, una sorta di terra
promessa all’estremità opposta della Gallia.
Il progetto prevedeva inizialmente di passare per la provincia
Romana ed in particolare nelle terre degli Allobrogi, ma di
fronte al rifiuto di Cesare, accorso precipitosamente a Ginevra
(Geneba), gli Elvezi decisero di evitare la provincia e di passare per
le terre dei Sequani e degli Edui.
Cesare approfittò proprio delle richieste di aiuto degli Edui
per entrare nella Gallia Celtica e per contrastare il cammino degli
Elvezi.
A capo di 5 legioni e con il supporto della cavalleria Edua,
sconfisse in più riprese il popolo Elvetico, fino a costringerlo
alla resa.
Gli Elvezi furono rispediti nella loro terra d’origine e furono
costretti a ricostruire le città che avevano distrutto per rendere
irrevocabile la loro decisione.
Erano partiti in 368.000 e ora tornavano indietro in 110.000,
un popolo segnato da un conflitto lampo, da marzo a luglio del 58
a.C., che apriva a Roma e al suo condottiero nuovi scenari.
> clicca per l’approfondimento sul progetto degli
Elvezi Il deciso successo contro gli Elvezi aveva aumentato il
prestigio di Cesare nei confronti dei Galli che ora si trovavano
divisi tra sentimenti di ammirazione e di paura.
Da una parte la possibilità di utilizzarlo in difesa delle loro
terre dal potenziale pericolo rappresentato dai Germani, dall’altra la
minaccia rappresentata dall’espansionismo romano che in Cesare trovava la
sua massima espressione.
Popoli fortemente divisi da appartenenze tribali e da anni di
grandi conflittualità ora si trovavano costretti a decidere quale sarebbe
stato il loro padrone degli anni a venire: gli Svevi di Ariovisto o i
Romani di Cesare.
Questo fu l’argomento al centro di una grande assemblea dei
popoli gallici convocata dagli Edui con il consenso del proconsole
Romano. Proprio il fatto che l’assemblea venne convocata da
Diviziaco, amico del popolo Romano, e che lo stesso Diviziaco la
condizionò al permesso di Cesare, dimostra come ormai il governatore
Romano esercitasse una sorta di sovranità sulla Gallia Celtica.
Benché Cesare non intervenne in alcun modo per condizionare l’esito
dell’assemblea stessa, il suo rapporto privilegiato con il leader degli
Edui e la presenza delle truppe romane a pochi chilometri dal luogo in cui
il raduno si svolgeva rappresentavano una pressione sufficiente affinché i
suoi esiti andassero nella direzione auspicata dal condottiero
Romano.
Il vero obiettivo di Cesare erano gli Svevi di Ariovisto, un
pericolo concreto per la politica espansionistica del proconsole, un
popolo che al pari dei Romani ambiva ad estendere il proprio dominio sulla
Gallia Celtica.
In passato, però, Ariovisto era stato considerato dallo
stesso Cesare, in appoggio alla politica del Senato di Roma,
"amico del popolo Romano" e quindi ora serviva una solida
motivazione affinché Cesare potesse scatenare una guerra nei confronti del
Re Svevo.
Una richiesta di aiuto da parte dei Galli, ed in particolare degli
Edui, avrebbe permesso a Cesare di aprire un contenzioso con
Ariovisto: una provocazione che avrebbe generato una reazione del
bellicoso capo barbaro e quindi le condizioni per quella che i Romani
definivano una "guerra giusta".
E l’assemblea dei Galli andò nella direzione auspicata da Cesare;
alla fine dei lavori, gli stessi Galli, rappresentati da Diviziaco,
vennero a raccomandarsi affinché Roma e le sue truppe li aiutassero a
liberarsi dall’oppressione che Ariovisto e il suo popolo esercitavano
su di loro.
Gli Svevi avevano sfruttato la storica conflittualità tra gli
Arverni e gli Edui, che negli anni era diventata un fattore
di divisione anche per le altre popolazioni della Gallia Celtica che si
erano via via schierate con una delle due fazioni in lotta.
Con gli Arverni si erano schierati i Sequani, e questi due
popoli per contrastare efficacemente i temibili Edui erano ricorsi ad
Ariovisto che aveva inviato in loro appoggio un contingente di 15.000
soldati mercenari.
Questa alleanza aveva si danneggiato gli Edui, incapaci di
contrastare la forza militare degli Svevi, ma in realtà aveva segnato
la fine dell’indipendenza anche per Arverni e Sequani ed in
particolare per quest’ultimi, che avevano dovuto subire un processo di
insediamento nel loro territorio al punto che ben tre quarti di questo
era stato occupato dai Germani, la cui presenza ad Ovest del
corso del Reno veniva ormai stimata in 120.000 unità.
Gli Edui, poi, erano costretti a pagare pesanti tributi
garantiti da ostaggi, i quali venivano sottoposti a pesanti supplizi
quando gli Edui non obbedivano alle intimazioni di Ariovisto.
Diviziaco concludeva la sua relazione, esortando Cesare ad
intervenire, altrimenti anche gli Edui ed altre popolazioni della
Gallia, sarebbero state costrette a riproporre su vasta scala il progetto
degli Elvezi e cioè quello di emigrare per sfuggire alla dominazione
dei Germani.
> clicca per l’approfondimento dello scontro con Ariovisto L’esplicita richiesta di aiuto pronunciata da Diviziaco permetteva
a Cesare di motivare il suo intervento nei confronti di Ariovisto
al quale fece pervenire immediatamente un perentorio invito a recarsi
da lui per dei colloqui urgenti rispetto alla situazione degli
Edui.
E considerato che Ariovisto rifiutava di recarsi in Gallia, anche
perché riteneva che le questione degli Edui non dovesse interessare Roma,
Cesare si mosse senza esitazioni verso di lui.
Nel percorso di avvicinamento, i Romani conquistarono
Vesenzione, capitale dei Sequani, anticipando proprio le intenzioni
di Ariovisto e delle sue truppe.
A quel punto Ariovisto accettò il colloquio che però si concluse
senza un nulla di fatto: il Re degli Svevi riteneva infatti di aver
acquisito per "diritto di guerra" il dominio sulla Gallia Celtica e
quindi non era disposto ad accettare nessuna condizione da parte del
proconsole Romano la cui giurisdizione era limitata ai territori della
Gallia Narbonese.
Dopo questo colloquio la situazione volse al peggio, lo scontro
inevitabile scoppiò nel giro di pochi giorni e risultò particolarmente
difficile, al punto che le truppe Romane rischiarono seriamente di
capitolare. Ma alla fine la migliore organizzazione militare delle
legioni di Cesare ebbe la meglio e un’altra vittoria, ancora più
prestigiosa di quella sugli Elvezi, venne ad arricchire la saga del grande
comandante Romano, il cui prestigio cresceva vertiginosamente. I morti
furono all’incirca 80.000 e solo pochi nemici riuscirono a mettersi
in salvo, tra questi lo stesso Ariovisto che attraversò il Reno a bordo di
una barca.
> clicca per l’approfondimento dello scontro con i
Belgi Con questa vittoria Cesare aveva acquisito un’indubbia
supremazia sui popoli della Gallia e per togliere ogni dubbio a chi
avesse potuto pensare il contrario, decise di acquarteriare il suo
esercito, durante i mesi invernali, nei territori dei Sequani i quali
si sarebbero dovuti occupare di alloggiarlo e mantenerlo: un segno
inequivocabile del nuovo potere che Roma esercitava sulla
Gallia.
Le truppe vennero lasciate sotto il comando del suo fedele
luogotenente Labieno, mentre Giulio Cesare preferì rientrare nella
Cisalpina, in parte per esercitare il suo ruolo di proconsole e in
parte per non perdere di vista la situazione politica
dell’Urbe.
Il bottino conquistato nella sua spedizione Gallica venne inviato a
Roma dove Pompeo provvide a distribuirlo, decretando inoltre una festa di
ringraziamento nei confronti del nuovo conquistatore.
Ma mentre si trovava nella penisola italica, Cesare venne a sapere
che i popoli della Gallia Belgica erano in fermento e cospiravano
apertamente contro Roma.
Preoccupato dalla situazione, l’indomito proconsole Romano,
arruolò altre 2 legioni che si andavano così ad aggiungere alle 8 già a
disposizione di Cesare.
Nella primavera del 57 le due legioni vennero inviate a
Labieno, sotto il comando del legato Quinto Pedio. Pochi giorni più
tardi lo stesso Cesare raggiunse il suo esercito e si predispose alla
battaglia.
L’atteggiamento del proconsole fu ancora una volta caratterizzato
da grande determinazione: Cesare si mise in marcia con il suo esercito
verso le regioni della Gallia Belgica senza preoccuparsi troppo
dell’inferiorità numerica del suo pur imponente esercito rispetto alle
popolazioni di una delle regioni più popolose della Gallia.
Spaventati da questa marcia improvvisa, i Remi, uno dei
popoli di questa regione, inviarono i loro personaggi più influenti a
ribadire la fedeltà nei confronti di Roma. Con questa azione i Remi
si posero sotto la protezione di Cesare, confermando comunque a lui la
situazione particolarmente critica che si stava creando tra i Belgi, i
quali si stavano alleando tra loro, e anche con alcune popolazioni
Germaniche, allo scopo di ribellarsi a quella che si andava configurando
come una nuova dominazione.
Sempre i Remi descrissero a Cesare l’esatto quadro della
situazione; contro di lui si stavano coalizzando Bellovaci, Suessioni,
Nervi, Atrebati, Ambiani, Morini, Menapi, Caleti, Veliocassi, Viromandui,
Aduatici, Condrusi, Eburoni, Cerosi, Pemani, per un totale di uomini
armati stimati all’incirca in 350.000 unità: una forza
impressionante.
Il proconsole non si lasciò impressionare e si diresse
immediatamente verso il nemico che già si preparava ad invadere il
territorio dei Remi, considerati a quel punto dei traditori. Il primo
scontro tra i due eserciti avvenne proprio per contendersi una delle città
dei Remi: Bibratte. Lo scontro fu molto aspro e indusse i Belgi a
cambiare strategia. Dopo aver constatato la forza delle legioni e appreso
che anche gli Edui, alleati dei Romani, avevano invaso il territorio
dei Bellovaci, i Belgi decisero di dividersi e di rientrare ognuno nei
propri territori: in questo modo pensavano di poter organizzare meglio la
difesa dall’invasione Romana. Ma avevano fatto i conti senza l’oste e cioè
senza Cesare, il quale caricato dal facile successo, decise di proseguire
la sua azione di conquista. I primi a fare le spese della sua
determinazione furono i Suessioni, conquistando rapidamente la loro
capitale Novioduno (si arrese anche il Re Galba, che era
stato considerato il vero leader della lega Belgica).
Poi toccò ai Bellovaci che si salvarono dall’ira del
proconsole, grazie alla mediazione degli Edui. Poi agli Ambiani che
si arresero invece senza colpo ferire. Con i Nervi la situazione si
rivelò più complicata e i due eserciti furono impegnati in una
battaglia campale, dove l’esercito Romano rischiò spesso di capitolare. Ma
alla fine la superiore organizzazione militare dei soldati dell’Urbe
risultò decisiva e il popolo dei Nervi venne praticamente
annientato. Gli Aduatici, eredi dei Cimbri e dei
Teutoni, si arresero quando Cesare fece avvicinare alle mura della
loro città, le terribili torri d’assedio: la facilità con cui queste torri
gigantesche venivano mosse sul terreno, avevano convinto i Germanici
che i Romani potessero contare sull’aiuto degli dei.
Con questo ulteriore successo, Giulio Cesare aveva posto sotto
il suo controllo tutta la Gallia Belgica: impressionati dalla sua
forza, la maggior parte dei popoli di quella regione si arrese
spontaneamente al nuovo "padrone".
Nel frattempo Cesare apprese che il suo legato, Publio
Crasso, inviato con una legione a conquistare i territori che si
affacciavano sull’Oceano, aveva centrato il suo obiettivo. Anche i
Veneti, i Vnelli, gli Osismi, i Coriosoliti, gli Esuvi, gli Aulerci e i
Redoni, si erano dovuti arrendere all’esercito che marciava sotto le
insegne di Roma.
> clicca per l’approfondimento dello scontro con i
Belgi Ora Cesare si sentiva il padrone di tutta la Gallia.
Il proconsole, dopo aver acquartierato per l’inverno le sue truppe,
tornò nella penisola italica, godendosi le belle notizie che arrivavano da
Roma, dove il Senato aveva proclamato 15 giorni di festeggiamenti in
onore delle imprese del nuovo grande conquistatore.
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