Giulio Cesare e la guerra gallica (anni 58-57 a.C.)

"De bello gallico"

 

riferimenti cronologici:
la guerra gallica................................................. 58 a.C. - 51 a.C.
il progetto degli Elvezi......................................... marzo - luglio 58 a.C.
lo scontro con gli Svevi di Ariovisto....................... settembre 58 a.C.
Cesare si prepara allo scontro con i Belgi ............... primavera 57 a.C.
Lo scontro con i Belgi ........................................ da primavera a settembre del 57 a.C.

mappe cronologiche

   

mappa della Gallia 

il progetto degli Elvezi

area di insediamento degli Svevi di Ariovisto

   

lo scontro con Ariovisto

la Gallia Belgica

 

Argomenti principali:
Premessa
Il progetto degli Elvezi
L’assemblea dei Galli
Lo scontro con Ariovisto
I Belgi in fermento
La fedeltà dei Remi
Lo scontro con i Belgi
Cesare padrone di tutta la Gallia

Premessa

Quando nel 59 a.C. la legge Vatinia aveva incaricato Giulio Cesare di svolgere il suo mandato proconsolare nella Gallia Cisalpina e nell’Illirico, sicuramente la preoccupazione dei Romani era proprio quella di stabilizzare l’Illirico per proteggere meglio la Gallia Cisalpina da possibili invasioni delle popolazioni traco-illiriche che, sotto la guida del Re Burebistas, si facevano sempre più intraprendenti e minacciose.

Queste popolazioni avevano iniziato una migrazione verso sud-ovest che rischiava di portarli in breve tempo a ridosso della Dalmazia.

In quegli anni però, anche la situazione della Gallia Celtica si andava facendo più complicata e quindi i confini della Gallia Narbonese non sembravano poi più sicuri di quelli dell’Illirico.

Gli Arverni, in lotta contro gli Edui, si erano rivolti ad Ariovisto, Re della popolazione germanica degli Svevi. Ariovisto aveva inviato le sue truppe mercenarie in appoggio agli Arverni e ai Sequani loro alleati, ma poi una volta risolto il conflitto aveva presentato il conto sia ai vinti e sia ai vincitori: dai Sequani pretendeva addirittura un terzo del loro territorio. Di fronte al pericolo germanico le tre popolazioni galliche avevano ritrovato la loro unità e avevano tentato di ooporsi al monarca Svevo, ma erano state sconfitte e così Ariovisto, nel 60 a.C., la sua porzione di territorio della Gallia se la era conquistata con le armi. La situazione aveva preoccupato Roma, che aveva spedito nella Narbonese, il proconsole Quinto Metello Celere, ma di fronte alla reazione Romana, Ariovisto si era dimostrato mansueto e aveva fermato la sua operazione di conquista. Il suo atteggiamento remissivo aveva convinto i Romani delle sue buone intenzioni tanto che Cesare, nel 59 a.C., all’inizio del suo consolato, gli aveva conferito il titolo di "amico del popolo Romano".

Il pericolo germanico era tornato sotto controllo, ma alcune popolazioni Celtiche, spaventate dalla ingombrante presenza di Ariovisto al di qua del Reno, avevano avviato strane manovre che rischiavano di generare una forte instabilità della regione: alcuni nobili si stavano organizzando per instaurare la monarchia in popolazioni che da tempo erano governate da potenti oligarchie e sopratutto dal potere della casta sacerdotale dei Druidi, inoltre gli Elvezi avevano dato il via ad un grande progetto di migrazione che li avrebbe portati ad attraversare l’intero territorio della Gallia rischiando di produrre reazioni a catena.

Questa situazione di grande instabilità spinse il Senato ad aggiungere la Gallia Narbonese tra le province assegnate al proconsole Giulio Cesare. Quale sarebbe stato il fronte dove Cesare si sarebbe impegnato per primo, quello orientale dell’Illirico o quello occidentale della Gallia Transalpina ?

Furono gli eventi a togliere il proconsole dall’imbarazzo: mentre Burebistas aveva invertito la sua direzione e si allontanava sempre più dai confini della Gallia Cisalpina, il progetto migratorio degli Elvezi aveva assunto estrema concretezza e gli stessi si stavano preparando alla migrazione e all’attraversamento della Provincia Romana.

Il progetto degli Elvezi

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Furono proprio gli Elvezi (Helvetii), nel 58 a.C., a fornire l’occasione giusta per Giulio Cesare per trasformare un’opera di governo e amministrazione di tre importanti province (la Gallia Narbonese, la Gallia Cisalpina e l’Illirico), in una grande operazione di conquista dei territori della Gallia Celtica.

Questo popolo si stava preparando a migrare dal suo attuale angusto territorio, verso i territori dei Santoni, una sorta di terra promessa all’estremità opposta della Gallia.

Il progetto prevedeva inizialmente di passare per la provincia Romana ed in particolare nelle terre degli Allobrogi, ma di fronte al rifiuto di Cesare, accorso precipitosamente a Ginevra (Geneba), gli Elvezi decisero di evitare la provincia e di passare per le terre dei Sequani e degli Edui.

Cesare approfittò proprio delle richieste di aiuto degli Edui per entrare nella Gallia Celtica e per contrastare il cammino degli Elvezi.

A capo di 5 legioni e con il supporto della cavalleria Edua, sconfisse in più riprese il popolo Elvetico, fino a costringerlo alla resa.

Gli Elvezi furono rispediti nella loro terra d’origine e furono costretti a ricostruire le città che avevano distrutto per rendere irrevocabile la loro decisione.

Erano partiti in 368.000 e ora tornavano indietro in 110.000, un popolo segnato da un conflitto lampo, da marzo a luglio del 58 a.C., che apriva a Roma e al suo condottiero nuovi scenari.

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L’assemblea dei Galli

Il deciso successo contro gli Elvezi aveva aumentato il prestigio di Cesare nei confronti dei Galli che ora si trovavano divisi tra sentimenti di ammirazione e di paura.

Da una parte la possibilità di utilizzarlo in difesa delle loro terre dal potenziale pericolo rappresentato dai Germani, dall’altra la minaccia rappresentata dall’espansionismo romano che in Cesare trovava la sua massima espressione.

Popoli fortemente divisi da appartenenze tribali e da anni di grandi conflittualità ora si trovavano costretti a decidere quale sarebbe stato il loro padrone degli anni a venire: gli Svevi di Ariovisto o i Romani di Cesare.

Questo fu l’argomento al centro di una grande assemblea dei popoli gallici convocata dagli Edui con il consenso del proconsole Romano. Proprio il fatto che l’assemblea venne convocata da Diviziaco, amico del popolo Romano, e che lo stesso Diviziaco la condizionò al permesso di Cesare, dimostra come ormai il governatore Romano esercitasse una sorta di sovranità sulla Gallia Celtica.

Benché Cesare non intervenne in alcun modo per condizionare l’esito dell’assemblea stessa, il suo rapporto privilegiato con il leader degli Edui e la presenza delle truppe romane a pochi chilometri dal luogo in cui il raduno si svolgeva rappresentavano una pressione sufficiente affinché i suoi esiti andassero nella direzione auspicata dal condottiero Romano.

Il vero obiettivo di Cesare erano gli Svevi di Ariovisto, un pericolo concreto per la politica espansionistica del proconsole, un popolo che al pari dei Romani ambiva ad estendere il proprio dominio sulla Gallia Celtica.

In passato, però, Ariovisto era stato considerato dallo stesso Cesare, in appoggio alla politica del Senato di Roma,  "amico del popolo Romano" e quindi ora serviva una solida motivazione affinché Cesare potesse scatenare una guerra nei confronti del Re Svevo.

Una richiesta di aiuto da parte dei Galli, ed in particolare degli Edui, avrebbe permesso a Cesare di aprire un contenzioso con Ariovisto: una provocazione che avrebbe generato una reazione del bellicoso capo barbaro e quindi le condizioni per quella che i Romani definivano una "guerra giusta".

E l’assemblea dei Galli andò nella direzione auspicata da Cesare; alla fine dei lavori, gli stessi Galli, rappresentati da Diviziaco, vennero a raccomandarsi affinché Roma e le sue truppe li aiutassero a liberarsi dall’oppressione che Ariovisto e il suo popolo esercitavano su di loro.

Gli Svevi avevano sfruttato la storica conflittualità tra gli Arverni e gli Edui, che negli anni era diventata un fattore di divisione anche per le altre popolazioni della Gallia Celtica che si erano via via schierate con una delle due fazioni in lotta.

Con gli Arverni si erano schierati i Sequani, e questi due popoli per contrastare efficacemente i temibili Edui erano ricorsi ad Ariovisto che aveva inviato in loro appoggio un contingente di 15.000 soldati mercenari.

Questa alleanza aveva si danneggiato gli Edui, incapaci di contrastare la forza militare degli Svevi, ma in realtà aveva segnato la fine dell’indipendenza anche per Arverni e Sequani ed in particolare per quest’ultimi, che avevano dovuto subire un processo di insediamento nel loro territorio al punto che ben tre quarti di questo era stato occupato dai Germani,  la cui presenza ad Ovest del corso del Reno veniva ormai stimata in 120.000 unità.

Gli Edui, poi, erano costretti a pagare pesanti tributi garantiti da ostaggi, i quali venivano sottoposti a pesanti supplizi quando gli Edui non obbedivano alle intimazioni di Ariovisto.

Diviziaco concludeva la sua relazione, esortando Cesare ad intervenire, altrimenti anche gli Edui ed altre popolazioni della Gallia, sarebbero state costrette a riproporre su vasta scala il progetto degli Elvezi e cioè quello di emigrare per sfuggire alla dominazione dei Germani.

Lo scontro con Ariovisto

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L’esplicita richiesta di aiuto pronunciata da Diviziaco permetteva a Cesare di motivare il suo intervento nei confronti di Ariovisto al quale fece pervenire immediatamente un perentorio invito a recarsi da lui per dei colloqui urgenti rispetto alla situazione degli Edui.

E considerato che Ariovisto rifiutava di recarsi in Gallia, anche perché riteneva che le questione degli Edui non dovesse interessare Roma, Cesare si mosse senza esitazioni verso di lui.

Nel percorso di avvicinamento, i Romani conquistarono Vesenzione, capitale dei Sequani, anticipando proprio le intenzioni di Ariovisto e delle sue truppe.

A quel punto Ariovisto accettò il colloquio che però si concluse senza un nulla di fatto: il Re degli Svevi riteneva infatti di aver acquisito per "diritto di guerra" il dominio sulla Gallia Celtica e quindi non era disposto ad accettare nessuna condizione da parte del proconsole Romano la cui giurisdizione era limitata ai territori della Gallia Narbonese.

Dopo questo colloquio la situazione volse al peggio, lo scontro inevitabile scoppiò nel giro di pochi giorni e risultò particolarmente difficile, al punto che le truppe Romane rischiarono seriamente di capitolare. Ma alla fine la migliore organizzazione militare delle legioni di Cesare ebbe la meglio e un’altra vittoria, ancora più prestigiosa di quella sugli Elvezi, venne ad arricchire la saga del grande comandante Romano, il cui prestigio cresceva vertiginosamente. I morti furono all’incirca 80.000 e solo pochi nemici riuscirono a mettersi in salvo, tra questi lo stesso Ariovisto che attraversò il Reno a bordo di una barca.

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I Belgi in fermento

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Con questa vittoria Cesare aveva acquisito un’indubbia supremazia sui popoli della Gallia e per togliere ogni dubbio a chi avesse potuto pensare il contrario, decise di acquarteriare il suo esercito, durante i mesi invernali, nei territori dei Sequani i quali si sarebbero dovuti occupare di alloggiarlo e mantenerlo: un segno inequivocabile del nuovo potere che Roma esercitava sulla Gallia.

Le truppe vennero lasciate sotto il comando del suo fedele luogotenente Labieno, mentre Giulio Cesare preferì rientrare nella Cisalpina, in parte per esercitare il suo ruolo di proconsole e in parte per non perdere di vista la situazione politica dell’Urbe.

Il bottino conquistato nella sua spedizione Gallica venne inviato a Roma dove Pompeo provvide a distribuirlo, decretando inoltre una festa di ringraziamento nei confronti del nuovo conquistatore.

Ma mentre si trovava nella penisola italica, Cesare venne a sapere che i popoli della Gallia Belgica erano in fermento e cospiravano apertamente contro Roma.

Preoccupato dalla situazione, l’indomito proconsole Romano, arruolò altre 2 legioni che si andavano così ad aggiungere alle 8 già a disposizione di Cesare.

Nella primavera del 57 le due legioni vennero inviate a Labieno, sotto il comando del legato Quinto Pedio. Pochi giorni più tardi lo stesso Cesare raggiunse il suo esercito e si predispose alla battaglia.

La fedeltà dei Remi

L’atteggiamento del proconsole fu ancora una volta caratterizzato da grande determinazione: Cesare si mise in marcia con il suo esercito verso le regioni della Gallia Belgica senza preoccuparsi troppo dell’inferiorità numerica del suo pur imponente esercito rispetto alle popolazioni di una delle regioni più popolose della Gallia.

Spaventati da questa marcia improvvisa, i Remi, uno dei popoli di questa regione, inviarono i loro personaggi più influenti a ribadire la fedeltà nei confronti di Roma. Con questa azione i Remi si posero sotto la protezione di Cesare, confermando comunque a lui la situazione particolarmente critica che si stava creando tra i Belgi, i quali si stavano alleando tra loro, e anche con alcune popolazioni Germaniche, allo scopo di ribellarsi a quella che si andava configurando come una nuova dominazione.

Sempre i Remi descrissero a Cesare l’esatto quadro della situazione; contro di lui si stavano coalizzando Bellovaci, Suessioni, Nervi, Atrebati, Ambiani, Morini, Menapi, Caleti, Veliocassi, Viromandui, Aduatici, Condrusi, Eburoni, Cerosi, Pemani, per un totale di uomini armati stimati all’incirca in 350.000 unità: una forza impressionante.

Lo scontro con i Belgi

Il proconsole non si lasciò impressionare e si diresse immediatamente verso il nemico che già si preparava ad invadere il territorio dei Remi, considerati a quel punto dei traditori. Il primo scontro tra i due eserciti avvenne proprio per contendersi una delle città dei Remi: Bibratte. Lo scontro fu molto aspro e indusse i Belgi a cambiare strategia. Dopo aver constatato la forza delle legioni e appreso che anche gli Edui, alleati dei Romani, avevano invaso il territorio dei Bellovaci, i Belgi decisero di dividersi e di rientrare ognuno nei propri territori: in questo modo pensavano di poter organizzare meglio la difesa dall’invasione Romana. Ma avevano fatto i conti senza l’oste e cioè senza Cesare, il quale caricato dal facile successo, decise di proseguire la sua azione di conquista. I primi a fare le spese della sua determinazione furono i Suessioni, conquistando rapidamente la loro capitale Novioduno (si arrese anche il Re Galba, che era stato considerato il vero leader della lega Belgica).

Poi toccò ai Bellovaci che si salvarono dall’ira del proconsole, grazie alla mediazione degli Edui. Poi agli Ambiani che si arresero invece senza colpo ferire. Con i Nervi la situazione si rivelò più complicata e i due eserciti furono impegnati in una battaglia campale, dove l’esercito Romano rischiò spesso di capitolare. Ma alla fine la superiore organizzazione militare dei soldati dell’Urbe risultò decisiva e il popolo dei Nervi venne praticamente annientato. Gli Aduatici, eredi dei Cimbri e dei Teutoni, si arresero quando Cesare fece avvicinare alle mura della loro città, le terribili torri d’assedio: la facilità con cui queste torri gigantesche venivano mosse sul terreno, avevano convinto i Germanici che i Romani potessero contare sull’aiuto degli dei.

Con questo ulteriore successo, Giulio Cesare aveva posto sotto il suo controllo tutta la Gallia Belgica: impressionati dalla sua forza, la maggior parte dei popoli di quella regione si arrese spontaneamente al nuovo "padrone".

Nel frattempo Cesare apprese che il suo legato, Publio Crasso, inviato con una legione a conquistare i territori che si affacciavano sull’Oceano, aveva centrato il suo obiettivo. Anche i Veneti, i Vnelli, gli Osismi, i Coriosoliti, gli Esuvi, gli Aulerci e i Redoni, si erano dovuti arrendere all’esercito che marciava sotto le insegne di Roma.

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Cesare padrone di tutta la Gallia

Ora Cesare si sentiva il padrone di tutta la Gallia.

Il proconsole, dopo aver acquartierato per l’inverno le sue truppe, tornò nella penisola italica, godendosi le belle notizie che arrivavano da Roma, dove il Senato aveva proclamato 15 giorni di festeggiamenti in onore delle imprese del nuovo grande conquistatore.

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