Giulio Cesare e la guerra gallica

"De bello gallico"

 

 

approfondimento: la guerra contro i Belgi

 

riferimenti cronologici: 

la guerra gallica.................................................. 58 a.C. - 51 a.C.  

Cesare si prepara allo scontro con i Belgi ............ primavera 57 a.C.

Lo scontro con i Belgi ........................................ dalla primavera a settembre del 57 a.C.

 

 

Argomenti principali:

I Belgi in fermento

La fedeltà dei Remi

La grande armata dei Belgi

Il primo scontro con il nemico

La grande ritirata dell'armata Belga

Suessioni, Bellovaci e Ambiani

Tocca ai Nervi

   

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Dopo la vittoria contro Ariovisto, Cesare, che ormai vantava un'indubbia supremazia su gran parte del territorio e sui popoli più importanti della Gallia, decise di svernare nella penisola italica ed in particolare nella Gallia Cisalpina, dove avrebbe esercitato il suo legittimo ruolo di proconsole e dove avrebbe ripreso contatto con la situazione politica dell'Urbe.

Giulio Cesare aveva inviato a Roma parte del bottino conquistato durante le campagne contro gli Elvezi e contro Ariovisto e aveva affidato al suo alleato Pompeo Magno il compito di distribuirlo. Pompeo aveva provveduto a dichiarare una festa di ringraziamento nei confronti del nuovo eroe del popolo Romano.

Prima di partire dalla Gallia, Cesare aveva acquarteriato le sue truppe nel territorio dei Sequani ordinando loro di alloggiarle e sfamarle per l'inverno: una sorta di ricompensa per la vittoria ottenuta nei confronti di Ariovisto, che aveva restituito ai Sequani vasti territori che erano stati precedentemente occupati dagli Svevi.

Le truppe Romane erano state lasciate sotto il comando di Tito Labieno, il legato di cui Cesare si fidava ciecamente.

Durante l'inverno, Cesare ricevette delle informazioni che lo misero in allarme, informazioni che venivano confermate dalle lettere di Tito Labieno. Le missive parlavano di una grande agitazione tra i popoli che abitavano la Gallia Belgica, popoli che si erano coalizzati in funzione antiromana e che si stavano inequivocabilmente preparando alla guerra.

Non era intenzione di Cesare sottovalutare queste notizie e così nella primavera del 57 a.C., il proconsole romano arruolò altre due legioni, la XIII e la XIV, che si andavano ad aggiungere alle 6 già a disposizione del comandante. 

Le affidò al legato Quinto Pedio, con l'ordine di condurle da Labieno, dove poi le raggiunse lo stesso Cesare nei primi giorni di maggio.

Una volta arrivato sul posto, Cesare ebbe la conferma che la situazione della Gallia Belgica volgeva la peggio e così mobilitò senza esitazioni le sue truppe e le condusse in appena 15 giorni ai confini con i territori abitati dai Belgi.

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Questa mossa sorprese i Belgi, che non si aspettavano una reazione così decisa. I Remi, uno dei popoli più importanti dalla regione, preoccupati dalla prospettiva di essere coinvolti in un conflitto che non avevano cercato, inviarono due dei loro personaggi più influenti, Iccio e Anducumborio, a parlamentare con il comandante Romano. A questi espressero la loro distanza dagli altri popoli della regione e quindi la loro intenzione di comportarsi da amici dei Romani, dei quali riconoscevano la supremazia. 

Ben diversa era la situazione degli altri Belgi, sia quelli di origine Gallica sia quelli di origine Germanica, i quali avevano radunato una grande armata e con questa si preparavano a scatenare una grande guerra contro le legioni Romane.

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Furono proprio i Remi a descrivere questa impressionante armata che era composta da almeno 350.000 unità.

 

 Bellovaci

100.000 

 Suessioni

50.000 

 Nervi 50.000 
 Morini 25.000 
 Aduatuci 19.000 
 Ambiati 10.000 
 Atrebati 10.000 
 Caleti 10.000 
 Veliocassi 10.000 
 Viromandui 10.000 
 Germani 40.000

 

I Bellovaci in virtù della loro forza, premevano per ottenere il comando supremo della Guerra, anche se per volontà comune dei Belgi, il comando venne affidato a Galba, il Re dei Suessioni.

Da questa descrizione, emergeva ancora più evidente la sproporzione di forze in campo: ai 350.000 armati Belgi, Cesare era in grado di opporre 8 legioni che erano formate all'incirca da un totale di 48.000 soldati.

Per questo il Generale si convinse che aspettare sarebbe stato un errore fatale; avrebbe dato il tempo a questa armata di organizzarsi sul piano militare: era preferibile giocarsi l'effetto sorpresa e comunque sperare che l'eterogeneità delle truppe avversarie, costituisse un implicito elemento di debolezza.

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Così dopo aver ottenuto l'aiuto degli Edui, a cui era stato dato il compito di mettere a ferro e fuoco i territori dei Bellovaci, senza indugio Giulio Cesare condusse il suo esercito incontro al nemico, che si apprestava ad invadere i territori dei Remi.

In poco tempo superò il fiume Aisne e si diresse verso Bibratte, una delle più importanti città dei Remi, dove da alcuni giorni era iniziato l'attacco della potente armata Belga.

Questa città era governata da Iccio, uno dei due ambasciatori che si erano recati da Cesare; fu proprio a lui a sollecitare il rapido intervento delle truppe Romane, vista l'impossibilità dei Remi di resistere al pesante attacco.

I rinforzi inviati dal proconsole resero così solida la resistenza degli assediati, al punto che gli assedianti decisero di abbandonare il loro proposito, rivolgendo la loro attenzione nei confronti del campo militare Romano.

Per alcuni giorni le due armate si studiarono evitando lo scontro diretto, ma limitandosi a qualche scaramuccia che serviva a testare il valore dell'avversario.

Una volta convintosi dell'inferiorità militare dei Belgi, Giulio Cesare decise di provocare l'avversario schierando le sue truppe.

Per compensare lo svantaggio numerico il proconsole Romano aveva fatto scavare delle lunge trincee ai lati del suo schieramento: voleva in questo modo evitare il pericolo di accerchiamento.

Cesare schierò in campo 6 delle sue 8 legioni: le altre due, quelle da poco arruolate, vennero lasciate a guardia del suo accampamento. Anche il nemico si schierò, ma l'attacco, che sembrava imminente, non scattò e questo perché nessuno dei due eserciti aveva intenzione di affrontare il terreno paludoso che divideva i due schieramenti. Allora Cesare riportò i suoi uomini nell'accampamento, mentre gli avversari tentarono una manovra di accerchiamento con la quale speravano di sorprendere i Romani alle spalle.

Per completare questa manovra avevano deciso di tagliare ogni possibile via di fuga alle truppe di Cesare conquistando l'unico ponte sul fiume Aisne, il quale era sotto il controllo di una guarnigione Romana, comandata dal legato Quinto Titurio Sabino.

Venuto a conoscenza del tentativo nemico, Cesare mandò la cavalleria Numida a sostegno della guarnigione. I cavalieri sorpresero i nemici mentre questi stavano guadando il fiume Aisne e non si lasciarono sfuggire l'occasione per seminare la morte tra i Belgi.

Questa sconfitta provocò grande sconforto tra le fila nemiche, accentuando le rivalità tra i diversi popoli che componevano l'armata Belga.

I Bellovaci poi avevano appreso, che gli Edui, guidati da Diviziaco,  erano penetrati nel loro territorio dove stavano seminando terrore e morte.

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Fu così che la grande armata Belga si sciolse come neve al sole, scegliendo una strategia fortemente difensiva: ognuno dei popoli che aveva preso parte all'impresa sarebbe ritornato in patria e da lì avrebbe organizzato la resistenza all'invasione Romana.

Abbandonarono quindi precipitosamente il proprio accampamento, creando sorpresa e sgomento tra i Romani, che non riuscivano a spiegarsi tale comportamento. Una volta che si fu ripreso dalla sorpresa, Cesare inviò la sua cavalleria a falcidiare la retroguardia Belga, che subì grave perdite.

In pochi giorni Cesare aveva disinnescato un grande pericolo, ma non era disposto ad accontentarsi di questo risultato considerato minimo. Il proconsole voleva sfruttare lo sbandamento dell'avversario per continuare la sua grande operazione di conquista sui territori della Gallia, punendo severamente quei popoli che avevano osato sfidare la potenza delle sue legioni.

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I primi a pagare furono i Suessioni, confinanti con i Remi e quindi facilmente raggiungibili dalle armate Romane. Le legioni si diressero senza esitazione verso la loro capitale, Novioduno. La espugnarono in meno di 24 ore, grazie alle grandi opere di ingegneria militare, come il grande terrapieno o come le torri d'assedio, costruite lontano dalle mura e poi trasportate in un batter d'occhio sotto le stesse. Con la caduta di Novioduno arrivò anche la resa di tutti i Suessioni, con in testa il Re Galba. 

A seguire arrivano le rese incondizionate dei Bellovaci e degli Ambiani, terrorizzati dall'idea di doversi scontrare con le legioni di Roma.

L'estate volgeva al termine, Cesare aveva ormai messo sotto controllo vasti territori della Gallia Belgica e ridotto all'impotenza i popoli più potenti della coalizione anti-romana, ma ancora una volta preferiva non accontentarsi: voleva sottomettere anche le tribù più settentrionali, completando il suo ambizioso disegno.

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Tra queste, la tribù più potente era quella dei Nervi, che divenne subito oggetto dell'attenzione del proconsole Romano. Con i Nervi anche i loro principali alleati, gli Atrebati, i Viromandui. 

Alla fine di una battaglia molto intensa, Cesare riuscì  a prevalere sulle loro armate, annientando anche questi irriducibili nemici.

La sua attenzione si spostò allora, sugli Eburoni e gli Aduatici, eredi degli odiati Cimbri.

Assediò la fortezza nella quale si erano riparati, li terrorizzò con le solite imponenti opere militari e quindi ne ottenne la resa senza colpo ferire.

Ma la notte seguente gli assediati cambiarono idea e tentarono una disperata sortita, provocando la forte reazione di Cesare. 4000 guerrieri vennero sterminati sul campo, mentre i 53000 abitanti della fortezza dove si erano rifugiati vennero imprigionati e venduti come schiavi.

 

Era la fine del mese di settembre del 57 a.C., Cesare ormai spadroneggiava su tutta la Gallia Belgica,  anche se avrebbe continuato ad esercitare il suo potere in modo particolare, senza cioè dichiarare l'ufficiale annessione di questa regione, così come di tutta la Gallia Celtica, nel novero delle province Romane.

 

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