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Giulio Cesare e la guerra gallica (anno 56 a.C.) "De bello gallico" riferimenti cronologici:
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Dopo aver domato, nell’anno 57 a.C., la ribellione dei Belgi, e dopo che il suo legato Publio Crasso aveva conquistato le popolazioni costiere del Nord, Giulio Cesare pensava di aver ottenuto il controllo completo della Gallia. Per questa ragione aveva deciso di svernare nella provincia Illirica, esercitando così, anche in quelle terre, la sua funzione di governatore. Ma la sua illusione era durata molto poco, aveva infatti appreso, non senza preoccupazione, che i Veneti si erano ribellati e avevano dato vita ad una lega di popolazioni galliche (la lega armoricana) in funzione anti-Romana. Dovette quindi lasciare l’Illirico, ma prima di tornare nella Gallia per occuparsi dei Veneti, cercò di consolidare la sua posizione politica, rilanciando il suo accordo con Pompeo e Crasso, dando così vita nella città di Lucca ad un nuovo accordo passato alla storia come il secondo triumvirato. Con questo accordo Cesare otteneva l’estensione del suo incarico di governatore delle Gallie per altri 5 anni. Con questo nuovo incarico ben stretto nelle pieghe della sua toga, il grande comandante romano riprendeva la via del nord, ben determinato a risolvere in fretta questa nuova grana. Nel frattempo i Veneti, il più importante tra i popoli della costa, che erano stati sconfitti e sottomessi dalle truppe guidate da Publio Crasso, avevano reso chiare le loro intenzioni prendendo in ostaggio Quinto Velanio e Tito Sillio, i quali si erano recati da loro per richiedere una fornitura di grano con il quale rifornire le truppe romane stanziate nei quartieri invernali. Avevano poi proposto di scambiare i due prigionieri, con gli ostaggi che Publio Crasso aveva preteso da loro, quando li aveva sconfitti pochi mesi prima. Il comportamento baldanzoso dei Veneti, aveva convinto altre popolazioni a seguire il loro esempio e ad imprigionare gli ambasciatori romani; le popolazioni costiere da poco conquistate aveva quindi trovato una nuova unità di intenti in funzione anti-romana.
Quando Cesare, ancora lontano dalla Gallia, venne a conoscenza di questo atto di ribellione, incaricò Publio Crasso di predisporre una flotta, costruendo navi da guerra e arruolando in loco gli equipaggi delle stesse. Più tardi, sistemate le questioni politiche dell’Urbe, il proconsole romano raggiunse il suo esercito e si preparò a guidare la repressione che come sempre sarebbe stata spietata. I Veneti a loro volta si stavano predisponendo alla guerra ottenendo aiuti e alleanze da parte di altre popolazioni di quelle regioni e addirittura dalla "lontana" Britannia. Cesare di contro sapeva che non poteva sottovalutare l’atteggiamento dei Veneti che rischiavano di diventare il simbolo della ribellione, ottenendo sempre più consensi intorno al loro tentativo. Sapeva inoltre che, mentre lui si concentrava contro i Veneti, avrebbe dovuto guardarsi i "fianchi" e le "spalle" da altri tentativi di ribellione e anche dai Germani che erano pronti a dare sostegno a questa rivolta anti-romana. E così mandò Tito Labieno a presidiare le terre dei Belgi, Publio Crasso a controllare gli Aquitani, e Quinto Titurio Sabino a contrastare Venelli, Coriosoliti e Lexovi. Diede poi il comando della flotta al giovane Decimo Bruto, che si incaricò di sostenere dal mare, l’azione terrestre contro i Veneti, condotta dallo stesso Cesare. Espugnare le città dei Veneti era un’operazione particolarmente complicata perché poste su alcuni promontori dove la maree con i loro cicli quotidiani ostacolavano le operazioni sia dal mare sia dalla terra. Del resto anche sul mare la flotta Romana era in difficoltà nei confronti delle navi dei Veneti, le quali erano più adatte a muoversi intorno a quei promontori anche nelle fasi di bassa marea. Eppure fu proprio una grande battaglia navale a far pendere la bilancia a favore dei Romani e a mettere fine al tentativo dei Veneti. Infatti i Romani, trovandosi di fronte a navi di grande stazza che erano inabbordabili con il sistema tradizionale, quello dei rostri, utilizzarono uno stratagemma che risultò vincente; montarono delle falci sopra delle lunghe pertiche e con queste "armi" improvvisate agganciavano e quindi a tagliavano le funi che reggevano le vele delle navi nemiche. Le vele senza il sostegno delle funi, crollavano rendendo le navi ingovernabili. In poche ore tutte le navi nemiche vennero catturate: la perdita della flotta gettò nello sconforto i Veneti che quindi decisero di arrendersi a Cesare. Giulio Cesare si dimostrò un comandante forte e spietato, poco incline alla pietà specialmente per chi non aveva rispettato l’inviolabilità degli ambasciatori: per lavare l’onta, i nemici più autorevoli vennero condannati a morte, mentre gli altri vennero venduti come schiavi. Mentre Cesare risolveva la questione contro i Veneti, Quinto Titurio Sabino si trovava a fronteggiare i Venelli comandati da Viridovice, il quale era diventato un punto di riferimento della rivolta contro Roma. Viridovice aveva ottenuto il sostegno delle altre popolazioni della zona, tra queste gli Aulerci, gli Eburovici e i Lexovi. Le due armate si trovavano a poche miglia di distanza, ma Sabino preferiva temporeggiare ed evitare lo scontro, resistendo alle continue provocazioni dei suoi nemici. Una volta che i Galli si furono convinti della codardia del comandante romano, lo stesso li attirò con uno stratagemma presso il suo campo e li attaccò di sorpresa con un azione talmente fulminea da non lasciare scampo alle armate di Viridovice. Anche la rivolta dei Venelli si concluse con un "massacro" consumato in poche ore. A Publio Crasso era toccato un compito non certo facile, l’Aquitania, una regione dove già in precedenza le truppe Romane erano uscite con le "ossa rotte". Per questa ragione, nel penetrare all’interno di quella regione, il legato Romano, utilizzò un atteggiamento molto prudente. Il primo vero ostacolo per lui fu rappresentato dai Soziati. Famosi per i loro cavalieri, i Soziati impegnarono duramente le truppe Romane, le quali però alla fine prevalsero, costringendo i nemici alla fuga. I superstiti si rifugiarono nella loro città, ma dopo un breve assedio, preferirono contrattare la resa con Publio Crasso, nonostante un tentativo disperato del loro comandante supremo Adiatuano. Successivamente Publio Crasso, spostò la sua attenzione verso i Vocati e i Tarusati che godevano dell’appoggio di truppe spagnole comandante da ex-ufficiali delle guarnigioni che avevano militato a fianco del grande ribelle Quinto Sertorio. Crasso comprese che il tempo non giocava a suo favore, ma al contrario permetteva ai suoi nemici di rafforzarsi e di consolidare le loro posizioni; ottenuto il consenso del consiglio di guerra, il legato passò all’azione. L’attacco fu determinato, ben condotto, con un azione a tenaglia che vide impegnata sia la fanteria sia la cavalleria; i nemici impressionati dall’azione dei Romani e compreso che non restava loro alcuna via di scampo, preferirono arrendersi consegnando a Publio Crasso una grande quantità di ostaggi. L’Aquitania era ormai completamente sottomessa a Roma, solo piccole popolazioni che vivevano ai confini con la Spagna evitarono di arrendersi, confidando sull’ostitilità dei territori montani in cui vivevano.
Cesare insieme a Tito Labieno si era recato nei territori dei Morini e dei Menapi, gli ultimi irriducibili ribelli; questi per evitare lo scontro diretto si rifugiarono nelle foreste e da lì attaccavano costantemente le truppe Romane impegnate nelle attività quotidiane. Cesare allora decise di inseguire i suoi nemici, radendo al suolo le foreste; la legna tagliata veniva utilizzata per proteggere i fianchi delle truppe impegnate nel disboscamento. Solo le retroguardie galliche finirono preda dei soldati Romani anche perché l’arrivo impietoso dell’inverno suggerì a Cesare di mettere fine al suo tentativo e di acquartierare le sue truppe negli accampamenti invernali presso i territori degli Aulerci e dei Lexoti. Un altra stagione era passata, la campagna Gallica procedeva con
successo, benché la pacificazione e la provincializzazione della Gallia
fosse ancora lontana da raggiungere.
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