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Taranto, Pirro e gli elefanti
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Due anni dopo la dichiarazione di guerra che Roma aveva espresso
contro Taranto, nel 280 a.c., Pirro il Re dell'Epiro, un paese
corrispondente alla moderna Albania, sbarcò in Italia, al comando di un
esercito di mercenari.
Aveva 38 anni, vantava una presunta discendenza con l'eroe greco Achille, veniva soprannominato "l'aquila" e soprattutto era animato da una grande ambizione. In Italia si era fatto precedere dal suo luogotenente Milone che aveva già tentato di ingaggiare battaglia con le truppe romane comandate dal console Publio Valerio Levino, il quale aveva preferito evitare lo scontro e si era attestato presso Eraclea, un paese nel territorio dei Lucani. E proprio ad Eraclea, avvenne il primo scontro tra le legioni romane e le truppe comandate dal monarca epirota. Fu una battaglia cruenta che venne deciso in favore di Pirro, per la bravura delle sue truppe ma soprattutto per l'uso di un arma a cui le truppe quirite non erano preparate: gli elefanti. I romani non ne conoscevano neanche l'esistenza, tanto da averli scambiati inizialmente per dei grandi buoi, "i buoi lucani", e certo non ne potevano prevedere l'uso sul campo di battaglia dove i pachidermi creavano scompiglio, sia nella fanteria sia nella cavalleria, con la loro grande mole. Inoltre portavano in groppa una torretta con dei soldati pronti a colpire dall'alto i loro avversari. La battaglia volse a favore degli epiroti, i romani finirono per perdere quindicimila soldati. Ma un elefante ferito dal legionario Caio Minucio, si rivolse contro le proprie fila e influenzando il comportamento degli altri pachidermi, contribuì a bilanciare il numero di perdite, al punto che Pirro, alla fine della battaglia, invece di festeggiare le vittoria fu preso dallo sconforto: conscio delle gravi perdite subite, si racconta di tredicimila soldati, non accettava l'alto costo pagato per la vittoria. Da quel giorno ogni vittoria ottenuta ad un costo troppo alto verrà definita una "vittoria di Pirro". Pirro tentò a quel punto di raggiungere Roma, sperando di avvalersi nella sua marcia dell'appoggio delle popolazioni sottomesse al dominio romano. Arrivò fino a Preneste, ma incalzato a sud dalle truppe del console Publio Valerio Levino, a nord dall'altro console Tiberio Coruncanio e mentre Roma veniva saldamente difesa dal dittatore Gneo Domizio Calvino, Pirro si convinse a tornarsene nell'Italia meridionale. Nel 279 a.C., gli eserciti nemici si scontrarono ancora, presso Ausculum di Apulia. Ancora una volta a prevalere furono i soldati comandati dal valente generale epirota, ma anche questa battaglia costò a Pirro, un alto prezzo in vite umane. Pirro si convinse che Roma rappresentava un ostacolo troppo duro e pensò che in fondo per realizzare le sue ambizioni fosse più opportuno modificare i suoi obiettivi, puntando a strappare il predominio marittimo ai Cartaginesi. Per raggiungere questo obiettivo diventava sicuramente strategico conquistare la Sicilia, all'epoca controllata dal popolo punico, e quindi era importante disimpegnarsi dalla guerra contro Roma, che già era costata tanto al Re dell'Epiro. Nel 280 a.C. Pirro inviò Cinea, il suo più bravo ambasciatore, a trattare con il Senato di Roma le condizioni per una pace tra i due popoli e, probabilmente, a stabilire un'alleanza in funzione anti Cartagine, all'epoca alleata dei romani. E sembra che l'eloquenza del diplomatico epirota stesse riuscendo nell'intento, quando in Senato si presentò Appio Claudio Cieco, ancora lui, affermando che nessun accordo fosse possibile finché l'esercito straniero non avesse abbandonato la penisola italica per far ritorno nella propria terra. E' più plausibile che l'accordo saltò perché una flotta cartaginese, preoccupata per le trattative, si presentò nel porto di Ostia, offrendo il proprio aiuto contro Pirro. Cinea venne allontanato da Roma, e raggiunto l'accampamento epirota, cercò di convincere il suo Re ad abbandonare l'Italia e la guerra con Roma, giudicata da lui troppo potente. Durante la sua permanenza a Roma, l'ambasciatore si era convinto che ogni cittadino romano andava considerato alla stregua di un Re. Pirro replicò, alla nuova alleanza tra Roma e Cartagine, sbarcando improvvisamente in Sicilia, rispondendo alla richiesta di aiuto dei siracusani, assediati dai cartaginesi. Aveva lasciato un presidio a Taranto, ma si era portato appresso gran parte dell'esercito; la sua abilità e l'effetto sorpresa giocarono a suo favore e oltre, a liberare Siracusa dall'assedio, riuscì a conquistare altre città, costringendo le truppe puniche a ritirarsi nella fortezza di Lilibeo. Per conquistare definitivamente la Sicilia, Pirro aveva però bisogno del sostegno di tutte le città greche presenti nell'isola, le quali si dimostrarono invece molto diffidenti nei suoi confronti e cercarono di convincerlo a rinunciare al suo intento e a raggiungere un accordo di pace con Cartagine. Deluso da questo atteggiamento Pirro decise di tornare in Italia e di risolvere definitivamente il conflitto con Roma. Durante la sua assenza l'esercito romano non era certo rimasto con le "mani in mano", e aveva provveduto a riconquistare gran parte dei territori perduti, sottomettendo nuovamente Lucani e Sanniti e riconquistando città importanti come Crotone e Locri. L'esercito romano si era anche addestrato per contrastare gli elefanti, la terribile arma del nemico. Contro di loro, i romani erano pronti a schierare i terribili carri da guerra, copiati ai Galli Senoni. Ma erano state approntate anche altre tecniche anti-elefante: le frecce incendiare, i fossati, le assi chiodate, le piattaforme semoventi. La tecnica più usata era comunque quella dell'azzoppamento, con un attacco da dietro portato da fanti coraggiosi. Nel 275 a.c., l'esercito epirota e quello romano, comandato dal console Manio Curio Dentato, si scontrarono presso Maleventum. Stavolta la vittoria fu indiscutibilmente ad appannaggio dell'esercito quirito che in onore di questa vittoria trasformò il nome della città nel più augurale Beneventum. Durante la cerimonia del trionfo, gli elefanti furono gli autentici protagonisti, suscitando gli interessi di chi non li aveva mai visti prima. Pirro sconfitto ed umiliato, dopo aver lasciato un forte presidio a Taranto comandato dal figlio Elleno e dal generale Molone, se ne tornò in patria. Morirà nel 273 a.c. in un modo alquanto stupido, colpito da una tegola lanciatagli in testa da una vecchia di Argo. In questi due anni, l'esercito romano, completò l'occupazione di tutta l'Italia meridionale. Dopo la morte di Pirro, anche Taranto si arrese spontaneamente riconoscendo il predominio di Roma. |