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Iª guerra sannitica
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I sanniti erano un insieme di tribù che vivevano a sud di Roma
ed in particolare nelle zone di confine tra l'Abruzzo e l'Irpinia; i
loro villaggi avevano nomi quali: Bovianum, Caudium e Maleventum. Era una
popolazione che viveva in zone montuose e che, ha causa della forte
crescita demografica, era particolarmente attirata dalle fertili
pianure della Campania e soprattutto cercava uno sbocco sul mare
Tirreno. Proprio questa necessità di conquista aveva spinto le varie
tribù sannitiche a riunirsi in una confederazione militare che aveva
costituito un esercito molto numeroso e particolarmente
agguerrito.
Nel 343 a.C., la voglia di espansione verso la Campania, si concretizzò con l'aggressione a Capua, una città che faceva parte della federazione campana. L'attacco alla città campana era venuto come conseguenza di un'altra aggressione, quella al popolo sidicino, un popolo insediato nella città di Teano. I campani, nel tentativo di fermare i temibili sanniti, si erano alleati con i sidicini, i quali però erano stati presto sconfitti lasciando campo libero ai sanniti, verso la Campania e soprattutto verso Capua. Gli abitanti di Capua, terrorizzati, decisero di chiedere aiuto a Roma, l'unica città in grado di contrastare l'aggressione sannitica. Gli ambasciatori che si recarono a Roma, sapevano perfettamente che la stessa era legata ai sanniti da un trattato di alleanza stipulato alcuni anni prima, ma contavano sul fatto che il popolo quirito, era animato da una voglia di espansione verso sud, e soprattutto verso le pianure della Campania dove si producevano grandi quantità di frumento, altrettanto forte a quella che animava i sanniti. I senatori romani, che ricevettero la delegazione campana, erano fortemente imbarazzati, di fronte alla drammatica richiesta di aiuto. La Campania e il suo frumento era effettivamente una grande tentazione, ma violare un trattato nell'antichità era una fatto particolarmente grave, soprattutto dal punto di vista religioso. Fu per questo che in prima battuta, i romani, si videro costretti a rifiutare l'accorato appello. I Campani non si persero d'animo e giocarono la carta decisiva con un atto di sottomissione unilaterale, diventando in questo modo sudditi di Roma. In questa situazione, i sanniti, aggredendo il nuovo possedimento romano, avevano implicitamente violato il trattato con Roma, giustificando la reazione della stessa in aiuto del popolo campano. I Romani decisero comunque di tentare una mediazione e di convincere i sanniti a desistere dal loro intento, mandando una delegazione a trattare con i loro capi. Ma il tentativo di mediazione fallì miseramente e lo scontro risultò inevitabile. Le truppe romane furono affidate ai due consoli di quell'anno: Valerio Corvo, a cui fu destinata la Campania, e Cornelio Cosso, che invece venne incaricato di conquistare il Sannio. I due eserciti si temevano a vicenda, e quindi la guerra era fatta soprattutto di piccoli scontri anziché di grandi battaglie. Anche la tradizione romana, prodiga di eroi e di eroismi, incontrava grosse difficoltà a tramandare ai posteri qualche episodio degno di nota. Tra tutti si distinse un tribuno militare di origine plebea, Publio Decio Mure, per una attacco notturno con il quale creò seri problemi ai suoi nemici. La guerra si concluse dopo due anni, nel 341 a.C., a seguito di una vittoria romana, ottenuta presso Sessuola, vicino Capua. Dopo questa sconfitta, infatti i sanniti, proposero ai romani di ripristinare l'antico trattato di alleanza tra i due popoli, rivendicando comunque il diritto di portare avanti la loro guerra contro i sidicini. Il Senato di Roma, accettò la proposta e rivolse immediatamente la sua attenzione verso i popoli della Lega Latina che, dopo aver rifiutato di fornire i loro soldati per la guerra sannitica, stavano complottando contro Roma. |