La guerra con la Lega Latina
(riferimento cronologico: 343 - 290 a.C.)

Così la racconta Montanelli

[...] Però una conseguenza rimase: la "protezione" di Roma su Capua, che a tal punto si sentì protetta da invitare i latini ad un fronte unico contro la comune protettrice. I Latini aderirono e Roma, da alleati, se li trovò improvvisamente nemici. Fu un brutto momento, che richiese i soliti eroici episodi per superarne le difficoltà. Il console Tito Manlio Torquato, per dare un esempio di disciplina, condannò a morte a proprio figlio che, contrariamente all'ordine di non muoversi, era uscito dai ranghi per rispondere all'oltraggio di un ufficiale latino. E il suo collega Publio Decio Mure, quando gli àuguri gli dissero che solo col sacrificio della sua vita avrebbe salvato la patria, avanzò da solo contro il nemico, lieto di farsi uccidere.
Veri o inventati che siano questi episodi, Roma vinse, e sciolse la Lega Latina che l'aveva tradita. Con questo finì la politica "federalistica" usata sino ad allora, e s'inaugurò quella "unitaria" del blocco unico. Alle diverse città che avevano composto la Lega, Roma concesse diverse forme di autonomia, in modo da impedire una comunanza d'interessi tra loro. Era la tecnica del divide et impera che faceva capolino. Fra le città soggette non ci dovevano essere rapporti politici. Ognuna di esse li serbava solo con l'Urbe. In Campania furono mandati coloni, che ebbero in regalo le terre conquistate e vi costituirono gli avamposti della romanità nel Sud.

Appena conclusa la Iª guerra sannitica, il Senato della Repubblica Romana rivolse la sua attenzione verso la Lega Latina, con la quale era entrata in contrasto a causa del rifiuto della stessa a fornire soldati in appoggio a Roma, nella guerra contro i sanniti.

Inoltre a Roma era arrivata voce che i popoli della Lega stavano complottando con i Volsci e con i Campani, contro il popolo dei Quiriti.

I campani si dimostravano particolarmente ingrati, visto che Roma era scesa in guerra con i sanniti proprio in difesa della popolazione di Capua.

A scatenare la guerra, che rompeva di fatto il trattato ("Foedus Cassainum") stabilito nel 496 a.c., dopo la battaglia del Lago Regillo, fu la richiesta da parte di un pretore latino, Lucio Annio di Sezia, che pretendeva che uno dei due consoli e la metà dei Senatori fossero riservati ai latini. Questa richiesta era stata presentata davanti al Senato di Roma, come condizione per evitare lo scontro fraticida provocando lo sdegno degli stessi senatori e, secondo la tradizione anche quello degli dei. Si raccontava, infatti, che il pretore latino, abbandonando il Senato di corsa durante un forte temporale, era scivolato battendo fortemente la testa sui scalini, perdendo in questo modo la vita.

L'esercito romano entrava quindi in guerra, guidato dai due consoli dell'anno: Tito Manlio Torquato e Publio Decio Mure.

Il primo fece giustiziare il proprio figlio perché, disobbedendo agli ordini ricevuti, aveva sfidato a duello, e ucciso, uno dei capi delle truppe tuscolane. Con questa punizione esemplare Tito Manlio ribadiva il valore della disciplina e soprattutto l'alto grado di responsabilità di chi esercitava il comando.

Publio Decio Mure, invece, allo scopo di ingraziarsi gli dei, si immolava, andando incontro al nemico da solo. Questo gesto eroico, con il quale il console romano perdeva la vita, fu la conseguenza di un sogno, nel quale un uomo di grandi dimensioni aveva affermato che solo in questo modo la guerra si sarebbe risolta a favore dei romani.

E così fu ! La guerra venne vinta da Roma, dopo una decisiva battaglia, presso Trifano nel 339 a.C.

Nel 338 a.C. la Lega Latina, la lega "tra gli equali" nata con il trattato denominato "Foedus Cassianum", cessava di esistere; le città latine furono soggette a forti limitazioni e vincoli, con i quali Roma assumeva definitivamente il dominio sul Lazio.

I romani, nel "punire" i popoli latini utilizzarono "pesi e misure" profondamente diverse a seconda delle situazioni che si trovarono ad affrontare: alcune città furono completamente distrutte ad altre fu addirittura riconosciuta la cittadinanza romana.

Il conflitto non terminò del tutto con la battaglia di Trifano, alcuni popoli continuarono a ribellarsi, subendo la dura repressione di Roma.

Tra i più ribelli si ricordano i privernati, i quali erano comandati dal cittadino di Fondi Vitrurio Facco, molto conosciuto anche a Roma, dove possedeva una casa.

La città di Priverno, fu conquistata nel 329 a.C., dopo un lungo assedio, da parte del console Caio Plauzio, Vitrurio venne fatto prigioniero e poi successivamente ucciso.

Nonostante la forte opposizione dimostrata, ai privernati venne concessa la cittadinanza romana: il Senato, considerata la loro vicinanza con i sanniti, preferì trattarli con benevolenza, facendone dei buoni alleati piuttosto che dei sudditi ribelli.