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La plebe sul Monte Sacro
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In un momento così difficile della sua giovane storia, i romani
continuavano ad avere seri problemi di coesione interna. Il rapporto
tra patrizi e plebei continuava a degradarsi sempre di più a causa
della condizione difficile in cui versava la plebe, una condizione che era
notevolmente peggiorata proprio a causa delle continue guerre che Roma
aveva dovuto combattere con i suoi tanti nemici.
Roma aveva perso Per sopravvivere, questi disperati, erano costretti a chiedere dei prestiti ai ricchi proprietari terrieri, prestiti che, normalmente, non erano in grado di restituire. La legge romana su questo aspetto era molto dura e la sanzione per i debitori era la schiavitù: il creditore aveva diritto di disporre della vita del debitore. Si racconta di episodi in cui un debitore veniva squartato e il suo corpo veniva diviso tra tutti coloro che vantavano una parte del credito. Tito Livio racconta come un giorno, mentre la guerra contro i Volsci era alle porte, un uomo di una certa età camminasse per le strade di Roma tutto malconcio: essendogli stato chiesto perché fosse in quella condizione, raccontò che durante la guerra contro i sabini, i suoi nemici gli avevano razziato il raccolto, incendiato la fattoria e portato via il bestiame. In quella situazione disastrosa, per far fronte alle tasse, si era indebitato pesantemente e, a causa degli interessi, aveva perso le poche proprietà di cui era ancora in possesso. Ma non contento il creditore lo aveva costretto non alla schiavitù, bensì alla tortura. Dicendo questo mostrò la schiena coperta da cicatrici. A quella vista, i plebei cominciarono ad agitarsi e presto l’agitazione si diffuse in tutta la città. Roma rischiava di finire nell’anarchia se non addirittura in una guerra civile, questo mentre la sua integrità veniva minacciata a sud dall’aggressivo popolo dei Volsci e a nord dai Veienti che, approfittando della situazione in cui versava l’eterna rivale tentavano di prendersi una rivincita dalle tante umiliazione subite. Di fronte al pericolo, il console Publio Servilio, cercava di placare la folla in tumulto ma i discorsi retorici e il gesto drammatico con cui il console abbandonò la toga purpurea, simbolo del potere, non sembravano sortire effetto. Solamente dopo aver promesso che la schiavitù per debiti sarebbe stata abolita, la situazione tornò alla calma. Ma la tranquillità non durò molto, infatti, respinto il pericolo incombente, l’altro console romano, un nobile che di nome faceva Appio Claudio rinnegò le promesse del suo collega e proseguì in una politica antiplebea. La protesta riprese forte e vigorosa e fu così che un certo Sicinio Belluto aizzò i soldati affinchè attuassero una forma clamorosa di ribellione: la secessione. E così un folto numero di soldati di origini plebee, abbandonò Roma e si recò in una collina fuori città, al di là dell’Aniene. Inutili erano le esortazioni che li invitavano a tornare in città per contribuire alla sua difesa. Anzi queste esortazioni sembravano avere effetto contrario perché flotte di plebei lasciarono l’Urbe per unirsi ai ribelli. Preoccupati dalla crescente ostilità dei popoli nemici, i senatori inviarono ambasciatori a trattare con i secessionisti, ma non ottennero altro che rifiuti. Del resto la logica che li animava era semplice: non c’era nessuna ragione per tornare a Roma a difendere gli interessi di chi li aveva ridotti in schiavitù. Nel frattempo il patriziato si era spaccato in due fazioni: quella intransigente, e cioè contraria ad ogni trattativa, e quella più moderata che di fronte al pericolo era disposta a concedere qualcosa ai ribelli pur di arrivare alla riconciliazione. Anche tra i plebei le posizioni erano diversificate e tra gli irriducibili si distingueva un certo Lucio Giunio che, appropriandosi del nomignolo di Bruto, si richiamava all’omonimo “padre della Repubblica” e come lui era si dimostrava contrario ad ogni compromesso. In questa situazione di stallo, senza apparenti vie d’uscita, emerse la figura di Menenio Agrippa, un uomo di origine plebee che era arrivato alcuni anni prima alla carica di console, oppure un personaggio di fantasia partorito dallo storico Tito Livio. Menenio Agrippa con un discoso molto intenso e pieno di buon senso convinse i senatori ad affidargli l’incarico di trattare con i ribelli al fine di trovare un accordo che permettesse di ritrovare l’unità del popolo quirito contro i nuovi nemici. Nel suo discorso, oltre a perorare le ragioni del compromesso; Menenio, riconosceva la validità delle rivendicazioni della plebe e della loro scarsa fiducia nei confronti dei patrizi. Arrivato al campo dei ribelli, alla testa della delegazione incaricata di portare avanti le trattativa, Menenio Agrippa cercò subito di convincere i secessionisti della concretezza del suo tentativo, invitandoli a formalizzare le loro richieste e garantendo che le stesse sarebbero state accettate dal Senato. I secessionisti rimasero colpiti dalle affermazioni perentorie di questo nuovo mediatore, ma la diffidenza accumulata in tanti anni di promesse e vessazioni continuava a prevalere. Nessuno diceva niente e qualcuno della delegazione cominciava a temere il peggio. Fu proprio in quel frangente che Menenio Agrippa dimostrò tutta la sua arguzia, raccontando una storia dove si narrava che le varie parti del corpo di un uomo avevano deciso di ribellarsi allo stomaco perché non trovavano giusto che lui sfruttasse tutto il loro lavoro e che per tutto il giorno non facesse altro che aspettare il cibo che loro procuravano. E così si organizzarono e decisero di non mangiare più; con questo gesto volevano costringere lo stomaco a lavorare per procurarsi il cibo. Ma, dopo alcuni giorni, il corpo, rimasto senza cibo, cominciò ad indebolirsi e quando fu sul punto di morire, tutte le membra si resero conto che anche lo stomaco svolgeva una funzione vitale. Questa parodia voleva metteva in evidenza come nello Stato, alla stessa tregua del corpo umano, ognuno svolge una funzione importante e vitale e questo vale anche per i patrizi. La secessione di una parte dello Stato rischiava di portare alla morte dello Stato e quindi anche delle sue componenti sociali. Questa parodia convinse i ribelli ad accettare il compromesso che gli veniva offerto dal Senato Romano e insieme a Menenio Agrippa formalizzarono le loro richieste. Si arrivò così all’istituzione dei tribuni della plebe, il cui scopo era quello di proteggere i plebei dagli abusi del potere. Erano due, venivano eletti esclusivamente dalla plebe e restavano in carica un anno. La loro forza si basava su due principi essenziali: la loro inviolabilità, il popolo aveva il diritto di uccidere chiunque attentasse alla loro vita, e il diritto di veto che consentiva loro di invalidare qualsiasi provvedimento del Senato che andasse contro i diritti di quella parte maggioritaria di cui loro divenivano i legittimi rappresentanti. Le loro case dovevano restare aperte notte e giorno perché in ogni momento si potessero far valere i diritti violati di un plebeo. Era il 494 a.C., un anno che entrò di diritto nella storia leggendaria di questa città, attraverso una riforma che condizionò fortemente lo sviluppo degli avvenimenti di lì in avanti. Un anno che giustamente il popolo romano considerò sacro, come sacra era considerata la vita dei tribuni della plebe. E anche quell’anonima collina al di là dell’Aniene, diventò il Monte Sacro un nome che verrà tramandato ai posteri, fino ai nostri giorni, dove uno dei più importanti e popolosi quartieri di Roma continua a portare il nome di quel colle sul quale si è sviluppato. Su quel monte venne costruito un importante tempio dedicato a Giove, che diventò oggetto di culto per tutti i plebei. I primi tribuni della plebe furono Caio Licinio e Lucio Albinio che, in questo modo, entrarono a far parte della storia di Roma. |