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La battaglia di Filippi
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Risolta la questione dei "nemici interni" con le liste di proscrizione, i triumviri passarono ad occuparsi dei "nemici esterni"; come scrive Patercolo: “Cesare (Ottaviano) e Antonio fecero allora passare i loro eserciti in Macedonia e presso la città di Filippi vennero a battaglia con Marco Bruto e Cassio” (II,70) Lo storico romano, in questo frangente, è molto sbrigativo ed evasivo, scordandosi quasi che tra l’inizio del periodo del "terrore" e la battaglia di Filippi passarono diversi mesi tra i più drammatici che Roma visse nella sua millenaria storia. Ma non solo; Antonio ed Ottaviano, infatti, prima di dedicarsi allo scontro con i "cesaricidi", dovettero vedersela anche con Sesto Pompeo, figlio di "Pompeo Magno", che con la sua flotta controllava gran parte del traffico marittimo nel bacino del Mediterraneo. Ma andiamo con ordine, evitando lo stesso errore di Patercolo. Il comportamento dei triumviri, nel corso di quel 42 a.C. fu a dir poco spregevole; l’oro e i denari non bastavano mai e per loro tutti i mezzi erano diventati leciti, per impossessarsene. Plutarco ci narra, ad esempio che i tre, saputo che presso le Sacre Vestali molti cittadini avevano depositato in custodia i loro averi, non ebbero alcuna remora a varcare il portone del Sacro Collegio e a prenderseli. Benché tutti e tre si macchiarono di questi delitti, “la maggior parte delle accuse andava ad Antonio, che era più anziano di Cesare, più potente di Lepido” (Plutarco, vita di Antonio, 21); chissà che tutte queste maldicenze non fossero manovrate ad arte da Ottaviano per screditare il collega? Sta di fatto che, mentre a Roma continuavano le esecuzioni e gli arresti, in Asia Bruto e Cassio avevano iniziato un’opera di occupazione dei territori limitrofi alle loro province di competenza, con lo scopo non solo di crearsi dei territori "cuscinetto" alle loro spalle, ma anche con l’intento di trovare sempre nuovi fondi da assegnare alle legioni, nell’imminenza dello scontro con i triumviri. Così mentre Bruto aveva occupato la Licia, Cassio aveva dapprima assediato e poi distrutto Rodi. Come scrisse Patercolo “Cassio era migliore come generale quanto Bruto lo era come uomo. Fra i due avresti preferito Bruto come amico, ma come nemico avresti maggiormente temuto Cassio; più virtuoso il primo, più ardimentoso l’altro”. Senza volerlo, proprio in quel momento di "bisogno", i due s’erano ritrovati come naturale alleato, Sesto Pompeo che, nominato dal Senato comandante della flotta navale, prima del colpo di Stato di Ottaviano, si era ritrovato ad avere alle proprie dipendenze una ingente quantità di navigli con cui aveva occupato parte della Sicilia, facendone la base di tutti coloro che fuggivano da Roma per salvarsi dalle proscrizioni. Fu Ottaviano il primo a preoccuparsi di Sesto Pompeo, decidendo alla fine, di mandargli contro il suo legato Quinto Salvidieno Rufo, ma questi, dopo qualche piccola battaglia vinta, quando fu il momento dello scontro decisivo, andando incontro a una sicura sconfitta, preferì riparare a Brindisi dove c’era il Quartier Generale di Antonio. Proprio a Brindisi, a metà settembre, gli eserciti di Antonio e Ottaviano si imbarcarono verso l’Illiria (l’altro triumviro, Lepido, era stato lasciato a difesa di Roma), approfittando del fatto che Stajo Marcio, incaricato da Pompeo di perlustrare quella parte dell’Adriatico, proprio per ostacolarli, aveva avuto l’ordine di dirigersi, di corsa, verso il basso Mediterraneo, per bloccare una flotta di navi mandate dalla regina d’Egitto Cleopatra in aiuto dei triumviri. La fortuna fu solo in parte con Stajo Marcio, infatti le navi egiziane incapparono in una tempesta ed affondarono, ma egli non riuscì a tornare indietro in tempo per evitare il trasbordo dall’altra parte delle 18 legioni poste agli ordini di Ottaviano e Antonio. All’inizio dell’ottobre del 42 a.C. i due eserciti si ritrovarono sulla piana di Filippi uno di fronte all’altro, pronti per lo scontro. La posizione dei due "congiurati" era buona, coperti da una parte dai boschi e dall’altra da una zona paludosa, mentre alle spalle avevano le gole che portavano fino in Tracia. Era il punto giusto per attendere il nemico e così fecero, aspettando le mosse dei due rivali. Questi capirono subito che attaccando si esponevano ad un grandissimo pericolo, ma compresero anche che quella doveva essere una sorta di battaglia della vita, senza esclusione di colpi, non si poteva sperare in una "rivincita" (benché poi essa avvenne), chi vinceva aveva in mano il potere, i vinti, invece la polvere e la morte… Gli ultimi preparativi, prima della battaglia, i due eserciti li passarono ad alzare opere di difesa e di "ostacolo" per i rivali, come la costruzione di un muro da parte di Cassio, per coprirsi le spalle, o la costruzione di una diga da parte di Antonio, che voleva in questo modo precludere l’accesso al mare ai ‘senatoriali’, in caso di fuga. Quando tutto fu a posto, la battaglia divampò, cruenta come non si poteva immaginare da nessuna delle due parti, e vide primeggiare fra tutti Bruto e Antonio, che si dimostrarono (in quell’occasione) dei veri "‘geni"’ dell’arte guerresca. Le legioni di Cassio non riuscirono ad attutire la foga di quelle di Antonio e dovettero dapprima indietreggiare e poi darsi alla fuga, nonostante l’accanimento del loro capo che li invocava alla resistenza. Poi alla fine anche Cassio, per non cadere nelle mani nemiche dovette accettare il ripiegamento, fin sopra a una collinetta, con il cuore lacerato dalla convinzione di aver perso la battaglia. In realtà, mentre le sue truppe erano in rotta, quelle di Bruto avevano la meglio su quelle di Ottaviano, approfittando della mancanza di questi dal campo di battaglia (chi lo voleva febbricitante e chi, invece, solo graziato da un sogno rivelatore). Il conto era in pareggio, ma Cassio non poteva certo saperlo; solo per scrupolo decise di mandare un suo cavaliere, di nome Titinio, in ricognizione, ma non vedendolo tornare, pensò che anche lui aveva fatto la fine di Bruto e dei suoi, per cui da buon romano decise che era arrivato il momento di darsi la morte. Chiamato al suo cospetto il fidato liberto Pindaro, si coprì il capo con la sua clamide e porse il collo all’ex servo, che lo colpì. Si narra che appena pochi minuti dopo la morte di Cassio, Titanio fece il suo ingresso nell’accampamento con la notizia della vittoria di Bruto; vedendo il corpo esangue del suo generale, Titanio si sentì talmente in colpa di aver perso troppo tempo, che si uccise a sua volta. Bruto a quel punto, inconsapevolmente, fece l’errore che gli costerà la vittoria finale, non proseguì nell’attacco vittorioso, inseguendo le legioni in fuga di Ottaviano, ma si limitò a riordinare le fila, tanto che Plutarco nella sua vita di Bruto scrive a riguardo: “Se infatti persero la battaglia, una cosa sola li rovinò proprio in questo momento: Bruto non andò a soccorrere Cassio, credendo che avesse vinto anche lui, e Cassio non aspettò il soccorso di Bruto, credendolo perso egli pure”. Bruto si rese conto di quello che era successo all’amico solo al ritorno dall’aver devastato il campo di Ottaviano; poté (a quel punto) solo recuperarne il corpo e mandarlo a Taso per una degna sepoltura, poi prese sotto di se le truppe superstiti di Cassio (che avevano perso tutto, tanto che Bruto promise ad ogni soldato 2000 dracme di risarcimento) e solo allora passò alla conta dei morti e dei feriti. Si contarono 8.000 morti tra i "senatoriali" e quasi il doppio tra i triumviri. Ottaviano a queste cifre già catastrofiche, dovette aggiungere anche la perdita di un ingente numero di legionari che stavano arrivando via mare; sorpresi dalla flotta di Bruto, vennero sterminati tutti. I due triumviri, a corto di viveri e consapevoli che la notizia dell’annientamento delle truppe di rifornimento avrebbe dato a Bruto una maggiore sicurezza, decisero che non bisognava perdere altro tempo e che bisognava ributtarsi immediatamente nella mischia. Solo all’ora nona del pomeriggio del 23 ottobre del 42 a.C., quando ormai le truppe di Ottaviano, non solo si erano riorganizzate, ma avevano occupato anche le alture intorno a Filippi, Bruto, che per tutti quei giorni di era dedicato solo a qualche scaramuccia, decise di dar battaglia, andando incontro ad una irrimediabile, quanto scontata, sconfitta. All’inizio, però, le cose sembrarono mettersi al meglio per lui, infatti l’ala sinistra delle sue legioni aveva sfondato la linea avversaria e sembrava avviarsi a ripetere l’impresa di tre settimane prima; ma l’altra ala, rimasta un po’ dietro, per paura di essere tagliata fuori, fece una manovra azzardata, spezzandosi in due; era l’inizio della fine. Accerchiata dalle truppe dei triumviri, venne annientata in pochissimo tempo. Ciò capovolse, in modo irreparabile, le sorti della battaglia. Furono 14 mila gli uomini di Bruto che si arresero ai triunviri, mentre fu imprecisato quello dei morti o quello di coloro che si diedero spontaneamente la morte per non cadere prigionieri; tra loro nomi illustri, quali quelli di Lucio Cassio, di Marco Porcio Catone, figlio dell’uticense, di Livio Druso, padre di Giulia Augusta, e di Q.Ortensio Ortalo, figlio dell’oratore. Bruto riuscì a trovare una via di salvezza con qualche centinaio di soldati, attraversando il ruscello che tagliava la piana e approfittando del favore delle tenebre che stavano calando. Lì manifestò dapprima l’intenzione di riparare nella Tracia, ma quando vide che la via di salvezza da quella parte era impossibile, tentò di convincere gli altri a seguirlo via mare. Rimasto quasi solo, senza il consenso di nessuno, si fece aiutare dal retore Stratore e facendogli tenere la spada tra le mani, vi si buttò sopra, trafiggendosi mortalmente. La giustizia dei triumviri era fatta… gli uccisori di Cesare avevano lavato con il loro sangue l’onta di quell’assassinio politico. Patercolo così liquidò la figura di Bruto nella sua opera: “Era vissuto trentasette anni e aveva conservato il suo animo integro fino al giorno in cui, per la temerarietà di un solo gesto, perdette tutte le virtù”. |