Tiberio Sempronio Gracco
e la legge agraria

(riferimento cronologico: 133 a.C.)

Introduzione
Il circolo degli Scipioni
Tiberio Sempronio Gracco
La Legge Agraria
La commissione per la distribuzione della terra
Il drammatico epilogo

Introduzione

Il grande processo di espansione che Roma aveva subito negli ultimi 130 anni, dall'inizio delle guerre puniche, aveva creato grandi opportunità di sviluppo, ma anche i presupposti di una profonda crisi che avrebbe investito la sua società generando un clima fortemente conflittuale.

Una grande impatto era stato subito dall'agricoltura la quale aveva subito un processo di trasformazione da un'agricoltura di contadini e  piccoli proprietari a un'agricoltura di pochi latifondisti che si servivano di manodopera servile.

Tutto ciò aveva creato un'urbanizzazione selvaggia: i contadini, senza più la terra, andavano ad ingrossare la plebe urbana senza che la città fosse preparata ad offrire loro alcuna opportunità concreta di lavoro.

Ad un plebeo non restava altro che contare sulle sempre più frequenti elargizioni di grano da parte dello stato oppure rassegnarsi ad una vita clientelare che rese la città di Roma particolarmente turbolenta. Era infatti facile per i ricchi e per gli aristocratici condizionare queste bande di nullafacenti e di asservirle ai propri scopi politici.

Il circolo degli Scipioni

Della crisi dell'agricoltura si discuteva al circolo degli Scipioni, una libera associazione di politici ed intellettuali legati tra loro da idee comuni.

Del circolo facevano parte personaggi influenti della società Romana, tra cui Scipione Emiliano grande protagonista dell'espansione di Roma.

Del circolo faceva anche parte Cornelia, figlia di Scipione l'Africano e moglie di Tiberio Sempronio Gracco importante personaggio che aveva ricoperto anche la carica di console.

Da questo matrimonio erano nati ben 12 figli di cui ne erano sopravvissuti solo 3.  Due maschi, Tiberio e Caio Sempronio, e una femmina, Sempronia che era andata in sposa proprio a Scipione Emiliano.

Cornelia era una donna affascinante: rimasta vedova sin da giovane aveva addirittura rifiutato la proposta di matrimonio del Re Tolomeo VII d'Egitto.  Del resto la cosa che sembrava più interessarla era il futuro dei suoi figli; rimase leggendaria la risposta che diede ad una matrona Romana che le mostrava i suoi gioielli. Cornelia aveva indicato i propri figli e aveva detto: "eccoli i miei gioielli".

E anche i suoi figli crescevano all'interno del circolo degli Scipioni, destinati a percorrere un'importante carriera politica, sfruttando anche l'influenza del circolo stesso.

Tiberio Sempronio Gracco

Tiberio Sempronio Gracco si era già affacciato alla carriera politica nel 137 a.C., quando aveva ricoperto la carica di questore in Spagna. In virtù di questo incarico aveva negoziato una pace con i ribelli spagnoli, che il Senato aveva rifiutato; l'infelice esordio aveva generato in lui un senso di delusione e di rivalsa che probabilmente influì in tutte le sue mosse future.

la Legge Agraria

Nel 133 a.C., all'età di 20 anni, Tiberio si candidò alla carica di Tribuno della Plebe, con un programma volto a risolvere la pesante crisi dell'agricoltura.

Una volta ottenuta la carica, Tiberio rispettò le sue promesse elettorali e presentò un disegno di legge agraria con contenuti innovativi, ma certamente radicali e difficili da accettare per una parte dell'aristocrazia senatoria che da quella situazione di crisi dell'agricoltura aveva tutto da guadagnare.

La sua legge prevedeva infatti:

  • il limite di 500 iugeri (125 ettari) sulla sulla quantità massima di terra dell'ager pubblicus che poteva essere assegnata a un singolo individuo;

  • la restituzione allo stato di quelle parti di ager pubblicus date in affitto e la loro redistribuzione ai cittadini poveri, suddivise in quote di 5 ettari ciascuna.

Benché la sua proposta avesse ottenuto l'appoggio di molti Senatori, tra questi anche quello di Marco Porcio Catone, la parte ostile dell'aristocrazia senatoria non aveva alcuna intenzione di lasciar fare il tribuno e quindi si era accordata con un altro tribuno, Marco Ottavio, affinché lo stesso ponesse il suo veto impedendo l'approvazione della legge.

Ma Tiberio Gracco non era disponibile a lasciarsi fermare rinunciando alla popolarità che la sua proposta aveva generato nella plebe. E così, in aperta violazione della costituzione Romana, propose all'assemblea la destituzione del tribuno che aveva tradito la volontà del popolo. Ottenuto il consenso del popolo Tiberio Gracco fece allontanare Ottavio costringendolo ad attraversare la folla con conseguenze facilmente immaginabili.

Del resto la sua oratoria non poteva che affascinare una plebe senza diritti che vedeva in lui la possibilità di riscattarsi:

"[...] voi combattete per il lusso e la ricchezza di altri. Come Romani venite chiamati padroni del mondo, ma la verità e che non possedete neanche una zolla di terra [...]".

La legge Sempronia passò a stragrande maggioranza, ma l'atto con cui Tiberio Sempronio Gracco aveva allontanato il suo avversario, costituì un macigno sulla strada politica del giovane tribuno. Infatti questo atto radicale ed eversivo gli aveva alienato le simpatie di tutti i senatori e comunque di tutti i personaggi influenti di Roma; lo stesso circolo degli Scipioni aveva preso le distanze da lui.

la commissione per la distribuzione della terra

In ogni caso Tiberio non poteva più fermarsi e quindi continuava ad accattivarsi la plebe cittadina con proposte di legge sempre più radicali che finivano per accentuare la frattura con l'aristocrazia. Il giovane Gracco era inoltre deciso ad applicare la legge Sempronia e quindi nominò la commissione che si sarebbe dovuta occupare della effettiva distribuzione della terra. Ne facevano parte lui, suo fratello Caio e suo suocero Appio Claudio Pulcro.

Ma anche i suoi oppositori non avevano intenzione di lasciarsi travolgere dalla strategia populista del Tribuno; a guidare i suoi avversari c'era Nasica Scipione Serapione, uno dei maggiori latifondisti del tempo e quindi particolarmente motivato a difendere le sue ricchezze.

In quell'anno moriva il Re di Pergamo, Attalo III, che lasciava tutti i suoi beni in eredità a Roma. Tiberio pensò di sfruttare l'occasione e promise di distribuire le ricchezze tra tutti coloro che avrebbero ricevuto le terre in base alla nuova legge Sempronia.

Il giovane Gracco aveva passato il segno: i suoi oppositori aspettavano la fine del suo mandato per fargliela pagare. E proprio per evitare la reazione aristocratica, Tiberio decise di candidarsi nuovamente al tribunato per l'anno successivo, violando così ancora una volta una regola costituzionale. Con queste mosse Tiberio Gracco enfatizzava la sovranità popolare come forma di potere assoluto.

I suoi oppositori lo accusavano invece di comportarsi come un tiranno, come un Re assoluto in grado di porsi al di sopra della costituzione repubblicana.

il drammatico epilogo

Quando venne il giorno delle elezioni, Tiberio si presentò nel foro vestito di nero, ribadendo cioè il concetto che la sua elezione fosse ormai una questione di vita o di morte.

Ma in piazza si presentarono anche i suoi oppositori, guidati dal loro leader Scipione Nasica. Non si persero in parole, erano determinati a farla finita con quell'uomo che aveva messo in discussione il ruolo e il potere del Senato. Tiberio cadde sotto i colpi di Senatori dal nome più o meno illustre come Publio Satireo o Lucio Rufo. Con lui morirono anche i suoi seguaci, uccisi senza pietà dalla furia aristocratica.

Il corpo di Tiberio venne gettato nel Tevere e al fratello Caio venne rifiutata la possibilità di recuperarlo.

Tra coloro che applaudirono la tragica fine del tentativo riformista ci fu anche suo cognato, Scipione Emiliano che da quel momento in poi perse l'appoggio popolare, iniziando così il suo declino politico.