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Tiberio Sempronio Gracco
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Introduzione
Il circolo degli Scipioni Tiberio Sempronio Gracco La Legge Agraria La commissione per la distribuzione della terra Il drammatico epilogo Il grande processo di espansione che Roma aveva subito negli ultimi
130 anni, dall'inizio delle guerre puniche, aveva creato grandi
opportunità di sviluppo, ma anche i presupposti di una profonda crisi
che avrebbe investito la sua società generando un clima fortemente
conflittuale.
Una grande impatto era stato subito dall'agricoltura la quale aveva
subito un processo di trasformazione da un'agricoltura di contadini
e piccoli proprietari a un'agricoltura di pochi
latifondisti che si servivano di manodopera
servile.
Tutto ciò aveva creato un'urbanizzazione selvaggia: i
contadini, senza più la terra, andavano ad ingrossare la plebe urbana
senza che la città fosse preparata ad offrire loro alcuna opportunità
concreta di lavoro.
Ad un plebeo non restava altro che contare sulle sempre più
frequenti elargizioni di grano da parte dello stato oppure rassegnarsi ad
una vita clientelare che rese la città di Roma particolarmente
turbolenta. Era infatti facile per i ricchi e per gli aristocratici
condizionare queste bande di nullafacenti e di asservirle ai propri scopi
politici.
Della crisi dell'agricoltura si discuteva al circolo degli
Scipioni, una libera associazione di politici ed intellettuali legati tra loro da idee
comuni.
Del circolo facevano parte personaggi influenti della società
Romana, tra cui Scipione Emiliano grande protagonista
dell'espansione di Roma.
Del circolo faceva anche parte Cornelia, figlia di
Scipione l'Africano e moglie di Tiberio Sempronio Gracco
importante personaggio che aveva ricoperto anche la carica di
console.
Da questo matrimonio erano nati ben 12 figli di cui ne erano
sopravvissuti solo 3. Due maschi, Tiberio e Caio Sempronio, e
una femmina, Sempronia che era andata in sposa proprio a Scipione
Emiliano.
Cornelia era una donna affascinante: rimasta vedova sin da giovane
aveva addirittura rifiutato la proposta di matrimonio del Re Tolomeo
VII d'Egitto. Del resto la cosa che sembrava più interessarla
era il futuro dei suoi figli; rimase leggendaria la risposta che diede ad
una matrona Romana che le mostrava i suoi gioielli. Cornelia aveva
indicato i propri figli e aveva detto: "eccoli i miei gioielli".
E anche i suoi figli crescevano all'interno del circolo degli
Scipioni, destinati a percorrere un'importante carriera politica,
sfruttando anche l'influenza del circolo stesso.
Tiberio Sempronio Gracco si era già affacciato alla carriera
politica nel 137 a.C., quando aveva ricoperto la carica di questore in
Spagna. In virtù di questo incarico aveva negoziato una pace con i
ribelli spagnoli, che il Senato aveva rifiutato; l'infelice esordio aveva
generato in lui un senso di delusione e di rivalsa che probabilmente
influì in tutte le sue mosse future.
Nel 133 a.C., all'età di 20 anni, Tiberio si candidò alla
carica di Tribuno della Plebe, con un programma volto a risolvere la
pesante crisi dell'agricoltura.
Una volta ottenuta la carica, Tiberio rispettò le sue promesse
elettorali e presentò un disegno di legge agraria con contenuti
innovativi, ma certamente radicali e difficili da accettare per una
parte dell'aristocrazia senatoria che da quella situazione di crisi
dell'agricoltura aveva tutto da guadagnare.
La sua legge prevedeva infatti:
il limite di 500 iugeri (125 ettari) sulla
sulla quantità massima di terra dell'ager pubblicus che poteva
essere assegnata a un singolo individuo; la restituzione allo stato di quelle parti di
ager pubblicus date in affitto e la loro redistribuzione
ai cittadini poveri, suddivise in quote di 5 ettari
ciascuna. Benché la sua proposta avesse ottenuto l'appoggio di molti
Senatori, tra questi anche quello di Marco Porcio Catone, la parte
ostile dell'aristocrazia senatoria non aveva alcuna intenzione di lasciar
fare il tribuno e quindi si era accordata con un altro tribuno, Marco
Ottavio, affinché lo stesso ponesse il suo veto impedendo
l'approvazione della legge.
Ma Tiberio Gracco non era disponibile a lasciarsi fermare
rinunciando alla popolarità che la sua proposta aveva generato nella
plebe. E così, in aperta violazione della costituzione Romana, propose
all'assemblea la destituzione del tribuno che aveva tradito la volontà del
popolo. Ottenuto il consenso del popolo Tiberio Gracco fece
allontanare Ottavio costringendolo ad attraversare la folla con
conseguenze facilmente immaginabili.
Del resto la sua oratoria non poteva che affascinare una plebe
senza diritti che vedeva in lui la possibilità di riscattarsi:
"[...] voi combattete per il lusso e la ricchezza di altri. Come
Romani venite chiamati padroni del mondo, ma la verità e che non possedete
neanche una zolla di terra [...]".
La legge Sempronia passò a stragrande maggioranza, ma l'atto
con cui Tiberio Sempronio Gracco aveva allontanato il suo avversario,
costituì un macigno sulla strada politica del giovane tribuno. Infatti
questo atto radicale ed eversivo gli aveva alienato le simpatie di tutti i
senatori e comunque di tutti i personaggi influenti di Roma; lo stesso
circolo degli Scipioni aveva preso le distanze da lui.
In ogni caso Tiberio non poteva più fermarsi e quindi continuava ad
accattivarsi la plebe cittadina con proposte di legge sempre più radicali
che finivano per accentuare la frattura con l'aristocrazia. Il giovane
Gracco era inoltre deciso ad applicare la legge Sempronia e quindi nominò
la commissione che si sarebbe dovuta occupare della effettiva
distribuzione della terra. Ne facevano parte lui, suo fratello
Caio e suo suocero Appio Claudio Pulcro.
Ma anche i suoi oppositori non avevano intenzione di lasciarsi
travolgere dalla strategia populista del Tribuno; a guidare i suoi
avversari c'era Nasica Scipione Serapione, uno dei maggiori
latifondisti del tempo e quindi particolarmente motivato a difendere le
sue ricchezze.
In quell'anno moriva il Re di Pergamo, Attalo III, che
lasciava tutti i suoi beni in eredità a Roma. Tiberio pensò di
sfruttare l'occasione e promise di distribuire le ricchezze tra tutti
coloro che avrebbero ricevuto le terre in base alla nuova legge
Sempronia.
Il giovane Gracco aveva passato il segno: i suoi oppositori
aspettavano la fine del suo mandato per fargliela pagare. E proprio per
evitare la reazione aristocratica, Tiberio decise di candidarsi
nuovamente al tribunato per l'anno successivo, violando così ancora
una volta una regola costituzionale. Con queste mosse Tiberio Gracco
enfatizzava la sovranità popolare come forma di potere assoluto.
I suoi oppositori lo accusavano invece di comportarsi come un
tiranno, come un Re assoluto in grado di porsi al di sopra della
costituzione repubblicana.
Quando venne il giorno delle elezioni, Tiberio si presentò nel foro
vestito di nero, ribadendo cioè il concetto che la sua elezione fosse
ormai una questione di vita o di morte.
Ma in piazza si presentarono anche i suoi oppositori, guidati dal
loro leader Scipione Nasica. Non si persero in parole, erano
determinati a farla finita con quell'uomo che aveva messo in discussione
il ruolo e il potere del Senato. Tiberio cadde sotto i colpi di
Senatori dal nome più o meno illustre come Publio Satireo o Lucio
Rufo. Con lui morirono anche i suoi seguaci, uccisi senza pietà dalla
furia aristocratica.
Il corpo di Tiberio venne gettato nel Tevere e al fratello
Caio venne rifiutata la possibilità di recuperarlo.
Tra coloro che applaudirono la tragica fine del tentativo
riformista ci fu anche suo cognato, Scipione Emiliano che da quel momento
in poi perse l'appoggio popolare, iniziando così il suo declino
politico. |