Una femminista del Tardo-Rinascimento:
la beata Ludovica Albertoni

Nella chiesa di San Francesco a Ripa Grande in Trastevere si ammira un capolavoro di Gian Lorenzo Bernini: è il sepolcro della beata Ludovica Albertoni, raffigurata durante l’estasi mistica. La nobildonna romana, vissuta a cavallo tra ‘500 e ‘600 e compatrona di Roma, è ricordata per l’opera di apostolato e l’impegno dalla parte dei più deboli, tra cui soprattutto le donne. Stando alle cronache dell’epoca, Ludovica era bellissima e di spirito elevato, colta e raffinata. Al tempo stesso, aveva la "grinta" tipica delle vere romane. Non le mancò dunque il coraggio nell’affrontare l’ostilità dei contemporanei, mentre lottava per tradurre in pratica gli ideali di uguaglianza in cui credeva. Fu a suo modo un’antesignana dell’emancipazione femminile, in un’epoca che non riconosceva alcun potere o diritto alle donne. A quei tempi la vita era dura soprattutto per le donne sole, tagliate fuori, diremmo oggi, da ogni possibilità d’inserimento. E così Ludovica, rimasta vedova e con un’ingente eredità, decise di accogliere in casa sua le ragazze nubili povere, per evitare loro di finire, come sarebbe stato altrimenti inevitabile, sul marciapiede. Alle giovani insegnava a lavorare al telaio per potersi guadagnare onestamente la vita. L’intuizione di Ludovica era semplice ma assolutamente all’avanguardia per i tempi: per usare una moderna metafora, non dare il pesce ma la lenza per pescarlo. In altri termini, il suo intento era combattere la miseria materiale e morale dell’epoca (Roma ancora non si era ripresa dal terribile "sacco" del 1527) non con la carità degli oboli "per le vergini povere", ma procurando ai diseredati i mezzi per sollevarsi dalla loro condizione. Una precorritrice, dunque. Cui però non erano estranei i tratti di una grande religiosa del tardo Rinascimento: miracoli operati già in vita, rinuncia ai propri averi quando si fece suora francescana. E anche la carità delle elemosine, ma venata di sincero "pathos" evangelico, come quando distribuiva ai poveri che accorrevano alla sua casa pani con dentro monete d’oro o d’argento, senza sapere quale valore - maggiore o minore - si celasse in ogni pane, e confidando che la mano divina avrebbe dato a ciascuno secondo le sue necessità. Per molte ragioni, tra cui la classe sociale cui apparteneva, può essere considerata la diretta continuatrice dell’opera di Francesca romana. Il governo municipale di Roma decretò nel 1606, "tenuto conto della santità e degli altissimi meriti della beata Ludovica", che il 31 gennaio di ogni anno, nel giorno della ricorrenza della sua morte, "si offra un calice e quattro torce alla chiesa di San Francesco a Ripa e che la Magistratura si rechi a quella chiesa e visiti quel corpo e, nel miglior modo, presenti il predetto dono". Nel 1645 fu posta nel palazzo dei Conservatori sul Campidoglio una lapide che ricorda le virtù e l’opera di questa donna scomoda, vissuta in un periodo tanto magnifico quanto crudele.


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