6 maggio 1527: 40.000 imperiali divisi in diverse bande, 20.000 tedeschi, 6.000 spagnoli, 12.000 italiani, il resto cavalieri senza insegna invadono Roma: solo Castel Sant'Angelo, dove si é rifugiato il Papa resiste. Il saccheggio della città fu uno "spettacolo veramente terribile che non si può raccontare senza orrore". Agli episodi drammatici se ne alternano però di comici, perchè i luterani tedeschi riversarono su molti cardinali lo sberleffo verso la curia di Roma. Il testo é preso dal "Quadro storico di quanto accadde durante il sacco di Roma del 1527 scritto da Jacopo Buonaparte testimone oculare" nella trascrizione ammodernata di Antonio Lugli.
I vincitori non avevano riguardo nè per il partito dei Colonna nè per i ghibellini, e non trattavano meglio gli Spagnoli, i Tedeschi e i Fiamminghi che abitavano da molto tempo a Roma, di quanto non facessero coi cortigiani e i prelati romani; non risparmiavano nemmeno gli ambasciatori dei vari re e meno ancora risparmiavano quei cardinali che non si erano rifugiati come gli altri in Castel Sant'Angelo, fidandosi troppo di venir trattati con una certa parzialità a causa della dignità del loro rango, dei loro onestissimi costumi o per la loro devozione al partito imperiale. Essi rimasero subito prigionieri nei loro palazzi insieme a tutti coloro che vi si erano rifugiati (…)
E qui mi piace raccontare un fatto che ha qualche aspetto comico, e che può far capire meglio il genere degli avvenimenti che si susseguirono in quel caos. Mentre soldati di tante nazionalità scorazzavano qua e là depredando e uccidendo e penetrando con la violenza nelle botteghe e nei magazzini, una decina di Spagnoli si unirono per saccheggiare un locale pieno di varie merci. Fra queste trovarono un sacco enorme pieno di monetine, che essi - presi dalla furia e dall'ingordigia -credettero pieno di scudi d'oro. Sparsasi tra i loro compagni la voce di quel ritrovamento, subito essi si barricarono nel magazzino, non volendo dividere con tanti altri quel tesoro ch'essi credevano di aver trovato, per impedire a quelli di fuori di entrare. Capitò là una compagnia di Tedeschi e, vedendo una resistenza così accanita da parte di quelli che si erano chiusi nel magazzino e non potendo nemmeno loro entrare, come volevano fare, respinti sempre più dagli Spagnoli, pensarono, come in realtà era, che quelli avessero trovato un ricco bottino. Per non perder tempo, che a loro costava assai caro, appiccarono subito il fuoco al locale con un mucchio di paglia e con polvere di archibugio, dicendo che non era giusto che i Tedeschi vincessero la guerra e che gli Spagnoli godessero della vittoria. Prima di andarsene vollero veder bruciare completamente la bottega con buona parte di coloro che c'erano rinchiusi: giusta pena per una così insaziabile cupidigia (…)
Un'altra squadra di Tedeschi fece prigioniero un prelato che oltre ai gioielli che aveva addosso, portava al dito un diamante che poteva valere almeno tre o quattrocento scudi. Allora uno dei soldati cercò di toglierglielo dal dito, ma, non avendo pazienza di aspettare, uno dei caporali della compagnia, voltosi al compagno, gli disse: " Ora glielo toglierò io " e, preso un affilato pugnale, tagliò di colpo il dito al prelato e lo diede al compagno che, tolto l'anello, gettò il dito tagliato in faccia a quel disgraziato.
Solo il timore dell’avvicinarsi dell'esercito della Lega arrestò un poco il ritmo degli assassini e delle stragi. Fu dato l'ordine dai comandanti di interrompere i massacri e dopo quel provvedimento i soldati si ritirarono finalmente a riposarsi e a godere le ricche prede del saccheggio. Ma siccome il papa era sempre rinchiuso in Castel Sant'Angelo insieme ai cardinali e a molti altri nobili con le loro incalcolabili ricchezze (...), vi posero intorno una guardia nutrita, perché il papa non potesse esser liberato di nascosto insieme ai cardinali. Inoltre, per essere anche più sicuri, dettero l'incombenza ad alcuni tra i maggiori condottieri dell'esercito di assediare il Castello. Essi cominciarono allora a tracciarvi subito intorno delle trincee e un gran fossato, servendosi dei delinquenti comuni, sotto la sorveglianza dei soldati che li costringevano ad affrettare il lavoro con frequenti punizioni.
Finite le trincee, vi posero le sentinelle e le fecero sorvegliare con tanto rigore che un giorno i soldati, sorpresa una vecchia che portava nel fossato della lattuga per farla avere al papa che l'aveva richiesta (…) la strangolarono e l'appesero con un capestro davanti al castello. Uccisero con gli archibugi anche alcuni ragazzi che stavano legando degli ortaggi a una corda lanciata dagli assediati.
Quanto più i prigionieri erano nobili e rispettabili, tanto più venivano duramente maltrattati: alcuni venivano tenuti per molte ore sospesi da terra per le braccia (…), altri appesi per un piede sull'acqua, con la minaccia di tagliare la fune; molti altri picchiati senza pietà, non pochi segnati con ferri roventi in diverse parti del corpo (...) Ad altri furono conficcati (...) stecchi sotto le unghie delle mani e dei piedi, a molti altri fu colato in bocca del piombo fuso (...) o furono strappati i denti, o vennero mutilati orrendamente (...)
Girolamo da Camerino, domestico del cardinale Cibo, non potendo più resistere alle orribili torture inflittegli dagli Spagnoli che gli volevano strappare un riscatto che non era in grado di pagare, accostatosi a poco a poco alle. finestre della stanza dove veniva così atrocemente torturato, colto il momento opportuno, si gettò furiosamente all'indietro e poi si precipitò a capofitto giù da una di quelle finestre. Giunto al suolo, pose così fine miseramente alla sua vita, sfuggendo alle pressanti richieste dei suoi torturatori.
Un certo Giovanni Ansaldi, fiorentino, soprannominato il Bacato, costretto dalle torture, aveva promesso un riscatto di mille scudi e già li stava contando. Ma, torturandolo quelli di nuovo con inaudita crudeltà perché volevano che pagasse il riscatto in ducati d'oro, non potendo più sopportare quel terribile dolore, si gettò all'improvviso sul suo aguzzino e, strappatogli il pugnale dalla cintura, glielo cacciò nel petto e con quello stesso ferro si diede la morte.
I prelati catturati dai fanti tedeschi, eran condotti in giro per tutta Roma (...) con gli abiti e le insegne della loro dignità, per farli deridere dalla gente. Una grossa banda di Tedeschi, tutti luterani, portarono un giorno per tutte le strade della città, fingendo che fosse morto, il cardinale Araceli nella bara, cantandogli le esequie. Alla fine si fermarono in una chiesa e per schernirlo di più, gli recitarono con grande spasso, un'orazione funebre, nella quale, invece di dire le sue lodi, lo accusavano di mille scelleratezze e disonestà, inventate lì per lì.