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STEFANO V

Romano
Papa dal settembre 885
al 14 settembre 891

Romano di nobile stirpe, figlio di un certo Adriano della via Lata, quartiere tra i più aristocratici della Roma di allora, Stefano V fu eletto e consacrato in gran fretta appena avuta notizia della morte di Adriano III nel settembre dell'885, senza l'approvazione imperiale. Pur essendo presente a Roma il vescovo Giovanni di Pavia, in vesti di messo imperiale, la cosa provocò serie rimostranze da parte di Carlo il Grosso, che inviò il suo cancelliere Liutvardo e alcuni vescovi con l'incarico di deporre il neoeletto pontefice. Lo precedettero i legati pontifici che gli consegnarono il decreto d'elezione, dal quale Stefano risultava eletto secondo le regole.

Stefano V era stato eletto comunque con il consenso di trenta preticardinali e diaconi-cardinali facenti capo a Formoso e, pur persistendo nella città gli scontri tra le due fazioni, è chiaro che a questo punto il partito filogermanico sembrava avere la meglio. Fu lo stesso Formoso che consacrò il nuovo papa.

Pare che Stefano V appena eletto sia andato con tutto il seguito di vescovi e diaconi nella camera del Tesoro del Laterano, per elargire a rispetto della tradizione donativi in denaro al clero e ai conventi, e nelle cantine per distribuire pane e carne alla povera gente. Con sua grande meraviglia trovò che i ladri avevano fatto invece piazza pulita di ogni cosa; ma egli non volle venir meno alla tradizione e attinse al patrimonio personale.
Non c'è comunque da meravigliarsi del saccheggio perpetrato, evidentemente, nel periodo di sede vacante: simili saccheggi erano all'ordine del giorno nel clima di anarchia in cui si viveva tra un'elezione e l'altra di un pontefice e, spesso, anche durante il governo di un pontefice. Il lusso della corte pontificia e vescovile in genere, chiaramente in contrasto con i principi della dottrina cristiana, eccitava al saccheggio il popolo affamato che, ad ogni morte di papa, si abbandonava appunto alla gioia sfrenata depredando quanto in fondo doveva essere destinato in donazione ai poveri.
Sempre in campo di saccheggi, agli inizi del pontificato di Stefano V si rifecero vivi i Saraceni dal loro covo sul Garigliano; il papa invocò invano l'aiuto degli imperatori d'Occidente e d'Oriente. Lo soccorse Guido di Spoleto, probabilmente con la vaga speranza di ottenere la corona imperiale; i Saraceni furono sconfitti sul Liri e la vittoria dette un po' di tregua a Roma. Nel frattempo gli avvenimenti a livello imperiale precipitarono. Carlo il Grosso nel novembre dell'877 veniva deposto dai popoli germanici nell'assemblea di Treviri ed al suo posto era eletto il figlio di Carlomanno, Arnolfo; nel gennaio dell'888 Carlo infine moriva e l'Italia si ritrovava senza re e senza imperatore. Gli ambiziosi duchi italiani si scatenavano; estintasi in Germania la dinastia carolingia, spuntavano da ogni parte pretendenti ai vari troni.
Oddone, conte di Parigi, diventava re di Francia; a Bosone andava la Provenza e a Rodolfo la Borgogna; in Germania Arnolfo non aveva avuto contendenti. In Italia lo scontro si ebbe tra Berengario, marchese del Friuli, nipote di Ludovico il Pio per parte di madre, e Guido, duca di Spoleto e Camerino, forte dell'appoggio di numerosi vassalli nell'Italia meridionale. Berengario si era fatto incoronare nei primi dell'888 a Pavia re dei Lombardi, approfittando di una temporanea assenza di Guido, al quale l'arcivescovo Folco di Reims, suo parente, aveva fatto balenare l'illusione della corona di Francia. Tornato in gran fretta in Italia, in due sanguinose battaglie ebbe la meglio sul rivale e nell'889 a Pavia cinse la corona di re d'Italia.
Ma quella che premeva a Guido era fondamentalmente la corona imperiale; il concetto d'impero era a quei tempi superiore a qualsiasi nazionalismo. Lo sottolinea con chiarezza il Gregorovius: "C'erano diverse fazioni, la lombarda, la spoletina, la toscana, che sotto un certo aspetto potevano dirsi nazionali; ma non vi era una nazione in senso politico e sociale, poiché mancavano tutti gli elementi che ad essa sono essenziali: la comunanza di interessi, di lingua, di letteratura, oltre che, naturalmente, l'unità politica". E Guido riuscì ad arrivare alla corona imperiale; la cinse in San Pietro nel febbraio dell'891, lui che era stato un vassallo dei carolingi!
Forse Stefano poteva pensare che lo scopo dei suoi predecessori era finalmente raggiunto, ponendo la corona imperiale sul capo di un pupillo della Chiesa? La realtà è che "la maestà imperiale... si era ridotta ad un'ombra", come osserva il Gregorovius e il papa e il neoimperatore sembrava giocassero con una corona più grande di loro, una corona di cartapesta nel gioco degli intrighi politici delle ambiziose famiglie nobili italiane.

Stefano V morì il 14 settembre dell'891, lo stesso anno in cui moriva Fozio, già deposto da circa cinque anni dal nuovo imperatore d'Oriente Leone VI. Fu sepolto nel portico di S. Pietro.