Da allora per un certo periodo tra Roma e Cartagine non si parlò la stessa
lingua evangelica; e si capiva che era in ballo una questione di supremazia.
La cosa fu evidente con il problema, emerso di lì a poco,
del battesimo amministrato dagli eretici.
Cipriano lo riteneva nullo, e in pratica chi, abbandonando una setta, rientrava
nella comunità della Chiesa doveva essere ribattezzato
(è anche vero che in certe comunità staccate dalla Chiesa non tutti battezzano rigorosamente
"nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo": c’è chi infila nella formula
anche altri nomi).
La Chiesa, all’epoca, non ha una sua compiuta teologia dei sacramenti; e non è ancora
comparso sant’Agostino a chiarire per tutti che la grazia sacramentale proviene
unicamente da Cristo. Nel 255 Cipriano riunisce a Cartagine un
altro concilio che approva la sua dottrina. Stefano ricevendo a Roma gli inviati di
Cipriano non ci pensa due volte a contrastarlo; risponde semplicemente
che è bene seguire la tradizione
e accogliere gli eretici già battezzati, imponendo loro una penitenza, ma senza ricorrere
a un nuovo battesimo.
Cipriano a questo punto non se la sente di contestare apertamente la decisione del
vescovo di Roma, ma la ritiene poco più di un parere: "Ciascuno dei capi della Chiesa",
egli osserva, "è libero di comportarsi come vuole e deve renderne conto solo a Dio".
In un ennesimo concilio nel 256 conferma questa presa di posizione della Chiesa di
Cartagine: in tale occasione l'autorità del vescovo di Roma non è messa in discussione,
ma neanche si fa menzione di lui.
Stefano capisce che è in gioco il prestigio della sua sede ed invita tutte le chiese
a seguire il comportamento di
Roma: la polemica s'infiamma. Firmiliano di Cesarea si schiera dalla parte
di Cipriano e accusa Stefano di propagandare un'eresia. Dionisio di Alessandria
cerca di placare gli animi, ma per ora non ottiene molto; la questione si chiarirà
con i successori di Stefano, quando peraltro sarà morto anche Cipriano. E allora
trionferà il parere di Roma
Del resto arrivano nuovamente tempi duri per la Chiesa e non c'è tempo
per approfondire la polemica. Nell'agosto, del 257 Valeriano, convinto da un
suo familiare, Macriano, che la Chiesa si accaparra dei beni dello Stato, emana
un primo editto di persecuzione contro vescovi, preti e diaconi:
si impone loro di riconoscere le divinità pagane, con il permesso di praticare
in privato la fede cristiana. E' forse il tentativo di tenere insieme l’Impero
nella guerra contro la Persia.
E' poco credibile che Stefano sia riuscito a scampare al martirio o perlomeno
all'esilio, ma nulla si sa con certezza della sua morte, al di là delle annotazioni
del Sacramentario Gregoriano e del Martirologio Geronimiano,
se non che avviene il 2 agosto del 257, all'alba comunque della nuova persecuzione, che
l’anno successivo raggiunge l’Africa, dove muore
per la fede Cipriano, decapitato nella sua Cartagine.
Stefano viene sepolto nella cripta papale del cimitero di S. Callisto, sulla via Appia
e da Paolo I trasferito, il 17 agosto 761, a S. Silvestro in Capite (o a
Santa Prassede?).
Curiosità: Stefano stabilì che i paramenti sacri si indossero unicamente in chiesa.
La “Passio” che lo riguarda e lo vuole martire, quasi sicuramente, dà come sue le gesta
del successore S. Sisto II.
(Da D. Agasso e C. Rendina)