23.

STEFANO I

Romano
Papa dal 12.III.254
al 2.VIII.257

E' un nobile romano, suo padre si chiamava Giulio. Altro non sappiamo della sua famiglia. Preposto a una delle sette diaconie istituite da papa Fabiano, venne eletto papa nel cimitero di S. Callisto il 12 maggio del 254 dai preti che avevano un titolo e dai diaconi che avevano un ufficio davanti alla comunità dei fedeli.

E' il periodo "tranquillo" dell'impero di Valeriano (253-260 ca.), che per qualche tempo lascia in pace i cristiani, già agitati per conto loro.
C’è il problema di come trattare i lapsi (“caduti”), ossia quei cristiani che in tempo di persecuzione hanno ceduto per paura e che poi, pentiti, chiedono di essere riaccolti: un aspro terreno di scontro tra rigoristi e indulgenti. Ci sono stati poi in Spagna due vescovi, Basilide e Marziale, che hanno rinnegato Cristo durante una persecuzione e sono dei Libellatici (ai tempi delle persecuzioni di Decio hanno ottenuto da un magistrato un libello attestante di aver sacrificato agli idoli, per quanto ciò non sia avvenuto): ora, i fedeli sono sì disposti ad accettarli, ma solo come semplici fedeli. E costoro invece rivogliono pure i vescovadi, e fanno appello a Roma, arrivando a ingannare papa Stefano che dà loro ragione: le accuse su di loro sono infondate le accuse, i due sono persone rispettabili.
La Chiesa di Spagna non si dette per vinta e presentò appello alla Chiesa di Cartagine, di cui era vescovo Cipriano. Questi riunì un concilio, valutò attentamente le prove e dichiarò indegni dell'episcopato Basilide e Marziale. Ma fu molto corretto con Roma e motivò personalmente a Stefano la sua decisione: presumibilmente era caduto in un inganno il suo "collega", stando così lontano dalle sedi episcopali e quindi non era ben informato del vero stato delle cose.

Da allora per un certo periodo tra Roma e Cartagine non si parlò la stessa lingua evangelica; e si capiva che era in ballo una questione di supremazia.
La cosa fu evidente con il problema, emerso di lì a poco, del battesimo amministrato dagli eretici.
Cipriano lo riteneva nullo, e in pratica chi, abbandonando una setta, rientrava nella comunità della Chiesa doveva essere ribattezzato (è anche vero che in certe comunità staccate dalla Chiesa non tutti battezzano rigorosamente "nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo": c’è chi infila nella formula anche altri nomi).
La Chiesa, all’epoca, non ha una sua compiuta teologia dei sacramenti; e non è ancora comparso sant’Agostino a chiarire per tutti che la grazia sacramentale proviene unicamente da Cristo. Nel 255 Cipriano riunisce a Cartagine un altro concilio che approva la sua dottrina. Stefano ricevendo a Roma gli inviati di Cipriano non ci pensa due volte a contrastarlo; risponde semplicemente che è bene seguire la tradizione e accogliere gli eretici già battezzati, imponendo loro una penitenza, ma senza ricorrere a un nuovo battesimo.
Cipriano a questo punto non se la sente di contestare apertamente la decisione del vescovo di Roma, ma la ritiene poco più di un parere: "Ciascuno dei capi della Chiesa", egli osserva, "è libero di comportarsi come vuole e deve renderne conto solo a Dio". In un ennesimo concilio nel 256 conferma questa presa di posizione della Chiesa di Cartagine: in tale occasione l'autorità del vescovo di Roma non è messa in discussione, ma neanche si fa menzione di lui.
Stefano capisce che è in gioco il prestigio della sua sede ed invita tutte le chiese a seguire il comportamento di Roma: la polemica s'infiamma. Firmiliano di Cesarea si schiera dalla parte di Cipriano e accusa Stefano di propagandare un'eresia. Dionisio di Alessandria cerca di placare gli animi, ma per ora non ottiene molto; la questione si chiarirà con i successori di Stefano, quando peraltro sarà morto anche Cipriano. E allora trionferà il parere di Roma
Del resto arrivano nuovamente tempi duri per la Chiesa e non c'è tempo per approfondire la polemica. Nell'agosto, del 257 Valeriano, convinto da un suo familiare, Macriano, che la Chiesa si accaparra dei beni dello Stato, emana un primo editto di persecuzione contro vescovi, preti e diaconi: si impone loro di riconoscere le divinità pagane, con il permesso di praticare in privato la fede cristiana. E' forse il tentativo di tenere insieme l’Impero nella guerra contro la Persia.

E' poco credibile che Stefano sia riuscito a scampare al martirio o perlomeno all'esilio, ma nulla si sa con certezza della sua morte, al di là delle annotazioni del Sacramentario Gregoriano e del Martirologio Geronimiano, se non che avviene il 2 agosto del 257, all'alba comunque della nuova persecuzione, che l’anno successivo raggiunge l’Africa, dove muore per la fede Cipriano, decapitato nella sua Cartagine.

Stefano viene sepolto nella cripta papale del cimitero di S. Callisto, sulla via Appia e da Paolo I trasferito, il 17 agosto 761, a S. Silvestro in Capite (o a Santa Prassede?).

Curiosità: Stefano stabilì che i paramenti sacri si indossero unicamente in chiesa.

La “Passio” che lo riguarda e lo vuole martire, quasi sicuramente, dà come sue le gesta del successore S. Sisto II.

(Da D. Agasso e C. Rendina)