Beato Giovanni XXIII

Una conferenza dopo la beatificazione (Dicembre 2000)

 

Il 13 novembre, il Rev.mo Mons. Renzo Savarino, noto e insigne studioso, preside della Facoltà Teologica di Torino, incaricato da S. Em.za il Card. Giovanni Saldarini, Arcivescovo di Torino, della gestione dell’ufficio della S. Messa secondo il rito tradizionale presso la chiesa della Misericordia di Torino, ha svolto una rapida, ma esauriente esposizione sulla figura di Papa Giovanni XXIII, anche in relazione allo svolgimento del Concilio Vaticano II, da lui fortemente voluto.

Mons. Savarino ha innanzi tutto presentato la figura umana del sacerdote e del Pastore, evidenziando le doti di intelligenza e di intuizione che hanno caratterizzato la vita di questo Pontefice. Appoggiandosi alle stesse dichiarazioni di Papa Giovanni XXIII, ha messo in risalto la sua magnanimità e la sua apertura nei confronti dell’uomo di oggi, sottolineando la dimensione religiosa che informava l’animo di questo semplice Pastore. Sulla base degli stessi documenti, Mons. Savarino ha messo in luce il profondo attaccamento che Giovanni XXIII sentiva e dichiarava per la tradizione immutabile della S. Chiesa, con particolare riferimento alla liturgia, alla lingua latina e al canto gregoriano. Questo aspetto della figura di Giovanni XXIII, a piú di trent’anni dalla sua morte, è il meno conosciuto dall’opinione pubblica cattolica, anche perché è stata orchestrata una esemplare strumentalizzazione di questo Papa, al fine di presentarlo solo come il “Papa buono”, il “Papa del Concilio”, e, quindi, il mallevadore del postconcilio e del cosiddetto “spirito del Concilio”.

In realtà, ha spiegato Mons. Savarino, Giovanni XXIII non ha mai voluto il Concilio Vaticano II cosí come poi si è svolto e si è concluso, con tutte le conseguenze successive
Nelle sue intenzioni il Concilio, che non a caso volle chiamare Vaticano II, doveva portare a compimento il Concilio Vaticano I, assumendo tutte le iniziative di ordine “pastorale” che l’interruzione di quest’ultimo non aveva permesso di realizzare.
A tal fine, il Papa aveva fatto preparare tutti i documenti necessarii dalla Curia romana (70 schemi di decreto), ed aveva aperto il Concilio l’11 ottobre 1962 convinto di poterlo chiudere nel Natale dello stesso anno. Sfortunatamente per lui, le cose andarono diversamente. I Padri conciliari, sollecitati dall’ala progressista, chiesero ed ottennero che si formassero delle commissioni deputate ad elaborare dei nuovi schemi. Il lavoro preparatorio, che era stato condotto dopo aver sentito tutti i Vescovi del mondo, andò in fumo, e il Concilio prese una nuova piega. 
Il Papa Giovanni XXIII non si oppose al nuovo andazzo, chiuse la prima sessione il successivo 8 dicembre, e convocò la seconda sessione per il 19 settembre 1963, ancora convinto di poter chiudere il Concilio per il Natale successivo. Giovanni XXIII morí il 3 giugno 1963, senza che il Concilio avesse definito alcun decreto, neanche in forma di schema, cosí che egli non fu il Papa del Concilio Vaticano II, ma solo il Papa che volle un Concilio Vaticano II come séguito del Concilio Vaticano I.

Da parte nostra, facciamo notare che l’equivoco, ancora oggi artificialmente alimentato, che il “Papa buono” sia anche il “Papa del Concilio”, rivela il nuovo tipo di mentalità pragmatica e politico-speculativa che si è andata affermando dal 1963 in seno alla Chiesa. Il capo scuola italiano di questa nuova tendenza piú polico-sociale che religiosa, fu il Card. Lercaro, Arcivescovo di Bologna, città in cui ancora oggi opera una piccola e influentissima congrega di studiosi cattolici (la scuola di Alberigo) che usano ed abusano del Concilio in nome di un supposto “spirito del Concilio”.

Giustamente Mons. Savarino, in risposta ad una osservazione sollevata circa l’importanza dello Spirito che anima la Santa Chiesa, ha fatto notare come sia del tutto inesatto e fuorviante confondere lo Spirito Santo con lo “spirito del Concilio”, che è poi lo spirito di Alberigo e soci.
Vi è un aspetto, però, del carattere del beato Giovanni XXIII che ha potuto aiutare il diffondersi della leggenda del Papa padrino del Concilio e del post concilio. Si tratta del suo noto ottimismo. Giovanni XXIII coltivava un grande ottimismo nei confronti del mondo moderno e delle cose di questo mondo, convinto che, in fondo, tutto finisse col volgersi al meglio e al bene. 

A questo proposito non possiamo impedirci di ricordare che questo ottimismo del Papa non ha certo prodotto grandi frutti, e soprattutto non ha prodotto i frutti “buoni” da lui supposti come inevitabili. 
Peraltro, non è possibile scambiare l’ottimismo di Papa Giovanni XXIII per bonomia, poiché è risaputo che fosse un Pastore attento e intelligente; il suo ottimismo non si limitava ad una sorta di semplice stato d’animo, ma scaturiva dalle sue profonde convinzioni. 
Da questo punto di vista, considerate le gravi conseguenze pastorali e dottrinali che si sono prodotte nel postconcilio sulla base della controversa impostazione del Concilio, non si può negare che Papa Giovanni non abbia fatto nulla per prevenirle. 
Tutti i Padri conciliari sapevano della piega che si intendeva dare al Concilio, e il Papa conosceva bene gli scopi del modernisti. Per tutti valga l’esempio della lingua liturgica e del canto gregoriano: Giovanni XXIII aveva voluto la Veterum Sapientia per ribadire l’importanza e l’obbligo dell’uso della lingua latina; e l’aveva voluta proprio per contrastare l’intendimento di quegli stessi Vescovi che all’apertura del Concilio rifiutarono gli schemi preparati dalla Curia romana e vollero che si rivedesse tutto da cima a fondo. 
Quando questi Vescovi dimostrarono in che direzione volessero condurre il Concilio, Giovanni XXIII non li contrastò, e in questo caso non si può certo parlare dell’ottimismo del Papa, né della sua bontà o arrendevolezza, quanto piuttosto della sua disponibilità in favore di quello stesso modernismo che era già stato condannato dai suoi predecessori.
Peraltro, è risaputo che Giovanni XXIII sposava felicemente e consapevolmente il suo ottimismo con l’ottimismo laico e progressista, tanto che dai suoi discorsi traspare chiaramente una sorta di identità tra le due cose. 
Piú volte ebbe modo di riprovare quella che lui chiamava “visione catastrofica”, e cioè quella visione secondo la quale il mondo corre veloce verso la perdizione, e di esaltare quella visione del mondo, tutta moderna, che vede nel progresso umano e nell’avvenire terreno ogni sorta di cosa buona e bella. 

(12/2000)