122.

GIOVANNI X

di Tossignano
Papa dal marzo 914
al maggio 928

Organizzò una lega contro i saraceni e liberò l'Italia centrale. Morì soffocato in prigione, per ordine di Marozia

Giovanni X, nato verso l'860 a Tossignano, vicino Imola, era stato ordinato diacono dal vescovo Pietro di Bologna; divenuto poi procuratore dell'arcivescovo di Ravenna, Cailone, spesso era venuto a Roma per eseguire probabilmente incarichi di segretario presso la corte pontificia. Così, secondo la testimonianza di Liutprando, divenne amante di Teodora, moglie di Teofilatto. Questo facilitò la sua carriera ecclesiastica; infatti fu nominato da Sergio III vescovo di Bologna e, alla morte di Cailone, a quanto pare con "mezzi violenti", ottenne l'arcivescovado di Ravenna che tenne per nove anni dal luglio del 905 al marzo del 914, quando fu eletto papa.
Si rinnovò con Giovanni X dunque l'eccezione di un trasferimento di sede episcopale, già a suo tempo contestata a Formoso come un grave delitto; ma con Giovanni rientrò nella normalità. La sua elezione pontificia fu voluta da Teodora e da suo marito Teofilatto, anche se Giovanni X non fu mai un servile cortigiano. Ambizioso e spregiudicato, fu l'ultimo papa che riuscì ad imporre una propria personalità, in senso ovviamente tutto politico, prima di una nuova lunga serie di papi-fantoccio nelle mani dell'aristocrazia romana.

Una dimostrazione chiara di questo estremo tentativo da lui compiuto nell'opporsi all'aristocrazia della città per una difesa del potere temporale fu il ripristino dell'autorità imperiale nella figura di un sovrano italiano, quello sfortunato Berengario, che da tempo aspirava alla corona. Era ancora vivo in Provenza il cieco Ludovico, ma la sua autorità non aveva significato in Italia e per la Chiesa; favorire la fazione nazionalista poteva significare per lo Stato pontificio una protezione da eventuali colpi di mano interni ed esterni.
Fu così che nel novembre del 915 Berengario arrivò a Roma, accolto con le solite solenni cerimonie; gli andarono incontro Pietro, fratello del pontefice, e il figlio del console Teofilatto, a simboleggiare i due poteri cittadini. Il papa accolse il principe, secondo la tradizione, sulla scalinata di San Pietro e, dopo che Berengario ebbe giurato di proteggere la Chiesa, le porte della basilica si spalancarono. L'incoronazione si ebbe nei primi giorni di dicembre; per la terza volta, rinnovando il tradimento nei confronti di un imperatore ancora in carica, un nobile italiano arrivava alla corona imperiale.

Berengario era comunque sovrano di scarsa personalità, di non larghe vedute e solo a parole si assunse il dovere di proteggere la Chiesa; Giovanni X d'altronde doveva conoscere bene il "suo" imperatore e per questo lo aveva scelto. Preferiva un imperatore fatto in casa, che non lo avrebbe intralciato nell'opera di recupero dei beni della Chiesa, piuttosto che uno straniero pieno di imprevisti. Inoltre la nomina serviva appunto a ridestare un sentimento pseudopatriottico che a Giovanni X faceva comodo per il piano che aveva in mente di risolvere una volta per tutte la questione con i Saraceni, che dal sud sconfinavano in continuazione nelle terre pontificie, devastavano la Campagna romana e la Sabina.
E sulla scia di questo sentimento nazionale, il papa organizzò una lega contro i Saraceni. Berengario non partecipò direttamente alla campagna militare, ma mise a disposizione del papa le truppe toscane del marchese Adalberto, nonché quelle di Spoleto guidate da Alberico, marito di Marozia. I duchi di Gaeta e Napoli furono convinti a sganciarsi dai trattati commerciali con gli infedeli, perché si videro notificare il sempre prestigioso titolo di patricius, con in più la cessione di alcuni territori. I Saraceni, cacciati dalla Sabina e dalla Campania, confluirono presso il Garigliano e lì furono sconfitti nel giugno del 916; l'episodio è stato definito dal Gregorovius come "la più gloriosa impresa nazionale compiuta dagli Italiani nel X secolo, così come lo era stata la vittoria di Ostia". L'Italia centrale era finalmente liberata dalla piaga saracena.
E tutto si risolse in un trionfo personale di Giovanni X come ricorda appunto il Gregorovius: "Il ritorno di Giovanni X a Roma fu simile al trionfo di un vincitore delle guerre puniche. I cronisti non parlano dei festeggiamenti indetti dalla città in segno di gratitudine, né dell'ingresso trionfale del liberatore preceduto dai prigionieri saraceni; nondimeno possiamo immaginare che egli entrasse per una delle porte rivolte a mezzogiorno incedendo, in mezzo al giubilo del popolo, a fianco del marchese Alberico e alla testa dei nobili duchi e dei consoli di Roma, e immaginiamo anche che Alberico, acclamato dalla città con alte ovazioni, chiedesse e ottenesse dal pontefice il premio pattuito. È probabile che Giovanni non lo ricompensasse soltanto con doni materiali, ma che gli conferisse pure la dignità consolare".
"In seguito alla vittoria del Garigliano", prosegue lo storico tedesco, "Alberico dovette acquistare in Roma una posizione straordinariamente influente. Durante gli anni che seguirono, però, non sappiamo né quale fosse la sua attività, né dove fosse situata la sua dimora. Non abbiamo notizie neppure del senatore Teofilatto. Si dice che il figlio di Alberico nascesse nel palazzo che la famiglia possedeva sull'Aventino e non è da escludere che questa fosse la dimora del marchese divenuto console. Finché durò la potenza di Berengario e la città obbedì docilmente all'energico governo del papa, amico dell'imperatore, Alberico non ebbe modo di attuare i suoi ambiziosi propositi; anzi per cinque anni egli fu il principale sostenitore del pontefice", dopo di che tentò, incitato da sua moglie Marozia, il colpo decisivo per la conquista del potere.

Un segno del cambiamento della situazione si avvertì tra il 921 e il 924, quando i nobili di Tuscia e Lombardia, guidati da Adalberto, marchese d'lvrea, che pure era marito di Gisella, figlia di Berengario, si levarono in armi contro l'imperatore, invocando contro di lui dalla Borgogna il re Rodolfo; Giovanni X vide allora cadere quella unità nazionale in cui aveva tanto sperato. Infatti Berengario, incapace di opporsi al nuovo pretendente alla sua corona, in preda alla disperazione, chiamò in aiuto i terribili Ungari. Il nord d'Italia divenne terra di scorrerie e battaglie; Rodolfo ritenne opportuno tornare nella sua terra. Pavia fu incendiata dagli Ungari e Berengario nel 924 finiva assassinato.
L'Italia precipitò nuovamente nel caos. Morto Berengario, Rodolfo ne assunse l'eredità, ma come re d'Italia non riuscì a frenare lo stato di anarchia in cui il territorio si trovò coinvolto: "le città erano date alle fiamme e sulle loro rovine i brutali Ungari celebravano baccanali", annota con la solita significante retorica il Gregorovius, "gli abitanti fuggivano verso luoghi solitari e selvaggi; re, vassalli e vescovi scatenavano tremendi conflitti per accaparrarsi brandelli di potere; donne avvenenti dai volti atteggiati a insolente esultanza sembravano guidare come menadi quelle ridde feroci".
Ed è in questo clima che evidentemente Alberico, incitato dalla moglie Marozia, tentò il suo colpo di mano; a quanto riportano le cronache, riuscì ad impadronirsi di Roma ed imporre per breve tempo la sua autorità, finché Giovanni non ebbe modo con l'appoggio popolare di riprendere le redini del potere e scacciarlo, pur nulla potendo contro Marozia, astutamente rimasta fuori della congiura. Alberico si sarebbe rifugiato ad Orte, chiamando anche lui gli Ungari in suo aiuto, e finendo però vittima nel suo castello delle stesse orde magiare, come Berengario.
Intanto i nobili italiani, ostili all'inetto Rodolfo, chiamarono in Italia Ugo di Provenza offrendogli la corona; principale fautore di questo "cambio della guardia" fu il suo fratellastro Guido, marchese di Toscana. Nel luglio del 926 Ugo venne eletto re d'Italia a Pavia, e a Pisa ricevette l'ossequio anche di un legato pontificio. Giovanni X non si sentiva più sicuro e cercava nel nuovo straniero un aiuto contro i suoi avversari all'interno di Roma e dello Stato della Chiesa, che ormai si identificavano, una volta morti Teofilatto, Teodora e Alberico, in Marozia e tutta la sua potente clientela.
Giovanni X s'incontrò a Mantova con Ugo e gli offrì la corona imperiale; ma Marozia non stava con le mani in mano. Astutamente offrì la sua mano a Guido di Toscana; il matrimonio dava a Marozia quella forza militare che forse le mancava.
Giovanni X capì che ormai doveva contare solo sulle sue forze e sul fratello Pietro; a questi, una volta morto Alberico, aveva affidato il governo della città nominandolo console dei Romani. Ma quando si arrivò allo scontro con le truppe di Guido e Marozia all'assalto del Laterano, Pietro non poté far altro che invocare l'aiuto degli Ungari; era evidentemente la fine. Secondo le notizie sparse dei cronisti raccolte dal Gregorovius, Pietro, "chiamati gli Ungari e presentatosi con essi alle porte di Roma, s'era poi ricongiunto col fratello in Laterano. Egli cadde sotto gli occhi del papa, e i soldati di Guido trascinarono via anche Giovanni che per ordine di Marozia fu rinchiuso in Castel Sant'Angelo".
Era il maggio del 928. Nell'imperscrutabile vortice di una nemesi inesorabile, Giovanni X, esaltato dall'amore di una donna, Teodora, cadeva vittima dell'odio di un'altra donna, Marozia, figlia oltretutto della sua amante.
Nella storia dei nobili di Tossignano, si legge che fu Guido a soffocare il papa con un guanciale, e che questa fu la continuazione implacabile di un vecchio odio di famiglia; il padre di Guido, Alberto il Ricco, pare che avesse già fatto uccidere il fratello di Giovanni, Pietro.

L'assassinio del papa avvenne tra il maggio del 928 e i primi mesi del 929.