Roma Pagana e Cristiana

CAPITOLO 5
TOMBE DEI PAPI.

Prologo Capitolo 1 Capitolo 2 Capitolo 3 Capitolo 4 Capitolo 6

5.1 Ritratti dei primi Papi
5.2 Quelli di Pietro e Paolo.
5.3 Le tombe dei Papi.
5.4 Il loro interesse per gli studiosi.
5.5 La tomba di Cornelio martire, sull’Appia antica.
5.6 Iscrizioni ed altri monumenti trovati nella sua cripta
5.7 I due Cornelii, pagano e cristiano
5.8 La cripta pontificia nel cimitero di Callisto
5.9 San Pietro come luogo di sepoltura dei Papi
5.10 Le diverse sepolture di Gregorio Magno
5.11 La tomba di Gregorio Magno
5.12 I momenti difficili per Roma durante la sua epoca.
5.13 La leggenda dell’Angelo
5.14 I buoni uffici di Gregorio.
5.15 La sua casa.
5.16 La tomba del sassone Ceadwalla
5.17 La tomba di Benedetto VII (974-983).
5.18 L’epoca tumultuosa in cui visse.
5.19 I Crescenzi.
5.20 La chiesa di Santa Croce in Gerusalemme
5.21 Papa Silvestro II
5.22 La tradizione sulla sua morte e sulla sua tomba
5.23 Le vicissitudini della Basilica Laterana.
5.24 I Vassalletto.
5.25 Lo studio delle antichità da parte degli artisti medievali.
5.26 La bottega del tagliatore di pietre sul sito della Banca Nazionale.
5.27 La tomba di Innocenzo VIII
5.28 La storia della Santa Lancia
5.29 La tomba di Paolo III
5.30 I suoi servigi per l’arte
5.31 La tomba di Clemente XIII
5.32 Bracci e Canova.
5.33 I Gesuiti al tempo di Clemente.


5.1 Ritratti dei primi Papi

Tra le curiosità delle tre principali basiliche di Roma, quella Laterana, quella Vaticana e l'Ostiense (San Paolo), possiamo citare le collezioni di ritratti dei Papi che furono dipinti sopra il colonnato sui tre lati della navata. A San Pietro ce n’erano due gruppi, uno sul fregio sopra i capitelli delle colonne, l'altro sulle mura della navata, sopra la cornice; il primo è contrassegnato con le lettere "G H" nel disegno del Ciampini , riprodotto nel capitolo III; il secondo, con le lettere "I L”. Il gruppo della Basilica Laterana fu dipinto per ordine di Nicola III (1277-1280). Da allora la basilica è stata colpita dal fuoco due volte— nel 1308 e 1360 — e restaurata tre volte. L’ultimo infelice intervento che subì ad opera di Innocenzo X e Borromini in 1644, ha fatto scomparire ogni cosa che era rimasta ancora in piedi del vecchio edificio impedendoci di studiare le sue icone dipinte, nel caso ne fosse rimasta ancora qualcuna.

Possediamo migliori informazioni su San Pietro, grazie a Grimaldi, che descrisse e copiò entrambe le serie di medaglioni prima della loro distruzione ad opera di Paolo V nel 1607.

La serie inferiore, fatta dipingere da Nicola III, cominciava con Papa Pio I (142-157) e finiva con Anastasio (397-401). Grimaldi sottolinea che i Papi del tempo delle persecuzioni, da Pio a Silvestro, erano a capo scoperto; quelli di epoca successiva indossavano la tiara; tutti avevano l'aureola circolare, o nimbus, eccetto Tiberio (352-366) che ne aveva una quadrata. Quest'ultimo particolare proverebbe che i ritratti furono originariamente dipinti al tempo di Tiberio, perché il nimbus quadrato simboleggia persone viventi.

La serie superiore sopra la cornice era la più importante delle due, per via delle iscrizioni cronologiche che accompagnavano e spiegavano ogni medaglione. Queste iscrizioni, troppo piccole ed evanescenti per essere lette ad occhio nudo da sotto, non furono copiate prima della loro distruzione.

Grimaldi poté decifrarne solo poche:

 SIRICIUS.SEDIT ANN(is) XV. M(ensibus) V. D(iebus) XX.

 FELIX.SEDIT ANN(o) I. M(ensibus) . . . etc.

 I capi erano scoperti e circondati da un’ aureola circolare. Sembra siano stati dipinti al tempo di Papa Formoso (891-896), nello stesso periodo cioè dei pannelli ad affresco che compaiono nel sopra citato disegno di Ciampini.

Le guide di Roma moderna descrivono le serie di ritratti di San Paolo, restaurate a mosaico dopo l'incendio del 1823, come eseguite sulla base di somiglianze immaginarie eccettuato il caso dei Papi più recenti. Questa affermazione non è corretta. I medaglioni originali erano dipinti su entrambi i lati della navata e sulla croce o muro terminale sopra gli ingressi.

Quelli del muro terminale sono scomparsi da tempo durante alcuni restauri su questa parte della basilica.

Quelli del lato sinistro scomparvero con l'incendio del 1823, ma quelli del lato destro, da San Pietro a Innocenzo (401-417), si salvarono. Furono staccati dal muro, trasferiti su tela, successivamente su pietra e sono oggi esposti in uno dei corridoi del monastero[1]. Riferendoci invece a quelli che scomparsi nell'incendio, va detto che erano già stati copiati, la prima volta nel diciassettesimo secolo per ordine del cardinale Francesco Barberini e, successivamente, da Marangoni nel 1751. Le nuove serie a mosaico non sono perciò del tutto di fantasia ed immaginarie, ma seguono la tradizione della somiglianza visto che furono realizzate per la prima volta nel V secolo.

In quell'epoca, lo studio delle successioni pontificie era oggetto di particolare attenzione a Roma. All'interno dei libri liturgici venivano riportate delle liste che venivano lette all'assemblea in particolari giorni dell'anno, cosicché ognuno poteva discutere di questi argomenti e ricordare l'ordine di successione dei Vescovi.

Per imprimerlo maggiormente nelle menti della gente, l’ordine di successione fu scritto sui muri della basilica di San Paolo, da poco costruita, e illustrato con ritratti. Le serie devono aver colpito l'immaginazione dei visitatori e dei pellegrini. L'idea dell’eredità apostolica, di una gerarchia ininterrotta, della supremazia della Sede di Roma, fu tradotta in questi busti vescovili guidati da San Pietro e riuniti intorno alla tomba di San Paolo.

L'usanza trovò imitatori in altre chiese ed in altre città. Parlando della galleria dei Papi nel Duomo di Siena, Symonds sottolinea come la maestà dei loro ritratti, più duratura della vita, i loro volti solenni, ognuno sporgente dalla propria nicchia individuale, riportano l'intera storia passata della Chiesa nel presente dei suoi membri viventi. Un vescovo che cammina per la navata di Siena deve provare le stesse sensazioni che provava un romano tra le immagini di cera dei propri illustri predecessori nelle assemblee o in guerra. "Naturalmente", conclude Symonds, "i ritratti sono per la maggior parte frutto di fantasia, ma gli artisti sono riusciti a variare le loro caratteristiche ed espressioni con grande abilità".

5.2 Quelli di Pietro e Paolo.

Questa affermazione può essere considerata corretta dal punto di vista generale, specialmente con riferimento al medioevo, ma è soggetta ad importanti eccezioni. Non c'è dubbio, per esempio, che le sembianze dei SS. Pietro e Paolo devono essere state tramandate con cura a Roma fin dal tempo in cui questi erano in vita e che erano note a chiunque, persino ai bambini in età scolare. Questi ritratti sono arrivati fino a noi in grande quantità, nei cubicula delle catacombe delle catacombe, incisi su foglia d’oro nei cosiddetti vetri cemeteriali, fusi in bronzo, lavorati a sbalzo in argento o rame, e realizzati in mosaico.[2] Il modello non varia mai: il volto di San Pietro è pieno e severo, con corti capelli ricci e barba, mentre San Paolo appare più rigido ed esile, leggermente calvo con una lunga barba a punta. Non si può dubitare dell'antichità e genuinità di entrambi i tipi. Dopo la pace di Costantino, quando Silvestro, Marco, Damaso, Siricio e Simmaco cominciarono a riempire la città di chiese e memoriali e quando l'abitudine di esibire in ognuna di queste i ritratti dei fondatori divenne generalizzata, appare evidente che l'autore della collezione dei ritratti della Basilica di San Paolo, databile al V secolo, debba avere avuto a propria disposizione una grande quantità di originali.  

5.3 Le tombe dei Papi.

A

Ritratto di S.Pietro, da un medaglione a sbalzo scoperto da Boldetti nelle Catacombe di Domitilla.

B

Ritratto di S.Paolo, da un medaglione conservato al Museo Sacro Vaticano.

Entrambi sono opera del II secolo.

Per la capacità di eccitare l'immaginazione e di appellarsi ai sentimenti dei visitatori dei pellegrini, dopo questi ritratti dobbiamo citare le tombe dei Papi. Ne parlo dopo i ritratti perché le tombe erano estremamente semplici e modeste, contraddistinte solo da un nome o da un'iscrizione che solo pochi potevano leggere e decifrare.

 

5.4 Il loro interesse per gli studiosi.

Ma per noi, appassionati studiosi di storia e di arte, quelle tombe hanno un valore inestimabile; scandiscono le varie tappe del declino della caduta della grande città anno dopo anno, così come la sua gloriosa resurrezione; possono essere interpretate come una cronaca degli eventi principali che sono avvenuti a Roma, in Italia e nel mondo durante gli ultimi sedici secoli. Per essere sinceri, ci sono parecchi anelli mancanti dovuti alla distruzione della vecchia basilica di San Pietro, che conteneva 87 tombe; ma le descrizioni di Pietro Mallio, di Maffeo Vegio e di Pietro Sabino, nonché i disegni di Grimaldi e Ciampini, ci aiutano a colmare le lacune.

Ferdinand Gregorovius si ispirò a tale argomento per scrivere il suo libro mentre era in contemplazione del monumento di Paolo III Farnese. Si guardò intorno nella fioca luce della sera e vide questi uomini venerandi, seduti sui loro troni di marmo, con le mani tese come un’assemblea di patriarchi incaricata della guardia della Chiesa. Devolse molte ore allo studio di questa tipologia di monumenti, così tipicamente romana,

"A Roma, più che in ogni altra città del mondo, questo studio ti porta sulle orme della morte".

Il suo volume[3], comunque, mi sembra più un saggio scritto in un periodo di depressione che un trattato esaustivo e soddisfacente. La materia prima si è accresciuta di molto dal momento in cui egli scrisse, grazie alle scoperte fatte nelle catacombe, nelle biblioteche, negli archivi ed alle riproduzioni fotografiche dei frammenti raccolti nelle Sacre Grotte del Vaticano. Se qualcuno dei nostri colleghi più giovani è intenzionato e preparato per seguirmi in questo lavoro con spirito critico, è opportuno dividere l'argomento in tre periodi.

Durante il primo, che comincia con l’inumazione di San Pietro il 29 giugno del 67 d.C. e finisce con quella di Melchiade, nel 314 d.C., i Vescovi di Roma furono sepolti nelle profondità dei cimiteri suburbani ed i loro loculi furono contrassegnati da un semplice nome.

Durante il secondo periodo, che comincia con la pace di Costantino e finisce con la distruzione della Basilica Vaticana nel 1506-1606, le tombe pontificie erano per lo più rappresentate da antichi sarcofagi o vasche termali caratterizzate da un’iscrizione in versi, e, dato che si era vicini al Rinascimento, da canopi di stile gotico o romanico.

Nel terzo periodo, che arriva ai nostri giorni, la nuova chiesa di San Pietro viene trasformata in un mausoleo papale che merita di essere paragonato al Pantheon dell'antica Roma per la raffinatezza delle opere artistiche, per lo splendore delle decorazioni, per la ricchezza dei materiali e per l’importanza storica. Sceglierò un esempio rappresentativo di ognuno dei tre periodi. 

5.5 La tomba di Cornelio martire, sull’Appia antica.

Nel 1849, mentre de Rossi esplorava la Vigna Molinari, tra la Via Appia e l’Ardeatina, nel tentativo di ubicare il sito e l'estensione dei vari cimiteri che costellavano quella regione, trovò un frammento di una lapide marmorea che riportava le lettere....ELIVS MARTYR.

Eccitato da una scoperta di cui seppe subito intuire l’estrema importanza, chiese udienza al Papa Pio IX e lo pregò di acquistare la Vigna Molinari garantendo al contempo i fondi necessari a scavare nella cripta cui apparteneva questo frammento di pietra tombale. Dopo aver ascoltato con calma gli argomenti con il quale il giovane uomo stava perorando la propria causa, il Papa rispose con solo quattro parole scoraggianti: "Sogni di un archeologo!". Al contempo, diede però ordini per l'immediato acquisto della vigna (oggi chiamata dei Palazzi Apostolici) e per la costituzione di un "fondo di esplorazione". Nel marzo del 1852, fu scoperta una cripta proprio al margine della Via Appia; nella cripta si conservava una tomba, e accanto a questa erano sparsi i frammenti mancanti dell'epitaffio di Cornelio.

Lapide di Cornelius.

Alcune settimane dopo, il giovane scopritore scortò il Papa presso la storica tomba, ed indicando l'epitaffio esclamò : "Sogni di un archeologo!" Per giudicare l'importanza della scoperta dobbiamo ricordare che le cripte di Lucina e quelle di tutte le catacombe circostanti dipendono, per lo più, da questa per la propria identificazione. Il "Liber Pontificalis" dice:

"L'Imperatore Decio fornì personalmente giudizio al caso di Cornelio: dispose che venisse portato al tempio di Mars extra muros e che gli si chiedesse di compiere un atto di adorazione; in caso di rifiuto avrebbe dovuto essere decapitato. Si fece ciò che l'Imperatore dispose e Cornelio diede la propria vita per la fede. Lucina, nobile matrona, assistita da membri del clero, raccolse le spoglie e le seppellì in una cripta nella propria proprietà vicino al cimitero di Callisto, sulla Via Appia; questo accadde il 14 settembre (253 d.C.)".

Dal momento che il Cimitero di Callisto era il luogo riconosciuto per la sepoltura dei Vescovi di Roma, perché si fece questa eccezione alla regola? La ragione è evidente: la vittima della persecuzione di Decio era il primo Papa di nobile e antico lignaggio. Apparentemente i suoi parenti desideravano enfatizzare il fatto attraverso il luogo scelto per la sua sepoltura ed evidenziare i suoi illustri antenati sulla lapide con l'uso dell'antico e semplice linguaggio della Repubblica, — "Cornelius Martyr". L'uso del latino in quel periodo costituisce un’altra importante eccezione alla regola, poiché non solo il greco era di moda nel terzo secolo ma era stato anche adottato come lingua quasi ufficiale della Chiesa. La maggior parte delle parole liturgiche, come inno, salmo, liturgia, omelia, catechismo, battesimo, eucarestia, diacono, presbitero, Papa, cimitero, diocesi, sono di origine greca; anche i nomi dei Papi nelle cripte pontificie dello stesso cimitero seguono la stessa tendenza, sono scritti in greco anche quando sono tipicamente romani, come nel caso di LOUKIS per LVCIVS.  

5.6 Iscrizioni ed altri monumenti trovati nella sua cripta

La cripta di Cornelio contiene altri reperti storici. Un'iscrizione metrica composta da Damaso e posta sopra il loculo dice al pellegrino:

"Guarda, è stata costruita una scala verso la cripta, l'oscurità è stata tolta, puoi guardare il memoriale di Cornelio e il suo luogo di riposo. Lo zelo di Damaso gli ha permesso, sebbene malato e logorato dalle preoccupazioni, di portare a termine l'opera e di rendere il tuo pellegrinaggio più agevole ed efficace. Se sei preparato a pregare il Signore con cuore puro, pregalo di riportare Damaso in salute; non perché questi ami la vita terrena, ma perché i doveri della sua missione lo conservino ancora su questa terra".

Questi versi sono, probabilmente, gli ultimi composti dal pontefice morente († 384). La sua opera fu portata termine da Siricio (384-397 d.C.), come si evince da una seconda iscrizione sotto il loculo: "Siricio ha completato l'opera e rivestito di marmo la tomba di Cornelio ".

I dipinti della cripta, sebbene risalgano al periodo bizantino, sono di interesse storico. Sulla destra possiamo vedere le immagini di Cornelio e Cipriano, vescovo di Cartagine. Il loro intimo legame in vita, il loro martirio nello stesso giorno dello stesso mese, resero le loro memorie inseparabili. La Chiesa li commemora nello stesso anniversario, e le loro immagini in questa cripta sono affiancate. L'artista che li dipinse profetizzò il futuro; intuì che sarebbe arrivato il momento in cui i corpi dei due amici sarebbero stati uniti nelle loro tombe così come, in vita, lo erano state le loro anime. I loro resti furono trasferiti a Compiègne nel regno di Carlo il Calvo: quelli di Cornelio da Roma, quelli di Cipriano da Cartagine, per non essere più separati.

Un basamento circolare, simile ad una sezione di colonna, è posto contro il muro sotto le immagini. Tali basamenti sono comuni nelle catacombe; servivano a sostenere un largo catino non dissimile dalle acquasantiere delle chiese moderne. Ne sono stati trovati diversi esempi in situ, nei cimiteri di Saturnino, Alessandro, Agnese e Callisto. Sono tutti della stessa fattura, intagliati nel marmo così delicatamente da essere traslucidi, dal fondo piatto e molto bassi. A cosa servivano? Non dobbiamo pensare all’acquasantiera nella moderna accezione, perché all’epoca i fedeli erano soliti purificare le proprie mani, non in recipienti di acqua stagnante, ma presso sorgenti o fontane di acqua corrente. Sembra invece debbano essere connessi ad antichi riti e considerati come lampade, riempite con olio profumato o balsamo e sulla cui superficie galleggiavano, come un veilleuse, dei lumini assicurati ad un pezzo di papiro, per guidare i passi dei pellegrini nell'oscurità.

Cripta di Papa Cornelio

Un papiro nell'archivio del tesoro della Cattedrale di Monza, contiene una lista di oli raccolti da Giovanni, abate di Monza, nei cimiteri di Roma ed a lui offerti da Teodolinda, regina dei Longobardi. Nel documento si fà una speciale menzione dell'olio proveniente dalla tomba di San Cornelio; de Rossi afferma che i frammenti di un bacino trasparente per l'olio trovati nell'esplorazione di questa cripta erano intrisi di una sostanza oleosa.[4]

Ritratto di Papa Cornelio; da un affresco vicino alla sua tomba.

5.7 I due Cornelii, pagano e cristiano

Non si può non rimanere impressionati dalla coesistenza in questa stessa strada, a distanza di un miglio l'una dall'altra, di due tombe di famiglia dei Corneli: una nel cimitero aristocratico tra le Vie Appia e Latina, l'altra nei rifugi sotterranei di una razza disprezzata e perseguitata. Non si deve essere dei profondi pensatori o degli appassionati di religione per considerarle di pari dignità e che il Cornelio del terzo secolo che scelse di morire come un criminale piuttosto che tradire la propria coscienza, è un degno discendente degli Scipioni, gli Eroi della Roma Repubblicana. Ogniqualvolta mi capita di far visita all’ ipogeo dei Corneli Scipioni,[5] cerco di prolungarla fino alla tomba del loro nobile rappresentante, vittima della persecuzione di Decio.

5.8 La cripta pontificia nel cimitero di Callisto

Ho appena citato la cripta dei Papi nel Cimitero di Callisto. Fu scoperta nel 1854. Nei suoi pressi c’era un gran numero di graffiti che facevano capire come fosse il luogo più visitato del cimitero, se non di tutto il sottosuolo di Roma. Una pia mano aveva scritto vicino alla porta di ingresso:

GERVSALE[M] CIVITAS ET ORNAMENTVM MARTYRVM DEI

“Gerusalemme città e ornamento dei martiri del Signore

I detriti che ostruivano la camera furono rimossi con la velocità compatibile con lo spazio angusto della camera ed appena essa fu esaminata da de Rossi, questi potè distinguere sui frammenti dei marmi i nomi di Antero, Fabiano, Lucio ed Eutichiano. Inoltre, c’erano 125 frammenti di un’iscrizione in versi di Damaso, che fornì l’illuminazione ricercata attraverso le seguenti parole:—

"Qui giacciono in gran numero i santi corpi che stai cercando. Queste tombe contengono i loro resti, ma le loro anime sono nel regno dei cieli. Qui puoi vedere il compagno di Sisto che sventola i trofei della vittoria; lì i vescovi [di Roma] che proteggono l’altare di Cristo; il Pontefice che vide i primi anni di pace [Melchiade, 311-314 d.C.]; i nobili convertiti che vennero qui dalla Grecia [Ippolito, Adrias, Maria, Neon, Paulina], e altri. Confesso di aver desiderato ardentemente di poter godere dell’eterno riposo tra questi Santi, ma non ho osato disturbare i loro resti".

Callisto (218-223), il fondatore del cimitero, non vi riposa. morì in una sommossa popolare durante la quale fu gettato dalla finestra della sua casa nella piazza sottostante, che corrisponde al sito della moderna Piazza di Santa Maria in Trastevere, l’area Callisti del quarto secolo. I Cristiani raccolsero il suo corpo e lo seppellirono nel primo cimitero a portata di mano, — quello di Calepodio sulla Via Aurelia (tra la Villa Pamphili ed il Casaletto di Pio V.).

Urbano, il suo successore (223-230 d.C.), fu il primo ad essere sepolto nella cripta papale della Via Appia. Il suo nome, OURBANOS E(piscopus), è stato letto su un frammento di sarcofago marmoreo. Quindi seguirono Antero (235-236 d.C.), Fabiano (236-251 d.C.), Lucio (252-253 d.C.), e Eutichiano (275-283 d.C.), — in tutto 5 degli 11 vescovi che sappiamo essere stati sepolti nella cripta.

Guardando queste umili tombe non possiamo non paragonarle ai grandi mausolei degli Imperatori coevi. Si combatteva allora una guerra tra i costruttori delle catacombe e gli inquilini dei palazzi imperiali. Era una disputa tra princìpi e potere, tra forza morale e materiale. Nel 296, il vescovo Gaio, una delle ultime vittime di Diocleziano, fu inumato nella cripta a fianco dei suoi predecessori; nel 313, solo 17 anni dopo, Silvestro prese possesso del Palazzo del Laterano che gli era stato offerto da Costantino. Questa è la storia di Roma; questi sono gli eventi che lo studio delle sue rovine ci fanno ricordare.    

5.9 San Pietro come luogo di sepoltura dei Papi

Nel racconto della vita di Gregorio Magno riportato nel "Liber Pontificalis", I.312, due cose in particolare attraggono la nostra attenzione: la missione da lui mandata nelle isole britanniche e la sua sepoltura nel "Paradiso" di S. Pietro. Partendo da quest’ultima, ci viene detto che morì il 12 marzo del 604 e che le sue spoglie furono sepolte "nella basilica del santo Pietro, di fronte al secretarium, in uno degli intercolumni del portico". Questa affermazione ha bisogno di alcune spiegazioni.

Abbiamo visto che i vescovi del periodo delle persecuzioni venivano sepolti nei cimiteri sotterranei, con una spiccata preferenza per quelli della Via Appia e della Via Salaria. Dall’epoca di Silvestro (314-335) fino a quella di Leone Magno (440-461) ricercarono ancora la vicinanza dei martiri ed obbedirono alla regola che impediva la sepoltura all’interno delle mura cittadine. Silvestro eresse un modesto mausoleo per sè e per i propri successori all’interno del Cimitero di Priscilla, sulla Via Salaria, i cui resti sono stati scoperti da poco.[6] Anastasio ed Innocenzo I trovarono il proprio eterno riposo nel Cimitero di Ponziano, sulla strada per Porto (la via Portuense); Zosimo e Sisto nella Chiesa di S. Lorenzo; Bonifacio I in quella di S. Felicita, sulla Via Salaria.

Il Vaticano cominciò ad essere il mausoleo ufficiale dei Papi con Leone I nel 461. Il luogo prescelto non era l’interno della chiesa ma il vestibolo, più esattamente lo spazio tra il portone mediano (la Porta argentea) e l’angolo sud occidentale, occupato dal secretarium, cioè la sagrestia, un’aula a forma basilicale dove i Papi indossavano le loro vesti ufficiali prima di entrare nella chiesa. Il luogo può essere facilmente identificato confrontando la riproduzione del disegno del Ciampini con la pianta pubblicata nel III capitolo. Per quasi due secoli e mezzo essi furono deposti l’uno fianco all’altro, finchè non fu occupato ogni centimetro di spazio, le tombe erano interrate e contrassegnate da semplici lastre iscritte con pochi distici in un latino approssimativo. Questi brevi componimenti biografici ci sono stati tramandati, salvo poche eccezioni, dai pellegrini dei secoli settimo e nono, le cui copie furono raccolte in volumi, il più importante dei quali è il Codice di Lauresheim. Al tempo di Gregorio Magno non c’era rimasto che pochissimo spazio nel secretarium. Questo fu occupato da Pelagio I, Giovanni III, Benedetto II e pochi altri.  

L’atrio della vecchia basilica di S.Pietro.

Sergio I (687-701) fu il primo che osò oltrepassare la soglia della chiesa, cosa che, comunque, non fece a proprio vantaggio, ma per rendere onore alla memoria di Leone I. L’iscrizione in cui descrive l’evento è troppo prolissa per essere qui riportata. Ci dice che la tomba di Leone Magno era nel vestibolo sotto la sacrestia. Lì egli giaceva: "Come il guardiano di un tempio, come il pastore che bada al suo gregge”. Ma altre tombe avevano affollato il luogo a tal punto che era quasi impossibile distinguerle e leggerne gli epitaffi. Sergio, quindi, ordinò che il corpo del suo predecessore fosse trasportato in un oratorio, o cappella, nel transetto sud della chiesa e che venisse deposto in uno splendido monumento ornato di marmi preziosi e con mosaici rappresentanti profeti e santi. Il monumento venne distrutto da Paolo V il 26 Maggio del 1607.  

5.10 Le diverse sepolture di Gregorio Magno

Anche i resti di Gregorio Magno sono stati spostati diverse volte. La sua lapide deve essere stata rovinata dai piedi dei pellegrini, dal momento che solo 18 lettere su molte centinaia si sono conservate leggibili fino ai giorni nostri. Furono scoperte non molti anni fa in un angolo oscuro delle Grotte Vaticane. Duecento anni dopo la sua morte , il suo successore,  Gregorio IV(827-844), trasportò i suoi resti all’interno della chiesa, in un oratorio vicino alla nuova sacrestia, ricoprendo la tomba con pannelli d’argento ed il muro retrostante con mosaici dorati. Il corpo rimase in questo secondo luogo di sepoltura fino al pontificato di Enea Silvio Piccolomini, Pi0 II (1458-1464), che, dopo aver costruito una cappella dedicata a S.Andrea, l’apostolo,rimosse il sarcofago di Gregorio sotto al nuovo altare. Il sarcofago è descritto come una conca aegyptiaca, un’antica vasca termale, di porfido, protetta da una grata d’acciaio.

5.11 La tomba di Gregorio Magno

La cappella, l’altare e la tomba furono nuovamente sacrificate alle esigenze dei restauri della chiesa al tempo di Paolo V. Il 28 dicembre del 1605, l’urna di porfido fu aperta ed il corpo del grand’uomo trasferito in una cassa di cipresso; l’ottavo giorno del successivo gennaio, una processione guidata dal collegio dei cardinali e dall’aristocrazia, accompagnò i resti verso il loro quarto ed ultimo luogo di riposo: la Cappella Clementina, costruita da Clemente VIII vicino all’ingresso della moderna sacrestia. Ci sono ora due iscrizioni: una sul coperchio di marmo,

"Qui giace San Gregorio Magno, primo del suo nome, dottore della chiesa";

l’altra sulla cassa in cipresso,

"Evangelista Pallotta, cardinale di S. Lorenzo in Lucina, diacono di questa chiesa, raccolse i resti di Gregorio Magno in questa cassa e li rimosse dall’altare di S.Andrea in questa nuova cappella. Per ordine di Paolo, nel primo anno del suo pontificato, sabato, 8 gennaio 1606 A.D."

Il dipinto sull’altare non fu eseguito da Muziano, come si afferma nelle vecchie guide, ma da Andrea Sacchi. Il dipinto fu trasportato a Parigi, con molti altri capolavori, al tempo di Napoleone I; ma Canova ottenne la sua restituzione nel 1815. Oggi è conservato nella Galleria Vaticana; la copia in mosaico è opera congiunta di Alessandro Cocchi e Francesco Castellini.

Statua di S.Gregorio Magno.

5.12 I momenti difficili per Roma durante la sua epoca.

La storia del pontificato di Gregorio è stata scritta e sarà tra poco pubblicata dal mio caro amico Professor H. Grisar. Non si potrebbe trovare argomento migliore o più vasto di questo periodo storico in cui la Città, abbandonata dagli imperatori bizantini, molestata, assediata, affamata dai Longobardi, trovò nel suo vescovo la sua unica speranza di salvezza. I nemici non si trovarono mai in una posizione di così aperto vantaggio come durante quei tempi densi di avvenimenti, quando Roma si trovava in ginocchio con le sue campagne ridotte ad un deserto senza vita. La Regina che aveva dominato il mondo era calpestata dai piedi di quelli che una volta erano suoi schiavi, senza alcuna assistenza o appoggio dall’esterno. Quando Alboino, a capo dei suoi Longobardi, con cui erano mischiati guerrieri di diverse razze, specialmente Sassoni, attraversò la penisola nel 568, l’Imperatore Giustino non potè offrire altro aiuto ai Romani se non l’invito a corrompere i capi longobardi o a chiedere l’aiuto dei Franchi. Barbari al posto di Barbari!

Alla morte di Papa Giovanni III nel 573, Roma era stretta d’assedio a tal punto che fu impossibile mandare a Costantinopoli un messo per la conferma di Benedetto I che era stato eletto suo successore, sicché il trono papale rimase vacante per un anno. Le stesso sembra essere capitato alla morte di Benedetto nel 578, quando Roma era assediata da Zoto, duca di Benevento, al tempo in cui il potere longobardo era stato diviso tra trentasei duchi. I particolari di questo assedio non sono noti, ma, probabilmente, durò due o tre anni. Durante la ritirata da Roma, Zoto prese e saccheggiò il convento benedettino di Montecassino. I monaci si rifugiarono a Roma, stabilendosi in un convento vicino al Laterano, che dedicarono a S.Giovanni Battista, da cui, conseguentemente prese il nome la Basilica di Costantino o del Salvatore. La condizione miserevole dei Romani fu aggravata da alcune calamità naturali. Verso la fine del 589, diversi templi ed altri monumenti furono distrutti dalla piene del Tevere, successivamente la città fu afflitta da una micidiale pestilenza.  

5.13 La leggenda dell’Angelo

All’anno 590, quello dell’elezione di Gregorio, va riferita la leggenda dell’angelo che, al passaggio di una solenne processione guidata da Gregorio, fu visto librarsi in volo sul mausoleo di Adriano e rinfoderare la spada fiammeggiante come segno della fine della pestilenza. Nello stesso tempo si sentirono angeli intonare l’antifona Regina Coeli, cui Gregorio rispose con l’inno Ora pro nobis Deum alleluja!”.[7]

Questa bella storia è un’invenzione dell’ultimo secolo, ma vale la pena ricercarne l’origine. Era consuetudine, durante il medioevo, consacrare la sommità delle colline e dei monti all’arcangelo Michele con un’associazione di idee che non ha bisogno di spiegazione. Allo stesso modo, in epoca classica, i passi alpini erano stati messi sotto la protezione di Giove tonante e gli alti picchi coronati con templi a lui dedicati. Senza citare gli esempi di Mont Saint Michel sulle coste della Normandia, o di Monte Gargano sulle coste pugliesi, dobbiamo solo scrutare i dintorni di Roma per trovare la figura di un angelo su qualsiasi collina solitaria o imponente rovina che suggerisca l’idea o la sensazione di altezza. Deus in altis habitat. Troviamo il cono isolato di Castel Giubileo sulla Via Salaria (un avamposto fortificato di Fidenae); il Monte S. Angelo sopra Nomentum (Mentana) ed il Convento di S. Michele sul picco di Corniculum. Il punto più alto all’interno delle mura di Roma, oggi occupato da Villa Aurelia, era, similmente, occupato da una chiesa chiamata S. Angelo in Janiculo. Le due principali rovine nella valle del Tevere — il Mausoleo di Augusto e quello di Adriano — erano anch’essi all’ombra delle ali dell’angelo. Il santuario sopra la tomba degli Imperatori giulio-claudi, era chiamato S. Angelo de Augusto, mentre quello costruito da Bonifacio IV (608-615) sulla tomba di Adriano era chiamato inter nubes (tra le nubi), o inter caelos (nei cieli). Questo santuario fu, successivamente, sostituito dalla figura di un angelo. Durante la pestilenza del 1348 trenta testimoni videro la statua chinarsi verso l’immagine della Vergine che la gente, colpita dal panico, aveva trasportato dalla chiesa dell’Ara Coeli a San Pietro. Nel 1378 la folla ingrata la distrusse nel tentativo di prendere d’assedio il castello. Nicola V (1447-1455) fece mettere sulla cima del monumento una nuova statua che fu distrutta nell’esplosione del magazzino delle polveri da sparo del 1497. L’esplosione fu così violenta che pezzi della statua furono trovati oltre S. Maria Maggiore, a distanza di un miglio e mezzo. Alessandro VI, Borgia, posizionò una terza statua, rubata dalle orde di Carlo V (nel 1527) a causa della sua spessa doratura. Un’effige in marmo scolpita da Raffaele di Montelupo fu posizionata sul basamento vuoto E vi rimase finchè Benedetto XIV (1740-1758) fece approntare una quinta ed ultima statua che fu fusa in bronzo da Wenschefeld.

L’angelo sul Mausoleo di Adriano

(Castel S.Angelo)

5.14 I buoni uffici di Gregorio.

È importante sottolineare che Gregorio riuscì a pensare alla missione spirituale della Chiesa in tempi così travagliati, quando sembrava che stessero per approssimarsi le ultime ore di Roma e del mondo civilizzato. Intuì che né le condizioni del mondo né quelle della Chiesa erano senza speranza e la sua abilità, assistita dalle circostanze politiche, fece sperare in tempi più prosperi. La maggior parte dell'Europa abbracciò la fede cristiana durante il suo pontificato. Teolinda, regina dei Longobardi, dopo la morte di suo marito Autarico nel 590, contribuì grandemente alla diffusione del Vangelo tra la sua gente. I Goti occidentali di Spagna furono convertiti da Riccardo, il loro re. Non dobbiamo qui ripetere la storia ben nota secondo la quale la simpatia di Gregorio per gli Anglosassoni fu causata dal vedere uno di loro nel mercato degli schiavi di Roma. La missione che egli incaricò della conversione delle isole britanniche, era composta da tre santi uomini, Mellito, Agostino, e Giovanni, che erano accompagnati da altri devoti seguaci. Lasciarono Roma nella primavera del 596 ma non poterono sbarcare sulle coste inglesi prima della metà dell'anno successivo. Si fa menzione di questo fatto in due soli documenti, — nel "Liber Pontificalis," vol. I. p. 312, ed in uno scritto di Prospero di Aquitania in cui la popolazione inglese è chiamata gens extremo oceano posita (popolo che vive alla fine dell’oceano).

Non meno sorprendente nella carriera di quest'uomo è l'istituzione di una scuola di musica religiosa. Fu istituita in una delle sale del Laterano, ed anche i re carolingi si servirono dei suoi abili maestri ed organisti. La scuola è ancora prospera. Dobbiamo a Gregorio il canto fermo, o canto gregoriano, che, se eseguito correttamente, impartisce alla cerimonia nostra Chiesa un carattere grave e solenne.

5.15 La sua casa

La casa paterna di Gregorio è situata sulle pendici del Celio, di fronte al palazzo dei Cesari, su una strada chiamata Clivus Scauri, che corrisponde quasi perfettamente alla moderna Via dei SS. Giovanni e Paolo.  Amante della vita monastica, forniva ospitalità agli uomini che avevano i suoi stessi sentimenti ed il suo stesso modo di pensare; trasformò il vecchio lararium nella cappella di Sant’Andrea.

L’attuale facciata del monastero di S.Gregorio al Celio.

Foto attuale.

(Foto L.T. 2003)

 

Il luogo, retto dalla regola di San Benedetto, divenne noto come il "Monastero di Sant’Andrea nella strada di Scaurus".

Il Clivus Scauri

(Foto L.T. 2003).

La tipica pianta del palazzo romano non fu alterata; l’atrium, accessibile ai clienti ed agli ospiti dei monaci, è descritto con al centro “una meravigliosa e saluberrima fonte”, senza dubbio la "fonte di Mercurio" dell'epoca classica. Esiste ancora, in un angolo nascosto e di difficile accesso del giardino, ma le sue acque hanno perso la loro fama miracolosa e non sono più, come una volta, ricercate da folle di pellegrini malati. Il tempo ha portato altre modifiche a questo gruppo di edifici. Nel 1633 il cardinal Scipione Borghese completò la sua modernizzazione innalzando la facciata, che fa poco onore a lui e al suo architetto, Giovanni Soria. Fermiamoci però un momento sulla cima della scalinata che vi conduce, rivolgendo il nostro sguardo verso il Palatino; non esiste in tutta Roma una vista più emozionante. Posti tra le Terme di Caracalla, il Circo Massimo, le dimore imperiali ed il Colosseo, con la Via Triumphalis ai nostri piedi, possiamo immaginare con fatica la trasformazione meravigliosa subita dagli uomini e dalle cose. I generali che conducevano gli eserciti romani alla conquista del mondo, partivano dalla collina di fronte a noi; da questo modesto monastero partì un pugno di umili missionari intenzionati e predicare il Vangelo ed a portare alla civiltà in paesi molto distanti dalla linea di confine dell'Impero Romano. Abbiamo evidenza monumentale del loro successo nelle isole britanniche, in ogni luogo di Roma. Nel vestibolo di questa Chiesa è inciso il nome di Sir Edward Carne, uno dei commissari mandati da Enrico VIII per richiedere un parere alle università straniere riguardo al suo divorzio da Caterina d'Aragona; non lontano, abbiamo poi l'iscrizione di Robert Pecham, morto in esilio a causa della sua fede nel 1567,, lasciando i suoi beni ai poveri.

5.16 La tomba del sassone Ceadwalla

Queste, comunque, sono memorie tutto sommato recenti. Nel vestibolo di San Pietro, non lontano dalla tomba originale di Gregorio Magno, avremmo trovato la tomba di un re britannico, annoverato tra i santi nei vecchi martirologi, che, grato, aveva riconosciuto la doppia civilizzazione che la sua isola nativa aveva ricevuto dalla Roma pagana e cristiana.[8] Per l'anno 688 la cronaca anglosassone registra:

"Quest'anno il re Ceadwalla si recò a Roma e ricevette il battesimo da Papa Sergio che gli appose il nome di Pietro, circa sette giorni dopo, nel dodicesimo giorno prima delle calende di maggio (il 20 aprile), mentre indossava ancora le sue vesti battesimali, morì e fu sepolto a San Pietro" .

Il convertito dalla bella chioma che aveva sperimentato un'accoglienza entusiastica e solenne da parte del Papa Sergio, del clero e della gente, ricevette dopo la propria morte il più grande onore che la Chiesa ed i Romani potessero conferirgli: fu sepolto nell' ”angolo dei Papi” o porticus pontificum, quasi fianco a fianco con Gregorio Magno. I versi incisi sulla tomba di quest'ultimo

 

"Ad Christum Anglos convertit pietate magistra Sic fidei acquirens agmina gente nova"

(con grande pietà convertì gli Inglesi a Cristo, guadagnando così alla fede moltissime persone di una nuova razza)

 

non avrebbero potuto trovare una testimonianza più convincente, per provare la propria verità, della tomba di Ceadwalla, perché con la sua conversione, dovuta alla predicazione di S. Wilfrid, la religione cristiana si diffuse rapidamente tra i Sassoni dell'ovest e la parte del paese che aveva resistito più fortemente alla nuova fede era assicurata per sempre alla civilizzazione cristiana. Infatti il Wessex divenne il membro più potente della Eptarchia, finché non ottenne il dominio su o sull'intera isola.

La tomba di Ceadwalla, dimenticata e forse nascosta da sovrastrutture, fu nuovamente portata alla luce verso la fine del XVI secolo. Giovanni de Deis, in un lavoro pubblicato nel 1588, dice:

"L'epitaffio[9] e la tomba su cui è inciso giace da lungo tempo nascosto agli occhi dei visitatori e solo negli ultimi anni fu scoperta dei muratori intenti alla ricostruzione di San Pietro. Nemmeno un frammento del monumento è giunto fino a noi e la considerazione che gli uomini colti dell'epoca riponevano su questi monumenti storici era tale che nessuno di loro si è dato pensiero di fornirci i dettagli della scoperta.

"E’ estremamente deplorevole", dice il cardinal Mai, "che un momento così importante come la tomba di Ceadwalla, il catecumeno reale, che fu eretta ed iscritta da Sergio I, sia scomparso dal Vaticano e sia andato irrimediabilmente perduto, a causa delle calamità del tempo, dell’avidità degli operai e della negligenza dei sovrintendenti".

"La tomba di Ceadwalla", cito dal Tesoroni, "non era l'unico monumento di interesse anglosassone che poteva essere visto nella vecchia San Pietro.

William di Malmesbury e gli autori di altre cronache, citano due altri re, Offa dell’ Essex, e Coenred di Mercia, affermando che rinunciarono alle loro corone ed abbracciarono la vita monastica in uno dei conventi vaticani . Furono anch'essi sepolti nel ‘Paradiso’ vicino all' ‘angolo dei papi’. Non è noto se Ina, che successe a Ceadwalla, e la sua regina, Aethelburga, furono sepolti nello stesso luogo o nel quartiere anglosassone presso la chiesa di S. Maria in Saxia fondata, probabilmente, dallo stesso Ina. E’ certo, comunque, che un re successivo, chiamato Burrhed di Mercia, fu inumato nello stesso quartiere e nella stessa chiesa.

Il luogo è, ancora oggi, chiamato S. Spirito in Sassia per i legami con gli anglo-sassoni .

Da quando la soglia di San Pietro fu varcata, non abbiamo più notizia di Papi sepolti all'esterno, nel vecchio atrium. La seconda navata sulla sinistra — cui si entra dalla Porta del Giudizio — fu destinata ad accogliere i loro resti mortali. Deriva da ciò il suo nome di porticus pontificum (il portico dei pontefici). Nel giorno della sua incoronazione veniva chiesto al neo eletto Capo della Chiesa di attraversare questa navata durante il suo percorso dalla cappella di San Gregorio all'altare principale , cosicché la vista di così tante tombe potesse imprimere nella sua mente la massima,

"La gloria del mondo svanisce come la fiamma di un mucchio di paglia";

in effetti un mucchio di paglia veniva bruciato davanti ai suoi occhi, mentre il diacono della Chiesa gli indirizzava le parole : "Padre mio, sic transit gloria mundi".

5.17 La tomba di Benedetto VII (974-983).

La basilica di S. Croce in Gerusalemme contiene una sola tomba, quella di Benedetto VII, la cui attività pontificia è descritta in un’iscrizione di 17 versi, inserita nel muro della navata sulla destra dell'ingresso. La cito perché Gregorovius sembra non aver dato peso alla sua esistenza, nonostante la sua importanza storica.[10]  

5.18  L’epoca tumultuosa in cui visse.

Ci fa tornare in mente uno dei periodi più turbolenti e tumultuosi negli annali di Roma e del papato, la lotta tra gli "independenti" guidati dai Crescenzi, ed il partito degli imperatori Sassoni,  rappresentato dai Papi Benedetto VI e VII.

5.19 I  Crescenzi.

Il Crescenzio menzionato nell'epitaffio di Benedetto VII era il figlio di Giovanni e Teodora,  uno dei membri più attivi di una famiglia che tentò tre volte di restaurare la Repubblica dell’antica Roma scuotendosi dal giogo dell'oppressione germanica. Egli è noto come Crescentius de Theodora, dal nome di sua madre; ma anche Crescentius de Caballo, dalla sua residenza sul Quirinale, vicino alle statue colossali di Castore e Polluce, che hanno dato alla collina il suo nome moderno di Monte Cavallo.

Castel S. Angelo era la fortezza della famiglia. Sotto la protezione dei suoi  massicci bastioni potevano dettare legge ai Papi, spargere sangue e commettere sacrilegio con impunità. Nel 928 Marozia ed il suo secondo marito Guido, marchese di Toscana, con i loro partigiani attaccarono Papa Giovanni X che risiedeva nel Palazzo del Laterano, assassinarono suo fratello Pietro davanti ai suoi occhi, trascinandolo attraverso le strade di Roma fino al castello. Lo sfortunato Papa fu relegato qualche tempo in un'oscura prigione sotterranea e fu infine ucciso mediante strangolamento. Marozia, forse per allontanare il sospetto di una morte violenta, permise che fosse seppellito con i dovuti onori vicino alla porta mediana del Laterano, sotto la navata. La sua pietra tombale fu vista e descritta da Giovanni Diacono, ma è da tempo scomparsa.

Nel 974 Crescenzio, figlio di Teodora, commise un altro assassinio sacrilego, quello di Benedetto VI. Aiutato da un diacono chiamato Franco, lo confinò nella stessa prigione sotterranea di Castel S. Angelo, mentre Franco si insediò sul trono di S. Pietro con il nome di Bonifacio VII. Il Papa legittimo fu, dopo poco, strangolato. Tali crimini scossero per un momento i Romani dall'apatia, che assediarono, presero d'assalto il castello e deposero l'usurpatore, nominando, al suo posto Benedetto VII di cui ci accingiamo a visitare la tomba a S. Croce in Gerusalemme. Tuttavia Crescenzio e Franco non pagarono per i loro crimini. Franco, dopo aver depredato la basilica Vaticana delle sue ricchezze, emigrò a Costantinopoli, ricco e libero. Crescenzio morì in pace nel convento di S. Alessio sull'Aventino nell'anno 984.

Alla sua tomba, la tomba di un assassino, le cui mani erano si erano macchiate del sangue di un Papa, fu concesso l'onore di un'iscrizione apologetica. Può essere ancora vista nel chiostro del convento:

 

"Qui giace il corpo di Crescenzio, l'illustre, onorevole cittadino di Roma, il grande comandante , il grande discendente di una grande famiglia ," [etc]. "Cristo il Salvatore delle nostre anime lo rese infermo ed invalido, così che, abbandonata ogni speranza di ulteriore successo mondano, egli entrò in questo convento e trascorse gli ultimi anni della sua vita in preghiera e ritiro".

 

A tutti questi eventi si allude nell'epitaffio di Benedetto VII, a S. Croce. Questa chiesa è stata completamente privata del suo fascino ed interesse da un altro Benedetto (XIV, nell'anno 1744) a tal punto che poco fascino possono esercitare i pochi oggetti sopravvissuti alla "trasformazione" e questa umile pietra tombale poco nota agli studiosi.

Se qualcuno dei miei lettori si prendesse cura di organizzare sistematicamente le proprie ricerche su Roma e studiasse i suoi monumenti per gruppi, secondo legami cronologici e storici, troverebbe abbondanza di materiale sul periodo in cui avvennero gli assassini di Giovanni X e Benedetto VI. A S. Lorenzo fuori le mura c'è la tomba di Landolfo, fratello di Crescenzio; a S.Alessio quella di Crescenzio ; vicino alla Bocca della Verità c'è la casa di Nicola di Crescenzio, un’affascinante serie di monumenti che può essere vista in un giorno.

5.20      La chiesa di Santa Croce in Gerusalemme

5.21 Papa Silvestro II

La chiesa di S. Croce è testimone di un'altra strana morte di un Papa, quella di Silvestro II (999-1003), un francese di nome Gerbert . Una leggenda, riferita per la prima volta dal cardinale Benno nel 1099, lo descrive come un profondo conoscitore della necromanzia, cui si era avvicinato durante un viaggio attraverso le province arabe della Spagna. Si dice che portò indietro dai suoi viaggi una sorta di oracolo diabolico, una testa di ottone che emetteva risposte profetiche. Dopo la sua elezione, nel 999, chiese quanto a lungo sarebbe rimasto al potere; la risposta fu "fintanto che avesse evitato di dire messa a Gerusalemme" .

5.22 La tradizione sulla sua morte e sulla sua tomba

La profezia si avverò presto. Cadde in profonda agonia grande la domenica di Quaresima del 1003, mentre celebrava messa in questa chiesa, del cui nome classico sembra non fosse a conoscenza. La leggenda afferma che i suoi peccati gli furono perdonati da Dio e che ricevette una degna sepoltura nella chiesa di S. Giovanni in Laterano. Un'influenza misteriosa, comunque, gravava sopra la sua tomba. Ogni qualvolta uno dei suoi successori si fosse avvicinato alla fine della vita, le ossa di Silvestro si sarebbero agitate nella loro cripta ed il coperchio di marmo avrebbe trasudato gocce di acqua, come si legge nell'epitaffio che è ancora visibile a S. Giovanni in Laterano, su uno dei pilastri della prima navata sulla destra. Comincia col distico:—

ISTE LOCVS MVNDI SILVESTRI MEMBRA SEPVLTI VENTVRO DOMINO CONFERET AD SONITVM.

Una lunga iscrizione medievale su un muro. E’ la pietra tombale di Silvestro II (Gerbert di Aurillac) nella chiesa di San Giovanni in Laterano.

Siamo pronti a perdonare coloro che hanno dato origine alla leggenda del rumore originato dalle sue ossa; i versi sono così terribili che non ci si meraviglia che non furono capiti. Il loro autore vuole esprimere che il defunto è pronto a comparire davanti al Signore al suo avvento; ma, non essendo particolarmente abili nella comprensione della propria lingua, i suoi incolti contemporanei, ben disposti al soprannaturale, videro nelle parole venturo domino  un'allusione all'arrivo, non del Sovrano Giudice , ma del Papa futuro; hanno inoltre pensato che l'espressione ad sonitum si riferisse non alle trombe del Giudizio Universale ma al rumore che le ossa avrebbero causato non appena un dominus venturus fosse comparso sulla scena.

Questa interpretazione popolare divenne ben presto ufficiale. Giovanni il Diacono la ha accettata ciecamente nella sua descrizione del Laterano.

"Nella stessa navata (l'ultima sulla sinistra, vicino alla Cappella Corsini) giace Gerbert, arcivescovo di Reims, che prese il nome di Silvestro dopo  la sua elezione al pontificato. La sua tomba, sebbene sia in un luogo asciutto, trasuda gocce di acqua anche durante condizioni climatiche miti e secche" [etc].

La tomba è stata aperta e distrutta nel 1648. Rasponi, un testimone oculare, descrive l'evento nel suo libro "De Basilica et Patriarchio Lateranensi" (Roma, 1656, p. 76):

"Nell'anno 1648, durante lo scavo di nuove fondazioni per l'ala sinistra della chiesa, è stato trovato in un sarcofago marmoreo il cadavere di Silvestro II , ad una profondità di 3,6 mt sotto terra. Il corpo era ben composto e vestito con abiti ufficiali; le braccia erano incrociate sul petto; la testa coronata con la tiara. Si è ridotto in polvere al tocco delle nostre mani, mentre un odore piacevole ha riempito l'aria, dovuto alle sostanze rare con le quali era stato imbalsamato. Nulla si è salvato ad eccezione di una croce d'argento e di un sigillo"

Il chiostro del Laterano, dopo l’ultimo restauro.

 5.23 Le vicissitudini della Basilica Laterana.

La chiesa di S. Giovanni in Laterano subì le stesse vicissitudini di quella di S. Croce in Gerusalemme, ma con minori danni.

Clemente VIII, che ricostruì il transetto; Sisto V, che ricostruì  il portico nord; Innocenzo X, Pio IX e Leone XIII, hanno tutti avuto maggiore pietà di quanto non abbia avuto Benedetto XIV.

5.24 I Vassalletto.

Iscrizione di Vassalectus.

Ad ogni modo, se è vero che l'attuale aspetto della chiesa stessa appare orribile all'amante della Roma antica e medievale, nulla potrebbe dilettarlo di più del chiostro dei Vassaletto che si apre all'estremità sud del transetto. Parlo sia dell'edificio che di ciò che contiene. Il chiostro è stato riportato al suo aspetto originario da Leone XIII e dal suo architetto, il conte Francesco Vespignani; un museo di opere d'arte provenienti dalla vecchia basilica è stato realizzato sotto le sue arcate.

Candelabro nella chiesa di S.Paolo fuori le mura.

Ci sono tre o quattro dettagli a riguardo che meritano di essere riportati. Il progetto di questa squisita struttura è stato di solito attribuito a uno dei Cosmateschi; in realtà è opera di Pietro Vassaletto e di suo figlio. Nella demolizione di uno dei massicci contrafforti che erano stati costruiti due secoli fa contro il colonnato del lato del sud, il conte Vespignani ha scoperto (1887) le firme autentiche di entrambi artisti, nell'iscrizione che è qui riprodotta. Può essere tradotta:

"Io, Vassaletto, nobile ed abile maestro nella mia professione, ho portato a termine da solo quest'opera che ho cominciato insieme a mio padre".[11] La Loro scuola durò per quattro generazioni, dal 1153 alla metà del secolo successivo, ed è seconda per importanza a quella dei Cosmateschi. Molte delle loro produzioni sono firmate, come per esempio la sedia papale nella chiesa di S. Andrea a Anagni, datata 1263; un pannello nella cattedrale di Segni, datato 1185; i candelabri a S. Paolo fuori le Mura; il leone nel portico dei SS. Apostoli; il baldacchino ai SS. Cosma e Damiano, datato 1153; frammenti di un pannello intarsiato nello studio dell'illustre artista Señor Villegas, [etc].  

5.25 Lo studio delle antichità da parte degli artisti medievali.

Siamo abituati a credere che solo i maestri del Rinascimento studiarono gli antichi e vi si ispirarono; il fascino dell'arte antica, invece, è stato ugualmente subito dai loro predecessori del dodicesimo secolo.

L'arco di accesso al cortile, posto a metà del lato sud di questo chiostro, (opposto a quello rappresentato nella nostra illustrazione) è impostato su delle sfingi, una delle quali barbata. I mostri dalla testa umana portano la nemes, simbolo dei faraoni egiziani, e sono stati evidentemente modellati ad imitazione di antichi originali. Questo non è l'unico caso. Il cancello di S. Antonio sull'Esquilino è anch'esso sostenuto da sfingi accovacciate (1269). Si è immaginato che tali lavori fossero stati inspirati dai crociati che aveva visto le meraviglie d'Egitto. Ma, se il lettore ricorda cosa ho detto riguardo al Tempio di Iside nel Campo Marzio, nel capitolo II, capirà subito come il Vassalletto potesse disegnare i suoi modelli egiziani ispirandosi ad originali ben più vicini. Un episodio citato da Winckelmann[12] prova che uno di loro possedette e studiò una statua di Esculapio, nel cui basamento, infatti, troviamo inciso il nome. [V]ASSALECTVS. La statua fu vista da Winckelmann nel Palazzo Verospi, ma non ho potuto accertare la sua attuale ubicazione. In questo stesso chiostro ci sono alcune deliziose figure di santi in altorilievo, provenienti da un antico ciborio. Una di queste, rappresentante S. Giovanni Battista, è evidentemente modellata sul tipo di Antinoo, con la stessa abbondanza di capelli ricci, lo stesso profilo e le stesse caratteristiche sopracciglia.

5.26 La bottega del tagliatore di pietre sul sito della Banca Nazionale.

Nell'ottobre del 1886, in effetti, ho visto una bottega di un tagliapietre medievale, in cui il posto d'onore di onore era stato dato a una statua di Antinoo. Il fatto è così straordinario in un'epoca in cui le statue venivano ricercate non come modelli, ma come materiale per le calcare, circostanze che preferisco non approfondire.

Il sito del Palazzo della Banca Nazionale, nella strada omonima, era occupato in antico dalla casa di Tiberio Giulio Frugi, un membro del collegio degli Arvali. Questa casa ha condiviso il destino di tutti gli edifici antichi: fu lasciata cadere in rovina, e, successivamente, divenne proprietà di chiunque avesse scelto di occuparla. Tra le occupazioni del periodo medievale, ci fu quella di un tagliatore di pietre che raccolse nelle sue sale diroccate frammenti, rocchi di colonne e marmi di vario genere , alcuni dei quali erano già stati ritagliati per nuovi impieghi. C'era anche un deposito di sabbia fine che è ancora oggi usato per tagliare le pietre. Possiamo determinare approssimativamente l'epoca in cui visse il tagliatore di pietre, dal fatto che nel suo tempo la pavimentazione della casa romana era già stata coperta già da uno strato di detriti alto 1,8 mt. 

L’Antinoo della Banca Nazionale.

Una statua di Antinoo, il favorito di Adriano, deificato dopo la sua morte e adorato sotto le sembianze di Bacco, è stata trovata in posizione eretta contro il muro posteriore della bottega. E' tagliata in marmo greco e lo stile della scultura è eccellente. Nessuna delle parti sporgenti del corpo è stata separata dal tronco, così che le ingiurie del tempo sono ridotte e limitate al naso ed alle mani. Un paziente studio di questa figura mi ha permesso di ricostruirne la storia. Prima di tutto, siamo sicuri che, dalle ginocchia in giù, la statua è rimasta immersa in una corrente d'acqua per un periodo molto lungo, perché la superficie del marmo è corrosa e piena di piccoli buchi causati dall'azione dell'acqua corrente. Presenta anche visibili tracce di incrostazioni risalenti al periodo in cui fu portata fuori dall'acqua. Questi fatti concorrono nel provare che l'Antinoo, gettato nell'acqua o cadutovi per un incidente, è stato trovato o comprato dopo secoli dal nostro tagliapietre. Fu quindi operato un tentativo di ripulire la statua, e, con l'intenzione di conservarla come opera d'arte e come modello, è stata messa nella migliore stanza della bottega. Statua e bottega furono entrambe nuovamente seppellite per una seconda volta, per essere poi riportate alla luce nel 1886. La statua può essere oggi ammirata nell'atrio della Banca Nazionale.

Come esempi rappresentativi dell'arte e delle glorie successive, suggerirei la tomba di Innocenzo VIII (1484-1492) di Antonio Pollaiolo, di Paolo III (1524-1549) di Guglielmo della Porta, e di Clemente XIII (1758-1769) di Antonio Canova. 

5.27 La tomba di Innocenzo VIII

Tomba di Innocenzo VIII.

Questa nobile opera di Antonio Pollaiolo si trova addossata al secondo pilastro della navata sinistra di S. Pietro, di fronte alla "Porta dei Musici". Se riflettiamo sul fatto che questo monumento, oltre alla sua importanza nella storia dell’arte, ci ricorda della caduta di Costantinopoli e di Granada, la scoperta del Nuovo Mondo, le figure di Baiazide e di Cristoforo Colombo, abbiamo argomenti per meditare oltre che godimento estetico.

Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cibo da Genova , è rappresentato nel suo sarcofago mentre dorme il sonno del giusto, mentre, al di sopra, appare nuovamente nel pieno della sua vita, seduto sul trono pontificio, con la mano destra sollevata nell’atto di benedire la folla e con la sinistra che tiene la lancia con cui Longino trafisse il fianco del Redentore sulla croce. Questa sacra reliquia fu un dono degli infedeli che avevano appena preso possesso della capitale dell’Impero d’Oriente ed issato la mezzaluna sui pinnacoli di S.Sofia. Sembra che, mentre Baiazide II assediava Broussa, il suo fratello ribelle Zem o Zizim, che era già stato sconfitto nella battaglia del 20 giugno del 1481, riuscì a scappare in Egitto e, di qui, alla sua meta finale, Rodi. Il comandante in capo dei Cavalieri di S.Giovanni, d'Aubusson, lo ricevette cordialmente e lo inviò in Francia e, successivamente, a Roma. Qui fu ricevuto con onori reali e percorse le strade su un cavallo da battaglia, scortato da Francesco Cibo, un parente del Papa, e dal conte d'Aubusson, fratello del comandante in capo. E’ descritto come un amante delle visite turistiche, di circa 40 anni, di espressione selvaggia e crudele, alto, prestante, ben proporzionato, con folte sopracciglia e naso aquilino. Suo fratello, Baiazide, temendo che potesse essere indotto a tentare una nuova ribellione con l’aiuto dei cavalieri, del Papa e dei Veneziani, lo trattò generosamente concedendogli una rendita annua di 40.000 scudi; si assicurò inoltre i favori di Innocenzo VIII con il dono della Sacra Lancia.[13] 

5.28 La storia della Santa Lancia

Dobbiamo a questo dono straordinario di Baiazide uno dei capolavori del Rinascimento: il ciborio della Santa Lancia, iniziato da Innocenzo VIII e terminato nel 1495 dagli esecutori della sua volontà, Lorenzo Cibo e Antoniotto Pallavicino. Sfortunatamente ne conserviamo solo un disegno eseguito dalla mano approssimativa di Giacomo Grimaldi[14]: fu ridotto in pezzi nel 1606, e solo pochi dei suoi pannelli, medaglioni e statue, eseguiti dalla scuola di Mino da Fiesole, furono trasportati nelle Sacre Grotte, dove a nessuno è permesso di vederli. Grimaldi, che redasse il verbale della demolizione del ciborio, dice che la dissacrazione ed il trasferimento delle reliquie avvennero domenica 22 gennaio intorno alle sette di sera; alle nove un fulmine colpì il tetto in costruzione della basilica; pesanti pezzi di muratura caddero con un boato; tessere di mosaico schizzarono via dalle proprie sedi e fessure e crepe si produssero in varie parti dell’edificio. Nella stessa notte, il Tevere ruppe gli argini, e le aque tumultuose giunsero fino al palazzo del Cardinal Rusticucci in direzione del Vaticano.

L’iscrizione sulla tomba di Innocenzo VIII cita, tra le glorie del suo pontificato, la scoperta di un nuovo mondo. Trent’anni prima della sua elezione Costantinopoli era stata presa dagli infedeli, ma la conquista fatta ad ovest aveva fornito la compensazione per le perdite subite sulle rive del Bosforo. Innocenzo visse fino alle notizie della presa di Granada e delle conquiste di Ferdinando d’Aragona nelle province moresche del sud della Spagna; allo stesso tempo il ramo ispano-portoghese della grande famiglia Latina sembrava essere esploso con rinnovata vitalità ed entusiasmo religioso, destinato a dare a Roma nuove vittorie e nuovi mondi. Bartolomeo Diaz aveva già doppiato il Capo di Buona Speranza; la via marittima per le Indie era stata aperta. Il Papa poteva nuovamente considerarsi padrone del Mondo ed offrire in dono a Giovanni II del Portogallole terre africane conosciute e sconosciute”. La morte colse il cortese e pacato Pontefice il 26 luglio del 1492. Otto giorni dopo la sua dipartita,un altro genovese[15], un altro valido rappresentante della forte razza ligure, salpava dal porto di Palos per scoprire un altro continente, dando inizio alla terza era nella storia dell’Umanità.

5.29 La tomba di Paolo III

Tomba di Paolo III.

Sia gli storici che gli artisti concordano nel porre il monumento di Paolo III al primo posto tra le analoghe creazioni artistiche. In una nicchia a sinistra dell'altare maggiore di San Pietro la figura dell'anziano e nobile pontefice è seduta su un trono di bronzo. Con la testa china sul petto, sembra assorto nei suoi pensieri. In effetti, durante la sua amministrazione ebbero luogo importanti eventi connessi, in un modo o nell'altro, agli affari della sua famiglia: la creazione del ducato di Parma in favore di suo figlio, Pierluigi, il matrimonio di suo nipote Ottavio con Margherita, figlia di Carlo V, e la creazione dell'ordine dei Gesuiti; dal momento che alcuni di questi episodi ebbero esito diverso da quello che era atteso, non c'è da meravigliarsi che la sua espressione lasci trasparire un sentimento di disapprovazione. Due figure femminili di marmo sono distese ai piedi del sarcofago: una anziana, a rappresentare la Prudenza, l'altra giovane, a rappresentare la Giustizia; la prima ha in mano uno specchio, la seconda un fascio di verghe. Sembra che Guglielmo della Porta le eseguì basandosi su uno schizzo proposto da Michelangelo; infatti, hanno una forte somiglianza con le figure della Notte e del Giorno sulla tomba di Lorenzo dei Medici a Firenze. Si dice che la Prudenza sia un ritratto di Giovannella Caetani da Sermoneta, madre del Papa, mentre la Giustizia rappresenterebbe sua sorella, Giulia Farnese, secondo Martinelli, o sua figlia Costanza, moglie di Bosio Sforza, secondo Rotti. Il profilo della donna più anziana sembra proprio quello di Dante, a tal punto che Maes la definisce la "Dantessa di S.Pietro". La sua compagna più giovane è, o piuttosto era, di meravigliosa bellezza, prima che Bernini drappeggiasse le sue forme con una tunica di piombo. Durante l'epoca, la tunica è stata rimossa a beneficio di un francese che stava raccogliendo materiale sulla vita del della Porta; non sono però riuscito ad ottenere una copia della fotografia che fu eseguita in quell'occasione. Precedentemente la statua era chiamata erroneamente Verità, cosa che fece nascere il detto che, sebbene di regola la verità non sia gradita, questa era fin troppo gradita. La strana infatuazione che un gentiluomo spagnolo aveva per lei è descritta da Sprenger, Caylus e Cancellieri.[16]

Il progetto originale del monumento prevedeva quattro statue, perché doveva ergersi solitario al centro della Chiesa e non quasi nascosto in una nicchia. Le altre due statue furono in effetti realizzate, una come Abbondanza, l'altra come Dolcezza; oggi sono conservate in una delle sale del Palazzo Farnese.

5.30 I suoi servigi per l’arte

Paolo III, Alessandro Farnese, fu il primo romano eletto al pontificato dopo Martino V, Colonna (1417-1424).

Pomponio Leto, il suo precettore, lo aveva imbevuto di spirito umanista. La sua conversazione era allegra e spiritosa; con lui sembrò di tornare indietro ai vecchi tempi di Leone III. Morì amato ed adorato dai suoi sudditi. Condividiamo volentieri questi sentimenti se ricordiamo di quanta arte siamo a lui debitori.

Il Palazzo Madama, oggi adibito a Palazzo del Senato, e la Villa Madama, sulle pendici orientali di Monte Mario, appartenenti ancora oggi ai discendenti della famiglia Farnese, gli furono dati da Margherita di Spagna, dopo il suo matrimonio con suo nipote Ottavio

La Farnesina, che comprò ad un asta nel 1586, unisce alla sua memoria quella dei Chigi, di Raffaello, Michelangelo e Baldassarre Peruzzi. Dobbiamo quindi ricordare il suo contributo alla costruzione di San Pietro, nell'affresco del "Giudizio Universale" e nel compimento dei lavori della "Sala Regia", la più ricca sala del Vaticano. Ma nessun'altra opera, a mio avviso, ci fornisce una migliore idea del suo gusto e dei suoi sentimenti delicati di quanto non facciano gli appartamenti che egli fece costruire e decorare sulla sommità della mole Adriana. Sto scrivendo queste frasi nella loggia o vestibolo cui si accede dalla grande sala. Lo stesso Paolo fece porre su un architrave un ricordo della sua opera, i cui architetti furono Raffaello da Montelupo e Antonio da Sangallo, mentre i decoratori furono Marco da Siena, Pierino del Vaga e Giulio Romano. I soffitti della stanza da letto e della sala da pranzo, intagliati in legno, quelli del salone del ricevimento, in stucco dorato e dipinto, sono talmente belli che dovrebbero essere visti da ogni turista di passaggio a Roma. La stanza da bagno, opera del suo predecessore, Clemente VII, si ispira all'antichità. Nel 1538, mentre la costruzione di questa gemma artistica era in fieri, Benvenuto Cellini fu gettato in una delle prigioni sottostanti, come prigioniero di Stato. Era accusato di aver rubato dei gioielli che appartenevano al tesoro apostolico; ma la vera ragione sembra essere stata un'offesa fatta al Papa, che aveva commesso nel 1527, quando gli eserciti del Conestabile di Borbone stavano assediando il castello. L'offesa è descritta dallo stesso Benvenuto con le seguenti parole:

 

“In mentre che io mi stavo su a quel mio diabolico esercizio [di montare la guardia sui bastioni], mi veniva a vedere alcuni di quelli cardinali che erano in Castello, ma piú ispesso il cardinale Ravenna e il cardinal de' Gaddi, ai quali io piú volte dissi ch'ei non mi capitassino innanzi, perché quelle lor berrettuccie rosse si scorgevano discosto; il che da que' palazzi vicini, com'era la Torre de' Bini, loro e io portavomo pericolo grandissimo; di modo che per utimo io gli feci serrare, e ne acquistai con loro assai nimicizia. Ancora mi capitava spesso intorno il signor Orazio Baglioni, il quale mi voleva molto bene. Essendo un giorno in fra gli altri ragionando meco, lui vidde certa dimostrazione in una certa osteria, la quale era fuor della porta di Castello, luogo chiamato Baccanello. Questa osteria aveva per insegna un sole dipinto immezzo dua finestre, di color rosso. Essendo chiuse le finestre, giudicò il detto signor Orazio, che al dirimpetto drento di quel sole in fra quelle due finestre fussi una tavolata di soldati a far gozzoviglia; il perché mi disse: - Benvenuto, s'e' ti dessi il cuore di dar vicino a quel sole un braccio con questo tuo mezzo cannone, io credo che tu faresti una buona opera, perché colà si sente un gran romore, dove debb'essere uomini di molta importanza Al qual signor io dissi: - A me basta la vista di dare in mezzo a quel sole - ma sí bene una botte piena di sassi, ch'era quivi vicina alla bocca di detto cannone, el furore del fuoco e di quel vento che faceva il cannone, l'arebbe mandata atterra. Alla qual cosa il detto signore mi rispose: - Non mettere tempo in mezzo, Benvenuto: imprima non è possibile che, innel modo che la sta, il vento de il cannone la faccia cadere; ma se pure ella cadessi e vi fussi sotto il Papa, saria manco male che tu non pensi, sicché tira, tira -. Io, non pensando piú là, detti in mezzo al sole, come io avevo promesso a punto. Cascò la botte, come io dissi, la qual dette a punto in mezzo in fra il cardinal Farnese e misser Iacopo Salviati, che bene gli arebbe stiacciati tutti a dui: che di questo fu causa che il ditto cardinal Farnese a punto aveva rimproverato, che il ditto misser Iacopo era causa del sacco di Roma; dove dicendosi ingiuria l'un l'altro, per dar campo alle ingiuriose parole, fu la causa che la mia botte non gli stiacciò tutt'a dua”.[17]

Il cardinale non dimenticò mai il pericolo corso.

Dal punto di vista dell’interesse archeologico Paolo III sarà sempre ricordato fintantochè il Museo Nazionale di Napoli e le Terme di Caracalla a Roma continueranno a riscuotere l’interesse degli studiosi.

Leggendo i giornali degli scavi delle Terme, sembra di essere trasportati in un sogno. Nessuno prima di lui aveva messo le mani sui tesori che l’edificio conteneva.

Si ritrovarono statue nelle loro nicchie o distese di fronte ad esse; le colonne erano in piedi sui propri piedistalli; i muri erano ancora rivestiti di marmi rari e di pannelli riccamente intarsiati; le vasche da bagno erano ancora pronte all’uso. Pietro Sante Bartoli dice:

"Lo scavo delle Terme di Caracalla che avvenne al tempo di Paolo III (1546) è quello che ottenne il maggiore successo di tutti. Fornì una così gran numero di statue, colonne, bassorilievi, marmi, cammei, intagli, figure in bronzo, medaglie e lampade, che non potè essere trovata alcuna stanza atta ad accoglierli nel Palazzo Farnese".

 La collezione comprende il Toro Farnese, le due statue di Ercole, la Flora, gli Atleti, la Venere Callipigia, la Diana, "Atreo e Tieste", la cosiddetta "Tuccia" ed un centinaio di altri capolavori che furono, purtroppo, trasportati a Napoli verso la fine del secolo scorso[18].  

5.31 La tomba di Clemente XIII

Possiamo seguire, passo dopo passo, la perniciosa influenza esercitata sull'arte romana dalla scuola del Bernini dall'epoca d'oro di Guglielmo della Porta all'arte barocca del XVIII secolo, dalla tomba di Alessandro Farnese a quella di Prospero Lambertini (Benedetto XIV, 1740-1758).

La ricchezza e la magnificenza dei mausolei papali crebbe proporzionalmente alla caduta del gusto. Gli scultori sembrano aver avuto una sola ambizione: produrre un effetto teatrale.

Il loro abuso della policromia è incredibile, il raggruppamento delle loro figure convenzionale, le contorsioni a cui sottopongono le loro statue di Speranza e Carità, di Liberalità e Benevolenza, di Giustizia e Prudenza, sono semplicemente assurde.

Il Genio della Morte - dalla tomba di Clemente XIII del Canova.

5.32 Bracci e Canova.

Pietro Bracci, l'artista del monumento di Benedetto XIV, spingendo il manierismo al limite estremo, causò una reazione generale nel campo artistico.

La tomba di Clemente XIII, Carlo Rezzonico di Venezia (1758-1769), fu affidata a Canova.

C'è una differenza di pochi anni tra le due, ma sembra quella di secoli. Questo monumento, che segna una prodigiosa reazione nella direzione degli ideali puri dell'arte classica, fu inaugurato il 4 aprile del 1795, davanti ad un'immensa folla. Tutta Roma era lì, e la sconfitta dei partigiani dello stile del Bernini non avrebbe potuto essere più completa.

Travestito con abiti ecclesiastici, Canova si mischiò alla folla e potè udire personalmente che il regno di un gusto distorto in campo artistico era ancora una volta terminato tanto unanimi erano l'ammirazione e l'approvazione della moltitudine per il suo coraggioso tentativo.

La tomba di Clemente XIII è posta su un alto basamento di stile dorico, che dà accesso alla cripta. I due leoni di marmo, famosi in tutto il mondo, sono accucciati sui gradini, di guardia al sarcofago; la Religione si erge sulla sinistra tenendo una croce nella mano destra, mentre il Genio della Morte, con una torcia capovolta, è disteso sul lato opposto. È una figura aggraziata ma leggermente convenzionale. Nella testa di questo Genio, che Canova considerava una delle sue migliori produzioni, si può facilmente percepire l'influenza dello studio dell'antico. E' l'Apollo del Belvedere dei tempi moderni, l'"Apollo cattolico", come Forsyth chiama l'arcangelo di Guido nella chiesa dei Cappuccini. Il Papa è rappresentato in ginocchio mentre prega con le mani giunte e assorto con un volto pieno di sentimento.

Quando, seduti di fronte a questo momento, volgiamo lo sguardo verso le tombe di Clemente X e di Benedetto XIV o verso altre simili produzioni del XVIII secolo, facciamo fatica a credere che Canova fosse un contemporaneo di Pietro Bracci e Carlo Monaldi. 

5.33 I Gesuiti al tempo di Clemente.

La tomba ha anche un interesse storico. Fu sotto Clemente XIII che l'Ordine dei Gesuiti fu portato davanti ai tribunali europei. Il regno del Portogallo, dove avevano fatto i loro primi passi verso la grandezza e la fama, fu il primo ad attaccarli. Il marchese di Pombal, primo ministro di Giuseppe I, approfittando del disagio causato dal terremoto del 1755 e di un tentativo di assassinio del re, espulse l'ordine dalla paese e dalle colonie (9 gennaio-3 settembre 1759).

124 furono messi ai ferri, uno, di nome Malagrida, giustiziato , 37 furono lasciati morire in prigione; il resto fu imbarcato su sette navi e trasportato verso terre straniere.

Carlo III di Spagna ed il suo ministro, il conte d'Aranda, seguirono l'esempio del Portogallo. I Gesuiti furono banditi dalla Spagna il 28 febbraio del 1767 e nella notte tra il 2 ed il 3 di aprile in 5000 furono messi su vascelli da trasporto e mandati a Roma.

Il re Luigi XV e il duca di Choiseul fecero un processo analogo in Francia.

Il tentativo di Damiens del 5 gennaio 1757 ed uno scandalo connesso all'amministrazione delle proprietà dell'ordine in Martinica, furono presi a pretesto per la punizione dell'ordine venne bandito nel 1764.

Il re Ferdinando IV di Napoli, il Gran Capo di Malta, il duca di Parma ed altri potentati parteciparono anch’essi a questa crociata. Qualunque possano essere i sentimenti che personalmente nutriamo verso questo ordine, le figure di Lorenzo Ricci, il Generale che contese così coraggiosamente ogni centimetro dal campo di battaglia, e di Clemente XIII che morì prima di firmare il decreto di soppressione chiesto a viva voce da Portogallo, Spagna, Francia, Parma, Napoli e Malta, saranno sempre ricordate con rispetto.

Le pressioni fatte sull'anziano papa da metà dei regni d'Europa non erano semplicemente diplomatiche. Fu privato di Avignone e della contea di Venoisin in Francia, di Benevento nel sud Italia, ma senza esito. Il decreto che sopprimeva l'ordine fu siglato solamente dal suo successore Clemente XIV,Ganganelli, il 21 giugno del 1773. Lorenzo Ricci morì l'anno successivo, prigioniero di Stato a Castel Sant'Angelo.


Note del Lanciani

[1] Nota del Lanciani: Garrucci has reproduced them in the Storia dell' arte cristiana, vol. II. pl. 108-111.

[2] Nota del Lanciani: Garrucci: Vetri adornati di figure in oro. — Swoboda, citato De Waal in Römische Quartalschrift, 1888, p. 135. — Armellini: ibidem, 1888, p. 130. — De Rossi: Bullettino di archeologia cristiana, 1864, p. —; 1887, p.130.

[3] Nota del Lanciani: Les tombeaux des papes romains. Traduzione di Sabatier. Parigi, 1859.

[4] Nota del Lanciani: Roma sotterranea, I., p. 283.

[5] Nota del Lanciani: L’ipogeo, scoperto nel 1617, scavato e saccheggiato nel 1780-81, è diventato, dietro mia esortazione, proprietà dello Stato insieme al Colombario di Hylas.

[6] Nota del Lanciani: Conteneva le tombe di Marcello † 308, Silvestro † 385, Siricio † 396e Celestino † 422.

[7] Nota del Lanciani: Dyer: History of Rome, p. 344.

[8] Nota del Lanciani: Vedi Anglo-Saxon Chronicle, edita da J. A. Giles, nella biblioteca antiquaria di Bohnnonché l’eccellente memoria di Domenico Tesoroni, King Ceadwalla's Tomb in the Ancient Basilica of S. Peter (Rome, Bertero, 1891), da cui cito quasi testualmente.

[9] Nota del Lanciani: De Rossi: Inscriptiones christianae, II. p. 288.

[10] Nota del Lanciani: Duchesne: Lib. pontif. II. 258. — Marucchi: Iscrizioni relative alla storia di Roma dal secolo V al XV. (p. 74). Roma, 1881.

[11] Nota del Lanciani: Barbier de Montault: Revue archéologique, XIV. 244. — Frothingham: American Journal of Archaeology, 1891, p. 44. — De Rossi: Bullettino di archeologia cristiana, 1875, p. 29; 1891, p. 91. — Stevenson: mostra di Roma, all' esposizione di Torino, 1884, p. 174. — Rohault de Fleury: Le Latran au moyen âge (tavole 45, 46). Parigi, 1877.

[12] Nota del Lanciani: Storia delle arti, edizione Fea, vol. II. p. 144.

[13] Nota del Lanciani: Zizim morì avvelenato il 14 Febbraio del 1495, durante il pontificato di Alessandro VI, Borgia.

[14] Nota del Lanciani: Pubblicato da Müntz, in Archivio storico dell' arte, vol. IV., 1891, p. 366.

[15] Nota del Lanciani: La controversia sul luogo di nascita di Cristoforo Colombo sembra essersi risolta in favore di Savona. Evidenze insindacabili sono state scoperte il 17 giugno del presente anno (1892), dalla Società Storica di Madrid.

[16] Nota del Lanciani: Theodor Sprenger: Roma Nova, p. 232. Frankfort, 1660. — Caylus: nel vol. XXV. delle Mémoires de l'Académie des inscriptions et belles lettres. — Cancellieri: Il mercato, p. 42.

[17] Nota del Lanciani: Vita di Benvenuto Cellini, lib. 1, XXXVI.

[18] Il Lanciani scrive nel 1892, quindi si deve intendere la fine del XVIII secolo.


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