Roma Pagana e Cristiana

CAPITOLO 4
TOMBE IMPERIALI.

Prologo Capitolo 1 Capitolo 2 Capitolo 3 Capitolo 5 Capitolo 6

4.1 Il Mausoleo di Augusto (Morte e sepoltura di Augusto)
4.2 Le sue volontà.
4.3 Il monumento Ancyrano.
4.4 Descrizione e storia del Mausoleo.
4.5 La sua connessione con i Colonna e Cola di Rienzo.
4.6 Altri membri della famiglia imperiale che vi furono sepolti.
4.7 La storia della fuga e della morte di Nerone.
4.8 Il luogo della sua sepoltura
4.9 Ecloga, la sua nutrice.

4.10 LA TOMBA DEGLI IMPERATORI FLAVI, TEMPLUM FLAVIAE GENTIS.
4.11 I luoghi circostanti e la sua ubicazione.
4.12 La morte di Domiziano
4.13 I mausolei degli Imperatori cristiani.
4.14 La tomba ed il sarcofago di Elena, madre di Costantino.
4.15 Il mausoleo di Costanza.
4.16 Le due rotonde costruite vicino S.Pietro come tombe imperiali.
4.17 Scoperte fatte al loro interno nel quindicesimo e sedicesimo secolo
4.18 Le inestimabili reliquie di Maria, moglie di Onorio
4.19 Cercatori di tesori in tempi antichi e moderni.
Note generali sul Capitolo 4


  4.1 Il Mausoleo di Augusto (Morte e sepoltura di Augusto)

Gli antichi scrittori hanno lasciato dettagliati resoconti delle ultime ore del Fondatore dell’Impero. La mattina del diciannovesimo anno dalla presa del potere, anno Domini 14, sentendo arrivare la morte, Augusto chiese al suo attendente se il mondo esterno fosse a conoscenza della sua condizione; quindi chiese uno specchio e preparò il suo corpo per l’evento supremo, dal momento che già da tempo aveva preparato la sua mente e la sua anima. Si congedò dai suoi amici e dagli ufficiali della residenza imperiale con animo sereno; appena fu lasciato solo con Livia, l’abbracciò dicendo:

"Livia possa tu vivere felicemente come abbiamo vissuto insieme dal primo giorno del nostro matrimonio".

Morì come aveva desiderato: serenamente e senza soffrire. Eutanasìa (una bella morte) era la parola che preferiva usare, sebbene non avesse mai sentito di qualcuno morto senza agonia. Una sola volta nel corso della malattia sembrò perdere conoscenza, quando vaneggiò lamentandosi di quaranta giovani uomini che si affollavano intorno al letto per rubare il suo corpo. Più che ad una farneticazione, Suetonio pensa che fosse una visione o premonizione di un evento che si sarebbe verificato, perché quaranta pretoriani portarono effettivamente il feretro durante il corteo funebre. Il grande uomo morì a Nola, nella stessa villa e nella stessa stanza in cui suo padre, Ottavio, se n’era andato anni prima. Il suo corpo fu portato lungo la Via Appia, di villaggio in villaggio, da città a città a turno dai membri di ogni consiglio municipale; per evitare la calura della pianure campane e pontine, il corteo avanzava solo di notte, mentre di giorno il feretro veniva conservato nei santuari locali o nei municipi. Infine si giunse a Bovillae (le Frattocchie, ai piedi dei Colli Albani). L’intera classe equestre romana era lì ad attenderlo; il corpo fu portato in trionfo per le ultime dieci miglia e deposto nel vestibolo del palazzo sul Palatino.

Nel frattempo, nel Senato si facevano proposte e si discutevano risoluzioni, suggerite da tale circostanza, che andavano oltre ogni immaginazione. Uno dei membri proponeva che la statua della Vittoria, che si trovava nella Curia, dovesse essere portata davanti al carro funebre, che suppliche avrebbero dovuto essere cantate dai figli e dalle figlie dei Senatori, e che il corteo, sulla strada verso il Campo Marzio, avrebbe dovuto passare attraverso la Porta Triumphalis, che non veniva mai aperta se non per i generali vittoriosi. Un altro membro proponeva che tutte le classi dei cittadini avrebbero dovuto togliersi tutti gli oggetti d’oro e tutti i gioielli, lasciandosi solo gli anelli; un terzo, che il nome di Augusto si sarebbe dovuto sostituire a quello del mese di settembre, perché il compianto eroe era nato nel mese successivo e morto in quello precedente. Comunque, queste manifestazioni esagerate di cordoglio non furono messe in pratica, ed il funerale fu organizzato con la massima semplicità. Il corpo fu posto nel Foro, di fronte al Tempio di Giulio Cesare, dai rostra del quale, Tiberio lesse un panegirico. Un’altro discorso fu tenuto da Druso, figlio adottivo di Tiberio, dal lato opposto del Foro. Quindi, gli stessi Senatori presero sulle proprie spalle il feretro, lasciando la città dalla Porta Triumphalis. Il corteo formato dal Senato, l’alto clero, i cavalieri, l’esercito e l’intera popolazione costeggiò il Circus Flaminius e i Septa Julia e, attraverso la Via Flaminia[1] raggiunse l’ ustrinum, il recinto sacro per le cremazioni. Appena il corpo fu posto sulla pira, il corteo sfilò nuovamente nello stesso ordine, con gli ufficiali e i soldati dei vari corpi dell’esercito che facevano le loro evoluzioni o decursiones. Questa parola, nella sua accezione generale, significa una lunga marcia fatta dai soldati a tempo e senza lasciare i ranghi; con riferimento alle cerimonie funebri, significa evoluzioni particolari compiute tre volte, in onore di eminenti generali. Una decursio è rappresentata alla base della colonna di Antonino Pio, oggi nel Giardino della Pigna[2].

Evoluzioni funebri militari; dalla base della Colonna Antonina.

In quella che descrivo, gli ufficiali ed i soldati gettarono sulla pira le decorazioni militari che Augusto gli aveva riconosciuto per il coraggio dimostrato in battaglia. Il privilegio di accendere il fuoco alla pira fu accordato ai comandanti delle legioni che egli aveva condotto così tante volte alla vittoria. Si avvicinarono con lo sguardo volto verso il basso e, indirizzando un ultimo saluto, compirono il loro atto di dovere e rispetto. La cremazione si compì e, mentre si spegnevano le braci fumanti con vino ed acqua profumata, un’aquila spiccò il volo dalle ceneri come per portare l’anima dell’eroe in Paradiso. Livia ed alcuni ufficiali restarono sul luogo per cinque giorni e cinque notti, quindi raccolsero le ceneri in un’urna preziosa che posero nella cripta più interna del mausoleo che Augusto aveva costruito quarantadue anni prima nel Campo Marzio.  

L’Apoteosi di un Imperatore. Dalla base della Colonna Antonina.

Abbiamo una descrizione di Strabone di questo monumento e resti che confermano la descrizione nelle sue linee generali. Era formato da un basamento circolare di 68,58 metri di diametro che sosteneva un tumulo conico di terra, piantato a cipressi. Sulla cima del tumulo, troneggiava la statua dell’Imperatore tra gli alberi.

La tipologia di questa struttura sepolcrale risale all’epoca preistorica e si diffuse notevolmente presso gli Etruschi. Il territorio di Vulci, vicino al Ponte dell'Abbadia, e quello di Veio, vicino alla Vaccareccia, sono disseminati di questi tumuli che i locali chiamano cocumelle. Augusto introdusse questa tipologia presso i Romani, come si nota dal gran numero di tumuli costruiti a partire da quella data, come quelli sulla Via Salaria, sulla Via Labicana e sulla Via Appia.

Si entrava nella sua tomba dalla parte sud; l’ingresso era fiancheggiato da monumenti di notevole interesse, come gli obelischi oggi in Piazza del Quirinale ed a Piazza di S. Maria Maggiore, le copie dei decreti del Senato in onore dei personaggi che erano sepolti all’interno, e, soprattutto, le Res gestae divi Augusti, una sorta di volontà politica, autobiografia e apologia, la cui importanza sopravanza quella di qualsiasi altro documento relativo alla storia dell’Impero Romano.

4.2 Le sue volontà.

Furono scritte da Augusto verso la fine dei suoi giorni. Ordinò agli esecutori di inciderlo su colonne di bronzo ad ognuno dei lati dell’ingresso del suo mausoleo. Le sue volontà furono eseguite diligentemente da Livia, Tiberio, Druso e Germanico, i suoi eredi ed esecutori testamentari; lo sappiamo dalle frequenti allusioni a tale documento fatte da Suetonio e Velleio, ma anche dalle copie che ci sono giunte, non da Roma o dall’Italia, ma dalle lontane province di Galatia e Pisidia.

Anticamente, era abitudine innalzare templi in onore dei dominatori dell’Impero ed ornarli con le loro immagini e le loro elegie. Nello specifico, quelli in onore di Augusto furono chiamati Augustea o aedes Augusti et Romae nelle province occidentali, Sebasteion, Sebasteia, Sebasteon, Sebasteum, Sebastea in quelle orientali o di lingua greca[3]. Ancyra (Ankara), la capitale della Galatia, ed Apollonia, la capitale della Pisidia, furono, tra le città asiatiche, quelle che tributarono i maggiori onori al fondatore dell’Impero.

4.3 Il monumento Ancyrano.

Il Tempio Ancyirano deve la sua conservazione ai cristiani, che lo usarono come chiesa dal quarto al quindicesimo secolo, ma anche ai Turchi, che lo tramutarono in una moschea associata all’ Hadji Beiram. Il tempio ed il suo incommensurabile tesoro epigrafico divennero noti verso la metà del sedicesimo secolo. Nel 1555 fu mandata da Ferdinando II un’ambasciata al Solimano, il Califfo, che, in quel tempo, risiedeva ad Amasia[4]. Il caso volle che il capo della missione, Ogier Ghislain Busbecq ed il suo assistente, Antony Wrantz, vescovo di Agram, fossero appassionati di ricerche archeologiche. Furono colpiti dall’importanza dell’Augusteum di Ancyra; con l’aiuto dei loro segretari, quindi, fecero delle buone copie delle sue iscrizioni. Dal 1555 il luogo è stato visitato molte volte, in particolare da Edmond Guillaume, nel 1861, e da Humann, nel 1882.[5]

4.4 Descrizione e storia del Mausoleo.

Ci sono due copie delle volontà di Augusto scolpite sul muro di marmo del tempio: una in latino, nel pronao, dal lato opposto del portone di ingresso; l’altra in greco, sul muro esterno della cella. Entrambe furono trascritte

"dall’originale, scolpita sulle colonne di bronzo nel mausoleo di Roma"

Il documento è diviso in tre parti e 35 paragrafi. La prima parte descrive gli onori tributati ad Augusto, — militari, civili e sacerdotali; la seconda fornisce i dettagli delle spese sostenute per il beneficio ed il benessere della popolazione ; la terza riferisce i suoi meriti in pace ed in guerra; alcuni dei fatti riportati sono decisamente importanti. Dice, per esempio, che i cittadini Romani che combatterono ai suoi ordini e che gli giurarono fedeltà, furono 500.000 e che più di 300.000 prestarono servizio fino ai limiti di età previsti per la ferma e furono congedati con onore dall’esercito. Ad ognuno di loro concesse dei terreni acquistati con il patrimonio personale o i mezzi per comprarne in altri territori diversi da quelli assegnati alle colonie militari. Al momento della sua morte, 160.000 cittadini Romani stavano ancora servendo la bandiera; il numero di quelli morti in battaglia, debilitati dalle malattie o congedati per cattiva condotta nel corso di 55 anni, ammonta a 40.000.[6] La percentuale è sorprendentemente bassa se consideriamo l’organizzazione approssimativa degli staff medici nonché la lunghezza e la durezza delle campagne militari che furono condotte in Italia (Mutina), Macedonia (Filippi), Acarnania (Azio), Sicilia, Egitto, Spagna, Germania, Armenia ed altri paesi. Il numero di imbarcazioni militari di grosso tonnellaggio che vennero catturati, bruciati o affondati in battaglia, può considerarsi pari a 600. Nella battaglia navale contro Sesto Pompeo, al largo di Naulochos, affondò ventotto vascelli, mentre ne catturò o bruciò 225; di una potente imbarcazioni di trecento navi, quindi, solo 17 riuscirono a fuggire.

Bandì tre volte il censimento dei cittadini di Roma; la prima volta nel 29-28 a.C., quando furono contate 4.063.000 anime; la seconda volta nell’8 a.C., quando si arrivò a 4.233.000; la terza nel 14 d.C., con 4.937.000. Sotto il suo pacifico governo, quindi, ci fu un incremento di 874.000 unità nel numero dei cittadini. Sottolinea con orgoglio che, mentre dall’inizio della storia di Roma fino alla sua epoca il portone del Tempio di Giano era stato chiuso solo due volte, egli, a testimonianza della pace diffusa sia per mare che per terra, fu capace di chiuderlo tre volte nel corso di cinquanta anni. I suoi atti di liberalità sono spesso sorprendenti. A volte si parla di distribuzioni gratuite di grano, olio o vino; a volte di elargizioni di denaro. Egli afferma di aver speso in donazioni la somma di venti milioni di sesterzi, quasi ventisei milioni di dollari . Se si aggiungono a questa somma il costo dell’acquisto dei terreni per i suoi veterani in Italia (seicento milioni di dollari) e nelle province (duecentosessanta milioni), quello dei riconoscimenti economici ai suoi veterani (quattrocento milioni), quello di contribuire all’accrescimento dell’erario (centocinquanta milioni), quello delle spese militari (centosettanta milioni), oltre a quello di altri sussidi e munificenze il cui ammontare è ignoto, raggiungiamo una spesa totale, a vantaggio del suo popolo, di novantuno milioni di dollari.[7]

Non c’è bisogno di parlare del restauro materiale che egli operò sulla città, che “trovò di mattoni e lasciò di marmo”. Si costruirono, aprirono, restaurarono ed abbellirono a profusione viali, strade, acquedotti, ponti, moli, luoghi di divertimento e di culto, parchi, giardini, uffici pubblici. Suetonio afferma che, in una sola occasione, offrì a Giove Capitolino 7.250 Kg d’oro e gioielli per un valore di cinquanta milioni. Nell’anno 28 a.C. furono ricostruiti nella stessa Roma non meno di 82 templi.

Se non fossimo in presenza di statistiche ufficiali e di documenti di Stato, difficilmente riusciremmo a credere a queste affermazioni sorprendenti. Dobbiamo anche ricordare che l’atteggiamento di Augusto fu condiviso ed emulato con eguale munificenza dai suoi ricchi amici e consulenti, Marcio Filippo, Lucio Cornificio, Asinio Pollione, Munazio Planco, Cornelio Balbo, Statilio Tauro e, su tutti, Marco Agrippa, cui dobbiamo gli acuedotti delle acque Virgo e Julia , il Pantheon, le Terme, il lago artificiale (stagnum), il Portico degli Argonauti, il Tempio di Nettuno, il Portico di Vipsania Palta, il Diribitorium, i Septa, il Campus Agrippae, un ponte sul Tevere e centinaia di altre costose strutture. Durante i dodici mesi in cui fu edile, nel 19 a.C., ricostruì il tracciato del sistema fogniario, aggiungendo molti chilometri di nuovi canali, eresse 805 fontane e 130 serbatoi per l’acqua. Questi edifici furono ornati con 300 statue di marmo e bronzo e 400 colonne.

4.5 La sua connessione con i Colonna e Cola di Rienzo.

Nella nostra epoca abbiamo visto realizzare opere forse di importanza maggiore ma, come il Barone de Hübner sottolinea parlando di un altro grande uomo, Sisto V, esse sono il prodotto congiunto di governo, prestigio nazionale, speculazione nonché di capitali pubblici e privati; sono inoltre stati favoriti dai meravigliosi progressi della meccanica. La trasformazione di Roma all’epoca di Augusto, fu opera di pochi ricchi cittadini, i cui nomi saranno connessi per sempre alle loro splendide creazioni.

Le porte del mausoleo di Augusto furono aperte per l’ultima volta nel 98 d.C., per accogliere le ceneri di Nerva. Non ne abbiamo più notizia fino al 410, quando i Goti saccheggiarono le cripte imperiali. Nessun danno, comunque, sembra sia stato fatto all’edificio in sè in quell’occasione. Come il mausoleo di  Metella, sulla Via Appia, e quello di Adriano, sulla riva destra del Tevere, fu in seguito convertito in fortezza e occupato dai Colonna. La sua definitiva distruzione, nel 1167, segna uno dei grandi fatti della storia medievale di Roma.

Tra i conti di Tusculum[8], partigiani dell’impero germanico, ed i Romani, legati al loro governo municipale indipendente, esisteva da tempo un feudo, che a volte era stato teatro di violenti tumulti. Nel 1167, divenuto Papa Alessandro III , i Romani decisero di sferrare l’offensiva decisiva sui Tuscolani, ma anche sui loro alleati, gli Albani. Il cardinale di Aragona, il biografo di Alessandro III, afferma che verso la fine di maggio, quando i campi di grano cominciano ad imbiondire, i Romani diedero il via alla loro spedizione contro il conte Rainone, contro la volontà del Papa; dopo aver varcato i confini della sua proprietà, incendiarono i campi, tagliarono alberi e vigneti, distrussero le fattorie, uccisero le mandrie ed assediarono la stessa città. Rainone, conscio della sua posizione precaria, chiese aiuto all’imperatore Federico, accampato in quel tempo vicino Ancona. La richiesta fu esaudita e un corpo di guerrieri germanici tornò con gli ambasciatori alla riconquista di Tusculum. Essi capirono presto che, sebbene i Romani fossero avvantaggiati nel numero, erano così mal inquadrati ed insubordinati che c’erano le stesse possibilità per entrambi gli schieramenti. La battaglia iniziò il lunedì di Pentecoste del 30 maggio 1167. I 1.200 germanici, guidati da Cristiano, arcivescovo di Mayence, e trecento Tuscolani, guidati da Rainone, attaccarono coraggiosamente l’avanguardia dell’esercito romano, che contava 30.000 uomini. Presi dal panico, fuggirono e si sbandarono al primo scontro. Furono inseguiti di valle in valle e assassinati in così grande numero che solo un terzo scarso di loro riuscì a mettersi in salvo entro le Mura Aureliane. I ricordi locali della battaglia ancora sopravvivono dopo un periodo di otto secoli,; la valle che porta alla villa di Q. Voconio Pollione (Sassone) a Marino è ancora chiamata dagli abitanti del luogo "la valle dei morti".

Il giorno seguente fu mandata un’ambasciata all’arcivescovo Cristiano ed al conte Rainone per  chiedere il permesso di seppellire i morti. Il permesso fu accordato, con l’umiliante clausola che si sarebbe dovuto riferire a Tusculum il numero dei morti e dei dispersi. La leggenda dice che il numero fu pari a 15.000, cifra che sembra esagerata. Gli storici contemporanei parlano solamente di 2.000 morti e 3.000 prigionieri, che furono mandati a Viterbo. La cronaca di Sikkardt aggiunge che i Romani si erano accampati vicino Monte Porzio; che la battaglia durò solo due ore e che i morti furono seppelliti nella chiesa di S. Stefano, al secondo miglio della Via Latina, con la seguente iscrizione:— MILLE DECEM DECIES ET SEX DECIES QVOQVE SENI, — che, se l’iscrizione riportata è vera, prova che il numero di morti in battaglia fu 11.066, cioè 1.000 + 100 + 60 + 6.

Il legame di questa medievale battaglia di Canne con il mausoleo di Augusto è presto spiegato. Il mausoleo era stato scelto dai Colonna come loro fortezza nel Campo Marzio ed era loro interesse mantenerlo in buono stato. Come accade in caso di disfatte, la parte soccombente deve trovare una scusa ed un’opportunità di rivalsa: i potenti Colonna furono accusati di alto tradimento, cioè, di aver guidato l’avanguardia romana in un’imboscata. Conseguentemente furono banditi dalla città ed il loro castello sul Campo Marzio, distrutto. Così perì il Mausoleo di Augusto.

La storia delle sue rovine, comunque, non finisce con gli eventi appena descritti. Quelli più importanti di tutti, sono quelli connessi al destino di Cola di Rienzo. Il suo biografo, nel capitolo XXIV del libro III[9], dice che il corpo del tribuno fu lasciato insepolto per due giorni ed una notte su alcuni gradini in prossimità di S.Marcello. Giugurta e Sciarretta Colonna, a capo della fazione aristocratica, fecero trascinare il corpo lungo la Via Flaminia[10], da S. Marcello al mausoleo che era stato nuovamente occupato e fortificato dalla potente famiglia nel 1241. Nel frattempo, gli Ebrei si erano riuniti in gran numero intorno al "Campo dell' Augusta", termine con il quale si chiamavano allora le rovine. Furono riuniti rami secchie sterpaglie per accendere una fuoco, quindi si gettò il corpo nelle fiamme; la pira estemporanea venne alimentata con nuovo combustile finche non si consumò l’ultima particella del cadavere. Una strana coincidenza che vede lo stesso monumento scelto come proprio luogo di sepoltura dal fondatore dell’Impero, dall’oppressore della libertà Romana, utilizzato, tredici secoli dopo per la cremazione di colui che aveva tentato di ripristinare la Libertà Popolare! Ecco la descrizione dell’evento fatta da un contemporaneo:

"Il cadavere fu trascinato lungo questa strada (l’odierna Via del Corso) fino alla chiesa di S.Marcello. Lì fu appeso per i piedi ad un balcone, perché la testa si era spappolata e dispersa, pezzo a pezzo, lungo la strada; al corpo erano state inflitte così tante ferite che sembrava un crivello; le viscere erano uscite dal ventre e sporgevano come quelle di un bue nella macelleria; era tremendamente grasso, con la pelle bianca, come latte tinto di sangue. La sua grassezza era enorme, così grande da farlo somigliare ad un bufalo. Il corpo fu lasciato appeso al balcone per due giorni ed una notte, esposto al lancio di sassi dei ragazzi. Il terzo giorno il corpo fu rimosso e trasportato al Campo dell' Augusta, dove la colonia ebrea si era radunata; sebbene la pira fosse stata formata solo con sterpi, abbondanti nei pressi di quelle rovine, il grasso del cadavere tenne vive le fiamme finchè la loro opera non fu compiuta. Non restò nemmeno una particella del grande Campione dei Romani".

Non c’è bisogno che ricordi al lettore che la casa nelle vicinanze del  Ponte Rotto, Virilismi fronte al Tempio della Fortuna Virile[11], che le guide indicano come quella di Cola di Rienzo, non ha con lui alcun legame.[12] Egli nacque e visse per parecchi anni presso la chiesa di S. Tommaso in Capite Molarum, tra Palazzo Cenci e la sinagoga degli Ebrei, sulla riva sinistra del Tevere. La chiesa esiste ancora sebbene abbia cambiato il suo nome medievale in quello di S. Tommaso a' Cenci.

La casa presso Ponte Rotto, poc’anzi citata, ha un altro nome popolare: è chiamata “la casa di Pilato”. L’appellativo non è cosi peregrino come sembrerebbe; ci riporta indietro a tempi passati, quando le rappresentazioni della Passione venivano messe in scena in una maniera molto più efficace di quanto non si faccia oggi a Oberammergau. Non si rappresentavano su un palco di legno, troppo convenzionale, ma in un quartiere della città il più possibile adattato a rappresentare la Via Dolorosa di Gerusalemme[13] dalle case di Pilato e Caifa, fino alla cima del Calvario.

La rappresentazione della Passione cominciava da una casa al n° 37 di Via della Bocca della Verità, che è ancora chiamata "Locanda della Gaiffa" corruzione di Gaifa o Caifa. Da questo punto la processione si dirigeva lungo la strada verso la "Casa di Pilato" come veniva chiamata la Casa di Crescenzio, dove, probabilmente, si rappresentavano le scene dell’ Ecce Homo, della flagellazione e della corona di spine. La Via Dolorosa corrisponde alle attuali Vie della Bocca della Verità, Salara, Marmorata e Porta S. Paolo; devono esserci state stazioni intermedie dove venivano rappresentati vari episodi, come l’incontro con la Vergine Maria, la caduta sotto il peso della croce, l’incontro con Veronica e quello con l’uomo di Cirene. La rappresentazione aveva termine sulla cima del Monte Testaccio, dove venivano erette tre croci. Una esiste ancora.

I lettori che hanno avuto l’opportunità di studiare la Via Dolorosa a Gerusalemme saranno colpiti dalla somiglianza tra l’originale e la sua imitazione romana. Il percorso di quest’ultima deve essere stata suggerito dai crociati e dai pellegrini di ritorno dalla Terra Santa verso la fine del tredicesimo secolo. Ogni particolare, persino quelli al limite di una tradizione dubbia, furono qui ripetuti, anche quello della pietra di fronte alla quale sedette Lazzaro: un rudere a metà strada tra il Ponte Rotto ed il Monte Testaccio, cioè il Calvario, è ancora chiamato Arco di S. Lazaro.

Il Mausoleo di Augusto fu sottoposto ad esplorazioni archeologiche per la prima volta nel 1527, quando sul lato sud, vicino alla chiesa di S. Rocco, fu trovato l’obelisco oggi a Piazza S. Maria Maggiore. Il 14 luglio del 1519, Baldassare Peruzzi scoprì e copiò alcuni frammenti dell’iscrizione originale in situ; ma la scoperta fatta nel 1777 relega nell’ombra tutte le precedenti. Nella primavera di quell’anno, quando ci si apprestò a costruire la casa all’angolo tra il Corso e la Via degli Otto Cantoni (opposta a Via della Croce, venne alla luce l’ustrinum, cioè il recinto sacro per le cremazioni dei membri della famiglia imperiale, contornato da una grande quantità di monumenti storici. Strabone descrive il luogo come pavimentato in marmo, racchiuso da cancellate in ottone e ombreggiato dai pioppi. Il pavimento marmoreo fu trovato ad una profondità di di 5,7 mt sotto il marciapiede di Via del Corso. Il primo oggetto scoperto fu la splendida urna di alabastro cotognino, oggi ai Musei Vaticani (Galleria delle Statue), alta 90 cm per 45 di diametro, con un coperchio che terminava con un fiore di loto; lo spessore del materiale è di soli 2,5 cm. L’urna aveva una volta contenuto le ceneri di uno dei personaggi imperiali sepolti nel mausoleo; i barbari di Alarico o i saccheggiatori romani devono averla lasciata nell’ustrinum dopo averne saccheggiato gli oggetti ivi conservati.

I piedistalli marmorei che contornavano la piazza erano di due tipi, alcuni erano finalizzati ad indicare il punto in cui ogni Principe era stato cremato, altri il luogo dove erano state deposte le ceneri. Il primo tipo finisce con la formula HIC CREMATVS (o CREMATA) EST, l’ultimo con le parole HIC SITVS (o SITA) EST.

4.6 Altri membri della famiglia imperiale che vi furono sepolti.

Augusto non fu il primo membro della famiglia imperiale ad occupare il mausoleo. Fu preceduto da Marcello (28 a.C.) Virgilio (Eneide, VI. 872); da Marco Agrippa, nel 14 a.C.; da Ottavia, sorella di Augusto, nell’anno 13 a.C.; da Druso maggiore, nell’anno 9 a.C. e da Caio e Lucio, nipoti di Augusto.

Dopo Augusto, si ricordano in successione le sepolture di Livia, Germanico, Druso, figlio di Tiberio, Agrippina maggiore, Tiberio, Antonia moglie di Druso, Claudio, Britannico e Nerva. Sono stati trovati nell’ustrinum dieci cippi funerari di questi grandi, ed in alcuni casi ammirevoli, uomini e donne, alcuni furono trovati dai Colonna prima che a questi subentrassero gli Orsini nel possesso del luogo; altri negli scavi del 1777.

Il destino di due di loro non può non suscitare l’emozione di chi studia la storia delle rovine di Roma. I cippi di Agrippina maggiore, figlia di Agrippa, moglie di Germanico e madre di Caligola, nonché quello di suo figlio maggiore Nerone, furono portati alla luce nel medioevo, riutilizzati come unità di misura standard per solidi e messi a disposizione del pubblico a tal fine nel portico del Municipio. Il cippo di Nerone scomparve durante il restauro del Palazzo dei Conservatori al tempo di Michelangelo; quello di Agrippina si trova ancora lì.

Il destino di questa nobildonna è descritto da Tacito nel sesto libro degli annali; fu esiliata da Tiberio nell’isola di Pandataria, l’odierna Ventotene, dove passò gli ultimi tre anni della sua vita in solitudine e dolore. Nel 33 d.C. — la data più importante della cronologia cristiana — morì di fame o per volontaria decisione o per ordine del suo persecutore. Saputo della sua morte, l’Imperatore mostrò la propria clemenza, perché, invece di far impiccare la principessa esponendone il corpo sulla Scala Gemonia, le concesse di morire una morte tranquilla in quell’isola. Non furono tributati onori alla sua memoria, ma Caligola, appena succedette a Tiberio nel governo dell’Impero, navigò verso Pandataria, raccolse le ceneri di sua madre e dei parenti e le depose infine nel mausoleo. Il cippo rappresentato qui sotto è sicuramente opera di Caligola, perché si fa menzione della sua ascesa al trono.

Il cippo di Agrippina maggiore, trasformato in una misura per il grano.

Il buco scavato al suo interno nel medioevo, può contenere 136 kg di grano, come si evince dalla legenda RVGIATELLA DE GRANO, incisa a caratteri gotici sopra ai simboli municipali. I tre scudi araldici appartengono ai tre “sindaci” o conservatori, cui si deve la creazione di questa misura standard. Un’altra iscrizione, incisa nel 1635 sul lato opposto, dice:

"Il S.P.Q.R. rende onore alla memoria della nobile e coraggiosa donna che pose volontariamente fine alla propira vita"

(segue quindi un parallelo di dubbio gusto tra il pane che si negò e le granaglie per la cui misura la sua urna veniva usata).

Gli altri cippi trovati nell’ ustrinum menzionano quattro altri figli di Germanico, tra loro Caio Cesare, l’amabile bambino adorato e pianto grandemente da Augusto. Una statua rappresentante il giovanetto con gli attributi di Cupido fu dedicata da Livia nel Tempio di Venere Capitolina, un’altra fu posta da Augusto nella propria camera da letto: entrandovi ed uscendovi egli non dimenticava mai di baciare l’amata immagine.

Il Mausoleo di Augusto ed il suo prezioso contenuto non sono sfuggiti alla spoliazione e dissacrazione che sembra essere stata la regola sia in tempi remoti che in quelli moderni. La costruzione è oggi usata come un circo[14]. Il suo basamento è nascosto da case ignobili; L’urna di Agrippina è conservata nel cortile del Palazzo dei Conservatori; altre tre sono state distrutte, sei appartengono ai Musei Vaticani.

 

Testa di Nerone ai Musei Capitolini.

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4.7 La storia della fuga e della morte di Nerone.

La defezione dell’ultima legione a lui fedele, fu annunciata a Nerone mentre era a cena nella Domus Aurea. Avuta la notizia, strappò le lettere, rovesciò il tavolo e gettò a terra due splendide coppe, dette omeriche per i loro ceselli che rappresentavano scene dell’Iliade; avuta quindi da Locusta una fiala di veleno, uscì nei Giardini Serviliani. Mandò allora alcuni fedeli servi ad Ostia con l’ordine di far tener pronto alla fuga uno squadrone di vascelli veloci. Dopo di ciò, chiese ai suoi ufficiali della guardia pretoriana se erano pronti ad accompagnarlo nella sua fuga; alcuni trovarono una scusa, altri rifiutarono apertamente; uno ebbe il coraggio di chiedergli: "E’ così difficile morire?". Quindi cominciarono ad agitarsi nella sua mente vari progetti; in certi momenti era disposto a chiedere pietà a Galba, il suo oppositore vittorioso; in altri a chiedere aiuto ai rifugiati in Partia, oppure pensava di vestirsi a lutto comparendo in pubblico a piedi nudi e con la barba lunga davanti ai rostra, per chiedere perdono per i propri crimini; se glielo avessero rifiutato, pensava di chiedere il permesso di ottenere il governatorato dell’Egitto in cambio del potere imperiale. Era pronto a portare a compimento questo progetto, ma gli mancò il coraggio all’ultimo momento, appena seppe che il popolo esasperato lo avrebbe fatto a pezzi prima che egli potesse raggiungere il Foro. Verso sera calmò la sua mente nella speranza che ci sarebbe stato abbastanza tempo per prendere una decisione se avesse aspettato fino al giorno seguente. Verso mezzanotte si svegliò e vide che i pretoriani di guardia agli ingressi dei Giardini Serviliani erano tornati nei loro alloggiamenti. I servi furono mandati a svegliare gli amici che dormivano nella villa, ma nessuno di loro ritornò. Si mise quindi a girare per gli appartamenti, trovandoli vuoti e deserti. Tornato nelle proprie stanze, vide che i suoi servitori personali erano fuggiti, portandosi via le lenzuola e la fiala di veleno. Sembrò quindi determinato a porre fine alla propria vita gettandosi da uno dei ponti; ma il coraggio gli mancò nuovamente e pregò che gli venisse mostrato un nascondiglio. Fu in questo momento supremo che il liberto Faone offrì la sua villa suburbana, posta tra la Via Salaria e la Via Nomentana, quattro miglia fuori Porta Collina. La proposta fu subito accettata ; scalzo, con indosso una tunica e un comunissimo mantello sulle spalle, balzò in sella ad un cavallo e si diresse al cancello accompagnato da quattro uomini solamente, — Faone, Epafrodito, Sporo ed un altro di cui non conosciamo il nome.

Le vicissitudini della fuga furono sufficientemente terribili per privare il fuggiasco imperiale dell’ultimo barlume di speranza. Il cielo era coperto e pesanti nuvole nere incombevano sulla terra; la tranquillità della natura era interrotta ogni tanto da rombi di tuono. La terra tremò nel momento in cui egli passò davanti al campo dei pretoriani. Potè udire le urla dei soldati ammutinati che maledicevano il suo nome, mentre Galba veniva acclamato come suo successore. Inoltre, i fuggiaschi incontrarono diversi uomini che si affrettavano verso la città in cerca di notizie. Nerone udì alcuni di loro che si dicevano l’un l’altro di essere sicuri di correre in città per scovarlo. Un altro passante chiese le notizie che provenivano dal palazzo. Prima di arrivare al Ponte Nomentano, il cavallo di Nerone, impaurito dalla vista di un cadavere disteso al lato della strada, partì al galoppo. Il goffo copricapo ed il fazzoletto con cui l’Imperatore tentava di nascondersi il volto, gli volarono via e, proprio in quel momento, un messaggero del campo dei pretoriani lo riconobbe e, per l’abitudine, gli fece il saluto militare. 

Il Ponte Nomentano.

Superato il ponte, la Via Nomentana si divide: la strada principale, sulla destra, porta a Nomentum (Mentana); quella di sinistra al territorio di Ficulea (la Cesarina). Oggi si chiama Strada delle Vigne Nuove. Nerone ed i suoi compagni presero questa strada di campagna. I particolari forniti da Suetonio sono confermati dall’aspetto e dalla natura attuale del luogo in maniera così puntuale che possiamo seguire passo dopo passo i movimenti dei quattro dalle mura alla villa di Faone. Le pendici delle colline erano, oggi come allora, incolte e coperte di cespugli.

Mappa con l’ubicazione della villa di Faone.

C’è ancora un sentiero sulle rive del Fosso della Cecchina, che conduce al muro posteriore della villa, aversum villae parietem; le pendici delle colline, inoltre, sono ancora oggi crivellate da cave di pozzolana, le angustiae cavernarum di Suetonio. La villa si estende sull’altopiano, o cresta, tra la valle della Cecchina e la val Melaina. Il suo ingresso principale corrisponde esattamente a quello di Vigna Chiari, la prima delle "vigne nuove" sulla destra, se uno proviene da Roma, ad una distanza di sei chilometri dalla soglia della Porta Collina. Per un raggio di centinaia di metri intorno all’ingresso, incontriamo le tipiche rovine di una villa romana del primo secolo, — portici, cisterne per l’acqua e sostruzioni, dalla cui piattaforma è possibile godere una splendida vista sulle pianure boscose del Tevere e dell’Aniene, sulla città e sulle colline del Vaticano e del Gianicolo, che incorniciano il panorama. Il luogo è piacevole, appartato e tranquillo, perfetto per esaudire il desiderio, espresso da Nerone, nella sua disperata condizione, di una secretior latetra.

I fuggiaschi smontarono da cavallo all’incrocio con la strada delle Vigne Nuove e lasciarono liberi i cavalli tra i cespugli. Non volendo essere visti sulla strada, seguirono il sentiero più in basso del fosso della Cecchina, nascosto da fitti canneti. Fu necessario aprire una breccia nel retro della villa e, mentre si faceva ciò, Nerone spense la sua sete grazie ad una pozza di acqua stagnante, vicino all’apertura delle cave di pozzolana. Una volta entrati nella villa, gli fu chiesto di stendersi su un divano coperto da un mantello da contadino e gli vennero offerti un pezzo di pane stantio ed un bicchiere di acqua tiepida. Cibo che rifiutò, limitandosi a sfiorare con le sue labbra riarse il bordo della coppa. E’ curioso leggere da Suetonio dei molti tentennamenti che l’infelice ebbe prima di prendere la decisione di uccidersi ; si decise ad agire in tal modo solo quando udì la cavalcata di un cavaliere mandato dal Senato per arrestarlo. Pose quindi il pugnale sulla propria gola, facendosi aiutare nel portare a fondo il colpo dal liberto Epafrodito. Il centurione, mandato per prenderlo vivo, arrivò prima che esalasse l’ultimo respiro. Nerone gli indirizzò queste parole:

"Troppo tardi! E’ questa la tua fedeltà?"

Si spense gradualmente, mentre il suo volto assumeva un’espressione talmente spaventosa che i presenti inorridirono. Icelo, liberto di Galba, l’Imperatore neo-eletto, diede il proprio consenso ad un funerale dignitoso.

Ecloga e Alessandra, le sue nutrici, Atta la sua insegnante e i tre uomini a lui fedeli che lo avevano accompagnato nella fuga, fornirono i fondi necessari, circa cinquemila dollari[15]. Il corpo fu cremato, avvolto in un lenzuolo intessuto d’oro, lo stesso che aveva usato nel suo letto la notte di capodanno.

4.8 Il luogo della sua sepoltura

Le tre donne raccolsero le ceneri e le deposero nella tomba della famiglia Domizia, che si ergeva sullo sperone della collina del Pincio dietro l'attuale chiesa di Santa Maria del Popolo. L'urna era di porfido, l'altare su cui era posta, di marmo di Carrara e la stessa tomba di marmo tesio.

4.9 Ecloga, la sua nutrice.

Una scoperta toccante è stata fatta da poco nella Vigna Chiari, sul punto esatto del suicidio di Nerone, da un mio amico, il Cavaliere Rodolfo Buti: quella della tomba di Claudia Ecloga, l'anziana donna che fu così devota al suo ufficio di nutrice. L'epitaffio è una semplice lapide di marmo che riporta solamente un nome. Ma questa semplice iscrizione, letta tra le rovine della villa di Faone, avendo davanti e propri occhi ogni dettaglio della scena del suicidio, tocca più il cuore di quanto farebbe un grande monumento alla sua memoria. Dal momento che non poté essere sepolta all'interno o vicino alla tomba di famiglia dei Domizi sul Pincio, scelse il punto dove erano stati cremati i resti di Nerone.

"Quando Nerone morì per il più giusto dei destini che il distruttore non aveva potuto distruggere, tra le urla di gioia di Roma liberata, di nazioni affrancate e del mondo in giubilo, alcune mani non viste posero fiori sulla sua tomba, forse la debolezza di un cuore non privo di sentimenti per qualche gentilezza ricevuta, quando il potere aveva lasciato all'infelice un momento di innocenza".[16]

L'epitaffio originale di Claudia Ecloga è stato trasportato ai Musei Capitolini, dove sembra perso tra i molti altri importanti reperti; ma lo studioso che sceglierà le Vigne Nuove per una passeggiata pomeridiana troverà lì una copia, posta dalla nostra commissione archeologica sulla facciata principale del Casino di Vigna Chiari.

4.10 LA TOMBA DEGLI IMPERATORI FLAVI, TEMPLUM FLAVIAE GENTIS.

 

4.11 I luoghi circostanti e la sua ubicazione.

La Via del Quirinale-Venti Settembre, che conduce dal Palazzo del Quirinale a Porta Pia, corrisponde esattamente all'antica Alta Semita che era una strada di tale importanza per la sua lunghezza, il suo tracciato regolare ed i luoghi circostanti che l'intera regione (la sesta) prese il nome da lei. Per i nostri attuali scopi prenderemo in considerazione solo la prima parte, dal Palazzo del Quirinale alle Quattro Fontane. Era fiancheggiata sul lato nord dal Tempio di Quirino, scoperto e demolito nel 1625, e dal Capitolium Vetus, anch'esso distrutto nel 1625 da Papa Barberini.

Pianta dell’ Alta Semita.

Il lato opposto della strada era fiancheggiato da abitazioni private di famiglie che furono molto importanti nella storia della Repubblica e dell'Impero. La prima appartenne a Pomponio Attico, amico di Cicerone, ed ai suoi discendenti i Pomponi Bassi. Cicerone la pone tra i Templi di Quirino e della Salute, cioè vicino all'attuale chiesa di S.Andrea al Quirinale; esattamente qui, nel novembre del 1558, la casa fu scoperta da messer Umberto Ubaldini, in condizioni così perfette che gli atti ed i documenti della famiglia, iscritti su tavolette di bronzo, erano ancora attaccati sulle pareti del tablinum, circostanza che si riporta solo due volte negli annali degli scavi romani.[17]

La casa, vista e descritta da Manuzio e Ligorio, si ergeva all'angolo dell'Alta Semita con una strada chiamata Via del Melograno, "ad malum punicum" ed era adornata riccamente da statue, colonnati, ampie sale, etc.

Una delle tavolette di bronzo che si riuscì a salvare delle rovine e che oggi è esposta alla Galleria degli Uffizi a Firenze, dichiara che il consiglio municipale di Ferentinum, riunito in assemblea nel Tempio di Mercurio, aveva posto la città sotto la protezione di Pomponio Basso nel 101 d.C.

La protezione era stata accettata dal valoroso patrizio e tabulae hospitales erano state scambiate tra le parti.

Quando Sua Maestà Re Umberto decise di aprire un nuovo giardino nel 1887 sul luogo di questa casa, speravo di imbattermi in alcune delle rovine descritte da Manuzio e da Ligorio. Ma non fu trovato nulla, se si eccettua una statua di marmo di poco valore oggi conservata nel Palazzo Reale.

Un altro uomo illustre viveva vicino al Tempio della Salute: Valerio Marziale l’epigrammatico. Lo dice apertamente egli stesso nei suoi "Epigrammi" (X.58; XI.1). La casa era sua o vi abitava come ospite o in affitto? Credo che fosse ospite del suo ricco parente e compatriota G. Valerio Vegeto, console nel 91 d.C., la cui residenza urbana occupava metà del luogo del moderno edificio del Ministero della Guerra, su via Venti Settembre.

La residenza è stata esplorata almeno tre volte: dapprima nel 1641, la seconda del 1776 e l'ultima nell'autunno del 1884. A giudicare da quest'ultima esplorazione, che fu condotta in mia presenza e descritta dal mio recente amico Capannari nel "Bullettino Comunale" del 1885, il palazzo di Valerio Vegeto doveva essere stato costruito e decorato con grande ricchezza. Marziale, come tutti i poeti, se non si trovò in vere e proprie ristrettezze economiche, non fu comunque mai un uomo ricco, a maggior ragione non poteva essere il proprietario di una casa privata in una strada in un quartiere in cui lo stesso terreno rappresentava una fortuna.

Tra i due palazzi appena descritti,quello di Pomponio e quello di Valerio, nello spazio oggi occupato dal Palazzo Albani e dalla Chiesa e dal convento di San Carlino alle Quattro Fontane, c'era una casa più umile, che apparteneva a Flavio Sabino, fratello di Vespasiano.

Qui nacque l'Imperatore Domiziano il 24 ottobre del 50 d.C.

La casa che si ergeva all'angolo tra l'Alta Semita e la Via del Melograno fu da lui convertita in un memoriale di famiglia o mausoleo, dopo la morte di suo padre e di suo fratello. Qui furono sepolti, oltre a Vespasiano e Tito, Flavio Sabino, Giulia, figlia di Tito, e, per ultimo, lo stesso Domiziano.

4.12 La morte di Domiziano

Questa è la storia della sua morte: dopo aver assassinato suo cugino Flavio Clemente, il principe cristiano di cui ho descritto la sorte nel capitolo I, la vita divenne per lui un fardello insopportabile. Il timore che qualcuno potesse improvvisamente ergersi a vendicatore del sangue innocente in cui aveva immerso le proprie mani, gli fece continuamente temere per la sua vita a tal punto che fece rivestire i portici del palazzo imperiale di marmo lucido per poter vedere sulla sua superficie il riflesso del suo seguito e dei suoi servitori, scrutandone i movimenti anche se questi si trovavano a grande distanza dietro di lui. Per molte settimane fu terrorizzato dai fulmini. Una volta venne colpito il Campidoglio, un'altra la tomba di famiglia sul Quirinale che aveva fatto ufficialmente chiamare Templum Flaviae Gentis, un'altra ancora il palazzo imperiale e addirittura la sua stanza da letto. Venne sentito borbottare in disparte:

"Lasciamoli colpire: chi se ne importa?".

In un'altra occasione un terribile ciclone strappò via la tavoletta dedicatoria dal basamento della sua statua equestre nel Foro. Sognò anche che Minerva, la divinità protettrice dei suoi giorni più felici, era improvvisamente scomparsa dalla sua cappella privata. Quello che lo terrorizzò di più, comunque, fu il destino di Ascletario, l'indovino. Avendo chiesto ad Ascletario ch tipo di morte si aspettava, la sua risposta fu:

"Sarò fatto a pezzi dei cani molto presto".

Per convincere se stesso e i suoi amici che queste premonizioni non meritavano alcun credito, Domiziano, che aveva appena ricevuto un responso molto triste dall'oracolo della Fortuna Prenestina, fece immediatamente uccidere il necromante, disponendo che venisse montata la guardia alla tomba dove furono conservati i suoi resti. Ma quando si diede luogo alla cremazione, un uragano si abbattè sull'ustrinum facendo fuggir via terrorizzati gli astanti, cosicché i resti semicarbonizzati caddero preda dei cani. L’episodio fu riferito all'imperatore la sera stessa, mentre era a cena.

I dettagli del suo assassinio, che ebbe luogo pochi giorni dopo, il 18 settembre del 96 d.C., nel suo quarantacinquesimo anno di età e quindicesimo di regno, sono poco noti poiché, ad eccezione dei quattro assassini, l'episodio fu testimoniato solo da un giovane ragazzo, cui Domiziano aveva affidato la cura delle immagini degli dei nella sua stanza da letto. I nomi dei cospiratori sono Saturio, il capo dei suoi attendenti, Massimo, un liberto di una classe inferiore, Clodiano un attendente, e Stefano, che era a capo del gruppo. Fu indotto a commettere il crimine nella speranza che le malversazioni di cui era colpevole nell'ambito della conduzione della proprietà di Flavia Domitilla, non venissero mai scoperte né punite. Per allontanare i sospetti si mostrò, per diversi giorni prima del tentativo, con il braccio fasciato e tenuto da una benda intorno al collo dove poteva nascondere un'arma anche in presenza della sua vittima designata senza essere scoperto. Il ragazzo riferì a chi condusse l'inchiesta che Domiziano morì da uomo coraggioso, combattendo disarmato contro i suoi assalitori. Non appena vide Stefano brandire il pugnale, disse al ragazzo di andare subito a prendere lo stiletto che teneva sotto il cuscino del suo letto e di correre in suo aiuto; questi però trovò solo il fodero vuoto e, inoltre, che tutte le porte erano state chiuse. L'Imperatore cadde al settimo colpo.

Il cadavere fu portato in un giardino di proprietà della sua nutrice Fillide, ai margini della Via Latina; le ceneri furono mescolate segretamente con quelle di sua nipote Giulia, anch'essa svezzata da Fillide, e deposte nel mausoleo di famiglia sul Quirinale. Il mausoleo, che si ergeva al centro dell'atrio dell'antica Domus dei Flavi, fu scoperto e distrutto verso la metà del XVI secolo. Ligorio descrive la struttura come un tempio circolare con un pronao di sei colonne di ordine composito. Gli scavi furono fatti a spese del cardinale Sadoleto. Tra le altre cose, trovò una splendida statua di Minerva con uno scudo nella mano sinistra e una lancia nella destra. La villa del cardinale Sadoleto fu in seguito comprata da messer Uberto Ubaldini, che rase al suolo ogni cosa, comprese le stesse fondazioni dell'edificio. Nel compiere quest'opera, scoprì diverse statue di marmo acefale. Flaminio Vacca aggiunge che le colonne erano di marmo bigio africano, alte 4,30 mt.

Resti del mausoleo di Geta

Il lettore comprenderà facilmente che se passassi in rivista le tombe di tutti i dominatori dell'Impero Romano, da Traiano a Costantino, il presente capitolo supererebbe la lunghezza prevista per l'intero libro.

Il Mausoleo di Adriano, su cui è possibile leggere la storia della città secolo dopo secolo, fino ai nostri giorni; la Colonna Traiana, nelle cui fondazioni sono sepolte le ceneri del migliore dei principi romani; la tomba di Geta, costruita nella forma di un septizonium sulla via Appia; la collina artificiale del Monte del Grano, che si credeva essere la tomba di Alessandro Severo, di sua moglie e di sua madre, nelle cui profondità furono trovati il sarcofago Capitolino e il vaso di Portland:

tutti questi monumenti fornirebbero abbondante materiale per discussioni archeologiche, artistiche e storiche. Il mio scopo è, comunque, citare solo argomenti illustrati da recenti e poco note scoperte, selezionando esempi rappresentativi che possano aiutare il lettore a comparare l'arte e la civilità pagane con quelle cristiane. Per questo motivo e per scongiurare inevitabili ripetizioni, sorvolerò sul destino degli Imperatori del II e del III secolo, riprendendo la mia descrizione con quelli che vennero al potere dopo la pace della Chiesa.

4.13 I mausolei degli Imperatori cristiani.

I primi membri cristiani della famiglia imperiale, Elena, madre di Costantino, e Costanza, sua figlia, furono sepolte in tombe separate, una sulla Via Labicana, in un luogo anticamente chiamato ad duas lauros ed oggi Tor Pignattara, l'altra vicino alla chiesa di Santa Agnese, sulla via Nomentana.  

La Tor Pignattara.

 

4.14 La tomba ed il sarcofago di Elena, madre di Costantino.

Il mausoleo di Elena a Tor Pignattara (così chiamato dalle pignatte, vasi di terracotta inseriti nella volta per alleggerirne il peso) è di forma circolare e contiene sette nicchie o rientranze per i sarcofagi. Uno di questi sarcofagi, famoso nella storia dell'arte, fu rimosso dalla sua posizione originale, almeno dalla metà del XII secolo, da Papa Anastasio IV che lo scelse per il proprio eterno riposo. Fu portato nella Basilica del Laterano dove sembra essere stato rovinato dalle mani di indelicati pellegrini. Nel 1608 fu trasportato dal vestibolo alla tribuna, da lì nel cortile del chiostro. Quando Pio VI lo aggiunse alle meraviglie dei Musei Vaticani, fu sottoposto ad un integrale processo di restauro che impiegò 25 scalpellini per un periodo di nove anni. I rilievi presenti su di esso sono di discreta fattura, ma mancano di inventiva ed originalità. Sono in parte recuperati da opere precedenti, in parte assemblati da varie fonti in una maniera straordinaria: vi sono cavalieri sospesi in aria e, sotto di essi, prigionieri e cadaveri alla rinfusa. Intendevano rappresentare una processione trionfale o, probabilmente, una decursio militare, di cui abbiamo parlato nei paragrafi precedenti.

Sarcofago di Elena, madre di Costantino

 4.15 Il mausoleo di Costanza.

Può sembrare indelicato ed addirittura offensivo che Anastasio IV abbia rimosso i resti di un'Imperatrice canonizzata dal suo nobile sarcofago al fine di utilizzarlo per se stesso; dobbiamo però ricordare che, sebbene Tor Pignattara abbia le sembianze di un mausoleo reale e sebbene sappiamo che il terreno su cui si erge appartenne al demanio imperiale, Eusebio e Socrate negano che Elena venne sepolta a Roma. La loro affermazione è contraddetta dal "Liber Pontificalis" e da Beda nonché, soprattutto, dalla somiglianza tra questo sarcofago di porfido e quello scoperto nel secondo mausoleo di cui ho parlato, quello di Santa Costanza sulla Via Nomentana.  

Quando l’amore per la magnificenza, comune presso i Romani nel periodo della decadenza, li indusse a prendere possesso del megalitico blocco di pietra con cui fu fatto il secondo sarcofago, l’arte della scultura era già degenerata;tutto ciò che essa potè impartire a questa massa di roccia fu una forma architettonica piuttosto che plastica. Le rappresentazioni con cui il sarcofago è adornato, o sfigurato,secondo i punti di vista, se viste in qualsiasi altro luogo, attirerebbero scarsamente la nostra attenzione. Sui lati ci sono festoni che racchiudono gruppi di putti che raccolgono l’uva; sulle parti terminali ci sono simili figure che vendemmiano. Questo sarcofago fu trasferito nella Sala della Croce Greca dallo stesso illuminato Papa Pio VI.  

Il mausoleo di S.Costanza

Le stesse scene di vendemmia sono rappresentate negli stupendi mosaici nella volta del mausoleo e, a causa di queste caratteristiche, il monumento ricevette erroneamente il nome di Tempio di Bacco al tempo del Rinascimento. Non c’è dubbio sul fatto che questa sia la tomba della principessa di cui porta il nome. Ammiano Marcellino, nel libro XXI, capitolo I, dice che le tre figlie di Costantino — Elena, moglie di Giuliano, Costantina, moglie di Cesare Gallo, e Costanza, che si era votata alla castità ed alla gestione di una congregazione di vergini che si era stabilita a S. Agnese — furono tutte sepolte nello stesso luogo.

4.16 Le due rotonde costruite vicino S.Pietro come tombe imperiali.

Lo studio di queste due strutture può aiutarci enormemente a spiegare l’origine e gli scopi delle due rotonde che sappiamo esistettero nel lato sud di S. Pietro, nell’arena del circo di Nerone. Una di loro, dedicata a S. Petronilla, fu distrutta nel XVI secolo; L’altra, chiamata la chiesa di S. Maria della Febbre, ebbe lo stesso destino durante il pontificato di Pio VI. La loro esatta ubicazione rispetto alla basilica può essere desunta dalla pianta che segue.

Pianta dei mausolei imperiali.

Una citazione della struttura, con la sua denominazione classica di “Mausolei”, appare nella vita di Stefano II (752 d.C.):

per mantenere una promessa che aveva fatto a Pipino, re di Francia, che cioè i resti di Petronilla, che si credeva fosse stata la figlia di S.Pietro, non sarebbero più stati lasciati a rischio di profanazioni barbariche nel loro originale luogo di riposo sulla Via Ardeatina, ma che sarebbero stati messi sotto la protezione delle mura Leonine vicino ai resti del suo supposto padre, egli scelse una di queste rotonde che divenne nota come “la cappella dei re di Francia”.

I primi topografi del Rinascimento, non conoscendo la sua storia, diedero un nome errato all'edificio, chiamandolo Tempio di Apollo. Che sia, comunque, di origine cristiana, è provato non solo dal fatto che non sarebbe mai stato possibile costruire un tempio sulla spina del circo, nonché da dettagli tecnici sulla sua costruzione, che mostrano come questa sia opera della fine del IV o dell'inizio del V secolo, ed, infine, anche dall'evidenza storica. Nel 423 Onorio fu seppellito nel mausoleo vicino San Pietro (juxta beati Petri apostoli atrium in mausoleo). Nel 451 i resti dell'imperatore Teodosio II furono trasferiti da Costantinopoli al mausoleo "ad apostoloum Petrum". Nel 483 Basilio, prefetto del pretorio, convocò i vertici del clero e della società laica presso il mausoleo quod est apud beatissimum Petrum. Una preziosa incisione del Bonanni, la n° LXXIV del suo volume sul Vaticano, rappresenta l'esterno di una delle rotonde, la più vicina all'obelisco del circo. L'architettura dell'edificio, così simile alla tomba di Sant'Elena a Tor Pignattara, ci fa comprendere l’enorme decadenza dell'arte e della civiltà romane, se la paragoniamo a quella delle tombe di Augusto e di Adriano.

La Rotonda e l’obelisco a sud di S.Pietro. (Da Bonanni)[10]

La scoperta delle tombe imperiali che esistevano all'interno delle rotonde non avvenne in un unico momento. La loro profanazione ed il loro saccheggio avvennero in varie epoche, ad opera di diverse persone; si è detto o scritto molto poco su questo argomento a tal punto che solo in questi ultimi anni de Rossi ha avuto la possibilità di ricostruire interamente questo capitolo nella storia della distruzione di Roma.

4.17 Scoperte fatte al loro interno nel quindicesimo e sedicesimo secolo

Nella cronaca di Nicolò della Tuccia di Viterbo troviamo la seguente testimonianza, datata 1458:

"Il ventisettesimo giorno di giugno, circolò a Viterbo la notizia che due giorni prima era stata fatta a Roma una grande scoperta  presso San Pietro. Un prete di quella chiesa, aveva manifestato il desiderio di essere sepolto nella cappella di San Petronilla, nella tribuna sulla destra, dove in tempi antichi esisteva una pittura con la storia dell'imperatore Costantino. Mentre si scavava in quel punto, si rinvenne una tomba di splendido marmo contenente un sarcofago e, al suo interno, una cassa di cipresso più piccola rivestita d'argento. L'argento, di undici carati, pesava 377 chili. I corpi erano composti in abiti dorati e fornirono più di sette chili di quel prezioso metallo.

Si disse che i corpi erano quelli di Costantino e di suo figlio piccolo. Non fu trovata alcuna testimonianza scritta né alcun segno, a parte una croce. Il Papa Callisto III prese possesso di ogni cosa e mandò l'oro e l'argento alla zecca".

Non abbiamo alcuna notizia del Mausoleo imperiale durante i successivi 60 anni. Nel diario di Marcantonio Michiel, veneziano, registriamo la successiva scoperta, datata 4 dicembre 1519:

Pochi giorni fa, mentre si stavano effettuando scavi nella cappella dei re di Francia per la ricostruzione di uno degli altari, furono trovate diverse bare antiche e, in una di queste, le ossa di un antico principe cristiano, avvolte in un pallio d'oro e circondate da oggetti di gioielleria. C'era una collana con un pendente a forma di croce che si credeva valesse 3000 ducati. So che un certo gioielliere offrì tale somma di denaro per il solo abito a Giuliano Lena, capo dello scavo. Il Papa attribuì grande importanza ai gioielli, sebbene si scoprì successivamente che non valevano più di 2000 ducati, a causa di alcune crepe nelle pietre e dell'ingiuria fatta dal tempo ai loro castoni. La speranza di trovare altri oggetti spinse gli operai a sollevare l'intero pavimento della cappella".

Un'altra informazione dallo stesso diario, datata 23 dicembre, dice:

"Il tesoro trovato nella cappella dei re di Francia si compone di tre chili e mezzo d'oro ottenuti dalla fusione dei vestiti, di una croce d'oro punteggiata di smeraldi e di una seconda semplice; il valore complessivo ammonta a poco più di 1000 ducati. Il Papa donò alcuni degli oggetti al capitolo di San Pietro per farne un nuovo reliquiario per il teschio di S.Petronilla".

4.18 Le inestimabili reliquie di Maria, moglie di Onorio

La ricerca fu senza dubbio irregolare, imperfetta e superficiale, come provano altre scoperte molto più ricche fatte nel 1544. Purtroppo, sebbene i resoconti che abbiamo di questi scavi siano completi, non furono effettuati disegni prima della dispersione degli oggetti. Gli unici schizzi che sono giunti fino a noi rappresentano alcune bottiglie di profumo trovate all'interno di una tomba. Abbiamo due serie di disegni di questi flaconi, una nel codice del marchese Raffaelli di Cingoli, f.43, con la legenda

"cinque calici di agata scoperti nelle fondazioni di San Pietro durante il pontificato di Paolo III nella tomba di Maria, figlia di Stilicone e moglie di Onorio";

l'altra nel codice di Fulvio Orsino, n° 3439 della Biblioteca Vaticana.

La scoperta ebbe luogo nel 1544. Non s'era mai trovato in una singola tomba un simile tesoro di gemme, oro e oggetti preziosi. La splendida imperatrice era distesa in una cassa di granito rosso, vestita in abiti ufficiali ricamati d'oro. Dello stesso materiale erano il velo ed il sudario che copriva la testa ed il petto. La fusione di questi materiali produsse una notevole quantità di oro puro, stimata fra i 15 e i 18 chili. Bullinger parla di 36 chili, con evidente esagerazione. A destra del corpo c'era un cofanetto d'argento, pieno di coppe e di bottigliette per il profumo intagliate in cristallo di rocca, agata ed altre pietre preziose. In tutto erano trenta, tra queste c'erano due coppe, una rotonda, una ovale decorata con figure ad alto rilievo di squisita fattura, una lampada realizzata in oro e cristallo a forma di conchiglia marina, il cui foro per l'olio era protetto e nascosto da una mosca d'oro che poteva muoversi lungo un incasso. C'erano anche quattro vasi d'oro, di cui uno tempestato di gemme.

In un secondo cofanetto d'argento dorato, posto sul lato sinistro, furono trovati 150 oggetti:

anelli d'oro con pietre incise, orecchini, spille, collane, bottoni, spille per capelli ecc. coperti di smeraldi, perle e zaffiri; una noce d'oro che sia apriva in due metà, una bulla che è stata pubblicata in un'opera speciale di Mazzucchelli[19]; uno smeraldo inciso con il busto di Onorio, stimato 500 ducati. Gli oggetti d'argento erano pochi; tra questi troviamo citati solamente una spilla per capelli ed una fibbia lavorata a sbalzo.

Le lettere ed i nomi incisi su alcuni pezzi provano che facevano parte del mundus muliebris (regali di nozze) e degli oggetti da toilette di Maria, figlia di Stilicone e Serena, sorella di Termanzia e Eucherio e moglie dell'imperatore Onorio. Oltre ai nomi dei quattro arcangeli, Raffaele, Gabriele, Michele e Uriele, incisi su una fascia d'oro, furono visti su altri oggetti quelli di Domina Nostra Maria, e di Dominus Noster Honorius. La bulla aveva incisi i nomi di Onorio, Maria, Stilicone, Serena, Termanzia e Eucherio, disposti a raggiera a formare una doppia croce con l'esclamazione "Vivatis!" tra loro. Ad eccezione di questa bulla, comprata dal marchese Trivulzio di Milano all'inizio di questo secolo, ogni oggetto è scomparso. E' facile capire che l'oro fu fuso, mentre le pietre preziose furono separate perdendo così la propria identità, ma dove è andato a finire il vasellame?

Se non fosse per gli schizzi approssimativi fatti al tempo della scoperta non saremmo in grado di farci un'idea della loro bellezza ed eleganza formale. Non erano opera di orefici del V secolo, erano di origine classica; infatti erano parte dei gioielli del Tesoro Imperiale che Onorio aveva ereditato dai suoi predecessori e che aveva offerto a Maria nel giorno del loro matrimonio.

Claudiano, il poeta di corte, descrive espressamente come questi scintillassero sul petto e sulla fronte dell'Imperatrice nei giorni che furono.

Sappiamo da Paolo Diacono che Onorio fu deposto a fianco dell'Imperatrice; la sua bara, comunque, non è mai stata trovata. Deve essere nascosta sotto il pavimento della chiesa moderna alla fine del transetto sul lato sud, vicino all'altare della crocifissione di San Pietro.

4.19 Cercatori di tesori in tempi antichi e moderni.

Un episodio riportato da Flavio Giuseppe ("Antiq" XVI, II) prova che anche in questo tipo di scoperte non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Parlando dei problemi finanziari del re Erode e del suo urgente bisogno di nuove risorse per il tesoro reale,racconta di come Arcano rubò la somma di tremila talenti d’argento (3.940.000 $[20]) dalla tomba di David. Erode, ricordandosi di questo esperimento, decise di provarci ancora, nella speranza che altri tesori potessero essere nascosti nei recessi della tomba reale. Si presero delle precauzioni per tenere nascosto il tentativo alla popolazione: si entrò nella tomba nel buio della notte e solo pochi amici intimi furono messi a parte del segreto. Erode non trovò altre monete né lingotti; trovò invece una considerevole quantità di vasi ed altri oggetti d’oro stupendamente cesellati. Con l’aiuto dei complici, il bottino fu trasportato al palazzo. Ma più il re otteneva, più voleva e, mettendo da parte la sua dignità, il rispetto per se stesso e la riverenza per la memoria del suo grande predecessore, ordinò alle sue guardie di cercare nelle tombe, persino nelle stesse bare di David e Salomone. La legenda dice che la profanazione fu evitata da una fiammata che uccise due degli uomini. Questo episodio riempi Erode di terrore e, per espiare il suo sacrilegio, fece innalzare uno splendido monumento in marmo bianco all’ingresso delle tombe.

Il lettore non deve credere che questo tipo di indagini siano di dubbia credibilità o un retaggio del passato. Hanno avuto luogo in tutte le epoche, compresa l’attuale; avvengono anche ai giorni nostri.

Nel luglio del 1793, dietro il coro delle suore di S. Francesco di Paola, a Via di S. Lucia in Selci, fu trovato un ambiente di una casa privata romana e, in un angolo di questo, un magnifico servizio in argento, che una volta era appartenuto a Progetta, moglie di Turcio Asterio Secondo, il Praefectus Urbis nel 362 d.C.

La scoperta fu testimoniata e descritta da Ennio Quirinio Visconti e Filippo Aurelio Visconti. Gli oggetti erano d’argento puro, con una consistente placcatura d’oro, e pesavano 29 Kg. Oltre a piatti e sottocoppe, forchette e cucchiai, candelabri di vari tipi e forme, c’era uno scrigno nuziale con bassorilievi rappresentanti lo sposo e la sposa coronati con ghirlande di mirto; la sposa era rappresentata con trecce che giravano molte volte intorno alla sua testa, secondo la moda in uso all’epoca dell’Imperatrice Elena; lo sposo era rappresentato con la barba modellata secondo lo stile adottato da Giuliano l’Apostata e da Eugenio. I rilievi del corpo dello scrigno rappresentano scene d’amore, Venere e Nereide, le Muse ed altri soggetti pagani; sotto di loro era inciso il saluto:

"Secondo e Progetta, possiate vivere in Cristo".

Lo scrigno era pieno di articoli da toilette e di gioielli. Successive scoperte portarono il peso complessivo a 44 Kg.

Nel 1810 mentre un contadino arava il suo terreno nel territorio di Faleria, a 5,5 Km da Civita Castellana, incontrò un ostacolo che, da un più approfondito esame, si rivelò essere una cassa piena d’argento. Si caricò del prezioso ritrovamento, così come fecero gli altri contadini che la notizia della scoperta aveva attirato sul luogo. C’erano piatti, coppe e sottocoppe; una terrina pesante 1,8 Kg, lavorata a sbalzo e smaltata, con uccelli, lucertole, rami d’edera, bacche, altri frutti ed animali e firmata dall’autore; una statua di un centauro; una brocca per il vino che, dopo essere passata per varie mani, divenne proprietà della regina di Napoli, Carolina Murat, al prezzo di 5.000 ducati.

Alessandro Visconti riferì subito del rinvenimento al conte Tournon, il prefetto francese; questi però non diede peso alla cosa e l’argento fu fuso alla zecca di Roma, nonché dagli orafi di Viterbo e Perugia. Visconti stimò il peso dell’argento pari a circa 850 Kg.[21]

Nel 1821, sotto le fondazioni di una casa a Parma, si trovarono preziosi oggetti per un valore di diverse migliaia di scudi. I pochi che furono comprati per il Museo Parmense dal suo direttore, Pietro de Lama, comprendono otto braccialetti, quattro anelli, una collana, una catena cui è attaccato un medaglione di Gallieno, una spilla e 34 medaglie tutte d’oro puro e pesanti, 1,5 Kg.

Il 9 maggio del 1877, furono scoperti due vasi di terracotta a Bellinzago, vicino Milano, in una fattoria che apparteneva ad un uomo di nome Erba. Contenevano 27.000 monete di bronzo per un peso totale di 139 Kg. Eccetto alcuni pezzi appartenenti a Romolo, Massimiano, Cloro, Galerio, Galeria Valeria, e Licinio, la maggior parte portavano l’effigie ed il nome di Massenzio, con un’incredibile varietà di lettere e simboli sul verso.

La mia personale esperienza nella scoperta di un tesoro, nel significato specifico del termine, si limita ai frammenti di un letto di ottone dorato, tempestato di gemme. La scoperta ebbe luogo nel 1879, vicino all’angolo sud occidentale di Piazza Vittorio Emanuele, sull’Esquilino, in un ambiente appartenente agli Horti Lamiani, la residenza preferita di Caligola e di Alessandro Severo. Il telaio del letto poggiava su quattro supporti intagliati splendidamente in cristallo di rocca; il telaio vero e proprio era ornato con teste di toro e intarsiato di cammei e gemme, per un numero di 430. C’era anche una pasta vitrea che rappresentava le teste di Settimio Severo e di Giulia Domna. Sembra che alcune parti di questo ricco pezzo d’arredamento dovessero essere rivestite con placche d’agata, di cui furono trovati 168 pezzi nello stesso ambiente.


Note generali sul Capitolo IV

Bibliografia Generale: Vedi Otto Hirschfeld: Die kaiserlichen Grabstätten in Rome, in Sitzungsberichte der kgl. Akademie der Wissenchaften. Berlino, 1866.


Note del Lanciani

[3] Nota del Lanciani: I Visitatori di Roma possono farsi un’idea di un sebasteion da quello trovato ad Ostia, nel 1889, nella caserma dei pompieri. Ho fornito una descrizione illustrata di questa importante scoperta in Mélanges de l'Ecole française, tomo IX, 1889, e nelle Notizie degli scavi, Gennaio-Aprile, 1889.

[4] Nota del Lanciani: Il luogo di nascita di Mitridate il Grande e del geografo Strabone: conserva ancora il suo nome antico.

[5] Nota del Lanciani: Vedi Mommsen: Res gestae divi Augusti, seconda edizione. Berlino, Weidmann, 1883.

[6] Nota del Lanciani: Augusto arruolò il suo primo esercito nell’Ottobre del 41 a.C. Morì nell’agosto del 14 d.C.

[12] Nota del Lanciani: Questa casa è descritta in Ancient Rome, capitolo I, p. 17.

[16] Nota del Lanciani: Don Juan, canto III., CIX.

[17] Nota del Lanciani: L’altro esempio si ebbe negli scavi del palazzo dei Valeri Aradi, vicino S. Erasmo, sul Celio, quello che ebbe più successo tra quelli fatti a Roma.

[19] Nota del Lanciani: La bolla di Maria, moglie di Onorio. Milano, 1819.

[21] Nota del Lanciani: Dissertazione su d' una antica argenteria, letta nell' accademia archeologica il dì 7 gennaio, 1811.


Note di Bill Thayer

[7] Nota di Thayer: Questa è la stima di Lanciani sul valore del dollaro del 1892. Sul valore del 1999, dovremmo parlare sicuramente di una stima dieci volte più grande.
Quella che metto in nota è, in effetti, una semplice domanda: dove prese Augusto questi “fondi personali”? La risposta — che, data la natura umana, il denaro scorre quasi spontaneamente verso il potere — può solo offuscare il bene fatto dall’uomo.

[18] Nota di Thayer: Il vertice dell’obelisco non è stato ancora "battezzato" con una croce. Conserva ancora il globo che vi fu posto in antichità, con lo scopo di eliminare la diffrazione dell’ombra, rendendo più efficace e leggibile la funzione di gnomone solare dell’obelisco.Un simile globo romano è sopravvissuto fino ai giorni nostri: è conservato ai Musei Capitolini.


Note del curatore

[1] L’odierna Via del Corso.

[2] Presso i Musei Vaticani.

[8] Tuscolo, presso l’odierna Frascati.

[9] Ci si riferisce al testo: ”Cronica: Vita di Cola di Rienzo” di autore anonimo.(n.d.t.)

[10] Nel tratto urbano, oggi corrispondente con Via del Corso. (n.d.t.)

[11] Il tempio era, probabilmente, consacrato al dio Portuno, ma è popolarmente diffusa la denominazione indicata dal Lanciani.

[13] La “Via Crucis”

[14] Il “Circo” menzionato dal Lanciani era  chiamato “Corea” e cedette il passo all’Auditorium di Roma, in uso fino agli anni ’30 quando  i discutibili interventi urbanistici di sistemazione di Piazza Augusto Imperatore, ripristinarono e liberarono dalle superfetazioni ciò che restava del Mausoleo. Roma è tornata ad avere una sede stabile per il proprio Auditorium solo nel 2002 con l’inaugurazione del moderno complesso progettato dall’Architetto Renzo Piano.

[15] La stima, per quanto possa essere possibile farla, è operare dal Lanciani con riferimento al valore del dollaro del 1892.

[20] Valore del dollaro del 1892, anno in cui scrive il Lanciani.


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