Roma Pagana e Cristiana

CAPITOLO 3
Chiese Cristiane.

Prologo Capitolo 1 Capitolo 2 Capitolo 4 Capitolo 5 Capitolo 6

3.1 Il gran numero di Chiese a Roma.
3.2 Le sei tipologie delle chiese più antiche.

3.3 I.- ORATORI PRIVATI
3.4 Le case di Pudente e Prisca.
3.5 L’evoluzione della casa privata in chiesa.

3.6 II.- SCHOLAE.
3.7 I servizi funebri ed i banchetti dei pagani.
3.8 Due importanti esempi di antiche Scholae cristiane.
3.9 Quella nel cimitero di S.Callisto.

3.10 - III. ORATORI E CHIESE COSTRUITE SOPRA LE TOMBE DEI MARTIRI E DEI CONVERTITI.
3.11 Come furono costruiti
3.12 Le prime forme dei più grandi santuari di Roma.
3.13 La disputa sulla permanenza e l’esecuzione di S.Pietro a Roma.
3.14 S. Pietro.
3.15 Le origini della chiesa.
3.16 Il luogo della sua esecuzione e della sua sepoltura.
3.17 Le importanti scoperte di tombe fatte sotto il baldacchino di Urbano VIII
3.18 La basilica eretta da Costantino.
3.19 Alcuni dei suoi monumenti
3.20 La sedia e la statua di S.Pietro.
3.21 La distruzione dell’antica basilica e la costruzione della nuova.
3.22 Le  dimensioni immense della nuova S.Pietro.
3.23 San Pietro si trova ancora sepolto sotto la sua chiesa?.
3.24 La basilica di S.Paolo fuori le mura.
3.25 Gli ostacoli alla sua costruzione.
3.26 Le fortificazioni di Giovannipoli che vi crebbero intorno.
3.27 La tomba di S.Paolo.

3.28 - IV CASE DI CONVERTITI E MARTIRI.
3.29 Le scoperte di Padre Germano al Celio.
3.30 La casa dei martiri Giovanni e Paolo.

3.31 - V. MONUMENTI PAGANI TRASFORMATI IN CHIESE.
3.32 Ogni edificio pagano adatto per un’assemblea fu, prima o poi, trasformato in chiesa.
3.33 Loro esempi vicino e dentro al Colosseo.

3.34 - VI. MEMORIALI DI EVENTI STORICI.
3.35 La cappella eretta per commemorare la vittoria di Costantino su Massenzio.
3.36 Quella di Santa Croce a Monte Mario.


 

3.1 Il gran numero di Chiese a Roma.

Roma, secondo un vecchio detto, ha tante chiese quanti sono i giorni di un anno. Questa affermazione è troppo modesta; il "gran catalogo" pubblicato dal Cardinal Mai[1] cita più di un migliaio di luoghi di culto, mentre nel testo “Chiese di Roma” del Professor Armellini ne sono censite 918.

Molte sono scomparse dalla loro prima istituzione e sono note solo dalle rovine, iscrizioni o cronache. Altre sono state sfigurate da “restauri”. Senza negare che i nostri edifici sacri eccelgano in quantità piuttosto che in qualità, non c’è dubbio che globalmente formino la migliore collezione artistica e storica nel mondo. Ogni epoca, da quella apostolica all’attuale, ogni scuola, ogni stile ha i suoi rappresentanti nelle chiese di Roma.

L’asserzione che le opere degli architetti medievali sono state distrutte a tal punto da lasciare una larga frattura tra i periodi classico e rinascimentale, deve essere stata fatta da persone che non conoscono Roma; le chiese ed i chiostri di S.Saba sull’Aventino, dei SS. Quattro Coronati sul Celio, di S. Giovanni a Porta Latina, dei SS. Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane, di S. Lorenzo fuori le Mura, sono eccellenti esempi di architettura medievale. Compilando una tabella cronologica dei nostri edifici sacri e selezionando i migliori esempi per ogni quarto di secolo, a cominciare dall’Oratorio di Aquila e Prisca, menzionato nelle epistole, e terminando con le ultime creazioni contemporanee, gli studiosi, gli archeologi e gli architetti non potrebbero trovare materia migliore per la loro educazione artistica e storica.

3.2 Le sei tipologie delle chiese più antiche.  

Dal punto di vista delle loro origini e strutture, le chiese di Roma dei primi sei secoli possono essere divise in sei tipologie:

I. Ambienti di case private dove si tenevano le prime riunioni di preghiera.
II. Scholae (memoriali o sale da banchetto in cimiteri pubblici), trasformate in luoghi di culto.
III. Oratori e chiese costruite sopra le tombe di martiri e convertiti.
IV. Case di convertiti e martiri.
V. Monumenti pagani, specialmente templi, trasformati in chiese.
VI. Luoghi che ricordano di eventi storici.

Trattando questi argomenti dobbiamo ricordare che i primi edifici cristiani a Roma non prendevano mai il nome dal proprietario dell’immobile. La stessa regola si applicava ai cimiteri suburbani, che prendevano il nome dal proprietario del terreno soprastante, non dai martiri che vi erano seppelliti. L’asserzione è semplice, ma siamo così abituati a chiamare il Laterano "S. Giovanni", o l’oratorio di Pudente "S. Pudentiana", che i loro nomi originari (Basilica Salvatoris, e Ecclesia Pudentiana) sono stati ormai quasi dimenticati.

Sceglierò da ognuna delle sei tipologie esempi che credo daranno al lettore la migliore impressione delle loro caratteristiche

3.3 I.- ORATORI PRIVATI

Nella tradizione diffusa dei primi giorni della chiesa cristiana leggiamo di come gli uomini della Galilea, tornati a Gerusalemme dopo l’ascensione, 'salirono nella sala superiore', che era al contempo la loro abitazione e la loro casa di preghiera ed assemblea. Lì, durante il primo pasto collettivo, il pane fu spezzato ed il calice passato agli astanti in memoria dell’ultima volta che erano stati seduti a tavola con Cristo. Si riunirono lì anche per celebrare il loro primo atto di governo della chiesa, l’elezione del successore dell’apostata Giuda. Tutto è ancora semplice e familiare, tuttavia nasce qui quello che è divenuto nel tempo il più efficace ed organizzato dei sistemi umani. Dal conclave informale sarebbero nate una gerarchia complessa, una teologia complicata e, in un certo senso, da quel modesto luogo di incontro dei discepoli, si sarebbero sviluppate le forme sontuose e splendide del tempio cristiano [2]

3.4 Le case di Pudente e Prisca

Roma possiede resti autentici di “case di preghiera” dove si annunciò per la prima volta il Vangelo ai tempi degli Apostoli. Cinque nomi di case sono citati in relazione alla visita di Pietro e Paolo alla capitale dell’Impero. Una di queste, appartenente a Pudente ed alle sue figlie Pudenziana e Prassede, si trova a metà del Vicus Patricius (Via del Bambin Gesù) sul versante sud del Viminale; l’altra, appartenente ad Aquila e Prisca (o Priscilla) sullo sperone dell’Aventino che sovrasta il Circo Massimo. Entrambe sono state ricordate nel corso dei secoli, e lo sono tuttora, da chiese che prendono il nome dai proprietari originari: Titulus Pudentis, e Titulus Priscae. Gli archeologi hanno provato a stilare la genealogia di Pudente, l’amico degli Apostoli, ma, sebbene sembra probabile che appartenesse alla nobile stirpe dei Corneli Emili, il fatto non è stato ancora provato inconfutabilmente. Si hanno parimenti dubbi sull’origine e sulla condizione sociale di Aquila e di sua moglie Prisca, i cui nomi compaiono sia negli Atti che nelle Epistole. Sappiamo dai documenti che, in seguito al decreto di messa al bando emesso dall’Imperatore Claudio contro gli Ebrei, Aquila e Prisca furono costretti a lasciare Roma per un certo tempo e che, al loro ritorno, poterono aprire un piccolo oratorio — ecclesiam domesticam — nella loro casa. Questo oratorio, uno dei primi aperti al culto divino a Roma ed i cui muri, con ogni probabilità, hanno fatto eco al suono della voce di S.Pietro, fu scoperto nel 1776 vicino alla moderna chiesa di S.Prisca; ma non si prestò alcuna attenzione alla scoperta, nonostante la sua estrema importanza. La sola memoria che possediamo è in uno stralcio del Codice 9697 della Biblioteca Nazionale a Parigi, in cui un uomo di nome Carrara afferma di aver trovato una cappella sotterranea vicino S. Prisca, decorata con affreschi del quarto secolo raffiguranti gli Apostoli. Sembra sia stata fatta una copia di questi affreschi in quell'occasione, ma non ne è stata trovata alcuna traccia. Non riesco a capacitarmi di come, in un’epoca cosi entusiasticamente devota alle ricerche archeologiche, storiche e religiose come la nostra, non sia stato fatto alcun tentativo per riportare alla luce questo venerabile oratorio.

Negli stessi scavi del 1776, fu trovata una tavoletta di bronzo offerta a Gaio Mario Pudente Corneliano dalla popolazione di Clunia (vicino Palencia, Spagna) come segno di ringraziamento per i servizi loro resi durante il suo governatorato nella provincia di Tarragona. La tavoletta, datata 9 aprile 222 d.C., prova che la casa posseduta da  Aquila e Prisca al tempo degli Apostoli era successivamente passata nella proprietà di Cornelio Pudente; in altre parole, che le relazioni costituitesi tra le due famiglie durante il soggiorno degli Apostoli a Roma, erano state esattamente mantenute dai discendenti. Il loro intimo legame è anche provato dal fatto che Pudente, Pudenziana, Prassede e Prisca furono tutti sepolti nel Cimitero Priscilla sulla Via Salaria.[3]

Una tradizione molto antica, confermata dal "Liber Pontificalis", descrive la moderna chiesa di S. Pudenziana come quella che un tempo fu la casa privata dello stesso Pudente che fu battezzato dagli Apostoli e che è citato nelle lettere di S.Paolo.[4] Qui si incontravano i primi convertiti per pregare; qui Pudenziana, Prassede e Timoteo, rispettivamente figlie e figlio di Pudente, ottennero da Pio I l’istituzione di una regolare parrocchia-assemblea (titulus), fornita di una fonte battesimale; qui, per un lungo periodo, furono conservati alcuni pezzi del mobilio casalingo usato da S.Pietro. La tradizione merita attenzione perché è stata apertamente accettata all’inizio del quarto secolo. Il nome della chiesa era a quel tempo semplicemente Ecclesia Pudentiana, che significa "la chiesa di Pudente" suo proprietario e fondatore. Un’iscrizione scoperta da Lelio Pasqualini parla di un Leopardus, lector de Pudentiana, nell’anno 384; nel mosaico dell’abside, inoltre, il Redentore tiene in mano un libro aperto su una pagina dove è scritto:

Il Signore, difensore della casa di Pudente”.

Nel corso del tempo, l’ignoranza popolare cambiò la parola Pudentiana, un aggettivo possessivo, nel nome di una santa ed il nome Sancta Pudentiana usurpò il posto del nome genuino. Appare per la prima volta in un documento dell’anno 745.

Il legame con l’apostolato dei Santi Pietro e Paolo rese la casa molto popolare sin dall’inizio. Laici e religiosi in egual misura contribuirono a trasformarla in una bella chiesa. Papa Siricio (384-397), i suoi accoliti Leopardo, Massimo Ilicio e Valerio Messalla, prefetto della città (396-403), la ornarono con mosaici, colonnati, pannelli di marmo e costruirono un portico lungo più di 300 metri sul lato occidentale del Vicus Patricius, che conduceva dalla Suburra al vestibolo della chiesa.

Nel 1588 il cardinal Enrico Caetani sfigurò l’edificio con restauri infelici. Mise mano persino ai mosaici dell’abside, considerati da Poussin i migliori a Roma, anche perché sono i più antichi (398 d.C.), mutilò inoltre le figure dei due Apostoli, una porzione del primo piano e l’iscrizione storica. Il suo architetto, Francesco Ricciarelli da Volterra, scavando le fondazioni di uno dei pilastri della nuova chiesa, fece una scoperta descritta da Gaspare Celio [5]:—

"Mentre Francesco da Volterra restaurava la chiesa di S.Pudenziana e costruiva le fondazioni della struttura della cupola, i muratori scoprirono un gruppo marmoreo del Laocoonte rotto in molti pezzi. Non si sa se per pigrizia o ignoranza, portarono in superficie solamente una gamba senza il piede ed un polso. Mi furono dati, ed ero solito mostrarli con orgoglio ad i miei amici artisti, finchè qualcuno non me li rubò. Era una copia del gruppo del Belvedere, notevolmente più grande e così bella che molti la credono l’originale descritto da Plinio (XXVI, 5). Gli antichi, come i moderni, erano bravi a riprodurre i capolavori. Se la replica della Pietà di Michelangelo, che possiamo ammirare nella chiesa di S. Maria dell' Anima, fosse stata trovata sotto terra, non l’avremmo considerata un lavoro migliore dell’originale a S.Pietro? Francesco da Volterra si lamentò con me molte volte della superficialità dei muratori; dice che, lavorando a contratto (a cottimo), temevano che non avrebbero ricevuto alcuna ricompensa per l’onere di riportare il gruppo in superficie".

Resti della casa di Pudente scoperti nel 1870.

I resti della casa di Pudente furono trovati nel 1870. Occupano una notevole area sotto le case circostanti.[6]

3.5 L’evoluzione della casa privata in chiesa.

Questa è la teoria accettata da alcuni moderni studiosi riguardo alla trasformazione di queste aule di preghiera in chiese regolari:

Pianta di casa pompeiana

gli incontri di preghiera erano tenuti nel tablinum (A) o sala di ricevimento della casa che, come mostrato nella pianta a fianco, si apriva sull’ atrium o corte (B), questo era circondato da un portico o peristilio (C). Nei primi giorni dell’evangelizzazione il tablinum poteva accogliere comodamente la piccola assemblea di convertiti ma, quando questa si accrebbe nel numero e lo spazio divenne inadeguato, i fedeli furono costretti ad occupare la parte di portico di fronte alla sala delle riunioni. Quando l’assemblea crebbe ancor di più, non c’era altro modo di accoglierla e ripararla dalla pioggia o dal sole se non coprendo la stessa corte con una tenda od un tetto. Non c’è molta differenza tra questa soluzione e la pianta di una basilica cristiana: il tablinum divenne l’abside; la corte, coperta a tetto, la navata centrale e le ali laterali del peristilio le navate laterali.

Resti della casa di Pudente. Facciata con le aperture delle finestre.

Tra le chiese romane, le cui origini possono essere fatte risalire alle prime sale di riunione, oltre a quelle di Pudente e Prisca già citate, la meglio conservata sembra essere quella costruita da Demetriade al terzo miglio della Via Latina, vicino alle “tombe dipinte”. Demetriade, figlia di Anicio Ermogeniano, prefetto dell’urbe negli anni 368-370 d.C., e di Tirrania Giuliana, un’amica di Agostino e Girolamo, allargò l’oratorio già esistente nel tablinum della villa aniciana, trasformandolo in una stupenda chiesa, successivamente dedicata a S.Lorenzo. Chiesa e villa furono scoperte nel 1857, e, insieme alle tombe dipinte della Via Latina, sono oggi proprietà dello Stato. Lo straniero non potrebbe trovare luogo più piacevole per una passeggiata pomeridiana. La chiesa è ancora ben conservata e contiene ancora oggi l’iscrizione composta in metrica , come preghiera per Demetriade, da Leone III (795-816). [7]

 

3.6 II.- SCHOLAE.

3.7 I servizi funebri ed i banchetti dei pagani.

Le leggi di Roma erano molto severe nei confronti delle associazioni che, costituite con lo scopo di divertimento, carità o attività sportive, degeneravano successivamente in sette politiche. Eccezioni venivano fatte per i collegia funeraticia, che erano società formate allo scopo di garantire un funerale dignitoso ed una sepoltura ai loro membri. Un’iscrizione scoperta a Civita Lavinia cita le testuali parole di un decreto del Senato sull’argomento:

"E’ consentito formare un’associazione a coloro i quali desiderano versare un contributo mensile per le spese funerarie".

Questi club o collegi, raccoglievano le proprie sottoscrizioni in una cassa comune e con questa pagavano le esequie dei membri che decedevano. Le cerimonie funebri non terminavano quando il corpo o le ceneri venivano poste nei sepolcri. Era abitudine celebrare una festa in quell’occasione che veniva rinnovata ogni anno nella data del compleanno del defunto ed in altri giorni stabiliti. Per la celebrazione di queste feste, e per altre occasioni di incontro,furono costruiti edifici speciali chiamati scholae; quando poi le società ricevevano doni da ricchi membri o patroni, le donazioni venivano impiegate frequentemente per una costruzione, per un nuovo cimitero o per un nuovo edificio per le riunioni.[8] I Cristiani approfittarono delle libertà concesse ai collegi funeralizi associandosi essi stessi per lo stesso scopo e seguendo, per quanto possibile, le loro regole sulle contribuzioni, la costruzioni di edifici, gli incontri e le agapai o feste dell’amore. Fu attraverso queste usanze ben note e riconosciute che poterono tenere le loro riunioni e rimanere uniti come comunità durante i tempi tempestosi del secondo e terzo secolo.

3.8 Due importanti esempi di antiche Scholae cristiane.

Ci sono giunti due eccellenti esempi di scholae collegate ai cimiteri cristiani ed agli incontri dei fedeli: uno sopra le Catacombe di S.Callisto, l’altro sopra quelle di Soter.

3.9 Quella nel cimitero di S.Callisto.

Pianta della SCHOLA sopra le catacombe di S.Callisto

(Da Les Catacombes Romaines di Nortet)

Il primo edificio ha la forma di un’aula quadrata circondata da tre absidi — cella trichora. E’ costruito sulla parte delle catacombe scavata al tempo di Papa Fabiano (236-250 d.C.), noto per aver aperto multas fabricas per caemeteria; è probabilmente opera sua, visto che lo stile della muratura è esattamente quello della prima metà del terzo secolo. La schola originaria era coperta da un tetto ligneo e non aveva una facciata o un portale . Nel 258, mentre Sisto II, accompagnato dai suoi diaconi Felicissimo e Agapito, presenziava ad una riunione in questo luogo nonostante il divieto di Valeriano, un drappello di uomini invase la schola, uccise il vescovo ed i suoi accoliti e rase quasi al suolo l’edificio. Mezzo secolo dopo, al tempo di Costantino, fu restaurata nelle forme originarie con l’aggiunta di una copertura a volta ed una facciata. La linea che separa le vecchie fondazioni di Fabiano da quelle dell’epoca della pace, è chiaramente visibile . Successivamente la schola fu trasformata in chiesa e dedicata alla memoria di Sisto, che qui aveva perso la vita, e di Cecilia, che fu sepolta nella cripta sottostante. Divenne un importante luogo di pellegrinaggio e le guide lo indicano come una delle principali stazioni sulla Via Appia.

Quando de Rossi visitò il luogo per la prima volta 50 anni fa, questa famosa schola o chiesa di Sisto e Cecilia era usata come cantina per i vini, mentre le cripte di Cecilia e Cornelio erano usate come sotterranei. Grazie alla sua iniziativa il monumento è tornato ad essere una proprietà della Chiesa di Roma e, dopo una parentesi di dieci o dodici secoli, il servizio divino vi è stato ripristinato nel ventesimo giorno di aprile del corrente anno . Le sue mura sono state coperte con iscrizioni trovate nell’adiacente cimitero.

La teoria suggerita dai moderni scrittori riguardo alle scholae è molto simile a quella definita per il tablinum delle case private. All’inizio un piccolo edificio era sufficiente per accogliere una piccola comunità; con la crescita del numero dei membri divenne un presbiterium, o luogo per il Vescovo ed il clero, mentre l’assemblea rimaneva all’esterno, al riparo di una tenda o di un tetto sostenuto da travi verticali. Anche in questo caso abbiamo tutti gli elementi architettonici della basilica cristiana.

Il nome schola, nel suo significato originario, non è mai morto a Roma; infatti come nel medioevo si avevano le scholae dei Sassoni, dei Greci, dei Frisoni e dei Longobardi, ai giorni nostri abbiamo  quelle degli Ebrei (le scole degli Ebrei).

 

3.10 - III. ORATORI E CHIESE COSTRUITE SOPRA LE TOMBE DEI MARTIRI E DEI CONVERTITI.

Gli edifici sacri di questa tipologia sono, o erano all’inizio, fuori delle mura, dato che non era consentito seppellire all’interno dei limiti della città. Per spiegare la loro origine e capire il loro significato dobbiamo tenere in mente le seguenti regole. L’azione della Legge Romana contro i Cristiani, cioè contro le persone accusate di ateismo e di ribellione contro l’Impero, si concretizzava nell’esecuzione dei condannati. A parte casi straordinari, i corpi delle vittime potevano essere rivendicati dai parenti e dagli amici per essere seppelliti con i dovuti onori. Nei capitoli VI e VII si citeranno esempi di costruzioni di imponenti tombe in memoria di patrizi romani, generali e magistrati, messi a morte dal regime imperiale. Gli stessi privilegi di sepoltura erano accordati ai Cristiani che preferivano, comunque, la modestia e la sicurezza di una tomba nel cuore delle catacombe, piuttosto che il lusso pomposo di un mausoleo fuori terra. La tomba di un martire era un luogo di venerazione ed era spesso visitata dai pellegrini che la adornavano con ghirlande e luci nell’anniversario dell’esecuzione. Dopo la fine delle persecuzioni, il primo pensiero della Chiesa vittoriosa fu onorare la memoria di chi aveva combattuto così coraggiosamente per la causa comune ed accelerato, pagando con la propria vita, l’avvento dei giorni della libertà e della pace. Non si potevano scegliere altari migliori per celebrare il servizio divino se non proprio quelle tombe; ma erano scavate nella profondità del terreno e i cubicula delle catacombe difficilmente potevano contenere il clero per officiare ed ancor meno la moltitudine dei fedeli. Toccare le tombe, rimuovendole in un posto più adatto, era impensabile; agli occhi dei primi Cristiani non si sarebbe potuto perpetrare un sacrilegio più empio. Non c’era che un modo per superare la difficoltà: tagliare la roccia sopra ed intorno alla tomba guadagnando così lo spazio sufficiente per l’erezione di una basilica. Lo scavo era fatto seguendo due regole: la tomba del martire avrebbe dovuto occupare il posto d’onore nel mezzo dell’abside; inoltre il corpo della chiesa si sarebbe dovuto sviluppare ad est della tomba, salvo casi di "force majeure", quando, ad esempio, un fiume, una strada pubblica o qualche altro ostacolo costringevano ad abbandonare questo principio.

3.11 Come furono costruiti

Questa è l’origine dei più grandi santuari cristiani di Roma. Le chiese di S.Pietro sulla Via Cornelia, di S.Paolo sulla Via Ostiense, di S.Sebastiano sulla Via Appia, di S. Petronilla sulla Via Ardeatina, di S. Valentino sulla Via Flaminia, di S. Ermete sulla Via Salaria, di S. Agnese sulla Via Nomentana, di S. Lorenzo sulla Via Tiburtina e di altre cinquanta strutture storiche, devono la loro esistenza alle umili tombe che a nessuna mano umana fu consentito trasferire in un luogo più consono e sicuro.

Quando queste tombe non erano molto in profondità, il pavimento della basilica si trovava quasi al livello del terreno, come nel caso di S.Pietro, S.Paolo e S.Valentino; in altri casi era posizionato così in profondità nel cuore della collina che era possibile veder fuoriuscire dal livello del terreno solo il tetto e la fila superiore delle finestre, come nel caso delle basiliche di S.Lorenzo, S.Petronilla etc. Ci sono due o tre basiliche costruite, o per meglio dire scavate, interamente sottoterra. L’esempio migliore è quella di S.Ermete sulla Via Salaria.

Divenne presto evidente che edifici ubicati in tali scomodi luoghi potevano difficilmente rispondere al loro scopo, soprattutto per l’umidità ed il bisogno di aria e luce. Si intrapresero varie iniziative per rimediare ai disagi. Furono tagliate via larghe parti delle colline per liberare l’edificio almeno su uno o due lati , si pensò inoltre a drenaggi per le acque piovane o di falda. Abbiamo una descrizione del sistema di drenaggio di S.Pietro, scritto dal suo ideatore, Papa Damaso, in una poesia il cui originale, scoperto da Papa Paolo V nel 1607, è conservato nelle Grotte Vaticane:—

"La collina abbondava di sorgenti e l’acqua si faceva strada addirittura fino alle tombe dei santi. Papa Damaso riuscì ad eliminare il problema. Fece tagliar via una grande porzione del colle Vaticano e, scavando canali e trivellando cuniculi, drenò le acque sorgive rendendo la basilica un luogo asciutto e fornendola di una solida fontana con eccellente acqua".[9]

L’Acqua Damasiana esiste ancora ed ha il privilegio di rifornire gli appartamenti papali. Le sue sorgenti sono ubicate a S. Antonino, 1.100 metri ad ovest di S.Pietro. L’acquedotto di Damaso, restaurato nel 1649 da Innocenzo X, è costruito fedelmente all’antico stile romano; il canale è alto 145 cm, largo 114, e scorre nell’argilla della collina ad una profondità di 30 metri. La fontana principale, nel Cortile di S. Damaso, fu disegnata dall’Algardi nel 1649.

Apparentemente, i lavori ordinati da Papa Pelagio II (579-590) per lo stesso scopo a S. Lorenzo fuori le Mura, non furono meno importanti. Sono descritti in un’altra poesia, una moderna copia della quale (1860) può essere letta sul margine del mosaico dell’arco absidale. Il componimento riferisce di come fu tagliata la collina di Ciriaca, e di come, a seguito dello scavo, la chiesa divenne luminosa, accessibile e libera dal pericolo di smottamenti ed inondazioni. L’importanza del lavoro di Pelagio è abbastanza esagerata dall’autore della poesia. La chiesa non si liberò mai dal problema dell’umidità e della necessità di luce ed aria fino al pontificato di Pio IX, che tagliò via un’altra sezione della collina.

Il danno fatto alle catacombe dai costruttori di queste basiliche semisotterranee è incalcolabile. Migliaia di tombe devono essere state sacrificate per l’abbellimento di una sola.

Il lettore non potrà qui trovare un’esaustiva descrizione di questa tipologia di basiliche; solo quella di S.Pietro richiederebbe diversi volumi. Nella mia modesta biblioteca ho non meno di 22 volumi sull’argomento, una frazione insignificante della letteratura petriana. E cosa sappiamo di S.Pietro? Molto poco rispetto alla conoscenza che si trova nei volumi, ancora inediti, di Grimaldi,[10] negli archivi vaticani, nei documenti epigrafici, storici e diplomatici sparsi nelle varie biblioteche europee.

La storia dell’edificio deve essere ancora scritta. Il "Liber Pontificalis" di Duchesne ed il secondo volume delle "Inscriptiones Christianae" di de Rossi forniscono le basi necessarie per questa impresa. Speriamo che il Vaticano trovi presto il suo Rohault de Fleury.[11]

 

3.12 Le prime forme dei più grandi santuari di Roma

Il tentativo che segue di abbozzare le origini dei due più importanti edifici sacri di Roma potrebbe dare una risposta allo scopo del presente capitolo. Lasciatemi però ripetere ancora una volta che io scrivo dei monumenti di Roma antica da un punto di vista strettamente archeologico, evitando questioni che attengono, o si suppone attengano, alle controversie religiose.

 

3.13 La disputa sulla permanenza e l’esecuzione di S.Pietro a Roma.

Per gli archeologi la presenza e le esecuzioni dei SS.Pietro e Paolo a Roma sono fatti assodati, oltre ogni dubbio, con un’evidenza monumentale. C’è stato un tempo in cui persone appartenenti a credi differenti hanno considerato un caso di coscienza l’affermare od il negare quei fatti a priori, in accordo all’accettazione od al rigetto che la particolare chiesa aveva della tradizione. Questo tipo di sentimenti è retaggio del passato, almeno per chi ha seguito i progressi delle recenti scoperte e della letteratura critica. Comunque, se i miei lettori credono che stia presentando come provato qualcosa che debba invece essere ancora oggetto di discussione, li invito a consultare alcuni dei lavori pubblicati su questo argomento da scrittori che sfuggono al sospetto di parzialità. Ad esempio  "L’alba del Cristianesimo" di Döllinger (tradotto in inglese da Henry Nutcombe Oxenham, seconda edizione, Londra, Allen, 1867); "I Padri Apostolici" del vescovo Lightfoot parte II, Londra, Macmillan, 1885, uno dei lavori più belli e completi sull’alba della storia e letteratura cristiane; nonché "Bullettino di archeologia cristiana" del 1877.di de Rossi. Il vescovo Lightfoot sottolinea con forza che, quando Ignazio — il secondo padre apostolico, contemporaneo di Traiano — scrive ai Romani "Non vi do ordini, come Pietro e Paolo" le parole sono piene di significato, se supponiamo che alludesse alle relazioni personali dei due apostoli con la Chiesa romana. Infatti, la ragione del suo uso di questo linguaggio è il riconoscimento della visita a Roma di S.Pietro come di S.Paolo, che si mantiene costantemente nella tradizione degli albori; quindi è parallela alla citazione del legame tra i due apostoli in "Clemente di Roma" (p. 357). Döllinger aggiunge:

“Che S.Pietro operò a Roma è un fatto così abbondantemente provato e così profondamente radicato nella prima storia della Chiesa che chiunque lo consideri una leggenda dovrebbe parimenti considerare come leggendaria l’intera storia degli albori della Chiesa, o, almeno, alquanto incerta. La sua presenza a Corinto è ovviamente connessa al suo viaggio a Roma, e nessuno potrà accettare l’una negando l’altra (vedi Cor. I, 12; III, 22; XI, 22, 23; Ep.47 di Clemente, etc.) Clemente, ancora, ricorda ai Corinzi “il martirio di Pietro e Paolo . . . tra noi," intendendo a Roma”.

 La menzione in sè implica che il martirio fosse un fatto ben noto ed è inconcepibile che dovesse essere conosciuta la sua esecuzione ma non il luogo dove avvenne o che quel luogo dovesse essere stato dimenticato e confuso con uno sbagliato alcuni anni più tardi. Quando, inoltre, Ignazio scrive ai Romani— Non vi do ordini come Pietro e Paolo; loro erano Apostoli — è chiaro, senza necessità di ulteriori spiegazioni, che desiderasse ricordare loro quei due uomini che, come fondatori ed insegnanti, erano stati la gloria della Chiesa.

Il documento Ebionita, chiamato "La predicazione di Pietro" prodotto al tempo di Ignazio o dopo molto poco, nonché usato da Eracleo al tempo di Adriano, si fonda palesemente sul fatto indiscusso che S.Pietro ha operato a Roma. E’ inconcepibile che l’autore di tale documento, possa aver portato avanti una favola senza fondamento riguardo al teatro delle operazioni di S.Pietro in un tempo in cui molti di quelli che lo avevano visto dovevano essere ancora in vita. Eusebio, preceduto dagli scritti di Papia (e Egesippo), concorda con Clemente sul fatto che S.Pietro scrisse le sue epistole a Roma (Euseb. II.15). Papia, un discepolo di S.Giovanni, parlando di queste lettere afferma che "Babilonia" significa espressamente la Capitale dell’Impero. Egesippo, un ebreo-cristiano della Palestina , giunto a Roma nella prima metà del secondo secolo, cita Lino come primo vescovo succeduto ai due apostoli, convenendo con Ireneo, che dice:

"Dopo che Pietro e Paolo avevano fondato e organizzato la Chiesa romana, passarono l’episcopato a Lino".

Se consideriamo che Egesippo venne a Roma per studiare, tra le altre cose, la successione dei vescovi locali per il breve periodo di 83 anni e che certamente ebbe modo di parlare con persone i cui padri potevano ricordare la presenza degli apostoli, possiamo considerare le sue determinazioni come conclusive.

La principale obiezione sostenuta dagli oppositori è che, dopo l’incidente di Antiochia, non abbiamo una conoscenza piena delle azioni e dei viaggi di S.Pietro. Tuttavia, non c’è nulla che contraddica la possibilità di un suo viaggio a Roma e la sua predicazione ed esecuzione in questo luogo. Il fatto era così generalmente conosciuto che nessuno si è preso la briga di lasciarne una precisa testimonianza scritta perché nessuno avrebbe immaginato che si sarebbe potuto negare. Come è possibile immaginare che la Chiesa primitiva non conoscesse il luogo della morte dei suoi due principali apostoli? In mancanza di testimonianze scritte, consultiamo l’evidenza monumentale.

3.14 S. Pietro

Non esiste un evento del periodo imperiale e della Roma imperiale attestato da così tante nobili strutture che portano tutte alla stessa conclusione: la presenza e l’esecuzione degli apostoli nella Capitale dell’Impero. Quando Costantino eresse le basiliche monumentali sulle loro tombe sulla Via Cornelia e sulla Via Ostiense; Quando Eudossia costruì la chiesa ad Vincula[12]; quando Damaso affisse un lapide commemorativa presso Platonia ad Catacumbas; quando le case di Pudente e di Aquila e Prisca furono trasformate in oratori; quando il nome di Nymphae Sancti Petri fu dato alle sorgenti nelle catacombe di Via Nomentana; quando il ventinovesimo giorno di giugno fu accettato come anniversario dell’esecuzione di S.Pietro; quando sia cristiani che pagani iniziarono a chiamare i propri figli Pietro e Paolo; quando scultori, pittori, cesellatori, orafi, artigiani del vetro smaltato ed incisori di pietre preziose iniziarono tutti a riprodurre le fattezze degli apostoli all’inizio del secondo secolo e andarono avanti fino alla fine dell’Impero, dobbiamo considerare che lavorarono tutti colti dall’immaginazione o cospirando per commettere una gigantesca frode? Perché questo azioni venivano accettate senza proteste da ogni città, da ogni comunità senza che nessun’altra di queste rivendicasse il possesso delle vere tombe dei SS. Pietro e Paolo? Questi argomenti acquistano maggior valore dall’evidenza che la tesi opposta non apporta evidenze positive. Una cosa è scrivere su queste controversie a distanza dalla scena degli eventi nella tranquillità della propria biblioteca; tutt’altra studiarle sul posto e seguire gli eventi che accaddero. Se i miei lettori avessero l’opportunità di testimoniare le scoperte fatte successivamente nel Cemeterium Ostrianum e presso Platonia ad Catacumbas o esaminando i manoscritti ed i disegni di Grimaldi relativi alla vecchia basilica costantiniana, o il resoconto fatto da Carrara sulle scoperte fatte nel 1776 nella casa di Aquila e Prisca, bandirebbero dalle proprie menti anche l’ultima ombra di dubbio.

Oltre ai lavori di Döllinger, Lightfoot e de Rossi sopra citati, ce ne sono trenta o quaranta che trattano la stessa questione, se, cioè, S.Pietro sia mai stato a Roma. La lista di queste opere è riportata nel volun XVIII dell’"Encyclopaedia Britannica" p. 696, n°1.  

3.15 Le origini della chiesa

Dal ponte chiamato Vaticanus, Neronianus, o Triumphalis, i cui resti possono ancora essere visti in periodi di magra tra  S. Giovanni dei Fiorentini e l’ospedale S. Spirito, partivano due strade: la Via Triumphalis, descritta nel capitolo VI, corrispondente alla moderna Strada di Monte Mario che unisce la Via Clodia alla Giustiniana; e la Via Cornelia, che conduce ai boschi ad est della città, tra la Via Aurelia Nova e la Triumphalis. Quando gli apostoli vennero a Roma, durante il regno di Nerone, la topografia dela zona vaticana, attraversata dalla Via Cornelia, era la seguente:—

Pianta dell’antica S.Pietro che mostra le sue relazioni con il Circo di Nerone

La croce sulla spina marca il probabile luogo, secondo Lanciani, dell’esecuzione = Cappella della Crocifissione.

1: Porta Iudicii • 2: Porta Ravenniana • 3: Porta argentea • 4: Porta Romana • 5: Porta Guidonea • 6: Porta sancta  

 

a sinistra della strada c’era un circo iniziato da Caligola e terminato da Nerone; sulla sinistra una schiera di tombe costruite a ridosso dei clivi argillosi del colle Vaticano. Il circo fu il teatro delle prime persecuzioni subite dai cristiani descritte da Tacito nel ben noto passaggio degli "Annali" XV.45. Alcuni cristiani furono coperti con pelli di bestie selvagge cosicché i cani selvatici potessero farli a pezzi; altri, spalmati di pece e grasso, bruciati su pali; altri vennero crocifissi (crucibus adfixi), mentre Nerone, nei panni di un semplice auriga, faceva i suoi giri tra le mete.

 

3.16 Il luogo della sua esecuzione e della sua sepoltura.

Questo avvenne nel 65 d.C. Due anni dopo il leader dei cristiani condivise lo stesso destino nello stesso posto. Fu messo in croce come gli altri e sappiamo esattamente dove. Una tradizione ricorrente a Roma da tempi immemorabili, dice che S.Pietro fu messo a morte inter duas metas (tra le due mete), cioè, nella spina o linea mediana del circo di Nerone, ad un’eguale distanza tra le due mete terminali; in altre parole, fu messo a morte ai piedi dell’obelisco che oggi troneggia davanti alla sua grande chiesa. Per molti secoli, dopo la pace di Costantino, il punto esatto dell’esecuzione di S.Pietro fu contrassegnato da un cappella chiamata della “Crocifissione”. Il significato del nome e la sua origine, così come i dettagli topografici connessi con l’evento, si persero nell’oscurità del medioevo. La cappella commemorativa perse la sua identità e fu creduta appartenere a “colui che venne crocifisso”, cioè allo stesso Cristo. Scomparve sette o ottocento anni fa. Al tempo stesso, le parole inter duas metas, grazie alle quali si potè esattamente identificare il punto, furono private del loro significato genuino. Il nome meta si applicava generalmente alle tombe di forma piramidale, tra le quali due erano particolarmente imponenti tra le rovine di Roma: la piramide di Caio Cestio  vicino Porta S. Paolo, che veniva chiamata Meta Remi, e quella vicino alla chiesa di S. Maria Traspontina, nel quartiere del Vaticano, che veniva chiamata Meta Romuli. Le conseguenze di questo errore furono notevoli; ad esso dobbiamo l’erezione di due nobili monumenti, la chiesa di S. Pietro in Montorio, ed il "Tempietto del Bramante", nel cortile del convento adiacente. Sembra che nel tredicesimo secolo, quando qualcuno[13] decise di innalzare un monumento in memoria dell’esecuzione di S.Pietro “inter duas metas”, scelse questo punto su uno sperone del Gianicolo perché era equidistante tra la Meta di Romolo alla Traspontina e quella di Remo a Porta S. Paolo!

Il tracciato della Via Cornelia, che correva parallela al lato nord del circo, può essere riconosciuto con precisione con l’aiuto delle tombe classiche, pagane o cristiane, scoperte nel corso del tempo lungo i suoi lati. Iniziamo dal luogo della moderna Piazza di S. Pietro. Sante Bartoli, mem. 56-57, dice che mentre Papa Alessandro VII stava costruendo l’ala sinistra del portico berniniano e la fontana del semicerchio sud, fu scoperta una tomba con un bassorilievo sulla porta, raffigurante una scena di matrimonio ("vi era un bellissimo bassorilievo di un matrimonio antico"). Il 19 luglio 1614, se ne trovarono altre tre nell’ atrium, in una di queste era conservato il sarcofago di Claudia Hermione, la nota pantomima. La migliore scoperta, quella di tombe pagane esattamente in asse con quello di S.Pietro, fu fatta in presenza di Grimaldi, il 9 novembre del 1616. "Quel giorno" dice, "entrai in una stanza sepolcrale quadrata (3. x 3,30 metri), il cui soffitto era decorato con disegni in stucco dipinto. C’era un medaglione al centro con una figura in alto rilievo. La porta apriva sulla Via Cornelia, che era allo stesso livello. Questa tomba si trova sotto al settimo gradino di fronte al portone centrale della chiesa. Mi è stato detto che il sarcofago oggi usato come fontana nel cortile delle Guardie Svizzere, è stato scoperto al tempo di Gregorio XIII nello stesso luogo, e che conteneva il corpo di un pagano"

3.17 Le importanti scoperte di tombe fatte sotto il baldacchino di Urbano VIII

 

Veniamo ora al punto decisivo, le scoperte fatte al tempo di Urbano VIII, quando si gettarono le fondazioni del suo baldacchino bronzeo a grande profondità, in prossimità della tomba di S.Pietro.[14] La genuinità del racconto che segue, è provata dal fatto che, nonostante la stretta relazione con l'argomento, vi si diede poca importanza.

Se il Professor Palmieri ed il Cavaliere Armellini non lo avessero disseppellito dalla sacra polvere degli archivi vaticani, dove era rimasto sepolto per tre secoli e mezzo, ne ignoreremmo ancora la sua esistenza.

Pianta delle tombe intorno a quella di S.Pietro, scoperte al tempo di Paolo V. (Da una rara incisione di Benedetto Drei, carpentiere capo del Papa. Il sito della tomba di S.Pietro e la fenestella, sono indicati dall’autore.)

Il resoconto pubblicato da Armellini[15] prova che S.Pietro dovette essere seppellito in una piccola area, circondata da altre tombe, e probabilmente protetta da un muro di recinzione. C’erano tombe che, in epoche successive, sarebbero state scavate in modo confusionario, una sopra l’altra, da persone desiderose di giacere il più vicino possibile ai resti dell’apostolo; quelle del periodo delle persecuzioni, erano disposte su linee parallele[16] e consistevano in casse di marmo semplice senza alcun nome; contenevano uno o due corpi, deposti come mummie, con bende da fasciatura di lino scurastre intorno al corpo ed alla testa. Quest’asserzione è suffragata da un’altra evidenza. Nel 1615, quando Paolo V costruì le scale che portano alla Confessione ed alla cripta, "diversi corpi furono trovati giacenti in casse, avvolti in bende di lino, come leggiamo di Lazzaro nel Vangelo: ligatus pedibus et manibus institis. Un solo corpo era composto in una sorta di vestiario pontificale. Nonostante l’assenza di iscrizioni, pensammo si trattasse dei dieci vescovi di Roma sepolti nel Vaticano”.

Così parla Giovanni Severano a pagina 20 del suo libro "Memorie sacre delle sette chiese di Roma", che fu stampato nel 1629. Francesco Maria Torrigio, testimone delle riesumazioni insieme al cardinale Evangelista Pallotta, aggiunge che le bende di lino erano larghe da 5 a 8 cm e che dovevano essere state intrise di sostanze aromatiche. Una delle casse, comunque, presentava il nome LINVS.[17] Seguiamo ora quanto scritto nel "Liber Pontificalis", della cui autorità come testo storico non si può dubitare sin dalla sua pubblicazione critica ad opera di Louis Duchesne.[18] Dopo aver descritto la "deposizione di S.Pietro nel Vaticano, tra la Via Aurelia e la Via Triumphalis, iuxta locum ubi crucifixus est (vicino al luogo della crocifissione)" va avanti dicendo che Lino "fu sepolto a fianco dei resti del beato Pietro, nel Vaticano il 24 di ottobre" Anche se volessimo dubitare della correttezza della copiatura del nome del secondo vescovo di Roma da parte del Torrigio,[19] sembra essere certa la sua sepoltura in questo luogo, perché Hrabanus Maurus, un poeta del nono secolo, parla della tomba di Lino definendola visibile ed accessibile nell’822.[20] Un altro uomo fu presente alla scoperta raccontata da Torrigio e Severano: il capo mastro Benedetto Drei, i cui disegni, stampati nel 1635, sono diventati estremamente rari.

Il lettore noterà come lo schizzo di Drei ricalchi perfettamente i racconti degli altri testimoni oculari, persino nel dettaglio della— "sepoltura di un bambino" — che è da loro distintamente citata.  

Le tutele che la Legge Romana accordava ai sepolcri, anche se di criminali, permise ai cristiani di conservare queste tombe in buon ordine, con impunità. Comunque, corsero un gran rischio sotto Eliogabalo. Tra le molte stravaganze connesse al circo in cui questo giovinetto indulgeva, come guidare un carro guidato da quattro cammelli, o liberare migliaia di serpenti velenosi in mezzo alla folla, Lampridio cita una corsa di quattro quadrighe che si sarebbe dovuta correre al Vaticano; dato che la pista all’interno del circo era ovviamente troppo stretta per tale scopo, se ne preparò un’altra all’esterno rimuovendo o distruggendo quelle tombe sulla Via Cornelia che si trovavano sul tracciato.[21] E’ più che probabile che il corpo di S.Pietro fu in quel tempo trasferito al riparo presso il terzo miglio della Via Appia, che avrò l’opportunità di descrivere nel settimo capitolo.[22]

3.18 La basilica eretta da Costantino

Dopo la morte di Massenzio nella piana di Tor di Quinto, Costantino "eresse una basilica sopra la tomba del beato Pietro che racchiuse in uno scrigno di bronzo”. L’altare soprastante era decorato con colonne tortili, fatte portare dalla Grecia, scolpite con tralci di vite.[23]

La basilica fu eretta rapidamente a spese del vicino circo. Costantino utilizzò i suoi tre muri nord, che sostenevano gli spalti degli spettatori sul lato di Via Cornelia, per impostarvi l’ala sinistra della chiesa, costruì nuove fondazioni solo per l’ala destra. Il suo architetto sembra essere stato piuttosto negligente nelle misurazioni, perché la tomba di S.Pietro non si trovava esattamente sull’asse della navata e non era al centro dell’abside ma qualche decina di centimetri a sinistra.

Le colonne provenivano da vari luoghi. Ho scoperto nel taccuino di Antonio da Sangallo il giovane un memorandum della quantità, qualità, dimensioni, colore etc. di centotrentasei tipi di colonne. Quasi tutte le antiche cave sono rappresentate nella lista, per non parlare degli stili e delle epoche. Un’eccezione deve essere fatta per le 12 colonne della Confessione, citate prima che, secondo il "Liber Pontificalis," furono portate dalla Grecia (columnae vitineae quas de Graecia perduxit: I, 176). Ho dubbi sull’esattezza dell’affermazione, a me sembrano una eccellente opera romana del terzo secolo.

Ad ogni modo, l’ipotesi del “Liber Pontificalis”dimostra quanto poco credito si deve dare alla tradizione che vuole appartenessero al Tempio di Salomone a Gerusalemme.[24]

La Colonna Santa.

Ne sono rimaste undici: di cui, otto adornano la balconata sotto la cupola; due, l’altare di S. Maurizio, ed una (riprodotta nella nostra illustrazione) la Cappella della Pietà, la prima a destra. E’ chiamata la Colonna Santa, perché anticamente veniva usata per gli esorcismi dagli spiriti maligni. Fu racchiusa da un pluteo marmoreo dal Cardinal Orsini, nel 1438.

Le mura della chiesa erano formate da frammenti di tegole (tegolozza) e pietra, eccetto l’abside e gli archi, che erano costruiti con mattoni di ottima fattura ed avevano impresso il sigillo dell’Imperatore:— Dominus Noster CONSTANTINVS AVGustus

Grimaldi dice che non si potevano trovare due capitelli o due basi uguali. Dice anche che gli architravi e i fregi erano diversi da un intercolumnio all’altro e che alcuni erano iscritti con i nomi e le lodi di Tito, Traiano, Gallieno ed altri. Su ogni lato del portone principale, ai piedi dei gradini, c’erano due colonne di granito con capitelli compositi, che rappresentavano il busto dell’Imperatore Adriano incorniciato da foglie d’acanto.

Vista di una sezione della navata del vecchio S.Pietro -lato sud (incisione di Ciampini).

Clicca per ingrandire.

L’illustrazione qui accanto, copiata da un’incisione di Ciampini, mostra l’aspetto degli interni nell’anno 1588.

In linea di massima, dà una buona idea delle decorazioni della navata, ma non permette di vedere l’opera muraria costantiniana. Il suo sistema strutturale può essere meglio compreso riferendosi ad un’altra sua creazione, la basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, una sezione del cui interno è illustrata di seguito.

Si accedeva all’atrio, o quadriportico, per mezzo di tre portoni, quello mediano aveva porte di bronzo rivestite in argento. I nielli rappresentavano castelli, città e territori che erano soggetti alla sede apostolica. Le porte furono rubate nel 1167, e trasportate a Viterbo come trofeo di guerra.

 

3.19 Alcuni dei suoi monumenti

La fontana al centro dell’atrio era un capolavoro del tempo di Simmaco (498-514), che aveva una grande predilezione per le opere connesse all’igiene ed alla pulizia, come bagni, fontane ed annessi.[25] La fontana è descritta nel mio "Roma antica" p. 286; fatemi però aggiungere alcuni particolari relativi alla sua costruzione.  

Navata di San Lorenzo fuori le Mura.

La struttura era composta da un tabernacolo quadrato sostenuto da otto colonne di porfido rosso, con una cupola di bronzo dorato. Sui quattro architravi erano posti pavoni, delfini e fiori, sempre di bronzo dorato , da cui getti d’acqua fluivano nella vasca sottostante. Il bordo della vasca era costituito da antichi bassorilievi marmorei, che rappresentavano panoplie, grifoni, etc. All’apice della struttura vi erano frontoni semicircolari in bronzo lavorati "à jour" cioè a tutto tondo, senza sfondo, e coronati dal monogramma di Cristo. questa gemma dell’arte del sesto secolo fu impietosamente distrutta da Paolo V. Le otto colonne di porfido, una delle quali era decorata con un busto di imperatore in alto rilievo, sono scomparse, così come i bassorilievi del bordo della vasca, sebbene Grimaldi affermi di averne salvato uno. I bronzi furono trasferiti nel giardino del Vaticano ma, ad eccezione di una pigna conica e di due pavoni, erano destinati a fare la stessa fine dei marmi. Nel 1613 i frontoni semicircolari, i quattro delfini, due dei pavoni e la cupola, furono fusi per ricavarne le quattro tonnellate e mezza di bronzo necessarie per la statua della Madonna che fu posta da Paolo V sulla colonna di S.Maria Maggiore.

La fontana di Simmaco.

Dopo la fontana, il più importante monumento dell’atrio era la tomba dell’Imperatore Otone II († 983), o quella che si credeva essere la sua tomba, dato che molti scrittori contemporanei la attribuiscono a  Cencio, prefetto di Roma, morto nel 1077. Il corpo giaceva in un sarcofago marmoreo, rivestito di pannelli di serpentino, il tutto sormontato da un coperchio in porfido che si suppone provenisse dal mausoleo di Adriano. Il mosaico soprastante rappresentava il Salvatore tra i SS. Pietro e Paolo. Questo monumento fu demolito da Carlo Maderno nella notte del 20 ottobre del 1610. Il sarcofago fu trasferito al Quirinale e trasformato in un abbeveratoio. Grimaldi fu l’ultimo a vederlo, vicino al portone di ingresso dal lato di Via dei Maroniti. I pannelli di serpentino furono usati nella nuova costruzione, il mosaico fu traferito nell Grotte, il coperchio di porfido fu capovolto e trasformato in fonte battesimale.

Si entrava in chiesa da cinque portoni, chiamati rispettivamente (da sinistra a destra) la Porta Iudicii, Ravenniana, argentea o regia maior, Romana, e Guidonea. La prima era chiamata “porta del giudizio” perché vi passavano attraverso i feretri. Il nome "Ravenniana" sembra dovuto agli accampamenti di marinai della flotta di Ravenna, distaccati a Roma per prestarvi servizio, oppure al nome "Civitas Ravenniana" dato a Trastevere nel periodo di decadenza. Era riservata al transito degli uomini, così come la quarta o Romana era per le donne, e la quinta, Guidonea, per i turisti o per i pellegrini. L’ingresso principale, chiamato "reale" o "porta d’argento", era aperto solo per le grandi occasioni. Il suo nome derivava dalle decorazioni d’argento affisse sul bronzo da Onorio I, (626-636 d.C.) per commemorare la riunificazione della chiesa d’Istria con la Sede Romana. Secondo il "Liber Pontificalis"442 Kg d’argento vennero impiegati a tal scopo. C’erano le figure di S.Pietro e di S.Paolo sulla destra, circondati da aureole di pietre preziose. Furono preda dei Saraceni nell’ 845. Leone IV li ripristinò fino ad un certo punto, cambiando il soggetto dei nielli d’argento. Nell’anno 1437, Papa Eugenio IV commissionò ad Antonio di Michele da Viterbo, un fratello domenicano laico, di scolpire nuove porte laterali in legno, mentre fu chiesto ad Antonio Filarete e Simone Bardi di modellare e fondere in bronzo quelle dell’entrata principale.

Entrando nella navata, il visitatore era colpito dalla semplicità della struttura di Costantino e dalla moltitudine e varietà delle aggiunte successive, a causa delle quali solo il numero degli altari era cresciuto da uno a 68. 92 colonne sostenevano un tetto in vista, le cui capriate erano del tipo a monaco. Nonostante i frequenti restauri dovuti al fuoco, all’usura ed al tempo, molte di queste capriate portavano ancora il marchio di Costantino. Erano splendidi esempi di costruzione lignea. Filippo Bonanni, la cui descrizione di S.Pietro merita maggior considerazione rispetto all’insieme di tutte le altre, fatta eccezione per i manoscritti di Grimaldi,[26] dice che il 21 febbraio del 1606, esaminò e misurò al suolo la catena (trave orizzontale) della prima capriata della facciata che Carlo Maderno aveva appena abbattuto; era lunga 23 metri e mezzo e spessa 90 centimetri. Lo stesso autore riporta, traendola da un diario di Rutilio Alberini, datato 1339, la seguente storia sempre relativa allo stesso tetto:

Papa Benedetto XII (1334-1342) aveva speso 80.000 fiorini d’oro per riparare il tetto, affidando l’opera al capo carpentiere mastro Ballo da Colonna. era un uomo coraggioso, capace di abbassare e sollevare quelle enorme travi come fossero pagliuzze, nonché di rimanervi in piedi mentre erano in movimento. Ne ho vista una marchiata con il nome del costruttore della chiesa (CONstantinus); era così enorme che ogni tipo di animale vi aveva scavato la propria tana. I fori sembravano piccole caverne, lunghe svariate decine di centimetri, e offrivano riparo a migliaia di topi".

Grimaldi si arrampicò sul tetto all’inizio del 1606, e lo descrisse come composto da tre tipi di tegole, — bronzee, in mattoni e di piombo. Le tegole di bronzo dorato furono fuse al tempo dell’Imperatore Adriano per il tempio di Venere e Roma. Papa Onorio I (625-640) ottenne da Eraclio il permesso di usarle per S.Pietro. Quelle in mattone portavano tutte il sigillo di re Teodorico, od il motto BONO ROMAE (per il bene di Roma). Le lastre di piombo portavano il nome di vari Papi, da Innocenzo III (1130-1138) a Benedetto XII. Tutti questi materiali, preziosi per la cronologia e la storia della basilica, sono scomparsi, salvo alcune assi del tetto con cui sono state fatte le porte della chiesa moderna.

Un’altra visione avrebbe colpito il pellegrino non appena varcata la soglia, quella dell’ "arco trionfale" tra la navata ed il transetto, rilucente di mosaici d’oro. Dobbiamo al Prof. A. L. Frothingham, Jr. di Baltimora, la conoscenza di quest’opera d’arte, dato che fu lui a trovarne la descrizione fatta dal cardinale Jacobacci nel suo "De Concilio" (1538). Il mosaico rappresentava l’Imperatore Costantino presentato da S.Pietro al Redentore, cui offriva un modellino della basilica. Fu distrutto nel 1525 assieme all’iscrizione dedicatoria.[27]

 

3.20 La sedia e la statua di S.Pietro.

Il battistero eretto da Papa Damaso dopo la scoperta dell’ Acqua Damasiana, e restaurato da Leone III (795-816), si trova alla fine del transetto nord.[28] Una delle sue iscrizioni contiene i versi :

"Una Petri sedes unum verumque lavacrum"

un’allusione sia alla fonte battesimale che alla “cattedra di S.Pietro”, su cui i Papi sedevano dopo aver battezzato i neofiti.

La sedia di S.Pietro - da una fotografia originale.

A Legno di quercia, molto rovinato, e tagliuzzato dai pellegrini. 
B
Legno di acacia, intarsiato con incisioni in avorio. [29]

La cathedra è citata da Optatus Milevitanus, Ennodius di Pavia e da autori più recenti, per aver cambiato posto molte volte finchè Alessandro VII, con l’aiuto di Bernini e Paul Schor, non la sistemò in un recinto bronzeo alla fine dell’abside. E’ stata attentamente esaminata e descritta da Torrigio, Febeo, e de Rossi. Io l’ho vista nel 1867. L’intelaiatura e pochi pannelli della reliquia potrebbero risalire al tempo degli apostoli, ma è stata evidentemente restaurata dopo la pace della Chiesa. I montanti ai quattro angoli, sono stati usurati quasi completamente dai pellegrini.  

Un’altra opera d’arte merita attenzione perché le sue origini, la sua età ed il suo stile sono ancora motivo di controversie.

Mi riferisco alla statua di S.Pietro posizionata contro il muro di destra della navata, vicino al S.Andrea di Francis de Quesnoy. Senza voler cominciare una dissertazione che esulerebbe dallo spirito di questo libro, posso sicuramente affermare che le teorie suggerite dai moderni petrografisti, da Torrigio a Bartolini, non sono degne di credito. La statua non è il Giove Capitolino trasformato nell’apostolo, né fu fusa con il bronzo di quella statua; non ha mai tenuto in mano una saetta al posto delle chiavi del paradiso. La statua fu modellata come un ritratto di S.Pietro; la testa appartiene a quel corpo; le chiavi e le dita della mano destra sollevate sono dettagli genuini ed essenziali della composizione originale. La difficoltà, notevole a dire il vero, consiste nel datarla. Non c’è dubbio che gli scultori cristiani del secondo e terzo secolo erano capaci di modellare eccellenti ritratti, come prova quello di Ippolito, scoperto nel 1551 in Via Tiburtina ed oggi al Museo Laterano, un’opera del tempo di Alessandro Severo. 

Statua bronzea di S.Pietro.

Statua di S. Ippolito.

Senza dubbio c’è una grossa somiglianza tra le due opere, nella postura ed inclinazione del corpo, nella posizione dei piedi, nello stile degli abiti e persino nel panneggio. Ma le statue-ritratto potrebbero appartenere a qualsiasi epoca, perché, mentre lo scultore del marmo è obbligato a produrre opere con le proprie mani e di propria concezione e quindi la data del marmo può essere determinata per comparazione con altre opere ben note, chi fonde in bronzo può facilmente riprodurre esempi migliori di epoche precedenti, prendendo un calco dal modello originale, alterando leggermente il soggetto e quindi fondendolo in un eccellente bronzo. Sembra essere questo il caso di questa famosa immagine. So che attualmente la si considera contemporanea all’erezione della basilica di Costantino; ma io non sono d’accordo, principalmente per la forma moderna delle chiavi. Una di queste due cose deve essere vera: o che le chiavi sono un’aggiunta successiva, nel qual caso la statua potrebbe essere un’opera del quarto secolo; o che furono fuse insieme alla figura. Se è vera l’ultima ipotesi, la statua è di un’epoca relativamente recente. I dubbi sull’argomento potrebbero essere fugati da un attento esame di questi dettagli cruciali, che io non ho avuto la soddisfazione di esaminare. 

 3.21 La distruzione dell’antica basilica e la costruzione della nuova.

La distruzione del vecchio San Pietro è uno dei più tristi eventi nella storia delle rovine di Roma. Avvenne in due periodi e con due cantieri differenti, a tal fine si eresse un muro longitudinale al centro della chiesa per permettere che il servizio divino continuasse senza interruzioni mentre la distruzione e la ricostruzione di ogni corpo di fabbrica veniva portata avanti in periodi successivi.

Il lavoro cominciò il 18 aprile del 1506, sotto Giulio II. Ci volle esattamente un secolo per terminare la sezione occidentale, dal muro di partizione all'abside. La demolizione del corpo di fabbrica est cominciò il 21 febbraio del 1606. Nove anni più tardi, la Domenica delle Palme del 12 aprile 1615, le moltitudini giubilanti testimoniarono la scomparsa del muro di partizione, e contemplarono per la prima volta il nuovo tempio di tutta la sua gloria.

Sembra che Paolo V Borghese, cui si deve il completamento della grande opera, non poté liberarsi dal rimorso di aver spazzato via per sempre i resti della basilica costantiniana. Volle che il sacro collegio condividesse la responsabilità dell'operato ed indisse un concistoro per il 26 settembre del 1605, per esporre il caso di fronte ai cardinali. Il rapporto rivelò una situazione molto interessante. Sembra che, mentre le fondazioni del lato destro della chiesa costruite da Costantino avevano sopportato fermamente il peso e la fatica loro imposte, le fondazioni del lato sinistro, cioè i tre muri del circo di Caligola che erano stati costruiti per uno scopo differente, avevano ceduto alla pressione, così che l'intera Chiesa, con le sue quattro file di colonne, pendeva da destra verso sinistra di 106 centimetri. Il rapporto afferma che gli affreschi sul muro di sinistra erano coperti da uno spesso strato di polvere; dice inoltre che le parti terminali delle grandi capriate che sostenevano il tetto, erano tutte marcite e non potevano più sopportare l'enorme carico. A quel punto il cardinale Cosentino, preside del Capitolo, prese la parola e disse che, solo pochi giorni prima, mentre si diceva messa presso l'altare di Santa Maria della Colonna, una pesante pietra era caduta sulla folla dalla finestra soprastante. Il voto del sacro collegio fu prevedibile. Fu sancita la condanna a morte degli ultimi resti del vecchio San Pietro; un comitato di otto cardinali fu incaricato di presiedere alla costruzione del nuovo edificio; nove architetti furono invitati ad un concorso per la progettazione. Erano Giovanni e Domenico Fontana, Flaminio Ponzio, Carlo Maderno, Geronimo Rainaldi, Nicola Braconi da Como, Ottavio Turiano, Giovanni Antonio Dosio e Ludovico Cigoli. Il concorso fu vinto da Carlo Maderno, con il dispiacere del Papa che era apertamente a favore suo architetto personale, Flaminio Ponzio. L'esecuzione dei lavori fu contrassegnata da un evento eccezionale. Il venerdì 27 agosto del 1610, un temporale spazzò la città con tale violenza che il volume d’acqua che si era accumulato sopra la terrazza della basilica, non trovando altro sbocco se non attraverso le sinuose scale che perforavano lo spessore delle mura, irruppe nella navata in tumultuosi torrenti e la inondò per un'altezza di diversi centimetri. La Confessione e la tomba dell'apostolo furono salvate solo dalla resistenza della porta di bronzo.

E’ molto interessante seguire il progresso del lavoro nel diario di Grimaldi, per testimoniare attraverso le sue memorie l'apertura e la distruzione di ogni tomba degna di nota, e per fare l'inventario dei loro contenuti. I monumenti erano perlopiù sarcofagi di pagani, o vasche termali, intagliate in marmi pregiati; i corpi dei Papi erano avvolti in ricche vesti, e indossavano "l'anello del pescatore" al dito indice. Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cibo (1484-1492), era avvolto in un vestito persiano ricamato; Marcello II Cervini (1555), indossava una mitra d'oro; Adriano IV Breakspeare (1154-1159), è descritto come un uomo di bassa statura, con indosso delle ciabatte di fattura turca, con un anello con un grande smeraldo. Callisto III e Alessandro VI, entrambi della famiglia Borgia, sono stati disturbati due volte nella loro tomba comune: la prima volta da Sisto V, quando rimosse l'obelisco dalla spina del circo; a seconda da Paolo V, sabato 30 gennaio 1610, quando i loro corpi furono trasferiti alla Chiesa spagnola di Monserrato, con l'aiuto del marchese di Milena, ambasciatore di Filippo III, e del cardinale Çapata.

Grimaldi afferma che il progetto di Michelangelo di una croce greca non è stato solo disegnato su carta, ma anche cominciato. Quando Papa Borghese e Carlo Maderno scelsero la croce latina, non solo erano già state terminate le fondazioni secondo il progetto di Michelangelo, ma la stessa facciata, con il suo rivestimento di travertino, era stata costruita per un'altezza di diversi metri.  

San Pietro nel 1588. (da un’incisione di Ciampini)

La costruzione della cupola fu iniziata il venerdì 15 luglio del 1588 alle quattro del pomeriggio. Il primo blocco di travertino fu posizionato in situ alle otto della sera del 30. La porzione cilindrica del tamburo che sostiene la cupola vera e propria, fu terminata a mezzanotte del 17 dicembre dello stesso anno, una meravigliosa impresa compiuta in un tempo brevissimo. La cupola vera e propria fu iniziata cinque giorni più tardi e terminata in diciassette mesi. Se ricordiamo che gli esperti dell'epoca avevano stimato in dieci anni il tempo necessario per terminare l'opera, per una spesa di un milione di scudi d'oro, ci stupiamo della forza di volontà di Sisto V, che ce la fece in due anni, spendendo solo un quinto della somma stimata.[30] Prevedeva che le persecuzioni politiche ad opera della corona di Spagna e gli attacchi quotidiani, quasi brutali, che doveva sopportare dal conte d'Olivare, l'ambasciatore spagnolo, avrebbero accorciato i suoi giorni, conseguentemente espresse un unico desiderio: che la cupola e gli altri lavori intrapresi per l'abbellimento ed il miglioramento delle condizioni igieniche della città, sarebbero dovuti terminare prima della sua morte. Furono assoldati 600 abili artigiani per portare avanti i lavori della cupola notte e giorno; erano esentati dal partecipare alla messa dei giorni festivi, eccettuate le domeniche. Possiamo immaginare l’alacrità che pervase quelli coinvolti nell'impresa e la loro determinazione a sacrificare gli altri interessi alla velocità, attraverso questo aneddoto. I muratori, avendo bisogno di un altro contenitore per l'acqua, misero mano alla tomba di Papa Urbano VI, trascinarono il sarcofago marmoreo sotto la cupola sul bordo di una buca per il cemento, e lo vuotarono del suo contenuto. L'anello d'oro fu dato a Giacomo della Porta, l'architetto, le ossa furono accatastate in un angolo dell'edificio e la cassa fu usata come recipiente dal 1588 al 1615.  

3.22 Le  dimensioni immense della nuova S.Pietro.

Se consideriamo che i materiali da costruzione, pietre, mattoni, legname, cemento ed acqua, furono sollevati ad un'altezza di 120 metri, non c'è da meravigliarsi che furono impiegate 126 tonnellate di cavi e 15 tonnellate di acciaio. La cupola fu costruita su una centinatura di geniale concezione, impostata sulla cornice del tamburo in maniera così leggera da sembrare sospesa per aria. Furono impiegate 1.200 grosse travi.

Fea e Winckelman affermano che le lastre di piombo che coprono la cupola devono essere rinnovate otto o dieci volte in un secolo. Winckelman attribuisce la loro rapida usura all'azione corrosiva del vento di scirocco; Fea alle variazioni termiche, che portano il piombo a rammollirsi d'estate, ed a fessurarsi in inverno.

Le misure e l'altezza, il numero delle colonne, altari, statue e dipinti, - in breve, le mirabilia di San Pietro- sono state grandemente esagerate. Non serve l'esagerazione quando la stessa verità e così stupefacente. Gli appassionati di statistica possono consultare le opere di Briccolani e Visconti.[31]

La basilica è contenuta in un quadrato di 382 metri di larghezza. La navata è lunga 186 metri, larga 26, alta 40; il transetto è lungo 136 metri. La cornice e l’iscrizione del mosaico del fregio sono lunghe 592 metri. La cupola raggiunge l'altezza di 136 metri dal pavimento, con un diametro interno di 42 metri e 60, poco meno di quello del Pantheon. Le lettere sul fregio sono alte un metro e 42 centimetri. La vecchia chiesa conteneva 68 altari e 268 colonne; quella moderna contiene 46 altari, davanti ai quali 121 lampade bruciano giorno e notte, e 748 colonne, di marmo, pietra e bronzo. Le statue ammontano a 386, le finestre a 290.

È facile immaginare l'effetto sorprendente di luce ed ombra che tale grandiosità di proporzioni genera in occasione delle luminarie che si facevano sia all’interno (Giovedì e Venerdì santo), sia all’aperto (Pasqua e 29 giugno). Le illuminazioni esterne richiedevano l'uso di 440 lanterne e di 791 torce e l'aiuto di 365 uomini. Non sono state più fatte dal 1870. Ho sentito i racconti di vecchi amici che ricordano l'illuminazione dell'interno - che si abbandonò più di un secolo fa -; nessun altro spettacolo poteva essere più impressionante. Nell'oscurità della notte, una croce tempestata con 180 luci splendeva come una meteora ad un’altezza prodigiosa, mentre le moltitudine che affollavano la Chiesa si inginocchiavano e pregavano raccolte in estasi. 

3.23 San Pietro si trova ancora sepolto sotto la sua chiesa?

Prima di abbandonare il Vaticano, fatemi rispondere ad un dubbio che potrà essere nato nella mente dei lettori, dal momento che è lo stesso che ha a lungo pervaso l'autore. Dopo le molte vicissitudini a cui è stato soggetto il luogo, dal tempo di Eliogabalo al saccheggio del conestabile di Borbone, possiamo essere ancora sicuri che il corpo del fondatore della Chiesa romana giaccia ancora nella sua tomba sotto la grande cupola di Michelangelo, sotto il Canopo di Urbano VIII, sotto l’altare principale di Clemente VIII? Considerando il caso dai suoi vari aspetti, analizzando le circostanze in cui sono avvenute le varie invasioni barbariche, non trovo alcuna ragione che possa smentire l'opinione popolare. Le tombe di San Pietro e di San Paolo sono state esposte una sola volta ad un pericolo reale: ciò avvenne nell'846, quando i Saraceni presero possesso delle loro rispettive chiese e le saccheggiarono a loro piacimento. Supponete che i Crociati avessero preso possesso della Mecca: il loro primo impulso sarebbe stato quello di cancellare la tomba del profeta dalla faccia della terra, a meno che i custodi della Kaabah, avvertiti della loro sortita, non avessero avuto il tempo di nascondere o proteggere la tomba in un modo o nell'altro. Sfortunatamente, sappiamo molto poco dell'invasione saracena dell'846; tuttavia sembra certo che Papa Sergio II ed i Romani furono avvertiti giorni o settimane prima dello sbarco degli infedeli, grazie ad un dispaccio che arrivò dalla Corsica. A causa dell'assoluta mancanza di difesa delle chiese di San Pietro e di San Paolo, posizionate all'esterno del centro cittadino, sono sicuro che si intrapresero azioni per nascondere o murare gli ingressi alle cripte o le cripte stesse, a meno che non si scelse di trasferire fisicamente le tombe al riparo delle mura cittadine. Un argomento, molto poco noto ma di grande valore, sembra provare che le reliquie furono salvate.

Il "Liber Pontificalis" descrive, tra i doni di Costantino, una croce di oro puro, pesante 68 chili, che egli pose sul sepolcro di San Pietro. Una croce d'oro riportava la seguente iscrizione eseguita a niello: "L'Imperatore Costantino e l'Imperatrice Elena hanno decorato riccamente questa cripta reale, e la basilica che la protegge".

Se questo preciso oggetto è lì, i resti di San Pietro devono essere lì a fortiori. Ecco il test decisivo. Nella primavera del 1594, mentre Giacomo della Porta stava livellando il pavimento della Chiesa sopra la Confessione, rimuovendo al tempo stesso le fondazioni del ciborio di Giulio II, il terreno cedette ed egli vide attraverso l'apertura ciò che nessun altro aveva visto dal tempo di Sergio II: la tomba di San Pietro, e su di essa la croce d'oro di Costantino. Saputo della scoperta, Papa Clemente VIII accompagnato dai cardinali Bellarmino, Antoniano e Sfrondato scesero alla Confessione e, con l'aiuto di una torcia che Giacomo della Porta aveva fatto portar giù nell'antro sottostante, poté vedere con i propri occhi e poté mostrare ai suoi accompagnatori la croce iscritta con il nome di Costantino ed Elena. L'emozione indotta nel Papa da questa meravigliosa vista fu così grande che lo portò a chiudere immediatamente l'apertura. L'episodio e attestato non solo da una testimonianza manoscritta di Torrigio, ma anche dall’attuale aspetto del luogo. I materiali con cui Clemente VIII sigillò l'apertura rendendo la tomba ancora una volta invisibile ed inaccessibile, possono essere ancora visti attraverso la "cataratta " sotto l'altare.

3.24 La basilica di S.Paolo fuori le mura.

Ha suscitato meraviglia il comportamento di Costantino verso San Paolo, la cui basilica al secondo miglio della via Ostiense sembra una struttura in miniatura paragonata a quella di San Pietro. Costantino non aveva intenzione di considerare San Paolo in un rango inferiore o di tributare minor onore alla sua memoria. Fu costretto ad erigere un edificio molto più piccolo per questo apostolo dalle caratteristiche del luogo. Come già detto, c'erano delle regole consolidate che i costruttori di edifici sacri dovevano osservare: innanzitutto, la tomba-altare del santo in onore del quale si erigeva l'edificio non doveva essere modificata o spostata dal suo luogo originale né in verticale né in orizzontale; in secondo luogo, l'edificio doveva essere concepito intorno alla tomba così da darle il posto d'onore al centro dell'abside; terzo, l'abside e la facciata dell'edificio avrebbero dovuto guardare ad est. La posizione della tomba di San Pietro rispetto al circo di Nerone ed alle pendici del colle Vaticano, era tale da lasciare piena libertà ai costruttori della basilica per farla espandere in tutte le direzioni, specialmente in lunghezza.

3.25 Gli ostacoli alla sua costruzione.

Non fu questo il caso della Basilica di San Paolo che distava solo 30 metri da un ostacolo che non poteva essere eliminato: la strada per Ostia, l'arteria che alimentava la città di Roma. La strada per Ostia correva ad est della tomba; ne conseguiva la necessità di confinare le dimensioni della Chiesa tra questi due punti. Scoperte fatte nel 1834, quando le fondazioni dell'attuale abside furono rinforzate, e nuovamente nel 1850, quando furono gettate le fondazioni del baldacchino di Pio IX,[32] hanno permesso al Signor Paolo Belloni, architetto, di ricostruire la pianta dell'originale edificio di Costantino. Le sue memorie[33] sono piene di utili informazioni ben illustrate. Una delle sue illustrazioni, rappresentante le piante delle chiese originale ed attuale a confronto, è qui riprodotta.

Le due basiliche di San Paolo.
 L'originale struttura di Costantino,in nero, in grigio quella di Teodosio ed Onorio.

La pianta non ha bisogno di commenti, ma dobbiamo soffermarci su un particolare. Durante gli scavi per il baldacchino, furono trovati i resti di colombari d’epoca classica a poche decine di cm dalla tomba dell'apostolo, con le loro iscrizioni ancora al loro posto. San Paolo, quindi, dev'essere stato sepolto come San Pietro in un'area cimiteriale privata, circondato da tombe pagane.

Nel 386 Valentiniano, Teodosio ed Arcadio chiesero a Flavio Sallustio, prefetto della città, di sottoporre al Senato ed al popolo un progetto per la ricostruzione a fundamentis della basilica, per renderla uguale a quella del Vaticano in dimensioni e bellezza. Per realizzare questo progetto, senza disturbare la tomba dell'apostolo né la strada per Ostia, c'era una sola cosa da fare: cambiare l'orientamento della Chiesa da est a ovest, ed ampliarla a piacimento verso le rive del Tevere. Il consenso del S.P.Q.R. fu facilmente accordato e il magnifico tempio, che rimase inalterato fino all'incendio del 15 luglio 1823, fu eretto secondo una direttrice diversa dall'originale.

L'incendio di San Paolo del 15 luglio 1823 (da un'antica stampa)

Il nome di Papa Siricio, che amministrava la chiesa in quel periodo, può essere ancora visto inciso su una delle colonne, una volta nella navata di sinistra, ora nel vestibolo nord: —

SIRICIVS EPISCOPVS A-W TOTA MENTE DEVOTVS.

Un altro raro reperto storico di valore, nonostante le sue umili origini, venne alla luce all'inizio dell'ultimo secolo e fu pubblicato da Bianchini e Muratori che omisero, comunque, di spiegarne il significato. Si tratta di una placca di bronzo una volta legata al collare di un cane con l'iscrizione:

"[Appartengo] alla basilica di Paolo l'apostolo, ricostruita dai nostri tre sovrani [Valentiniano, Teodosio, e Arcadio]. Sono proprietà di Felicissimo il pastore ".

Tali iscrizioni venivano incise sui collari dei cani e degli schiavi, cosicché, nel caso fossero fuggiti dai loro padroni, i loro proprietari legali sarebbero stati riconosciuti subito dalla polizia, o da chiunque li avesse catturati.

3.26 Le fortificazioni di Giovannipoli che vi crebbero intorno.

Nel corso del tempo la basilica divenne il centro di un importante gruppo di edifici, specialmente di monasteri e conventi. C'erano anche cappelle, bagni, fontane, pensioni, portici, cimiteri, frutteti, fattorie, stalle e mulini. Questa piccola città suburbana era esposta al costante pericolo di saccheggio, a causa della sua ubicazione sulla strada per la costa. Nell'846 fu saccheggiata dai Saraceni prima che i Romani potessero accorgersene. Per queste considerazioni, Papa Giovanni VIII (872-882) decise di mettere la chiesa di San Paolo ed i suoi annessi sotto protezione, e di erigere un forte che potesse controllare l'ingresso Roma da questo settore pericolosissimo.

La costruzione di Giovannipoli, considerata dalla storia elemento di transizione tra le fortificazioni classiche e medievali della città di Roma, è descritta solo da un documento: un'iscrizione sul portone del castello, che fu copiata per la prima volta da Cola di Rienzo, e successivamente da Pietro Sabino, professore di retorica nell' archigymnasium romano (La Sapienza), verso la fine del XV secolo. Alcuni frammenti di questo notevole documento sono ancora conservati nel chiostro del monastero. L'iscrizione affermava che Papa Giovanni VIII eresse un muro per la difesa della basilica di San Paolo e delle circostanti chiese, conventi e pensioni, ad imitazione di quello costruito da Leone IV per la protezione del quartiere Vaticano. La decisione di fortificare gli edifici sacri al secondo miglio delle via Ostiense, fu presa, come ho appena detto, in seguito alle sortite dei Saraceni che, sotto il pontificato di Giovanni, erano diventate molto frequenti. Le atrocità che caratterizzarono il loro secondo sbarco sulla costa romana furono così spaventose da riempire l'intera Europa di terrore. Giovanni, fallito il tentativo di assicurarsi l'aiuto di Carlo il Calvo, si mise egli stesso alla testa delle poche forze che, incalzato dagli eventi, poté radunare per terra e per mare. Navi si diressero dai diversi porti del Mediterraneo su Ostia; avendo saputo che la flotta nemica era salpata dalla baia di Napoli, il Papa si mise in navigazione a sua volta. La valorosa ma piccola flotta papale si confrontò con gli infedeli sotto le rupi del capo Circeo, ed inflisse loro una sconfitta talmente sanguinosa che il pericolo fu evitato, almeno per un bel po'. Le galee papali ritornarono alla foce del Tevere, cariche di un notevole bottino.

Sembra che l'avamposto di Giovannipoli fu finito e consacrato da Papa Giovanni poco dopo la battaglia navale di capo Circeo, (877 d.C.), perché l'iscrizione sopra citata parla di lui come di un capo trionfante —

SEDIS APOSTOLICAE PAPA JOHANNES OVANS.

Non si sarebbe potuto scegliere una migliore ubicazione per questa fortezza. Proteggeva le strade per Ostia, Laurentum e Ardea cioè quelle da cui, in effetti, i pirati avrebbero potuto raggiungere la città più facilmente. Proteggeva anche la via d'acqua del Tevere e le strade[34]

che servivano per rimorchiare carichi, poste su entrambe le rive. E’ un grosso peccato che non sia rimasta in piedi neanche una pietra di questa storica fortificazione. Salvò la città da altre invasioni dei pirati africani, così come l’agger di Servio Tullio l'aveva salvata, secoli prima, dagli attacchi dei Cartaginesi. Ho esaminato il terreno tra San Paolo, il fosso di Grotta Perfetta, la Vigna de Merode, dietro l'abside verso le rive del Tevere, senza trovare traccia delle fortificazioni. Credo, comunque, che il muro che circonda il giardino del monastero sul lato sud, ricalchi la stessa linea delle difese di Giovanni e sia fondato sulle stesse strutture di fondazione. Non dobbiamo meravigliarci della scomparsa di Giovannipoli, se consideriamo che è stato permesso che persino il quadriportico, attraverso il quale si entrava nella basilica dal lato del fiume, scomparisse per la negligenza e la superficialità dei monaci. Papa Leone I eresse nel centro del quadriportico una fontana coronata da un Kantharos Bacchico e scrisse nelle sue epistole un brillante epigramma che invitava i fedeli a purificarvisi fisicamente e spiritualmente, prima di presentarsi all'apostolo. Quando Cola di Rienzo visitò il luogo, verso la metà del XIV secolo, il monumento era ancora in buone condizioni. Lo chiama

"il vaso delle acque (cantharus aquarum) posto di fronte all'ingresso principale (della chiesa) del beato Paolo”.

Un secolo più tardi l'intera struttura era diventata un cumulo di rovine. Fra Giocondo da Verona cercò invano l'iscrizione di Leone I. Potè solo trovare un frammento "che giaceva tra le ortiche e le spine" (inter orticas et spineta). Gli edifici che circondavano la basilica dovettero subire la stessa indifferenza. Rovinarono a terra, o furono abbattuti, uno dopo l'altro.

Nel 1633, quando Giovanni Severano scrisse il suo libro sulle Sette Chiese, solo una piccola parte delle rovine poteva essere identificata: il portone e l'abside della chiesa di santo Stefano, a cui una volta era stato annesso un grande convento. Appare strana, comunque, la totale distruzione del portico, lungo 1,8 chilometri, che congiungeva la porta della città -la Porta Ostiensis- con la basilica. Questo portico era sostenuto da colonne di marmo, un migliaio almeno, e il suo tetto era coperto con lastre di piombo. A metà strada tra la porta di San Paolo, era interrotto da una chiesa dedicata ad una martire egiziana, S. Menna. La chiesa di S. Menna, il portico, le sue 1000 colonne e persino i suoi muri di fondazione sono stati totalmente distrutti. Un documento scoperto da Armellini negli archivi del Vaticano, dice che alcune deboli tracce dell'edificio (vestigia et parietes) potevano essere ancora riconosciute al tempo di Urbano VI. Questa è l'ultima citazione fatta da un testimone oculare.

La Piramide Cestia e la Porta Ostiense (S.Paolo)

 

Abbiamo qui un altro esempio della gigantesca opera di distruzione compiuta per secoli dagli stessi Romani che sono stati soliti attribuire questo tipo di operazioni ai soli barbari. I barbari hanno la loro parte di responsabilità nell'abbandono e nella desolazione della Campagna; possono aver saccheggiato e danneggiato alcuni edifici dai quali poteva venire una speranza di bottino, possono aver profanato chiese ed oratori eretti sulle tombe dei martiri; ma la distruzione totale, l'oblio dei monumenti classici medievali, è opera dei Romani e dei loro dominatori successivi. Dobbiamo a loro, più che ai barbari, le attuali condizioni della Campagna, nel mezzo della quale Roma rimane come un’oasi nel deserto.

Via Laurentina vicino ad alcune sorgenti chiamate Aquae Salviae dove venne eretta una cappella commemorativa nel V secolo. Le sue fondazioni furono scoperte nel 1867 sotto l'attuale chiesa di San Paolo alle Tre Fontane (eretta nel XVII secolo dal cardinale Aldobrandini) insieme ad iscrizioni storiche scritte in latino ad armeno. Devo anche citare un'altra curiosa scoperta. Gli atti apocrifi greci di San Paolo, editi da Tischendorff,[35] affermano che l'apostolo fu decapitato vicino a queste sorgenti, sotto un pino secolare. Nel 1875, mentre i Trappisti, cui è oggi affidata la cura dell'abbazia delle Tre Fontane, scavavano delle fondazioni per un serbatoio dietro la cappella, trovarono una grande quantità di monete di Nerone insieme a diverse pigne fossilizzate dall'età e dalla pressione del terreno.

3.27 La tomba di S.Paolo.

Pietra tombale di S.Paolo.

Il "Liber Pontificalis" (I, 178) riporta che Costantino fece deporre il corpo di San Paolo in una cassa di solido bronzo; nessuna traccia ne è però rimasta. Il 1 dicembre del 1891 ho avuto il privilegio di esaminare l’attuale tomba calandomi dalla fenestella sotto l’altare. Mi sono imbattuto in una superficie piatta, pavimentata con lastre di marmo, su una delle quali (posta in maniera casuale secondo una giacitura inclinata) sono incise le seguenti parole: PAVLO APOSTOLO MART...

L’iscrizione appartiene al quarto secolo. E’ stata illustrata dal mio gentile e dotto amico, Prof. H. Grisar, a cui devo molte preziose informazioni sull’argomento che non sono esattamente in linea con il mio percorso di studi.[36]

 

 3.28 -  IV. CASE DI CONVERTITI E MARTIRI. 

 3.29 Le scoperte di Padre Germano al Celio

Questa tipologia di edifici sacri è stata splendidamente illustrata dalle scoperte fatte da Padre Germano dei Passionisti sotto la Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo sul Celio. L'ottimo lavoro di Padre Germano è noto in America, grazie al prof. A.L.Fronthingham, che ha lo ha descritto nel "American Journal of Archeology”. 

3.30 La casa dei martiri Giovanni e Paolo

Lo stesso scopritore presto pubblicherà un voluminoso studio dal titolo: "La casa dei santi Giovanni e Paolo sul monte Celio".

La Chiesa ha il posto di onore nei primi itinerari dei pellegrini per le sue peculiarità che la vedono contenere la tomba di un martire all'interno delle mura della città. William of Malmesbury afferma:

Dentro la città, sulla collina del Celio, Giovanni e Paolo, martiri, giacciono nella loro casa che fu tramutata in una chiesa dopo la loro morte”.

Il “Salzburg Itinerary” descrive la Chiesa come "molto grande e splendida". Il racconto delle vite dei due fratelli e della loro esecuzione sotto Giuliano l’apostata, è apocrifa, ma nessuno tra quelli che hanno visto gli scavi di Padre Germano negherà il fatto essenziale: in questa nobile casa romana del Celio, qualcuno fu messo a morte per la propria fede e che sopra l'ambiente nel quale l'evento ebbe luogo, fu costruita in un'epoca successiva una chiesa.

La tradizione attribuisce la sua costruzione a Pammaco, figlio di Bizante, il caritatevole senatore amico di San Gerolamo che costruì un ospizio a Porto ad uso dei pellegrini che arrivavano dai paesi d’oltremare. La chiesa, secondo la regola, non prese nome dai martiri alla cui memoria fu consacrata, ma dai costruttori; divenne quindi nota all'inizio come Titulus Bizantis, successivamente come Titulus Pammachii.

A dire il vero, non ci fu trasformazione, ma una semplice superfetazione. La casa romana fu lasciata intatta, con le sue spaziose sale e decorazioni classiche, per essere usata come una cripta, mentre la basilica venne eretta ad un livello molto più alto. L'assassinio dei santi sembra aver avuto luogo in uno stretto passaggio (fauces) non lontano dal tablinum, la sala dei ricevimenti. Qui possiamo vedere la fenestella confessionis attraverso la quale i pellegrini potevano vedere e toccare la sacra tomba. Due cose colpiscono il moderno visitatore: la varietà delle decorazioni ad affresco della casa, che cominciano con Geni pagani e festoni, discreta opera del III secolo, e terminano con rigide e misteriose rappresentazioni della Passione del IX e X secolo; in secondo luogo il fatto che un monumento di tale importanza ha subito il destino di essere sepolto dimenticato a tal punto che la scoperta di Padre Germano ci ha stupito. La chiesa superiore, il "grande e splendido" Titulus Pammachi, fu trattata con un disprezzo quasi uguale dal cardinale Camillo Paolucci e dal suo architetto, Antonio Canevari, che la “modernizzarono” alla fine del XVII secolo. Lo spirito dell'epoca che spinse questi uomini del ‘600 a commettere grossolani errori archeologici ed artistici, non pose limiti alla propria malvagia opera: per citare un esempio, nel vestibolo di questa Chiesa era posta la tomba di Luca, cardinale di SS. Giovanni e Paolo, amico di San Bernardo e legato al concilio di Clermont. Era composta da un antico sarcofago che poggiava su due leoni di marmo. Durante la "modernizzazione" del XVII secolo, la cassa fu mutata in un abbeveratoio e scalpellata per farla entrare nel luogo a cui era destinata. Se non fosse stato per il fatto che l'iscrizione fu copiata da Bruzio prima della mutilazione della cassa, saremmo rimasti completamente all'oscuro del suo legame con l'illustre amico di San Bernardo.

Ma dimentichiamoci di questi tristi episodi ed entriamo nello splendido ed ampio giardino del convento con i suoi viali da sogno contornati di lecci, con i suoi boschetti di cipresso e d’alloro, con le sue lussureggianti vigne, il tutto compreso all'interno del perimetro di un antico tempio, quello dell'imperatore Claudio.

La vista dall'alta balconata sopra al Colosseo, il Tempio di Venere e Roma e le pendici del Palatino affascina oltre ogni immaginazione e splendida come un sogno. Non potrebbe essere scelto posto migliore per lo studio della prossima tipologia di luoghi romani di culto che comprende i monumenti pagani trasformati in chiese.

 3.31 - V. MONUMENTI PAGANI TRASFORMATI IN CHIESE.

 3.32 Ogni edificio pagano adatto per un’assemblea fu, prima o poi, trasformato in chiesa

L’esperienza accumulata in venticinque anni di attiva esplorazione dell'antica Roma, sia sopra che sotto terra, mi permette di affermare che ogni edificio pagano atto a fornire riparo ad un'assemblea fu trasformato, prima o poi, in una chiesa o in una cappella. Edifici più piccoli, come templi e mausolei, furono adattati al loro nuovo uso, mentre i più grandi, come le terme, i teatri, i circhi e le caserme, furono occupati solamente in parte. Lo studioso non deve farsi fuorviare dall'apparenza di rovine che sembrano sfuggire a questo ruolo; se le sottopone ad una paziente analisi scoprirà sempre tracce dell'opera dei cristiani. Quante volte ho studiato il cosiddetto Tempio della Sibilla a Tivoli senza individuare le ormai evanescenti tracce delle figure del Salvatore e dei quattro santi, che ora mi appaiono distintamente visibili nella nicchia della cella. Ancora, quante volte ho guardato il Tempio di Nettuno nella Piazza di Pietra,[37] senza notare una sottile figura di Cristo in croce in una delle scanalature della quarta colonna sulla sinistra. Sono convinto che, in un certo periodo, devono esserci state più chiese che abitazioni a Roma. Chiedo al lettore di camminare sulla Via Sacra dai piedi del Tempio di Claudio, sulle cui rovine continuiamo a sederci ancora oggi, fino alla sommità del Campidoglio, e di guardare quali cambiamenti il tempo abbia operato nei dintorni di questo sentiero degli dei. 

3.33 Loro esempi vicino e dentro al Colosseo.

Il Colosseo, che incontriamo per primo alla nostra destra, era pieno di chiese. Ce n’era una ai piedi del Colosso del Sole, dove, al tempo delle persecuzioni di Decio, furono esposti i corpi di due martiri persiani, Abdone e Senneno. Ce n'erano quattro dedicate al Salvatore (San Salvatore in Tellure, de Trasi, de Insula, de rota Colisei), una sesta a San Giacomo, una settima a Sant'Agata (ad caput Africae), oltre ad altre cappelle ed oratori all'interno dello stesso anfiteatro.

Procedendo sulla Summa Sacra Via verso l'arco di Tito troviamo una chiesa di San Pietro sorta nelle rovine del vestibolo del Tempio di Venere (successivamente nota come Santa Maria Nova).

La tradizione popolare rileva un legame di questa Chiesa con la caduta di Simone il mago, così vividamente rappresentata nel dipinto di Francesco Vanni al Vaticano, nelle due cavità individuabili in uno dei basoli della strada che, si dice, furono fatte dalle ginocchia dell'apostolo mentre questi implorava Dio di castigare l'impostore. Il basolo è oggi conservato nella chiesa di Santa Maria Nova. Prima di essere rimosso dal suo luogo originale, diede origine ad una curiosa usanza. La gente credeva che l'acqua piovana che si raccoglieva nelle due cavità fosse un rimedio miracoloso e folle di poveri disgraziati si radunavano nel luogo all’approssimarsi di un temporale.

Sul lato opposto della strada, possono ancora essere visti ai piedi del Palatino i resti di una grande Chiesa tra le rovine delle terme attribuite ad Eliogabalo. Ancora più in alto, sulla piattaforma una volta occupata dai "Giardini di Adone" ed ora dalla Vigna Barberini, possiamo visitare la chiesa di San Sebastiano, anticamente chiamata di Santa Maria in Palatio o in Palladio.

Non sono in grado di ubicare esattamente un'altra famosa Chiesa, quella di San Cesareo in Palatio, la cappella privata che gli Imperatori cristiani sostituirono al classico Lararium (descritto in “Roma Antica”, pag.127). Qui erano poste le immagini dei principi bizantini, mandate da Costantinopoli a Roma, per testimoniare, in un certo senso, i loro diritti. La loro custodia era affidata ad un gruppo di monaci greci. Il loro monastero divenne, in un certo momento, molto importante e veniva scelto da ambasciatori ed inviati dell'est e dal sud Italia come propria residenza durante il loro soggiorno a Roma.

La basilica di Costantino è un altro esempio di questa trasformazione. Nibby, che condusse gli scavi del 1828, vide tracce di pitture religiose nell'abside della navata destra. Oggi sono difficilmente riconoscibili.

Il Tempio della Sacra Urbs, e l’ heroön di Romolo, figlio di Massenzio, diventarono un’estensione della Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, durante il pontificato di Felice IV (526-530); il Tempio di Antonino e Faustina fu dedicato a S. Lorenzo; l’arco di Giano Quadrifronte a S. Dioniso, l’aula del Senato (Curia) a S. Adriano, gli uffici del Senato a S. Martino, il Carcere Mamertino a S. Pietro, il Tempio della Concordia ai SS. Sergio e Bacco.

Il cosiddetto Tempio di Romolo al Foro Romano.

La stessa pratica fu seguita per gli edifici sul lato opposto della strada. La Vergine Maria fu venerata nel Templum divi Augusti, nel luogo dedicato al Fondatore dell'Impero divinizzato, e anche nella Basilica Julia, il cui vestibolo nord fu trasformato nella chiesa di Santa Maria de Foro.

Infine, l’Aerarium Saturni trasmise la sua denominazione classica alla chiesa di S. Salvatore in Aerario.

Nella disegnare la tavola n° XXIX della mia mappa archeologica di Roma (FORMA URBIS ROMAE) [38] che rappresenta la regione della Via Sacra, mi sono imbattuto in edifici cristiani addossati a rovine pagane.[39]

 

 3.34 - VI. MEMORIALI DI EVENTI STORICI.

 3.35 La cappella eretta per commemorare la vittoria di Costantino su Massenzio

La prima cappella commemorativa eretta a Roma è forse contemporanea dell'Arco di Costantino e si riferisce allo stesso episodio: la vittoria conquistata dal primo Imperatore cristiano su Massenzio nella piana del Tevere vicino Tor di Quinto.

Statua di Costantino il Grande

L'esistenza di questa cappella, chiamata Oratorium Sanctae Crucis ("oratorio della Santa Croce"), è spesso riferita nei primi documenti della Chiesa. Il nome deve essere stato originato da una croce monumentale eretta sul campo di battaglia in memoria della visione di Costantino del "Segno di Cristo", (il monogramma). Durante la processione che aveva luogo nel giorno di San Marco, dalla chiesa di S. Lorenzo in Lucina a San Pietro, passando per la Via Flaminia ed il Ponte Milvio, la prima sosta si faceva presso San Valentino,[40] lla seconda presso la cappella della Santa Croce. Il "Liber Pontificalis," nella vita di Leone III (795-816), parla di una strana cerimonia. Era chiamata "grande litania" e si svolgeva il 23 di aprire, giorno in cui i Romani erano soliti celebrare i Robigalia. La litania cristiana nella cerimonia pagana avevano lo stesso scopo: quello di assicurarsi la benedizione divina sui campi e scongiurare gli effetti pericolosi delle gelate di tarda primavera. I riti erano pressoché gli stessi; quello principale era una processione che usciva da Roma dalla Porta Flaminia, ed attraversava Ponte Milvio verso un santuario suburban0. La fine del pellegrinaggio pagano era un tempio del dio Robigus o della dea Robigo, situato al quinto miglio della Via Claudia; quella del pellegrinaggio cristiano, una croce monumentale vicino alla stessa strada, e successivamente, la basilica di San Pietro. Nel corso degli anni l'oratorio e la croce monumentale persero il loro significato genuino; si pensava segnassero il punto in cui era apparsa la miracolosa visione a Costantino alla vigilia della battaglia. L’ubicazione era comunque sbagliata perché Eusebio, a cui lo stesso imperatore descrisse l'evento, dice che il segno luminoso gli apparve prima dell'inizio delle operazioni militari, il che significa prima che egli attraversasse le Alpi e prendesse possesso di Susa, presso Torino, e di Vercelli. Ma, se l'apparizione celestiale del "segno di Cristo" sul Monte Mario è storicamente senza fondamento, lo stesso non può dirsi per l’oratorio. Verso la fine del XII secolo, era in uno stato di abbandono e probabilmente era stato convertito in una stalla o in un deposito di fieno. L'ultimo archeologo che ne fa menzione è Seroux d'Agincourt. Egli ne descrisse le rovine "sulle pendici della collina di Villa Madama" ed effettuò uno schizzo dei dipinti che erano ancora visibili quà e là sui muri lesionati. Armellini ed io abbiamo esplorato gli splendidi boschi di Villa Madama in tutte le direzioni senza trovare traccia dell'edificio. Probabilmente è andato distrutto durante gli eventi del 1849[41].  

3.36 Quella di Santa Croce a Monte Mario

Nel 1470, il nobile casato dei Millini, ai quali il Mons Vaticanus deve l'attuale nome di Monte Mario (da Mario Millini, figlio di Pietro e nipote di Saba), durante la costruzione della propria villa sul versante più alto, eresse una cappella al posto di un’altra che era stata profanata, e la chiamò Santa Croce a Monte Mario. Era tenuta in grande venerazione dai Romani, che ne facevano oggetto di pellegrinaggi durante le pubbliche calamità, come per esempio a causa della famosa malattia (contagiomoria) al tempo di Papa Alessandro VII.

Ricordo volentieri questa interessante chiesetta, scomparsa nel 1880. Il suo pavimento, secondo la pratica del tempo, era intarsiato con iscrizioni provenienti dalle catacombe, intere o in frammenti, 24 delle quali sono ora conservate nella Lipsanotheca (Palazzo del Vicario, Piazza di S. Agostino). Contengono una curiosa lista di nomi, come Putiolanus (così chiamato dal suo luogo di nascita, Pozzuoli) o Stercoria, un nome che sembra essere stato usato da gente devota, come segno di umiltà. Un’altra iscrizione sopra la porta della sacrestia parlava di un restauro dell'edificio nel 1696; una terza, composta da Pietro e Mario Mellini nel 1470, cantava le preghiere della Croce. Il più importante reperto, comunque, era inciso su una lastra di marmo a sinistra dell'entrata:—

    "Questo oratorio fu costruito nell'anno del giubileo, MCCCL, da Pontius, vescovo di Orvieto e vicario della città di Roma"

L’iscrizione, oltre a provare che il trasferimento dell'oratorio dal suo luogo originale alla sommità del monte era stata compiuta prima dell’epoca dei Millini, è l'unica memoria storica del giubileo delle 1350, che attrasse a Roma enormi moltitudini, a tal punto che si dovettero allestire campi per i pellegrini sia dentro che fuori le mura. Petrarca e Re Luigi di Ungheria (a quel tempo di ritorno dalla Apulia) erano tra i visitatori. Il vescovo Pontius di Orvieto, Ponzio Perotti, era anche uno storico. A seguito dell’ assassinio del suo predecessore, cardinale Annibaldo, tentato da un partigiano di Cola di Rienzo,.fu incaricato del governo della città

Questa cappella, a cui sono legati così tanti interessanti ricordi, che doveva la sua origine ad una delle più grandi battaglie della storia, da cui si godeva di uno dei più bei panorami nel mondo, non esiste più.

Fu sacrificata nel 1880 alla necessità di erigere una fortezza sulla collina.

Nessun segno è stato lasciato a ricordare la sua posizione.


 

Note del Lanciani

[1] Nota del Lanciani: Nel volume IX di Spicilegium romanum, pagine. 384-468.

[2] Nota del Lanciani: Baldwin Brown: From Schola to Cathedral, p. 1. Edinburgh, Douglas, 1886.

[3] Nota del Lanciani: Vedi de Rossi: Bullettino di archeologia cristiana, 1867, p. 46; Corpus Inscriptionum Latinarum, VI, n 1454. — Spalletti: Tavola ospitale trovata in Roma sull' Aventino. Roma, Salomoni, 1777 (p.34). — Lanciani: The Atlantic Monthly, Luglio 1891. — Armellini: Chiese, prima edizione, p. 500.

[4] Nota del Lanciani: 2 Timoteo, IV 21.

[5] Nota del Lanciani: Gaspare Celio: Memoria dei nomi degli artefici, p. 81. Napoli, Bonino, 1638.

[6] Nota del Lanciani: Vedi Duchesne: Liber Pontificalis, vol. I. pp. 132, 133. — De Era: Storia di S. Pudenziana, due manoscritti nella biblioteca di S. Bernardo alle Terme. — Bartolini: Sopra l' antichissimo altare di legno della basilica lateranense. Roma, 1852. — De Rossi: Bullettino di archeologia cristiana, 1867, p. 49; Musaici delle chiese di Roma. — Pellegrini: Scavi nelle terme di Novato, nel Bullettino dell' Instituto, 1870, p. 161.

[7] Nota del Lanciani: Vedi Lorenzo Fortunati: Relazione degli scavi e scoperte fatte lungo la via Latina. Roma, 1859.

[8] Nota del Lanciani: Baldwin Brown: ubi supra, p. 17.

[9] Nota del Lanciani: Dionysii: Vaticanae basilicae cryptarum monumenta, tav. XXVII. — De Rossi: Inscriptiones Christianae urbis Romae, I. p. 56, 350, 411. — Duchesne, Liber Pontificalis, I. CXXII.

[10] Nota del Lanciani: Vedi Eugene Müntz: Ricerche intorno ai lavori archeologici di Giacomo Grimaldi. Firenze, 1881. — La migliore opera autografa di Grimaldi dedicata a Paolo V nel 1618, appartiene alla biblioteca Barberini, ed è catalogata XXXIV.50.

[11] Nota del Lanciani: L’autore di Le Latran, dans le moyen âge.

[13] Nota del Lanciani: S. Pietro Montorioricostruita nel 1472  da Ferdinando IV. ed Isabella di Spagna, su progetto di Baccio Pontelli, sorge sul luogo di una chiesa più antica.

[15] Nota del Lanciani: Chiese di Roma, prima edizione, p. 520.

[16] Nota del Lanciani: "Collocate e poste una appresso all' altra con diligenza e cura esatta".

[17] Nota del Lanciani: Francesco Maria Torrigio: Le sacre grotte vaticane, p. 64. Roma, 1639.

[18] Nota del Lanciani: Le liber pontificalis: Texte, introduction et commentaire par l'abbé L. Duchesne. Parigi, Torino, 1886-1892.

[19] Nota del Lanciani: Le lettere LINVS potrebbero essere la fine di un nome più lungo , come [ANVL]LINVS o [MARCEL]LINVS.

[21] Nota del Lanciani: Vedi Lampridio: Eliogab. 23.

[22] Nota del Lanciani: Vedi pag. 345 e seg. (cap VII, par 31).

[23] Nota del Lanciani: Liber Pontificalis, Silvestro, XVI. p. 176.

[24] Nota del Lanciani: Pietro Mallio dice che provenivano dal Tempio di Apollo a Troia. Questa affermazione, comunque assurda, conferma l’opinione che la tradizione sul Tempio di Salomone è di origine moderna. Sembra che il canopo di Costantino era sostenuto solo da sei colonne, e che le altre sei furono aggiunte al tempo di Gregorio III.

[25] Nota del Lanciani: Venuti: Ragionamento sopra la pina di bronzo, etc., in the Codex Vaticanus 9024. — Gayet Lacour: La pigna du Vatican, in Mélanges de l'Ecole française, 1881, p. 312. — Lanciani: Il Pantheon e le terme di Agrippa, in Notizie degli scavi, 1882. — De Rossi: Inscriptiones christianae urbis Romae, vol. II., 428-430. — Gori: Archivio storico artistico, 1881, p. 230.

[26] Nota del Lanciani: Numismata summorum pontificum templi vaticani fabricam indicantia, di Philippus Bonanni. Roma, 1696.

[27] Nota del Lanciani: Vedi Bullettino di archeologia cristiana, 1867, p. 33, seg. — Idem, 1883, p. 90.

[28] Nota del Lanciani: De Rossi: Inscriptiones christianae, II. p. 428-430. — Febeo: De identitate cathedrae S. Petri, Roma, 1666. — Cancellieri: De secretariis, p. 1245.

[30] Nota del Lanciani: Ma Sisto V. († 1590) non completò la lanterna che sormonta la cupola, su cui, infatti, la croce dorata fu posizionata il 18 novembre del 1593.

[31] Nota del Lanciani: Vincenzo Briccolani: Descrizione della basilica vaticana, ed terza edizione. Roma, 1816. — Pietro Ercole Visconti: Metrologia vaticana. Roma, 1828.

[32] Nota del Lanciani: Il baldacchino innalzato, con dubbio gusto, sopra il ciborio di Arnolfo di Cambio, pupillo di Nicolò Pisano (1285 d.C.), poggia su quattro colonne di alabastro orientale, dalle cave di Sannhur, nel distretto di Beni Souef, offerte a Gregorio XVI. da Mohammed Ali, vicere d’Egitto. I piedistalli sono istoriati con malachite, dono dell’Imperatore Nicola di Russia.

[33] Nota del Lanciani: Sulla grandezza e disposizione della primitiva basilica ostiense. Roma, 1835.

[35] Nota del Lanciani: Acta apost. apocrif. p. 1-39. Lipsia, 1851.

[36] Nota del Lanciani: Vedi: Die Grabplatte des h. Paulus: neue Studien über die römischen Apostelgräber, von H. Grisar, S. I. In Römische Quartalschrift, 1892. Heft. I., II.

[37] Nota del Lanciani: Vedi capitolo II., pag. 99 (par. 23).

[38] Nota del Lanciani: La mia mappa dell’antica Roma (scala 1 : 1000), costatami 25 anni di lavoro, sarà pubblicata in 46 tavole di 0.90 m. x 0.60 m. ognuna. La prima, comprendente i fogli n° III., X., XVII., XXIII., XXX., e XXXVI. (dai giardini di Sallustio al Macellum Magnum sul Celio), sarà pronta nel maggio del 1893. La pianta è disegnata in 5 colori, riferiti rispettivamente alle epoce regia, repubblicana, imperiale, medievale e moderna.

[40] Nota del Lanciani: La basilica di S. Valentino, scoperta nel 1886, dalla nostra commisione archeologica, è citata a p. 120 del presente volume. (Cap. VII, par. 13)


Note di Bill Thayer

[14] Nota di Thayer: Fu a causa della costruzione di questa mostruosità che questo stesso Papa sacrificò il magnifico tetto in bronzo dorato del Pantheon, causando la famosa pasquinata, Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini. Lanciani scrive di questo infelice saccheggio (e soprattutto, inutile) The Ruins and Excavations of Ancient Rome (1897).

[20] Nota di Thayer: Che le lettere LINVS siano solo la parte terminale di qualche altro nome, e che quindi l’iscrizione non contrassegni la tomba di Lino, è, infatti l’opinione dell’Enciclopedia Cattolica.

[29] Nota di Thayer: Nel capitolo 1, Lanciani nota che le incisioni in avorio delle fatiche di Ercole compaiono sulla cattedra di S.Pietro. Guardate attentamente le placche d’avorio inserite nell’opera e riconoscerete  Ercole che lotta con il leone Nemeo, prima fila in alto, quinta da sinistra; anche uno scorpione solitario decorativo (o zodiacale), ultima fila in basso, seconda da sinistra. Le incisioni pagane furono riutilizzate per la loro pura bellezza e ricchezza del materiale.

[39] Nota di Thayer: Accennata in questa nota a piè di pagina, Lanciani annuncia la pubblicazione della sua famosa Forma Urbis, stupenda mappa della Roma antica e moderna. Verrà pubblicata in un arco di tempo di 8 anni (1893-1901), e rimane insuperata fino ad oggi. E’ stata recentemente pubblicata in copia conforme; una sua idea può essere data dal sito sperimentale Forma Urbis .


Note del curatore

[12] S.Pietro inVincoli sul colle Oppio

[34] Una di queste, sulla riva destra, era chiamata la Via Alzaia, in uso fino agli inizi del XIX secolo.

[41] Durante cioè l’assedio di Roma operato dai Francesi guidati dal Generale Oudinot contro la Repubblica Romana.


Prologo Capitolo 1 Capitolo 2 Capitolo 4 Capitolo 5 Capitolo 6