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Roma Pagana e Cristiana CAPITOLO 3 |
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| Prologo | Capitolo 1 | Capitolo 2 | Capitolo 4 | Capitolo 5 | Capitolo 6 |
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3.1 Il gran numero di Chiese a Roma.
3.2 Le sei tipologie delle chiese più antiche. 3.3 I.- ORATORI PRIVATI
3.6 II.- SCHOLAE.
3.10 - III. ORATORI E CHIESE COSTRUITE SOPRA LE TOMBE DEI MARTIRI E DEI
CONVERTITI.
3.28 - IV CASE DI CONVERTITI E MARTIRI.
3.31 - V. MONUMENTI PAGANI TRASFORMATI IN CHIESE.
3.34 - VI. MEMORIALI DI EVENTI STORICI.
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3.1 Il gran numero di Chiese a Roma. Roma, secondo un vecchio detto, ha tante chiese quanti sono i giorni di un anno. Questa affermazione è troppo modesta; il "gran catalogo" pubblicato dal Cardinal Mai[1] cita più di un migliaio di luoghi di culto, mentre nel testo “Chiese di Roma” del Professor Armellini ne sono censite 918. Molte sono scomparse dalla loro prima istituzione e sono note solo dalle rovine, iscrizioni o cronache. Altre sono state sfigurate da “restauri”. Senza negare che i nostri edifici sacri eccelgano in quantità piuttosto che in qualità, non c’è dubbio che globalmente formino la migliore collezione artistica e storica nel mondo. Ogni epoca, da quella apostolica all’attuale, ogni scuola, ogni stile ha i suoi rappresentanti nelle chiese di Roma. L’asserzione che le opere degli architetti medievali sono state distrutte a tal punto da lasciare una larga frattura tra i periodi classico e rinascimentale, deve essere stata fatta da persone che non conoscono Roma; le chiese ed i chiostri di S.Saba sull’Aventino, dei SS. Quattro Coronati sul Celio, di S. Giovanni a Porta Latina, dei SS. Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane, di S. Lorenzo fuori le Mura, sono eccellenti esempi di architettura medievale. Compilando una tabella cronologica dei nostri edifici sacri e selezionando i migliori esempi per ogni quarto di secolo, a cominciare dall’Oratorio di Aquila e Prisca, menzionato nelle epistole, e terminando con le ultime creazioni contemporanee, gli studiosi, gli archeologi e gli architetti non potrebbero trovare materia migliore per la loro educazione artistica e storica. 3.2 Le sei tipologie delle chiese più antiche. Dal punto di vista delle loro origini e strutture, le chiese di Roma dei primi sei secoli possono essere divise in sei tipologie: I. Ambienti di case
private dove si tenevano le prime riunioni di preghiera.
Trattando questi argomenti dobbiamo ricordare che i primi edifici cristiani a Roma non prendevano mai il nome dal proprietario dell’immobile. La stessa regola si applicava ai cimiteri suburbani, che prendevano il nome dal proprietario del terreno soprastante, non dai martiri che vi erano seppelliti. L’asserzione è semplice, ma siamo così abituati a chiamare il Laterano "S. Giovanni", o l’oratorio di Pudente "S. Pudentiana", che i loro nomi originari (Basilica Salvatoris, e Ecclesia Pudentiana) sono stati ormai quasi dimenticati. Sceglierò da ognuna delle sei tipologie esempi che credo daranno al lettore la migliore impressione delle loro caratteristiche Nella tradizione diffusa dei primi giorni della chiesa cristiana leggiamo di come gli uomini della Galilea, tornati a Gerusalemme dopo l’ascensione, 'salirono nella sala superiore', che era al contempo la loro abitazione e la loro casa di preghiera ed assemblea. Lì, durante il primo pasto collettivo, il pane fu spezzato ed il calice passato agli astanti in memoria dell’ultima volta che erano stati seduti a tavola con Cristo. Si riunirono lì anche per celebrare il loro primo atto di governo della chiesa, l’elezione del successore dell’apostata Giuda. Tutto è ancora semplice e familiare, tuttavia nasce qui quello che è divenuto nel tempo il più efficace ed organizzato dei sistemi umani. Dal conclave informale sarebbero nate una gerarchia complessa, una teologia complicata e, in un certo senso, da quel modesto luogo di incontro dei discepoli, si sarebbero sviluppate le forme sontuose e splendide del tempio cristiano [2] 3.4 Le case di Pudente e Prisca Roma possiede resti autentici di “case di preghiera” dove si annunciò per la prima volta il Vangelo ai tempi degli Apostoli. Cinque nomi di case sono citati in relazione alla visita di Pietro e Paolo alla capitale dell’Impero. Una di queste, appartenente a Pudente ed alle sue figlie Pudenziana e Prassede, si trova a metà del Vicus Patricius (Via del Bambin Gesù) sul versante sud del Viminale; l’altra, appartenente ad Aquila e Prisca (o Priscilla) sullo sperone dell’Aventino che sovrasta il Circo Massimo. Entrambe sono state ricordate nel corso dei secoli, e lo sono tuttora, da chiese che prendono il nome dai proprietari originari: Titulus Pudentis, e Titulus Priscae. Gli archeologi hanno provato a stilare la genealogia di Pudente, l’amico degli Apostoli, ma, sebbene sembra probabile che appartenesse alla nobile stirpe dei Corneli Emili, il fatto non è stato ancora provato inconfutabilmente. Si hanno parimenti dubbi sull’origine e sulla condizione sociale di Aquila e di sua moglie Prisca, i cui nomi compaiono sia negli Atti che nelle Epistole. Sappiamo dai documenti che, in seguito al decreto di messa al bando emesso dall’Imperatore Claudio contro gli Ebrei, Aquila e Prisca furono costretti a lasciare Roma per un certo tempo e che, al loro ritorno, poterono aprire un piccolo oratorio — ecclesiam domesticam — nella loro casa. Questo oratorio, uno dei primi aperti al culto divino a Roma ed i cui muri, con ogni probabilità, hanno fatto eco al suono della voce di S.Pietro, fu scoperto nel 1776 vicino alla moderna chiesa di S.Prisca; ma non si prestò alcuna attenzione alla scoperta, nonostante la sua estrema importanza. La sola memoria che possediamo è in uno stralcio del Codice 9697 della Biblioteca Nazionale a Parigi, in cui un uomo di nome Carrara afferma di aver trovato una cappella sotterranea vicino S. Prisca, decorata con affreschi del quarto secolo raffiguranti gli Apostoli. Sembra sia stata fatta una copia di questi affreschi in quell'occasione, ma non ne è stata trovata alcuna traccia. Non riesco a capacitarmi di come, in un’epoca cosi entusiasticamente devota alle ricerche archeologiche, storiche e religiose come la nostra, non sia stato fatto alcun tentativo per riportare alla luce questo venerabile oratorio. Negli stessi scavi del 1776, fu trovata una tavoletta di bronzo offerta a Gaio Mario Pudente Corneliano dalla popolazione di Clunia (vicino Palencia, Spagna) come segno di ringraziamento per i servizi loro resi durante il suo governatorato nella provincia di Tarragona. La tavoletta, datata 9 aprile 222 d.C., prova che la casa posseduta da Aquila e Prisca al tempo degli Apostoli era successivamente passata nella proprietà di Cornelio Pudente; in altre parole, che le relazioni costituitesi tra le due famiglie durante il soggiorno degli Apostoli a Roma, erano state esattamente mantenute dai discendenti. Il loro intimo legame è anche provato dal fatto che Pudente, Pudenziana, Prassede e Prisca furono tutti sepolti nel Cimitero Priscilla sulla Via Salaria.[3] Una tradizione
molto antica, confermata dal "Liber
Pontificalis", descrive la moderna chiesa di S. Pudenziana come quella che un tempo fu la casa
privata dello stesso Pudente che fu battezzato dagli Apostoli e che è citato
nelle lettere di S.Paolo.[4] Qui si incontravano i
primi convertiti per pregare; qui Pudenziana, Prassede e Timoteo,
rispettivamente figlie e figlio di Pudente, ottennero da Pio I l’istituzione di una regolare
parrocchia-assemblea (titulus),
fornita di una fonte battesimale; qui, per un lungo periodo, furono conservati
alcuni pezzi del mobilio casalingo usato da S.Pietro. La tradizione merita
attenzione perché è stata apertamente accettata all’inizio del quarto secolo. Il
nome della chiesa era a quel tempo semplicemente Ecclesia Pudentiana, che significa "la
chiesa di Pudente" suo proprietario e fondatore. Un’iscrizione scoperta da
Lelio Pasqualini parla di un Leopardus, lector de
Pudentiana, nell’anno 384; nel mosaico dell’abside, inoltre,
il Redentore tiene in mano un libro aperto su una pagina dove è scritto:
“Il Signore,
difensore della casa di Pudente”.
Nel corso del tempo, l’ignoranza popolare cambiò la
parola Pudentiana, un aggettivo possessivo, nel nome di una santa ed il
nome Sancta Pudentiana usurpò
il posto del nome genuino. Appare per la prima volta in un documento dell’anno
745.
Il legame con l’apostolato dei Santi Pietro e Paolo
rese la casa molto popolare sin dall’inizio. Laici e religiosi in egual misura
contribuirono a trasformarla in una bella chiesa. Papa Siricio (384-397), i suoi accoliti
Leopardo, Massimo Ilicio e Valerio Messalla, prefetto della città
(396-403), la ornarono con mosaici, colonnati, pannelli di marmo e costruirono
un portico lungo più di 300 metri sul lato occidentale del Vicus Patricius, che conduceva dalla Suburra al vestibolo della chiesa.
Nel 1588 il cardinal Enrico Caetani sfigurò l’edificio con restauri
infelici. Mise mano persino ai mosaici dell’abside, considerati da Poussin i migliori a Roma, anche perché sono i
più antichi (398 d.C.), mutilò inoltre le figure dei due Apostoli, una porzione
del primo piano e l’iscrizione storica. Il suo architetto, Francesco Ricciarelli da Volterra, scavando le
fondazioni di uno dei pilastri della nuova chiesa, fece una scoperta descritta
da Gaspare Celio
[5]:—
"Mentre Francesco da
Volterra restaurava la chiesa di S.Pudenziana e costruiva le fondazioni della
struttura della cupola, i muratori scoprirono un gruppo marmoreo del Laocoonte
rotto in molti pezzi. Non si sa se per pigrizia o ignoranza, portarono in
superficie solamente una gamba senza il piede ed un polso. Mi furono dati, ed
ero solito mostrarli con orgoglio ad i miei amici artisti, finchè qualcuno non
me li rubò. Era una copia del gruppo del Belvedere, notevolmente più grande e
così bella che molti la credono l’originale descritto da Plinio (XXVI, 5). Gli
antichi, come i moderni, erano bravi a riprodurre i capolavori. Se la replica
della Pietà di Michelangelo, che possiamo ammirare nella chiesa di S. Maria
dell' Anima, fosse stata trovata sotto terra, non l’avremmo considerata un
lavoro migliore dell’originale a S.Pietro? Francesco da Volterra si lamentò con
me molte volte della superficialità dei muratori; dice che, lavorando a
contratto (a cottimo), temevano che non avrebbero ricevuto alcuna ricompensa per
l’onere di riportare il gruppo in superficie".
Resti della casa di Pudente scoperti nel
1870. I resti della
casa di Pudente furono trovati nel 1870. Occupano una notevole area sotto le
case circostanti.[6]
3.5
L’evoluzione della casa privata in chiesa.
Questa è la teoria accettata da alcuni moderni
studiosi riguardo alla trasformazione di queste aule di preghiera in chiese
regolari:
Pianta di casa pompeiana gli incontri di preghiera erano tenuti nel
tablinum (A) o sala di
ricevimento della casa che, come mostrato nella pianta a fianco, si apriva sull’
atrium o corte (B), questo era
circondato da un portico o peristilio (C). Nei
primi giorni dell’evangelizzazione il tablinum poteva accogliere
comodamente la piccola assemblea di convertiti ma, quando questa si accrebbe nel
numero e lo spazio divenne inadeguato, i fedeli furono costretti ad occupare la
parte di portico di fronte alla sala delle riunioni. Quando l’assemblea crebbe
ancor di più, non c’era altro modo di accoglierla e ripararla dalla pioggia o
dal sole se non coprendo la stessa corte con una tenda od un tetto. Non c’è
molta differenza tra questa soluzione e la pianta di una basilica cristiana: il
tablinum divenne l’abside; la corte, coperta a tetto, la navata centrale
e le ali laterali del peristilio le navate laterali.
Resti della casa di Pudente. Facciata con le aperture delle
finestre. Tra le chiese
romane, le cui origini possono essere fatte risalire alle prime sale di
riunione, oltre a quelle di Pudente e Prisca già citate, la meglio conservata
sembra essere quella costruita da Demetriade al terzo miglio della Via Latina, vicino alle “tombe dipinte”. Demetriade, figlia di
Anicio Ermogeniano, prefetto dell’urbe
negli anni 368-370 d.C., e di Tirrania
Giuliana, un’amica di Agostino e Girolamo, allargò l’oratorio già
esistente nel tablinum della villa aniciana, trasformandolo in una
stupenda chiesa, successivamente dedicata a S.Lorenzo. Chiesa e villa furono
scoperte nel 1857, e, insieme alle tombe dipinte della Via Latina, sono oggi
proprietà dello Stato. Lo straniero non potrebbe trovare luogo più piacevole per
una passeggiata pomeridiana. La chiesa è ancora ben conservata e contiene ancora
oggi l’iscrizione composta in metrica , come preghiera per Demetriade, da
Leone III (795-816).
[7]
3.7 I
servizi funebri ed i banchetti dei pagani.
Le leggi di Roma erano molto severe nei confronti
delle associazioni che, costituite con lo scopo di divertimento, carità o
attività sportive, degeneravano successivamente in sette politiche. Eccezioni
venivano fatte per i collegia
funeraticia, che erano società formate allo scopo di garantire un
funerale dignitoso ed una sepoltura ai loro membri. Un’iscrizione scoperta a
Civita Lavinia cita le testuali parole
di un decreto del Senato sull’argomento:
"E’ consentito
formare un’associazione a coloro i quali desiderano versare un contributo
mensile per le spese funerarie".
Questi club o
collegi, raccoglievano le proprie sottoscrizioni in una cassa comune e con
questa pagavano le esequie dei membri che decedevano. Le cerimonie funebri non
terminavano quando il corpo o le ceneri venivano poste nei sepolcri. Era
abitudine celebrare una festa in quell’occasione che veniva rinnovata ogni anno
nella data del compleanno del defunto ed in altri giorni stabiliti. Per la
celebrazione di queste feste, e per altre occasioni di incontro,furono costruiti
edifici speciali chiamati scholae; quando poi le società ricevevano
doni da ricchi membri o patroni, le donazioni venivano impiegate frequentemente
per una costruzione, per un nuovo cimitero o per un nuovo edificio per le
riunioni.[8] I Cristiani approfittarono delle
libertà concesse ai collegi funeralizi associandosi essi stessi per lo stesso
scopo e seguendo, per quanto possibile, le loro regole sulle contribuzioni, la
costruzioni di edifici, gli incontri e le agapai
o feste dell’amore. Fu attraverso queste usanze ben
note e riconosciute che poterono tenere le loro riunioni e rimanere uniti come
comunità durante i tempi tempestosi del secondo e terzo secolo.
3.8 Due
importanti esempi di antiche Scholae cristiane.
Ci sono giunti due eccellenti esempi di scholae
collegate ai cimiteri cristiani ed agli incontri dei fedeli: uno sopra le
Catacombe di S.Callisto, l’altro sopra quelle
di Soter.
3.9
Quella nel cimitero di S.Callisto.
Pianta della SCHOLA sopra le catacombe di S.Callisto
(Da Les Catacombes
Romaines di Nortet) Il primo edificio ha la forma di un’aula quadrata
circondata da tre absidi — cella
trichora. E’ costruito sulla parte delle catacombe scavata al
tempo di Papa Fabiano (236-250 d.C.), noto per
aver aperto multas fabricas per
caemeteria; è probabilmente opera sua, visto che lo stile della
muratura è esattamente quello della prima metà del terzo secolo. La schola
originaria era coperta da un tetto ligneo e non aveva una facciata o un portale
. Nel 258, mentre Sisto II, accompagnato dai
suoi diaconi Felicissimo e Agapito, presenziava ad una riunione in questo luogo
nonostante il divieto di Valeriano, un
drappello di uomini invase la schola, uccise il vescovo ed i suoi accoliti e
rase quasi al suolo l’edificio. Mezzo secolo dopo, al tempo di Costantino, fu restaurata nelle forme originarie con
l’aggiunta di una copertura a volta ed una facciata. La linea che separa le
vecchie fondazioni di Fabiano da quelle dell’epoca della pace, è chiaramente
visibile . Successivamente la schola fu trasformata in chiesa e dedicata alla
memoria di Sisto, che qui aveva perso la vita, e di Cecilia, che fu sepolta
nella cripta sottostante. Divenne un importante luogo di pellegrinaggio e le
guide lo indicano come una delle principali stazioni sulla Via Appia.
Quando de Rossi
visitò il luogo per la prima volta 50 anni fa, questa famosa schola o chiesa di Sisto e Cecilia era usata come cantina per i
vini, mentre le cripte di Cecilia e Cornelio erano usate come sotterranei.
Grazie alla sua iniziativa il monumento è tornato ad essere una proprietà della
Chiesa di Roma e, dopo una parentesi di dieci o dodici secoli, il servizio
divino vi è stato ripristinato nel ventesimo giorno di aprile del corrente anno
. Le sue mura sono state coperte con iscrizioni trovate nell’adiacente cimitero.
La teoria suggerita dai moderni scrittori riguardo
alle scholae è molto simile a quella definita per il tablinum delle case
private. All’inizio un piccolo edificio era sufficiente per accogliere una
piccola comunità; con la crescita del numero dei membri divenne un
presbiterium, o luogo per il Vescovo ed il clero, mentre
l’assemblea rimaneva all’esterno, al riparo di una tenda o di un tetto sostenuto
da travi verticali. Anche in questo caso abbiamo tutti gli elementi
architettonici della basilica cristiana.
Il nome schola, nel suo significato originario, non
è mai morto a Roma; infatti come nel medioevo si avevano le scholae dei Sassoni,
dei Greci, dei Frisoni e dei Longobardi, ai giorni nostri abbiamo quelle
degli Ebrei (le scole degli Ebrei).
3.10 -
III. ORATORI E CHIESE COSTRUITE SOPRA LE TOMBE DEI MARTIRI E DEI CONVERTITI.
Gli edifici sacri di questa tipologia sono, o erano
all’inizio, fuori delle mura, dato che non era consentito seppellire all’interno
dei limiti della città. Per spiegare la loro origine e capire il loro
significato dobbiamo tenere in mente le seguenti regole. L’azione della Legge
Romana contro i Cristiani, cioè contro le persone accusate di ateismo e di
ribellione contro l’Impero, si concretizzava nell’esecuzione dei condannati. A
parte casi straordinari, i corpi delle vittime potevano essere rivendicati dai
parenti e dagli amici per essere seppelliti con i dovuti onori. Nei capitoli VI
e VII si citeranno esempi di costruzioni di imponenti tombe in memoria di
patrizi romani, generali e magistrati, messi a morte dal regime imperiale. Gli
stessi privilegi di sepoltura erano accordati ai Cristiani che preferivano,
comunque, la modestia e la sicurezza di una tomba nel cuore delle catacombe,
piuttosto che il lusso pomposo di un mausoleo fuori terra. La tomba di un
martire era un luogo di venerazione ed era spesso visitata dai pellegrini che la
adornavano con ghirlande e luci nell’anniversario dell’esecuzione. Dopo la fine
delle persecuzioni, il primo pensiero della Chiesa vittoriosa fu onorare la
memoria di chi aveva combattuto così coraggiosamente per la causa comune ed
accelerato, pagando con la propria vita, l’avvento dei giorni della libertà e
della pace. Non si potevano scegliere altari migliori per celebrare il servizio
divino se non proprio quelle tombe; ma erano scavate nella profondità del
terreno e i cubicula delle
catacombe difficilmente potevano contenere il clero per officiare ed ancor meno
la moltitudine dei fedeli. Toccare le tombe, rimuovendole in un posto più
adatto, era impensabile; agli occhi dei primi Cristiani non si sarebbe potuto
perpetrare un sacrilegio più empio. Non c’era che un modo per superare la
difficoltà: tagliare la roccia sopra ed intorno alla tomba guadagnando così lo
spazio sufficiente per l’erezione di una basilica. Lo scavo era fatto seguendo
due regole: la tomba del martire avrebbe dovuto occupare il posto d’onore nel
mezzo dell’abside; inoltre il corpo della chiesa si sarebbe dovuto sviluppare ad
est della tomba, salvo casi di "force majeure", quando, ad esempio, un fiume,
una strada pubblica o qualche altro ostacolo costringevano ad abbandonare questo
principio.
Questa è l’origine dei più grandi santuari
cristiani di Roma. Le chiese di S.Pietro sulla Via
Cornelia, di S.Paolo sulla Via
Ostiense, di S.Sebastiano sulla Via
Appia, di S. Petronilla sulla Via
Ardeatina, di
S. Valentino sulla Via Flaminia, di S. Ermete sulla Via Salaria, di S. Agnese sulla Via Nomentana, di S. Lorenzo sulla Via Tiburtina e di altre cinquanta
strutture storiche, devono la loro esistenza alle umili tombe che a nessuna mano
umana fu consentito trasferire in un luogo più consono e sicuro.
Quando queste tombe non erano molto in profondità,
il pavimento della basilica si trovava quasi al livello del terreno, come nel
caso di S.Pietro, S.Paolo e S.Valentino; in altri casi era posizionato così in
profondità nel cuore della collina che era possibile veder fuoriuscire dal
livello del terreno solo il tetto e la fila superiore delle finestre, come nel
caso delle basiliche di S.Lorenzo, S.Petronilla etc. Ci sono due o tre basiliche
costruite, o per meglio dire scavate, interamente sottoterra. L’esempio migliore
è quella di S.Ermete sulla Via Salaria.
Divenne presto evidente che edifici ubicati in tali
scomodi luoghi potevano difficilmente rispondere al loro scopo, soprattutto per
l’umidità ed il bisogno di aria e luce. Si intrapresero varie iniziative per
rimediare ai disagi. Furono tagliate via larghe parti delle colline per liberare
l’edificio almeno su uno o due lati , si pensò inoltre a drenaggi per le acque
piovane o di falda. Abbiamo una descrizione del sistema di drenaggio di
S.Pietro, scritto dal suo ideatore, Papa Damaso, in una poesia il cui originale,
scoperto da Papa Paolo V nel 1607, è
conservato nelle Grotte Vaticane:—
"La collina abbondava di sorgenti e l’acqua si faceva
strada addirittura fino alle tombe dei santi. Papa Damaso riuscì ad eliminare il
problema. Fece tagliar via una grande porzione del colle Vaticano e, scavando
canali e trivellando cuniculi, drenò le acque sorgive rendendo la basilica un
luogo asciutto e fornendola di una solida fontana con eccellente
acqua".[9]
L’Acqua
Damasiana esiste ancora ed ha il privilegio di rifornire gli
appartamenti papali. Le sue sorgenti sono ubicate a S. Antonino, 1.100 metri ad
ovest di S.Pietro. L’acquedotto di Damaso, restaurato nel 1649 da Innocenzo X, è costruito fedelmente all’antico
stile romano; il canale è alto 145 cm, largo 114, e scorre nell’argilla della
collina ad una profondità di 30 metri. La fontana principale, nel Cortile di S.
Damaso, fu disegnata dall’Algardi nel 1649.
Apparentemente, i lavori ordinati da Papa Pelagio II (579-590) per lo stesso scopo a
S. Lorenzo fuori le Mura, non furono meno
importanti. Sono descritti in un’altra poesia, una moderna copia della quale
(1860) può essere letta sul margine del mosaico dell’arco absidale. Il
componimento riferisce di come fu tagliata la collina di Ciriaca, e di come, a
seguito dello scavo, la chiesa divenne luminosa, accessibile e libera dal
pericolo di smottamenti ed inondazioni. L’importanza del lavoro di Pelagio è
abbastanza esagerata dall’autore della poesia. La chiesa non si liberò mai dal
problema dell’umidità e della necessità di luce ed aria fino al pontificato di
Pio IX, che tagliò via un’altra
sezione della collina. Il danno fatto alle catacombe dai costruttori di
queste basiliche semisotterranee è incalcolabile. Migliaia di tombe devono
essere state sacrificate per l’abbellimento di una sola. Il lettore non
potrà qui trovare un’esaustiva descrizione di questa tipologia di basiliche;
solo quella di S.Pietro richiederebbe diversi volumi. Nella mia modesta
biblioteca ho non meno di 22 volumi sull’argomento, una frazione insignificante
della letteratura petriana. E cosa sappiamo di S.Pietro? Molto poco rispetto
alla conoscenza che si trova nei volumi, ancora inediti, di Grimaldi,[10] negli archivi vaticani, nei documenti epigrafici, storici e
diplomatici sparsi nelle varie biblioteche europee. La storia
dell’edificio deve essere ancora scritta. Il "Liber Pontificalis" di
Duchesne ed il secondo volume delle
"Inscriptiones Christianae" di de
Rossi forniscono le basi necessarie per questa impresa. Speriamo che
il Vaticano trovi presto il suo Rohault de
Fleury.[11] 3.12
Le prime forme dei più grandi santuari di Roma Il tentativo che segue di abbozzare le origini dei
due più importanti edifici sacri di Roma potrebbe dare una risposta allo scopo
del presente capitolo. Lasciatemi però ripetere ancora una volta che io scrivo
dei monumenti di Roma antica da un punto di vista strettamente archeologico,
evitando questioni che attengono, o si suppone attengano, alle controversie
religiose. 3.13
La disputa sulla permanenza e l’esecuzione di S.Pietro a Roma. Per gli archeologi la presenza e le esecuzioni dei
SS.Pietro e Paolo a Roma sono fatti assodati, oltre ogni dubbio, con un’evidenza
monumentale. C’è stato un tempo in cui persone appartenenti a credi differenti
hanno considerato un caso di coscienza l’affermare od il negare quei fatti a
priori, in accordo all’accettazione od al rigetto che la particolare chiesa
aveva della tradizione. Questo tipo di sentimenti è retaggio del passato, almeno
per chi ha seguito i progressi delle recenti scoperte e della letteratura
critica. Comunque, se i miei lettori credono che stia presentando come provato
qualcosa che debba invece essere ancora oggetto di discussione, li invito a
consultare alcuni dei lavori pubblicati su questo argomento da scrittori che
sfuggono al sospetto di parzialità. Ad esempio "L’alba del
Cristianesimo" di Döllinger
(tradotto in inglese da Henry Nutcombe Oxenham, seconda edizione, Londra, Allen,
1867); "I Padri Apostolici" del vescovo
Lightfoot parte II, Londra, Macmillan, 1885, uno dei lavori più belli
e completi sull’alba della storia e letteratura cristiane; nonché "Bullettino
di archeologia cristiana" del 1877.di de
Rossi. Il vescovo Lightfoot sottolinea con forza che, quando Ignazio — il secondo padre apostolico,
contemporaneo di Traiano — scrive ai Romani "Non vi do ordini, come Pietro e Paolo" le
parole sono piene di significato, se supponiamo che alludesse alle relazioni
personali dei due apostoli con la Chiesa romana. Infatti, la ragione del suo uso
di questo linguaggio è il riconoscimento della visita a Roma di S.Pietro come di
S.Paolo, che si mantiene costantemente nella tradizione degli albori; quindi è
parallela alla citazione del legame tra i due apostoli in "Clemente di
Roma" (p. 357). Döllinger
aggiunge: “Che S.Pietro operò a Roma è un
fatto così abbondantemente provato e così profondamente radicato nella prima
storia della Chiesa che chiunque lo consideri una leggenda dovrebbe parimenti
considerare come leggendaria l’intera storia degli albori della Chiesa, o,
almeno, alquanto incerta. La sua presenza a Corinto è ovviamente connessa al suo
viaggio a Roma, e nessuno potrà accettare l’una negando l’altra (vedi Cor. I,
12; III, 22; XI, 22, 23; Ep.47 di Clemente, etc.) Clemente, ancora, ricorda ai
Corinzi “il martirio di Pietro e Paolo . . . tra
noi," intendendo a Roma”. La menzione in sè implica che il martirio
fosse un fatto ben noto ed è inconcepibile che dovesse essere conosciuta la sua
esecuzione ma non il luogo dove avvenne o che quel luogo dovesse essere stato
dimenticato e confuso con uno sbagliato alcuni anni più tardi. Quando, inoltre,
Ignazio scrive ai Romani— ”Non vi do ordini
come Pietro e Paolo; loro erano Apostoli” — è chiaro, senza
necessità di ulteriori spiegazioni, che desiderasse ricordare loro quei due
uomini che, come fondatori ed insegnanti, erano stati la gloria della Chiesa.
Il documento
Ebionita, chiamato "La predicazione di
Pietro" prodotto al tempo di Ignazio o dopo molto poco, nonché usato
da Eracleo al tempo di Adriano, si fonda palesemente sul fatto indiscusso che
S.Pietro ha operato a Roma. E’ inconcepibile che l’autore di tale documento,
possa aver portato avanti una favola senza fondamento riguardo al teatro delle
operazioni di S.Pietro in un tempo in cui molti di quelli che lo avevano visto
dovevano essere ancora in vita. Eusebio, preceduto dagli scritti di Papia (e Egesippo), concorda con Clemente sul fatto che
S.Pietro scrisse le sue epistole a Roma (Euseb. II.15). Papia, un discepolo di
S.Giovanni, parlando di queste lettere afferma che "Babilonia" significa
espressamente la Capitale dell’Impero. Egesippo, un ebreo-cristiano della
Palestina , giunto a Roma nella prima metà del secondo secolo, cita Lino come primo vescovo succeduto ai due
apostoli, convenendo con Ireneo, che dice: "Dopo che Pietro e
Paolo avevano fondato e organizzato la Chiesa romana, passarono l’episcopato a
Lino". Se consideriamo che Egesippo venne a Roma per
studiare, tra le altre cose, la successione dei vescovi locali per il breve
periodo di 83 anni e che certamente ebbe modo di parlare con persone i cui padri
potevano ricordare la presenza degli apostoli, possiamo considerare le sue
determinazioni come conclusive. La principale obiezione sostenuta dagli oppositori
è che, dopo l’incidente di Antiochia, non abbiamo una conoscenza piena delle
azioni e dei viaggi di S.Pietro. Tuttavia, non c’è nulla che contraddica la
possibilità di un suo viaggio a Roma e la sua predicazione ed esecuzione in
questo luogo. Il fatto era così generalmente conosciuto che nessuno si è preso
la briga di lasciarne una precisa testimonianza scritta perché nessuno avrebbe
immaginato che si sarebbe potuto negare. Come è possibile immaginare che la
Chiesa primitiva non conoscesse il luogo della morte dei suoi due principali
apostoli? In mancanza di testimonianze scritte, consultiamo l’evidenza
monumentale. Non esiste un evento del periodo imperiale e della
Roma imperiale attestato da così tante nobili strutture che portano tutte alla
stessa conclusione: la presenza e l’esecuzione degli apostoli nella Capitale
dell’Impero. Quando Costantino eresse le
basiliche monumentali sulle loro tombe sulla Via
Cornelia e sulla Via Ostiense;
Quando Eudossia costruì la chiesa ad Vincula[12]; quando Damaso
affisse un lapide commemorativa presso Platonia ad Catacumbas; quando le case di
Pudente e di Aquila e Prisca furono trasformate in oratori; quando il nome di
Nymphae Sancti Petri fu dato
alle sorgenti nelle catacombe di Via Nomentana; quando il ventinovesimo giorno
di giugno fu accettato come anniversario dell’esecuzione di S.Pietro; quando sia
cristiani che pagani iniziarono a chiamare i propri figli Pietro e Paolo; quando
scultori, pittori, cesellatori, orafi, artigiani del vetro smaltato ed incisori
di pietre preziose iniziarono tutti a riprodurre le fattezze degli apostoli
all’inizio del secondo secolo e andarono avanti fino alla fine dell’Impero,
dobbiamo considerare che lavorarono tutti colti dall’immaginazione o cospirando
per commettere una gigantesca frode? Perché questo azioni venivano accettate
senza proteste da ogni città, da ogni comunità senza che nessun’altra di queste
rivendicasse il possesso delle vere tombe dei SS. Pietro e Paolo? Questi
argomenti acquistano maggior valore dall’evidenza che la tesi opposta non
apporta evidenze positive. Una cosa è scrivere su queste controversie a distanza
dalla scena degli eventi nella tranquillità della propria biblioteca; tutt’altra
studiarle sul posto e seguire gli eventi che accaddero. Se i miei lettori
avessero l’opportunità di testimoniare le scoperte fatte successivamente nel
Cemeterium Ostrianum e presso
Platonia ad Catacumbas o
esaminando i manoscritti ed i disegni di Grimaldi relativi alla vecchia basilica
costantiniana, o il resoconto fatto da Carrara
sulle scoperte fatte nel 1776 nella casa di Aquila e Prisca, bandirebbero dalle
proprie menti anche l’ultima ombra di dubbio. Oltre ai lavori di Döllinger, Lightfoot
e de Rossi sopra citati, ce ne sono trenta o
quaranta che trattano la stessa questione, se, cioè, S.Pietro sia mai stato a
Roma. La lista di queste opere è riportata nel volun XVIII
dell’"Encyclopaedia Britannica" p. 696, n°1. Dal ponte chiamato Vaticanus,
Neronianus, o Triumphalis, i cui resti possono ancora essere visti
in periodi di magra tra S. Giovanni dei Fiorentini e l’ospedale S.
Spirito, partivano due strade: la Via
Triumphalis, descritta nel capitolo VI, corrispondente alla
moderna Strada di Monte Mario che unisce la Via Clodia alla Giustiniana;
e la Via Cornelia, che conduce
ai boschi ad est della città, tra la Via Aurelia Nova e la
Triumphalis. Quando gli apostoli vennero a Roma, durante il regno di
Nerone, la topografia dela zona vaticana, attraversata dalla Via Cornelia, era
la seguente:— Pianta dell’antica S.Pietro che
mostra le sue relazioni con il Circo di Nerone La croce sulla spina marca il probabile luogo,
secondo Lanciani, dell’esecuzione = Cappella della Crocifissione.
1: Porta Iudicii • 2: Porta Ravenniana • 3: Porta argentea • 4: Porta Romana • 5: Porta Guidonea • 6: Porta sancta
a sinistra della strada c’era un circo iniziato da
Caligola e terminato da Nerone; sulla sinistra una schiera di tombe costruite a
ridosso dei clivi argillosi del colle Vaticano. Il circo fu il teatro delle
prime persecuzioni subite dai cristiani descritte da Tacito nel ben noto
passaggio degli "Annali" XV.45. Alcuni cristiani furono coperti con pelli
di bestie selvagge cosicché i cani selvatici potessero farli a pezzi; altri,
spalmati di pece e grasso, bruciati su pali; altri vennero crocifissi
(crucibus adfixi), mentre
Nerone, nei panni di un semplice auriga, faceva i suoi giri tra le mete.
3.16
Il luogo della sua esecuzione e della sua sepoltura. Questo avvenne
nel 65 d.C. Due anni dopo il leader dei cristiani condivise lo stesso destino
nello stesso posto. Fu messo in croce come gli altri e sappiamo esattamente
dove. Una tradizione ricorrente a Roma da tempi immemorabili, dice che S.Pietro
fu messo a morte inter duas
metas (tra le due mete), cioè, nella spina o linea mediana del
circo di Nerone, ad un’eguale distanza tra le due mete terminali; in altre
parole, fu messo a morte ai piedi dell’obelisco che oggi troneggia davanti alla
sua grande chiesa. Per molti secoli, dopo la pace di Costantino, il punto esatto
dell’esecuzione di S.Pietro fu contrassegnato da un cappella chiamata della
“Crocifissione”. Il significato del nome e la sua origine, così come i
dettagli topografici connessi con l’evento, si persero nell’oscurità del
medioevo. La cappella commemorativa perse la sua identità e fu creduta
appartenere a “colui che venne crocifisso”, cioè allo stesso Cristo.
Scomparve sette o ottocento anni fa. Al tempo stesso, le parole inter duas metas, grazie alle quali si potè
esattamente identificare il punto, furono private del loro significato genuino.
Il nome meta si applicava generalmente alle tombe di forma piramidale, tra le
quali due erano particolarmente imponenti tra le rovine di Roma: la piramide di
Caio Cestio vicino Porta S. Paolo, che veniva chiamata Meta Remi, e quella vicino alla chiesa di
S. Maria Traspontina, nel quartiere
del Vaticano, che veniva chiamata Meta
Romuli. Le conseguenze di questo errore furono notevoli; ad esso
dobbiamo l’erezione di due nobili monumenti, la chiesa di S. Pietro in Montorio, ed il "Tempietto del Bramante", nel cortile del convento
adiacente. Sembra che nel tredicesimo secolo, quando qualcuno[13] decise di innalzare un monumento in memoria dell’esecuzione di
S.Pietro “inter duas metas”, scelse questo punto su uno sperone del
Gianicolo perché era equidistante tra la Meta di Romolo alla Traspontina e
quella di Remo a Porta S. Paolo! Il tracciato della Via Cornelia, che correva parallela al lato
nord del circo, può essere riconosciuto con precisione con l’aiuto delle tombe
classiche, pagane o cristiane, scoperte nel corso del tempo lungo i suoi lati.
Iniziamo dal luogo della moderna Piazza di S. Pietro. Sante Bartoli, mem. 56-57, dice che
mentre Papa Alessandro VII stava
costruendo l’ala sinistra del portico berniniano e la fontana del semicerchio
sud, fu scoperta una tomba con un bassorilievo sulla porta, raffigurante una
scena di matrimonio ("vi era un bellissimo bassorilievo di un matrimonio antico"). Il 19 luglio
1614, se ne trovarono altre tre nell’ atrium, in una di queste era
conservato il sarcofago di Claudia Hermione,
la nota pantomima. La migliore scoperta, quella di tombe pagane esattamente in
asse con quello di S.Pietro, fu fatta in presenza di Grimaldi, il 9 novembre del 1616. "Quel giorno" dice, "entrai in una stanza sepolcrale quadrata (3. x 3,30
metri), il cui soffitto era decorato con disegni in stucco dipinto. C’era un
medaglione al centro con una figura in alto rilievo. La porta apriva sulla Via
Cornelia, che era allo stesso livello. Questa tomba si trova sotto al settimo
gradino di fronte al portone centrale della chiesa. Mi è stato detto che il
sarcofago oggi usato come fontana nel cortile delle Guardie Svizzere, è stato
scoperto al tempo di Gregorio XIII nello stesso luogo, e che conteneva il corpo
di un pagano" 3.17
Le importanti scoperte di tombe fatte sotto il baldacchino di Urbano
VIII Veniamo ora al
punto decisivo, le scoperte fatte al tempo di Urbano VIII, quando si gettarono le fondazioni
del suo baldacchino bronzeo a grande profondità, in prossimità della tomba di
S.Pietro.[14] La genuinità del racconto che segue, è provata dal fatto che,
nonostante la stretta relazione con l'argomento, vi si diede poca importanza.
Se il Professor Palmieri ed il Cavaliere Armellini non lo avessero disseppellito
dalla sacra polvere degli archivi vaticani, dove era rimasto sepolto per tre
secoli e mezzo, ne ignoreremmo ancora la sua esistenza. Pianta delle tombe intorno a quella di S.Pietro, scoperte al tempo
di Paolo V. (Da una rara incisione di Benedetto Drei, carpentiere capo del
Papa. Il sito della tomba di S.Pietro e la fenestella, sono
indicati dall’autore.) Il resoconto
pubblicato da Armellini[15] prova che S.Pietro dovette essere seppellito in una piccola area,
circondata da altre tombe, e probabilmente protetta da un muro di recinzione.
C’erano tombe che, in epoche successive, sarebbero state scavate in modo
confusionario, una sopra l’altra, da persone desiderose di giacere il più vicino
possibile ai resti dell’apostolo; quelle del periodo delle persecuzioni, erano
disposte su linee parallele[16]
e consistevano in casse di marmo semplice senza alcun nome; contenevano uno o
due corpi, deposti come mummie, con bende da fasciatura di lino scurastre
intorno al corpo ed alla testa. Quest’asserzione è suffragata da un’altra
evidenza. Nel 1615, quando Paolo V
costruì le scale che portano alla Confessione ed alla cripta, "diversi corpi furono trovati giacenti
in casse, avvolti in bende di lino, come leggiamo di Lazzaro nel Vangelo:
ligatus pedibus et manibus institis. Un solo corpo era composto in una
sorta di vestiario pontificale. Nonostante l’assenza di iscrizioni, pensammo si
trattasse dei dieci vescovi di Roma sepolti nel Vaticano”.
Così parla
Giovanni Severano a pagina 20 del suo
libro "Memorie sacre delle sette chiese di
Roma", che fu stampato nel 1629. Francesco Maria Torrigio, testimone delle
riesumazioni insieme al cardinale Evangelista
Pallotta, aggiunge che le bende di lino erano larghe da 5 a 8 cm e
che dovevano essere state intrise di sostanze aromatiche. Una delle casse,
comunque, presentava il nome LINVS.[17] Seguiamo ora quanto scritto nel "Liber Pontificalis", della
cui autorità come testo storico non si può dubitare sin dalla sua pubblicazione
critica ad opera di Louis
Duchesne.[18]
Dopo aver descritto la "deposizione di S.Pietro
nel Vaticano, tra la Via Aurelia e la Via Triumphalis, iuxta locum ubi
crucifixus est (vicino al luogo della crocifissione)" va avanti
dicendo che Lino "fu sepolto a fianco dei resti del beato Pietro, nel
Vaticano il 24 di ottobre" Anche se volessimo dubitare della
correttezza della copiatura del nome del secondo vescovo di Roma da parte del
Torrigio,[19]
sembra essere certa la sua sepoltura in questo
luogo, perché Hrabanus Maurus, un poeta del
nono secolo, parla della tomba di Lino definendola visibile ed accessibile
nell’822.[20]
Un altro uomo fu presente alla scoperta
raccontata da Torrigio e Severano: il capo mastro Benedetto Drei, i cui disegni, stampati nel
1635, sono diventati estremamente rari. Il lettore noterà come lo schizzo di Drei ricalchi
perfettamente i racconti degli altri testimoni oculari, persino nel dettaglio
della— "sepoltura di un bambino" — che è da loro distintamente citata.
Le tutele che la
Legge Romana accordava ai sepolcri, anche se di criminali, permise ai cristiani
di conservare queste tombe in buon ordine, con impunità. Comunque, corsero un
gran rischio sotto Eliogabalo. Tra le
molte stravaganze connesse al circo in cui questo giovinetto indulgeva, come
guidare un carro guidato da quattro cammelli, o liberare migliaia di serpenti
velenosi in mezzo alla folla, Lampridio cita
una corsa di quattro quadrighe che si sarebbe dovuta correre al Vaticano; dato
che la pista all’interno del circo era ovviamente troppo stretta per tale scopo,
se ne preparò un’altra all’esterno rimuovendo o distruggendo quelle tombe sulla
Via Cornelia che si trovavano sul
tracciato.[21] E’ più che probabile che il corpo di S.Pietro fu in quel tempo trasferito al riparo
presso il terzo miglio della Via
Appia, che avrò l’opportunità di descrivere nel settimo
capitolo.[22] 3.18
La basilica eretta da Costantino Dopo la morte di
Massenzio nella piana di Tor di Quinto, Costantino "eresse una basilica sopra la tomba del beato Pietro che
racchiuse in uno scrigno di bronzo”. L’altare soprastante era
decorato con colonne tortili, fatte portare dalla Grecia, scolpite con tralci di
vite.[23] La basilica fu eretta rapidamente a spese del
vicino circo. Costantino utilizzò i suoi tre
muri nord, che sostenevano gli spalti degli spettatori sul lato di Via Cornelia,
per impostarvi l’ala sinistra della chiesa, costruì nuove fondazioni solo per
l’ala destra. Il suo architetto sembra essere stato piuttosto negligente nelle
misurazioni, perché la tomba di S.Pietro non si trovava esattamente sull’asse
della navata e non era al centro dell’abside ma qualche decina di centimetri a
sinistra. Le colonne provenivano da vari luoghi. Ho scoperto
nel taccuino di Antonio da Sangallo il giovane
un memorandum della quantità, qualità, dimensioni, colore etc. di centotrentasei
tipi di colonne. Quasi tutte le antiche cave sono rappresentate nella lista, per
non parlare degli stili e delle epoche. Un’eccezione deve essere fatta per le 12
colonne della Confessione, citate prima che, secondo il "Liber
Pontificalis," furono portate dalla Grecia (columnae vitineae quas de Graecia perduxit:
I, 176). Ho dubbi sull’esattezza dell’affermazione, a me sembrano una eccellente
opera romana del terzo secolo. Ad ogni modo,
l’ipotesi del “Liber Pontificalis”dimostra quanto poco credito si deve
dare alla tradizione che vuole appartenessero al Tempio
di Salomone a Gerusalemme.[24] La Colonna
Santa. Ne sono rimaste undici: di cui, otto adornano la
balconata sotto la cupola; due, l’altare di S. Maurizio, ed una (riprodotta nella nostra illustrazione) la
Cappella della Pietà, la prima a destra. E’ chiamata la Colonna Santa, perché anticamente veniva usata
per gli esorcismi dagli spiriti maligni. Fu racchiusa da un pluteo marmoreo dal
Cardinal Orsini, nel 1438. Le mura della chiesa erano formate da frammenti di
tegole (tegolozza) e pietra, eccetto l’abside e gli archi, che erano
costruiti con mattoni di ottima fattura ed avevano impresso il sigillo
dell’Imperatore:— Dominus Noster CONSTANTINVS
AVGustus Grimaldi dice che
non si potevano trovare due capitelli o due basi uguali. Dice anche che gli
architravi e i fregi erano diversi da un intercolumnio all’altro e che alcuni
erano iscritti con i nomi e le lodi di Tito, Traiano, Gallieno ed altri. Su ogni
lato del portone principale, ai piedi dei gradini, c’erano due colonne di
granito con capitelli compositi, che rappresentavano il busto dell’Imperatore
Adriano incorniciato da foglie d’acanto. Vista di una sezione della
navata del vecchio S.Pietro -lato sud (incisione di Ciampini).
L’illustrazione qui accanto, copiata da
un’incisione di Ciampini, mostra l’aspetto degli interni nell’anno 1588.
In linea di massima, dà una buona idea delle
decorazioni della navata, ma non permette di vedere l’opera muraria
costantiniana. Il suo sistema strutturale può essere meglio compreso riferendosi
ad un’altra sua creazione, la basilica di S. Lorenzo
fuori le Mura, una sezione del cui interno è illustrata di seguito.
Si accedeva all’atrio, o quadriportico, per mezzo
di tre portoni, quello mediano aveva porte di bronzo rivestite in argento. I
nielli rappresentavano castelli, città e territori che erano soggetti alla sede
apostolica. Le porte furono rubate nel 1167, e trasportate a Viterbo come trofeo
di guerra. 3.19
Alcuni dei suoi monumenti La fontana al
centro dell’atrio era un capolavoro del tempo di Simmaco (498-514), che aveva
una grande predilezione per le opere connesse all’igiene ed alla pulizia, come
bagni, fontane ed annessi.[25] La fontana è descritta nel mio "Roma antica" p. 286; fatemi
però aggiungere alcuni particolari relativi alla sua costruzione.
Navata di San Lorenzo fuori le
Mura. La struttura era composta da un tabernacolo
quadrato sostenuto da otto colonne di porfido rosso, con una cupola di bronzo
dorato. Sui quattro architravi erano posti pavoni, delfini e fiori, sempre di
bronzo dorato , da cui getti d’acqua fluivano nella vasca sottostante. Il bordo
della vasca era costituito da antichi bassorilievi marmorei, che rappresentavano
panoplie, grifoni, etc. All’apice della struttura vi erano frontoni
semicircolari in bronzo lavorati "à jour" cioè a tutto tondo, senza
sfondo, e coronati dal monogramma di Cristo. questa gemma dell’arte del sesto
secolo fu impietosamente distrutta da Paolo V.
Le otto colonne di porfido, una delle quali era decorata con un busto di
imperatore in alto rilievo, sono scomparse, così come i bassorilievi del bordo
della vasca, sebbene Grimaldi affermi di averne salvato uno. I bronzi furono
trasferiti nel giardino del Vaticano ma, ad eccezione di una pigna conica e di
due pavoni, erano destinati a fare la stessa fine dei marmi. Nel 1613 i frontoni
semicircolari, i quattro delfini, due dei pavoni e la cupola, furono fusi per
ricavarne le quattro tonnellate e mezza di bronzo necessarie per la statua della
Madonna che fu posta da Paolo V sulla colonna di S.Maria Maggiore. La fontana di Simmaco. Dopo la fontana, il più importante monumento
dell’atrio era la tomba dell’Imperatore Otone
II († 983), o quella che si credeva essere la sua tomba, dato che
molti scrittori contemporanei la attribuiscono a Cencio, prefetto di Roma,
morto nel 1077. Il corpo giaceva in un sarcofago marmoreo, rivestito di pannelli
di serpentino, il tutto sormontato da un coperchio in porfido che si suppone
provenisse dal mausoleo di Adriano. Il mosaico soprastante rappresentava il
Salvatore tra i SS. Pietro e Paolo. Questo monumento fu demolito da Carlo Maderno nella notte del 20 ottobre del 1610. Il
sarcofago fu trasferito al Quirinale e trasformato in un abbeveratoio. Grimaldi
fu l’ultimo a vederlo, vicino al portone di ingresso dal lato di Via dei
Maroniti. I pannelli di serpentino furono usati nella nuova costruzione, il
mosaico fu traferito nell Grotte, il coperchio di porfido fu capovolto e
trasformato in fonte battesimale. Si entrava in chiesa da cinque portoni, chiamati
rispettivamente (da sinistra a destra) la Porta Iudicii, Ravenniana,
argentea
o regia
maior, Romana, e
Guidonea. La prima era chiamata “porta del giudizio” perché
vi passavano attraverso i feretri. Il nome "Ravenniana" sembra dovuto agli
accampamenti di marinai della flotta di Ravenna, distaccati a Roma per prestarvi
servizio, oppure al nome "Civitas Ravenniana" dato a Trastevere nel periodo di
decadenza. Era riservata al transito degli uomini, così come la quarta o Romana
era per le donne, e la quinta, Guidonea, per i turisti o per i pellegrini. L’ingresso principale, chiamato
"reale" o "porta d’argento", era aperto solo per le grandi occasioni. Il suo
nome derivava dalle decorazioni d’argento affisse sul bronzo da Onorio I, (626-636 d.C.) per commemorare la
riunificazione della chiesa d’Istria con la Sede Romana. Secondo il "Liber
Pontificalis" Entrando nella
navata, il visitatore era colpito dalla semplicità della struttura di Costantino
e dalla moltitudine e varietà delle aggiunte successive, a causa delle quali
solo il numero degli altari era cresciuto da uno a 68. 92 colonne sostenevano un
tetto in vista, le cui capriate erano del tipo a monaco. Nonostante i frequenti
restauri dovuti al fuoco, all’usura ed al tempo, molte di queste capriate
portavano ancora il marchio di Costantino. Erano splendidi esempi di costruzione
lignea. Filippo Bonanni, la cui
descrizione di S.Pietro merita maggior considerazione rispetto all’insieme di
tutte le altre, fatta eccezione per i manoscritti di Grimaldi,[26] dice che il 21 febbraio del 1606, esaminò e misurò al suolo la
catena (trave orizzontale) della prima capriata della facciata che Carlo Maderno
aveva appena abbattuto; era lunga 23 metri e mezzo e spessa 90 centimetri. Lo
stesso autore riporta, traendola da un diario di Rutilio Alberini, datato 1339,
la seguente storia sempre relativa allo stesso tetto: “Papa Benedetto XII
(1334-1342) aveva speso 80.000 fiorini d’oro per riparare il tetto, affidando
l’opera al capo carpentiere mastro Ballo da Colonna. era un uomo coraggioso,
capace di abbassare e sollevare quelle enorme travi come fossero pagliuzze,
nonché di rimanervi in piedi mentre erano in movimento. Ne ho vista una
marchiata con il nome del costruttore della chiesa (CONstantinus); era
così enorme che ogni tipo di animale vi aveva scavato la propria tana. I fori
sembravano piccole caverne, lunghe svariate decine di centimetri, e offrivano
riparo a migliaia di topi". Grimaldi si arrampicò sul tetto all’inizio del
1606, e lo descrisse come composto da tre tipi di tegole, — bronzee, in mattoni
e di piombo. Le tegole di bronzo dorato furono fuse al tempo dell’Imperatore
Adriano per il tempio di Venere e Roma. Papa Onorio I (625-640) ottenne da
Eraclio il permesso di usarle per S.Pietro. Quelle in mattone portavano tutte il
sigillo di re Teodorico, od il motto BONO
ROMAE (per il bene di Roma). Le lastre di piombo portavano il
nome di vari Papi, da Innocenzo III (1130-1138) a Benedetto XII. Tutti questi
materiali, preziosi per la cronologia e la storia della basilica, sono
scomparsi, salvo alcune assi del tetto con cui sono state fatte le porte della
chiesa moderna. Un’altra visione
avrebbe colpito il pellegrino non appena varcata la soglia, quella dell’ "arco
trionfale" tra la navata ed il transetto, rilucente di mosaici d’oro. Dobbiamo
al Prof. A. L. Frothingham, Jr. di Baltimora, la conoscenza di quest’opera
d’arte, dato che fu lui a trovarne la descrizione fatta dal cardinale Jacobacci
nel suo "De Concilio" (1538). Il mosaico rappresentava l’Imperatore
Costantino presentato da S.Pietro al Redentore, cui offriva un modellino della
basilica. Fu distrutto nel 1525 assieme all’iscrizione dedicatoria.[27] 3.20
La sedia e la statua di S.Pietro. Il battistero eretto da Papa
Damaso dopo la scoperta dell’ Acqua
Damasiana, e restaurato da Leone
III (795-816), si trova alla fine del transetto nord.[28] Una delle sue iscrizioni contiene i versi : "Una Petri sedes
unum verumque lavacrum" un’allusione sia alla fonte battesimale che alla
“cattedra di S.Pietro”, su cui i Papi sedevano
dopo aver battezzato i neofiti. La sedia di S.Pietro - da una
fotografia originale. A Legno di quercia, molto rovinato, e
tagliuzzato dai pellegrini. La cathedra è citata da Optatus Milevitanus, Ennodius di
Pavia e da autori più recenti, per aver cambiato posto molte volte
finchè Alessandro VII, con l’aiuto di Bernini e Paul Schor,
non la sistemò in un recinto bronzeo alla fine dell’abside. E’ stata
attentamente esaminata e descritta da Torrigio, Febeo, e
de Rossi. Io l’ho vista nel 1867.
L’intelaiatura e pochi pannelli della reliquia potrebbero risalire al tempo
degli apostoli, ma è stata evidentemente restaurata dopo la pace della Chiesa. I
montanti ai quattro angoli, sono stati usurati quasi completamente dai
pellegrini. Un’altra opera d’arte merita attenzione perché le
sue origini, la sua età ed il suo stile sono ancora motivo di controversie.
Mi riferisco alla statua di S.Pietro posizionata contro il muro
di destra della navata, vicino al S.Andrea di Francis de Quesnoy. Senza voler cominciare una
dissertazione che esulerebbe dallo spirito di questo libro, posso sicuramente
affermare che le teorie suggerite dai moderni petrografisti, da Torrigio a Bartolini, non sono degne di credito. La statua
non è il Giove Capitolino trasformato nell’apostolo, né fu fusa con il bronzo di
quella statua; non ha mai tenuto in mano una saetta al posto delle chiavi del
paradiso. La statua fu modellata come un ritratto di S.Pietro; la testa
appartiene a quel corpo; le chiavi e le dita della mano destra sollevate sono
dettagli genuini ed essenziali della composizione originale. La difficoltà,
notevole a dire il vero, consiste nel datarla. Non c’è dubbio che gli scultori
cristiani del secondo e terzo secolo erano capaci di modellare eccellenti
ritratti, come prova quello di Ippolito,
scoperto nel 1551 in Via Tiburtina ed oggi al Museo Laterano, un’opera del tempo
di Alessandro Severo. Statua bronzea di S.Pietro. Statua di S.
Ippolito.
Senza dubbio c’è una grossa somiglianza tra le due
opere, nella postura ed inclinazione del corpo, nella posizione dei piedi, nello
stile degli abiti e persino nel panneggio. Ma le statue-ritratto potrebbero
appartenere a qualsiasi epoca, perché, mentre lo scultore del marmo è obbligato
a produrre opere con le proprie mani e di propria concezione e quindi la data
del marmo può essere determinata per comparazione con altre opere ben note, chi
fonde in bronzo può facilmente riprodurre esempi migliori di epoche precedenti,
prendendo un calco dal modello originale, alterando leggermente il soggetto e
quindi fondendolo in un eccellente bronzo. Sembra essere questo il caso di
questa famosa immagine. So che attualmente la si considera contemporanea
all’erezione della basilica di Costantino; ma io non sono d’accordo,
principalmente per la forma moderna delle chiavi. Una di queste due cose deve
essere vera: o che le chiavi sono un’aggiunta successiva, nel qual caso la
statua potrebbe essere un’opera del quarto secolo; o che furono fuse insieme
alla figura. Se è vera l’ultima ipotesi, la statua è di un’epoca relativamente
recente. I dubbi sull’argomento potrebbero essere fugati da un attento esame di
questi dettagli cruciali, che io non ho avuto la soddisfazione di
esaminare. 3.21
La distruzione dell’antica basilica e la costruzione della nuova.
La distruzione del vecchio San Pietro è uno dei più
tristi eventi nella storia delle rovine di Roma. Avvenne in due periodi e con due cantieri differenti, a tal fine si eresse
un muro longitudinale al centro della chiesa per permettere che il servizio
divino continuasse senza interruzioni mentre la distruzione e la ricostruzione
di ogni corpo di fabbrica veniva portata avanti in periodi successivi.
Il lavoro cominciò il 18 aprile del 1506, sotto Giulio II. Ci volle esattamente un secolo per
terminare la sezione occidentale, dal muro di partizione all'abside. La
demolizione del corpo di fabbrica est cominciò il 21 febbraio del 1606. Nove anni più tardi, la
Domenica delle Palme del 12 aprile 1615, le moltitudini giubilanti
testimoniarono la scomparsa del muro di partizione, e contemplarono per la prima
volta il nuovo tempio di tutta la sua gloria. Sembra che Paolo V
Borghese, cui si deve il completamento della grande opera, non poté
liberarsi dal rimorso di aver spazzato via per sempre i resti della basilica
costantiniana. Volle che il sacro collegio condividesse la responsabilità
dell'operato ed indisse un concistoro per il 26 settembre del 1605, per esporre
il caso di fronte ai cardinali. Il rapporto rivelò una situazione molto
interessante. Sembra che, mentre le fondazioni del lato destro della chiesa
costruite da Costantino avevano sopportato fermamente il peso e la fatica loro
imposte, le fondazioni del lato sinistro, cioè i tre muri del circo di Caligola che erano stati costruiti per
uno scopo differente, avevano ceduto alla pressione, così che l'intera Chiesa,
con le sue quattro file di colonne, pendeva da destra verso sinistra di 106
centimetri. Il rapporto afferma che gli affreschi sul muro di sinistra erano
coperti da uno spesso strato di polvere; dice inoltre che le parti terminali
delle grandi capriate che sostenevano il tetto, erano tutte marcite e non
potevano più sopportare l'enorme carico. A quel punto il cardinale Cosentino, preside del Capitolo,
prese la parola e disse che, solo pochi giorni prima, mentre si diceva messa
presso l'altare di Santa Maria della Colonna, una pesante pietra era caduta
sulla folla dalla finestra soprastante. Il voto del sacro collegio fu
prevedibile. Fu sancita la condanna a morte degli ultimi resti del vecchio San
Pietro; un comitato di otto cardinali fu incaricato di presiedere alla
costruzione del nuovo edificio; nove architetti furono invitati ad un concorso
per la progettazione. Erano Giovanni e Domenico
Fontana, Flaminio Ponzio,
Carlo Maderno, Geronimo Rainaldi, Nicola Braconi da Como, Ottavio Turiano, Giovanni Antonio Dosio e Ludovico Cigoli. Il concorso fu vinto da
Carlo Maderno, con il dispiacere del
Papa che era apertamente a favore suo architetto personale, Flaminio Ponzio. L'esecuzione dei lavori fu
contrassegnata da un evento eccezionale. Il venerdì 27 agosto del 1610, un
temporale spazzò la città con tale violenza che il volume d’acqua che si era
accumulato sopra la terrazza della basilica, non trovando altro sbocco se non
attraverso le sinuose scale che perforavano lo spessore delle mura, irruppe
nella navata in tumultuosi torrenti e la inondò per un'altezza di diversi
centimetri. La Confessione e la tomba dell'apostolo furono salvate solo dalla
resistenza della porta di bronzo. E’ molto interessante seguire il progresso del
lavoro nel diario di Grimaldi, per
testimoniare attraverso le sue memorie l'apertura e la distruzione di ogni tomba
degna di nota, e per fare l'inventario dei loro contenuti. I monumenti erano
perlopiù sarcofagi di pagani, o vasche termali, intagliate in marmi pregiati; i
corpi dei Papi erano avvolti in ricche vesti, e indossavano "l'anello del
pescatore" al dito indice. Innocenzo
VIII, Giovanni Battista
Cibo (1484-1492), era avvolto in un vestito persiano ricamato;
Marcello
II Cervini (1555), indossava una mitra d'oro;
Adriano IV Breakspeare (1154-1159), è
descritto come un uomo di bassa statura, con indosso delle ciabatte di fattura
turca, con un anello con un grande smeraldo. Callisto III e Alessandro VI, entrambi della famiglia
Borgia, sono stati disturbati
due volte nella loro tomba comune: la prima volta da Sisto V, quando rimosse l'obelisco dalla spina
del circo; a seconda da Paolo V,
sabato 30 gennaio 1610, quando i loro corpi furono trasferiti alla Chiesa
spagnola di Monserrato, con l'aiuto del marchese di Milena, ambasciatore di
Filippo III, e del cardinale Çapata. Grimaldi afferma che il progetto di Michelangelo di una croce greca non è stato solo disegnato su
carta, ma anche cominciato. Quando Papa Borghese e Carlo Maderno scelsero la croce latina, non solo erano già state
terminate le fondazioni secondo il progetto di Michelangelo, ma la stessa
facciata, con il suo rivestimento di travertino, era stata costruita per
un'altezza di diversi metri. San Pietro nel 1588. (da un’incisione di
Ciampini) La costruzione della cupola fu iniziata il venerdì
15 luglio del 1588 alle quattro del pomeriggio. Il primo blocco di travertino fu
posizionato in situ alle otto della sera del 30. La porzione cilindrica
del tamburo che sostiene la cupola vera e propria, fu terminata a mezzanotte del
17 dicembre dello stesso anno, una meravigliosa impresa compiuta in un tempo
brevissimo. La cupola vera e propria fu iniziata cinque giorni più tardi e
terminata in diciassette mesi. Se ricordiamo che gli esperti dell'epoca avevano
stimato in dieci anni il tempo necessario per terminare l'opera, per una spesa
di un milione di scudi d'oro, ci stupiamo della forza di volontà di Sisto V, che ce la fece in due anni, spendendo
solo un quinto della somma stimata.[30] Prevedeva che le
persecuzioni politiche ad opera della corona di Spagna e gli attacchi
quotidiani, quasi brutali, che doveva sopportare dal conte d'Olivare, l'ambasciatore spagnolo,
avrebbero accorciato i suoi giorni, conseguentemente espresse un unico
desiderio: che la cupola e gli altri lavori intrapresi per l'abbellimento ed il
miglioramento delle condizioni igieniche della città, sarebbero dovuti terminare
prima della sua morte. Furono assoldati 600 abili artigiani per portare avanti i
lavori della cupola notte e giorno; erano esentati dal partecipare alla messa
dei giorni festivi, eccettuate le domeniche. Possiamo immaginare l’alacrità che
pervase quelli coinvolti nell'impresa e la loro determinazione a sacrificare gli
altri interessi alla velocità, attraverso questo aneddoto. I muratori, avendo
bisogno di un altro contenitore per l'acqua, misero mano alla tomba di Papa Urbano VI, trascinarono il sarcofago
marmoreo sotto la cupola sul bordo di una buca per il cemento, e lo vuotarono
del suo contenuto. L'anello d'oro fu dato a Giacomo della Porta, l'architetto, le ossa
furono accatastate in un angolo dell'edificio e la cassa fu usata come
recipiente dal 1588 al 1615. 3.22
Le dimensioni immense della nuova S.Pietro. Se consideriamo che i materiali da costruzione,
pietre, mattoni, legname, cemento ed acqua, furono sollevati ad un'altezza di
120 metri, non c'è da meravigliarsi che furono impiegate 126 tonnellate di cavi
e 15 tonnellate di acciaio. La cupola fu costruita su una centinatura di geniale
concezione, impostata sulla cornice del tamburo in maniera così leggera da
sembrare sospesa per aria. Furono impiegate 1.200 grosse travi. Fea e Winckelman affermano che le lastre di piombo
che coprono la cupola devono essere rinnovate otto o dieci volte in un
secolo. Winckelman attribuisce la loro rapida usura all'azione corrosiva del
vento di scirocco; Fea alle variazioni termiche, che portano il piombo a
rammollirsi d'estate, ed a fessurarsi in inverno. Le misure e l'altezza, il
numero delle colonne, altari, statue e dipinti, - in breve, le mirabilia
di San Pietro- sono state grandemente esagerate. Non serve l'esagerazione quando
la stessa verità e così stupefacente. Gli appassionati di statistica possono
consultare le opere di Briccolani e
Visconti.[31] La basilica è contenuta in un quadrato di 382 metri
di larghezza. La navata è lunga 186 metri, larga 26, alta 40; il transetto è
lungo 136 metri. La cornice e l’iscrizione del mosaico del fregio sono lunghe
592 metri. La cupola raggiunge l'altezza di 136 metri dal pavimento, con un
diametro interno di 42 metri e 60, poco meno di quello del Pantheon. Le lettere
sul fregio sono alte un metro e 42 centimetri. La vecchia chiesa conteneva 68
altari e 268 colonne; quella moderna contiene 46 altari, davanti ai quali 121
lampade bruciano giorno e notte, e 748 colonne, di marmo, pietra e bronzo. Le
statue ammontano a 386, le finestre a 290. È facile immaginare l'effetto sorprendente di luce
ed ombra che tale grandiosità di proporzioni genera in occasione delle luminarie
che si facevano sia all’interno (Giovedì e Venerdì santo), sia all’aperto
(Pasqua e 29 giugno). Le illuminazioni esterne richiedevano l'uso di 440
lanterne e di 791 torce e l'aiuto di 365 uomini. Non sono state più fatte dal
1870. Ho sentito i racconti di vecchi amici che ricordano l'illuminazione
dell'interno - che si abbandonò più di un secolo fa -; nessun altro spettacolo
poteva essere più impressionante. Nell'oscurità della notte, una croce
tempestata con 180 luci splendeva come una meteora ad un’altezza prodigiosa,
mentre le moltitudine che affollavano la Chiesa si inginocchiavano e pregavano
raccolte in estasi. 3.23
San Pietro si trova ancora sepolto sotto la sua chiesa? Prima di abbandonare il Vaticano, fatemi rispondere
ad un dubbio che potrà essere nato nella mente dei lettori, dal momento che è lo
stesso che ha a lungo pervaso l'autore. Dopo le molte vicissitudini a cui è
stato soggetto il luogo, dal tempo di Eliogabalo al saccheggio del conestabile di Borbone, possiamo
essere ancora sicuri che il corpo del fondatore della Chiesa romana giaccia
ancora nella sua tomba sotto la grande cupola di Michelangelo, sotto il Canopo
di Urbano VIII, sotto l’altare principale di Clemente VIII? Considerando il caso
dai suoi vari aspetti, analizzando le circostanze in cui sono avvenute le varie
invasioni barbariche, non trovo alcuna ragione che possa smentire l'opinione
popolare. Le tombe di San Pietro e di San Paolo sono state esposte una sola
volta ad un pericolo reale: ciò avvenne nell'846, quando i Saraceni presero
possesso delle loro rispettive chiese e le saccheggiarono a loro piacimento.
Supponete che i Crociati avessero preso possesso della Mecca: il loro primo
impulso sarebbe stato quello di cancellare la tomba del profeta dalla faccia
della terra, a meno che i custodi della Kaabah, avvertiti della loro sortita,
non avessero avuto il tempo di nascondere o proteggere la tomba in un modo o
nell'altro. Sfortunatamente, sappiamo molto poco dell'invasione saracena dell'846; tuttavia sembra
certo che Papa Sergio II ed i Romani
furono avvertiti giorni o settimane prima dello sbarco degli infedeli, grazie ad
un dispaccio che arrivò dalla Corsica. A causa dell'assoluta mancanza di difesa
delle chiese di San Pietro e di San Paolo, posizionate all'esterno del centro
cittadino, sono sicuro che si intrapresero azioni per nascondere o murare gli
ingressi alle cripte o le cripte stesse, a meno che non si scelse di trasferire
fisicamente le tombe al riparo delle mura cittadine. Un argomento, molto poco
noto ma di grande valore, sembra provare che le reliquie furono
salvate. Il "Liber Pontificalis" descrive, tra i doni
di Costantino, una croce di oro puro, pesante 68 chili, che egli pose sul
sepolcro di San Pietro. Una croce d'oro riportava la seguente iscrizione
eseguita a niello: "L'Imperatore
Costantino e l'Imperatrice Elena hanno decorato riccamente questa cripta reale,
e la basilica che la protegge". Se questo preciso oggetto è lì, i resti di San
Pietro devono essere lì a fortiori. Ecco il test decisivo. Nella
primavera del 1594, mentre Giacomo della
Porta stava livellando il pavimento della Chiesa sopra la
Confessione, rimuovendo al tempo stesso le fondazioni del ciborio di Giulio II,
il terreno cedette ed egli vide attraverso l'apertura ciò che nessun altro aveva
visto dal tempo di Sergio II: la tomba di San Pietro, e su di essa la croce
d'oro di Costantino. Saputo della scoperta, Papa Clemente VIII accompagnato dai
cardinali Bellarmino, Antoniano e Sfrondato scesero alla Confessione e, con
l'aiuto di una torcia che Giacomo della Porta aveva fatto portar giù nell'antro
sottostante, poté vedere con i propri occhi e poté mostrare ai suoi
accompagnatori la croce iscritta con il nome di Costantino ed Elena. L'emozione
indotta nel Papa da questa meravigliosa vista fu così grande che lo portò a
chiudere immediatamente l'apertura. L'episodio e attestato non solo da una
testimonianza manoscritta di Torrigio, ma anche dall’attuale aspetto del luogo.
I materiali con cui Clemente VIII sigillò l'apertura rendendo la tomba ancora
una volta invisibile ed inaccessibile, possono essere ancora visti attraverso la
"cataratta " sotto l'altare. 3.24
La basilica di S.Paolo fuori le mura. Ha suscitato meraviglia il comportamento di
Costantino verso San
Paolo, la cui basilica al secondo miglio della via Ostiense sembra
una struttura in miniatura paragonata a quella di San Pietro. Costantino non
aveva intenzione di considerare San Paolo in un rango inferiore o di tributare
minor onore alla sua memoria. Fu costretto ad erigere un edificio molto più
piccolo per questo apostolo dalle caratteristiche del luogo. Come già detto,
c'erano delle regole consolidate che i costruttori di edifici sacri dovevano
osservare: innanzitutto, la tomba-altare del santo in onore del quale si erigeva
l'edificio non doveva essere modificata o spostata dal suo luogo originale né in
verticale né in orizzontale; in secondo luogo, l'edificio doveva essere
concepito intorno alla tomba così da darle il posto d'onore al centro
dell'abside; terzo, l'abside e la facciata dell'edificio avrebbero dovuto
guardare ad est. La posizione della tomba di San Pietro rispetto al circo di
Nerone ed alle pendici del colle Vaticano, era tale da lasciare piena libertà ai
costruttori della basilica per farla espandere in tutte le direzioni,
specialmente in lunghezza. 3.25
Gli ostacoli alla sua costruzione. Non fu questo il caso della Basilica di San Paolo che distava solo 30 metri
da un ostacolo che non poteva essere eliminato: la strada per Ostia, l'arteria
che alimentava la città di Roma. La strada per Ostia correva ad est della tomba;
ne conseguiva la necessità di confinare le dimensioni della Chiesa tra questi
due punti. Scoperte fatte nel 1834, quando le fondazioni dell'attuale abside
furono rinforzate, e nuovamente nel 1850, quando furono gettate le fondazioni
del baldacchino di Pio IX,[32] hanno permesso al Signor Paolo
Belloni, architetto, di ricostruire la pianta dell'originale edificio
di Costantino. Le sue memorie[33]
sono piene di utili informazioni ben illustrate. Una delle sue illustrazioni,
rappresentante le piante delle chiese originale ed attuale a confronto, è qui
riprodotta. Le due basiliche di San Paolo.
La pianta non ha bisogno di commenti, ma dobbiamo
soffermarci su un particolare. Durante gli scavi per il baldacchino, furono
trovati i resti di colombari d’epoca classica a poche decine di cm dalla
tomba dell'apostolo, con le loro iscrizioni ancora al loro posto. San Paolo,
quindi, dev'essere stato sepolto come San Pietro in un'area cimiteriale privata,
circondato da tombe pagane. Nel 386 Valentiniano, Teodosio ed Arcadio chiesero a Flavio Sallustio, prefetto della città, di
sottoporre al Senato ed al popolo un progetto per la ricostruzione a fundamentis della basilica, per renderla
uguale a quella del Vaticano in dimensioni e bellezza. Per realizzare questo
progetto, senza disturbare la tomba dell'apostolo né la strada per Ostia, c'era
una sola cosa da fare: cambiare l'orientamento della Chiesa da est a ovest, ed
ampliarla a piacimento verso le rive del Tevere. Il consenso del S.P.Q.R.
fu facilmente accordato e il magnifico tempio, che rimase inalterato fino
all'incendio del 15 luglio 1823, fu eretto secondo una direttrice diversa
dall'originale. L'incendio di San Paolo del 15 luglio 1823 (da un'antica
stampa) Il nome di Papa
Siricio, che amministrava la chiesa in quel periodo, può essere
ancora visto inciso su una delle colonne, una volta nella navata di sinistra,
ora nel vestibolo nord: — SIRICIVS EPISCOPVS A-W
TOTA MENTE DEVOTVS.
Un altro raro reperto storico di valore, nonostante
le sue umili origini, venne alla luce all'inizio dell'ultimo secolo e fu
pubblicato da Bianchini e Muratori che omisero, comunque, di spiegarne il
significato. Si tratta di una placca di bronzo una volta legata al collare di un
cane con l'iscrizione: "[Appartengo] alla basilica di Paolo
l'apostolo, ricostruita dai nostri tre sovrani [Valentiniano, Teodosio, e
Arcadio]. Sono proprietà di Felicissimo il pastore ". Tali iscrizioni venivano incise sui collari dei
cani e degli schiavi, cosicché, nel caso fossero fuggiti dai loro padroni, i
loro proprietari legali sarebbero stati riconosciuti subito dalla polizia, o da
chiunque li avesse catturati. 3.26
Le fortificazioni di Giovannipoli che vi crebbero intorno. Nel corso del tempo la basilica divenne il centro
di un importante gruppo di edifici, specialmente di monasteri e conventi.
C'erano anche cappelle, bagni, fontane, pensioni, portici, cimiteri, frutteti,
fattorie, stalle e mulini. Questa piccola città suburbana era esposta al
costante pericolo di saccheggio, a causa della sua ubicazione sulla strada per
la costa. Nell'846 fu saccheggiata dai
Saraceni prima che i Romani potessero
accorgersene. Per queste considerazioni, Papa
Giovanni VIII (872-882) decise di mettere la chiesa di San Paolo ed i
suoi annessi sotto protezione, e di erigere un forte che potesse controllare
l'ingresso Roma da questo settore pericolosissimo. La costruzione di Giovannipoli, considerata dalla storia
elemento di transizione tra le fortificazioni classiche e medievali della città
di Roma, è descritta solo da un documento: un'iscrizione sul portone del
castello, che fu copiata per la prima volta da Cola di Rienzo, e successivamente da Pietro Sabino, professore di retorica nell'
archigymnasium romano (La Sapienza), verso la fine del XV secolo. Alcuni
frammenti di questo notevole documento sono ancora conservati nel chiostro del
monastero. L'iscrizione affermava che Papa Giovanni VIII eresse un muro per la
difesa della basilica di San Paolo e delle circostanti chiese, conventi e
pensioni, ad imitazione di quello costruito da Leone IV per la protezione del
quartiere Vaticano. La decisione di fortificare gli edifici sacri al secondo
miglio delle via Ostiense, fu presa, come ho appena detto, in seguito alle
sortite dei Saraceni che, sotto il pontificato di Giovanni, erano diventate
molto frequenti. Le atrocità che caratterizzarono il loro secondo sbarco sulla
costa romana furono così spaventose da riempire l'intera Europa di terrore.
Giovanni, fallito il tentativo di assicurarsi l'aiuto di Carlo il Calvo, si mise egli stesso alla testa
delle poche forze che, incalzato dagli eventi, poté radunare per terra e per
mare. Navi si diressero dai diversi porti del Mediterraneo su Ostia; avendo
saputo che la flotta nemica era salpata dalla baia di Napoli, il Papa si mise in
navigazione a sua volta. La valorosa ma piccola flotta papale si confrontò con
gli infedeli sotto le rupi del capo
Circeo, ed inflisse loro una sconfitta talmente sanguinosa che il
pericolo fu evitato, almeno per un bel po'. Le galee papali ritornarono alla
foce del Tevere, cariche di un notevole bottino. Sembra che l'avamposto di Giovannipoli fu finito e
consacrato da Papa Giovanni poco dopo la battaglia navale di capo Circeo, (877 d.C.), perché l'iscrizione sopra citata
parla di lui come di un capo trionfante — SEDIS APOSTOLICAE PAPA JOHANNES
OVANS. Non si sarebbe potuto scegliere una migliore
ubicazione per questa fortezza. Proteggeva le strade per Ostia, Laurentum e Ardea cioè quelle da cui, in effetti, i
pirati avrebbero potuto raggiungere la città più facilmente. Proteggeva anche la
via d'acqua del Tevere e le strade[34] che servivano per rimorchiare carichi, poste su
entrambe le rive. E’ un grosso peccato che non sia rimasta in piedi neanche una
pietra di questa storica fortificazione. Salvò la città da altre invasioni dei
pirati africani, così come l’agger di Servio Tullio l'aveva salvata,
secoli prima, dagli attacchi dei Cartaginesi. Ho esaminato il terreno tra San
Paolo, il fosso di Grotta Perfetta, la
Vigna de Merode, dietro l'abside verso
le rive del Tevere, senza trovare traccia delle fortificazioni. Credo, comunque,
che il muro che circonda il giardino del monastero sul lato sud, ricalchi la
stessa linea delle difese di Giovanni e sia fondato sulle stesse strutture di
fondazione. Non dobbiamo meravigliarci della scomparsa di Giovannipoli, se
consideriamo che è stato permesso che persino il quadriportico, attraverso il
quale si entrava nella basilica dal lato del fiume, scomparisse per la
negligenza e la superficialità dei monaci. Papa
Leone I eresse nel centro del quadriportico una fontana coronata da
un Kantharos Bacchico e scrisse nelle sue epistole un brillante epigramma
che invitava i fedeli a purificarvisi fisicamente e spiritualmente, prima di
presentarsi all'apostolo. Quando Cola di
Rienzo visitò il luogo, verso la metà del XIV secolo, il monumento
era ancora in buone condizioni. Lo chiama "il vaso delle acque
(cantharus aquarum) posto di
fronte all'ingresso principale (della chiesa) del beato Paolo”.
Un secolo più tardi l'intera struttura era
diventata un cumulo di rovine. Fra Giocondo da
Verona cercò invano l'iscrizione di Leone I. Potè solo trovare un
frammento "che giaceva tra le ortiche e le
spine" (inter orticas et
spineta). Gli edifici che circondavano la basilica dovettero
subire la stessa indifferenza. Rovinarono a terra, o furono abbattuti, uno dopo
l'altro.
Nel 1633,
quando Giovanni Severano scrisse il
suo libro sulle Sette Chiese, solo una piccola parte delle rovine poteva essere
identificata: il portone e l'abside della chiesa
di santo Stefano, a cui una volta era stato annesso un grande
convento. Appare strana, comunque, la totale distruzione del portico, lungo 1,8
chilometri, che congiungeva la porta della città -la Porta Ostiensis- con
la basilica. Questo portico era sostenuto da colonne di marmo, un migliaio
almeno, e il suo tetto era coperto con lastre di piombo. A metà strada tra la
porta di San Paolo, era interrotto da una chiesa dedicata ad una martire
egiziana, S. Menna. La chiesa di S.
Menna, il portico, le sue 1000 colonne e persino i suoi muri di
fondazione sono stati totalmente distrutti. Un documento scoperto da Armellini negli archivi del Vaticano, dice che
alcune deboli tracce dell'edificio (vestigia
et parietes) potevano essere ancora riconosciute al tempo di
Urbano VI. Questa è l'ultima citazione
fatta da un testimone oculare.
La Piramide Cestia e la Porta
Ostiense (S.Paolo)
Abbiamo qui un altro esempio della gigantesca opera
di distruzione compiuta per secoli dagli stessi Romani che sono stati soliti
attribuire questo tipo di operazioni ai soli barbari. I barbari hanno la loro
parte di responsabilità nell'abbandono e nella desolazione della Campagna;
possono aver saccheggiato e danneggiato alcuni edifici dai quali poteva venire
una speranza di bottino, possono aver profanato chiese ed oratori eretti sulle
tombe dei martiri; ma la distruzione totale, l'oblio dei monumenti classici
medievali, è opera dei Romani e dei loro dominatori successivi. Dobbiamo a loro,
più che ai barbari, le attuali condizioni della Campagna, nel mezzo della quale
Roma rimane come un’oasi nel deserto.
Via Laurentina vicino ad alcune
sorgenti chiamate Aquae Salviae
dove venne eretta una cappella
commemorativa nel V secolo. Le sue fondazioni furono scoperte nel 1867 sotto l'attuale chiesa di San Paolo alle Tre Fontane (eretta nel XVII
secolo dal cardinale Aldobrandini) insieme ad iscrizioni storiche scritte in
latino ad armeno. Devo anche citare un'altra curiosa scoperta. Gli atti apocrifi
greci di San Paolo, editi da Tischendorff Pietra tombale di S.Paolo. Il "Liber Pontificalis" (I, 178) riporta che
Costantino fece deporre il corpo di San Paolo in una cassa di solido bronzo;
nessuna traccia ne è però rimasta. Il 1 dicembre del 1891 ho avuto il privilegio
di esaminare l’attuale tomba calandomi dalla fenestella sotto l’altare.
Mi sono imbattuto in una superficie piatta, pavimentata con lastre di marmo, su
una delle quali (posta in maniera casuale secondo una giacitura inclinata) sono
incise le seguenti parole: PAVLO APOSTOLO
MART... L’iscrizione appartiene al quarto secolo. E’ stata
illustrata dal mio gentile e dotto amico, Prof. H. Grisar, a cui devo molte preziose
informazioni sull’argomento che non sono esattamente in linea con il mio
percorso di studi.[36] 3.28 - IV. CASE DI
CONVERTITI E
MARTIRI. 3.29
Le scoperte di Padre Germano al Celio Questa tipologia di edifici sacri è stata
splendidamente illustrata dalle scoperte fatte da Padre Germano dei Passionisti sotto la Chiesa
dei SS. Giovanni e Paolo sul Celio. L'ottimo lavoro di Padre Germano è noto
in America, grazie al prof. A.L.Fronthingham, che ha lo ha descritto nel
"American Journal of
Archeology”. 3.30
La casa dei martiri Giovanni e Paolo Lo stesso scopritore presto pubblicherà un
voluminoso studio dal titolo: "La casa dei santi
Giovanni e Paolo sul monte Celio". La Chiesa ha il posto di onore nei primi itinerari
dei pellegrini per le sue peculiarità che la vedono contenere la tomba di un
martire all'interno delle mura della città. William of Malmesbury afferma: “Dentro la città,
sulla collina del Celio, Giovanni e Paolo, martiri, giacciono nella loro casa
che fu tramutata in una chiesa dopo la loro morte”. Il “Salzburg
Itinerary” descrive la Chiesa come "molto grande e splendida". Il racconto delle
vite dei due fratelli e della loro esecuzione sotto Giuliano l’apostata, è apocrifa, ma nessuno tra
quelli che hanno visto gli scavi di Padre Germano negherà il fatto essenziale:
in questa nobile casa romana del Celio, qualcuno fu messo a morte per la propria
fede e che sopra l'ambiente nel quale l'evento ebbe luogo, fu costruita in
un'epoca successiva una chiesa. La tradizione attribuisce la sua costruzione a
Pammaco, figlio di Bizante, il caritatevole senatore amico di
San Gerolamo che costruì un ospizio a
Porto ad uso dei pellegrini che
arrivavano dai paesi d’oltremare. La chiesa, secondo la regola, non prese nome
dai martiri alla cui memoria fu consacrata, ma dai costruttori; divenne quindi
nota all'inizio come Titulus
Bizantis, successivamente come
Titulus
Pammachii. A dire il vero, non ci fu trasformazione, ma una
semplice superfetazione. La casa romana fu lasciata intatta, con le sue spaziose
sale e decorazioni classiche, per essere usata come una cripta, mentre la
basilica venne eretta ad un livello molto più alto. L'assassinio dei santi
sembra aver avuto luogo in uno stretto passaggio (fauces) non lontano dal tablinum, la sala dei ricevimenti. Qui
possiamo vedere la fenestella
confessionis attraverso la quale i pellegrini potevano vedere e
toccare la sacra tomba. Due cose colpiscono il moderno visitatore: la varietà
delle decorazioni ad affresco della casa, che cominciano con Geni pagani e festoni, discreta opera del
III secolo, e terminano con rigide e misteriose rappresentazioni della Passione
del IX e X secolo; in secondo luogo il fatto che un monumento di tale importanza
ha subito il destino di essere sepolto dimenticato a tal punto che la scoperta
di Padre Germano ci ha stupito. La chiesa superiore, il "grande e
splendido" Titulus Pammachi, fu trattata con un
disprezzo quasi uguale dal cardinale Camillo
Paolucci e dal suo architetto, Antonio
Canevari, che la “modernizzarono” alla fine del XVII secolo. Lo
spirito dell'epoca che spinse questi uomini del ‘600 a commettere grossolani
errori archeologici ed artistici, non pose limiti alla propria malvagia opera:
per citare un esempio, nel vestibolo di questa Chiesa era posta la tomba di
Luca, cardinale di SS. Giovanni e
Paolo, amico di San Bernardo e legato
al concilio di Clermont. Era composta da un antico sarcofago che poggiava su due
leoni di marmo. Durante la "modernizzazione" del XVII secolo, la cassa fu mutata
in un abbeveratoio e scalpellata per farla entrare nel luogo a cui era
destinata. Se non fosse stato per il fatto che l'iscrizione fu copiata da
Bruzio prima della mutilazione della
cassa, saremmo rimasti completamente all'oscuro del suo legame con l'illustre
amico di San Bernardo. Ma dimentichiamoci di questi tristi episodi ed
entriamo nello splendido ed ampio giardino del convento con i suoi viali da
sogno contornati di lecci, con i suoi boschetti di cipresso e d’alloro, con le
sue lussureggianti vigne, il tutto compreso all'interno del perimetro di un
antico tempio, quello dell'imperatore Claudio. La vista dall'alta balconata sopra al Colosseo, il
Tempio di Venere e Roma e le pendici del Palatino affascina oltre ogni
immaginazione e splendida come un sogno. Non potrebbe essere scelto posto
migliore per lo studio della prossima tipologia di luoghi romani di culto che
comprende i monumenti pagani trasformati in chiese. 3.31 -
V. MONUMENTI PAGANI TRASFORMATI IN CHIESE. 3.32
Ogni edificio pagano adatto per un’assemblea fu, prima o poi, trasformato in
chiesa L’esperienza accumulata in venticinque anni di
attiva esplorazione dell'antica Roma, sia sopra che sotto terra, mi permette di
affermare che ogni edificio pagano atto a fornire riparo ad un'assemblea fu
trasformato, prima o poi, in una chiesa o in una cappella. Edifici più piccoli,
come templi e mausolei, furono adattati al loro nuovo uso, mentre i più grandi,
come le terme, i teatri, i circhi e le caserme, furono occupati solamente in
parte. Lo studioso non deve farsi fuorviare dall'apparenza di rovine che
sembrano sfuggire a questo ruolo; se le sottopone ad una paziente analisi
scoprirà sempre tracce dell'opera dei cristiani. Quante volte ho studiato il
cosiddetto Tempio della Sibilla
a Tivoli senza individuare le ormai
evanescenti tracce delle figure del Salvatore e dei quattro santi, che ora mi
appaiono distintamente visibili nella nicchia della cella. Ancora, quante volte
ho guardato il Tempio di
Nettuno nella Piazza di
Pietra,[37] senza notare una sottile
figura di Cristo in croce in una delle scanalature della quarta colonna sulla
sinistra. Sono convinto che, in un certo periodo, devono esserci state più
chiese che abitazioni a Roma. Chiedo al lettore di camminare sulla Via Sacra dai piedi del Tempio di Claudio, sulle cui rovine continuiamo
a sederci ancora oggi, fino alla sommità del Campidoglio, e di guardare quali cambiamenti il
tempo abbia operato nei dintorni di questo sentiero degli dei. 3.33
Loro esempi vicino e dentro al Colosseo. Il Colosseo, che incontriamo per primo alla nostra
destra, era pieno di chiese. Ce n’era una ai piedi del Colosso del Sole, dove, al tempo delle
persecuzioni di Decio, furono esposti i corpi di due martiri persiani, Abdone e Senneno. Ce n'erano quattro dedicate al
Salvatore (San Salvatore in
Tellure, de
Trasi, de Insula, de rota Colisei),
una sesta a San Giacomo, una settima a
Sant'Agata (ad caput Africae), oltre ad altre cappelle
ed oratori all'interno dello stesso anfiteatro. Procedendo sulla Summa Sacra Via verso l'arco di Tito troviamo una chiesa di San Pietro sorta nelle rovine del vestibolo
del Tempio di Venere (successivamente
nota come Santa Maria
Nova). La tradizione popolare rileva un legame di questa
Chiesa con la caduta di Simone il
mago, così vividamente rappresentata nel dipinto di Francesco Vanni al Vaticano, nelle due cavità
individuabili in uno dei basoli della strada che, si dice, furono fatte dalle
ginocchia dell'apostolo mentre questi implorava Dio di castigare l'impostore. Il
basolo è oggi conservato nella chiesa di Santa
Maria Nova. Prima di essere rimosso dal suo luogo originale, diede
origine ad una curiosa usanza. La gente credeva che l'acqua piovana che si
raccoglieva nelle due cavità fosse un rimedio miracoloso e folle di poveri
disgraziati si radunavano nel luogo all’approssimarsi di un
temporale. Sul lato opposto della strada, possono ancora
essere visti ai piedi del Palatino i resti di una grande Chiesa tra le rovine
delle terme attribuite ad Eliogabalo. Ancora più in alto, sulla piattaforma una
volta occupata dai "Giardini di
Adone" ed ora dalla Vigna
Barberini, possiamo visitare la chiesa di San Sebastiano, anticamente chiamata
di Santa Maria in Palatio o
in Palladio. Non sono in grado di ubicare esattamente un'altra
famosa Chiesa, quella di San Cesareo in
Palatio, la cappella privata che gli Imperatori cristiani
sostituirono al classico Lararium (descritto in “Roma
Antica”, pag.127). Qui erano poste le immagini dei principi bizantini,
mandate da Costantinopoli a Roma, per testimoniare, in un certo senso, i loro
diritti. La loro custodia era affidata ad un gruppo di monaci greci. Il loro
monastero divenne, in un certo momento, molto importante e veniva scelto da
ambasciatori ed inviati dell'est e dal sud Italia come propria residenza durante
il loro soggiorno a Roma.
La basilica di Costantino è un altro esempio di
questa trasformazione. Nibby, che
condusse gli scavi del 1828, vide tracce di pitture religiose nell'abside della
navata destra. Oggi sono difficilmente riconoscibili.
Il Tempio della Sacra Urbs, e l’ heroön di Romolo, figlio di Massenzio,
diventarono un’estensione della Chiesa dei SS.
Cosma e Damiano, durante il pontificato di Felice IV (526-530); il
Tempio di Antonino e Faustina
fu dedicato a S. Lorenzo;
l’arco di Giano Quadrifronte a
S. Dioniso, l’aula del Senato
(Curia) a S. Adriano, gli uffici del Senato a
S. Martino, il Carcere Mamertino
a S. Pietro, il
Tempio della Concordia ai
SS. Sergio e Bacco.
Il cosiddetto Tempio di Romolo
al Foro Romano.
La stessa pratica fu seguita per gli edifici sul
lato opposto della strada. La Vergine Maria fu venerata nel Templum divi Augusti, nel luogo dedicato al
Fondatore dell'Impero divinizzato, e anche nella Basilica Julia, il cui vestibolo nord fu
trasformato nella chiesa di Santa Maria de
Foro.
Infine, l’Aerarium Saturni trasmise la sua
denominazione classica alla chiesa di S.
Salvatore in Aerario.
Nella disegnare
la tavola n° XXIX della mia mappa archeologica di Roma (FORMA URBIS ROMAE)
3.34 - VI. MEMORIALI DI EVENTI STORICI. 3.35 La cappella eretta per commemorare la vittoria di Costantino su Massenzio La prima cappella commemorativa eretta a Roma è forse contemporanea dell'Arco di Costantino e si riferisce allo stesso episodio: la vittoria conquistata dal primo Imperatore cristiano su Massenzio nella piana del Tevere vicino Tor di Quinto.
L'esistenza di questa cappella, chiamata Oratorium Sanctae Crucis ("oratorio della Santa Croce"), è spesso riferita nei primi documenti della Chiesa. Il nome deve essere stato originato da una croce monumentale eretta sul campo di battaglia in memoria della visione di Costantino del "Segno di Cristo", (il monogramma). Durante la processione che aveva luogo nel giorno di San Marco, dalla chiesa di S. Lorenzo in Lucina a San Pietro, passando per la Via Flaminia ed il Ponte Milvio, la prima sosta si faceva presso San Valentino,[40] lla seconda presso la cappella della Santa Croce. Il "Liber Pontificalis," nella vita di Leone III (795-816), parla di una strana cerimonia. Era chiamata "grande litania" e si svolgeva il 23 di aprire, giorno in cui i Romani erano soliti celebrare i Robigalia. La litania cristiana nella cerimonia pagana avevano lo stesso scopo: quello di assicurarsi la benedizione divina sui campi e scongiurare gli effetti pericolosi delle gelate di tarda primavera. I riti erano pressoché gli stessi; quello principale era una processione che usciva da Roma dalla Porta Flaminia, ed attraversava Ponte Milvio verso un santuario suburban0. La fine del pellegrinaggio pagano era un tempio del dio Robigus o della dea Robigo, situato al quinto miglio della Via Claudia; quella del pellegrinaggio cristiano, una croce monumentale vicino alla stessa strada, e successivamente, la basilica di San Pietro. Nel corso degli anni l'oratorio e la croce monumentale persero il loro significato genuino; si pensava segnassero il punto in cui era apparsa la miracolosa visione a Costantino alla vigilia della battaglia. L’ubicazione era comunque sbagliata perché Eusebio, a cui lo stesso imperatore descrisse l'evento, dice che il segno luminoso gli apparve prima dell'inizio delle operazioni militari, il che significa prima che egli attraversasse le Alpi e prendesse possesso di Susa, presso Torino, e di Vercelli. Ma, se l'apparizione celestiale del "segno di Cristo" sul Monte Mario è storicamente senza fondamento, lo stesso non può dirsi per l’oratorio. Verso la fine del XII secolo, era in uno stato di abbandono e probabilmente era stato convertito in una stalla o in un deposito di fieno. L'ultimo archeologo che ne fa menzione è Seroux d'Agincourt. Egli ne descrisse le rovine "sulle pendici della collina di Villa Madama" ed effettuò uno schizzo dei dipinti che erano ancora visibili quà e là sui muri lesionati. Armellini ed io abbiamo esplorato gli splendidi boschi di Villa Madama in tutte le direzioni senza trovare traccia dell'edificio. Probabilmente è andato distrutto durante gli eventi del 1849[41]. 3.36 Quella di Santa Croce a Monte Mario Nel 1470, il nobile casato dei Millini, ai quali il Mons Vaticanus deve l'attuale nome di
Monte Mario (da Mario Millini, figlio di Pietro e nipote
di Saba), durante la costruzione della propria villa sul versante più alto,
eresse una cappella al posto di un’altra che era stata profanata, e la chiamò
Santa Croce a Monte Mario. Era
tenuta in grande venerazione dai Romani, che ne facevano oggetto di
pellegrinaggi durante le pubbliche calamità, come per esempio a causa della
famosa malattia (contagiomoria) al tempo di Papa Alessandro VII.
Ricordo volentieri questa interessante chiesetta,
scomparsa nel 1880. Il suo pavimento, secondo la pratica del tempo, era
intarsiato con iscrizioni provenienti dalle catacombe, intere o in frammenti, 24
delle quali sono ora conservate nella Lipsanotheca (Palazzo del Vicario,
Piazza di S. Agostino). Contengono una curiosa lista di nomi, come Putiolanus (così chiamato dal suo luogo di
nascita, Pozzuoli) o Stercoria, un
nome che sembra essere stato usato da gente devota, come segno di umiltà.
Un’altra iscrizione sopra la porta della sacrestia parlava di un restauro
dell'edificio nel 1696; una terza, composta da Pietro e Mario
Mellini nel 1470, cantava le preghiere della Croce. Il più importante
reperto, comunque, era inciso su una lastra di marmo a sinistra dell'entrata:—
"Questo oratorio fu costruito nell'anno del giubileo,
MCCCL, da Pontius, vescovo di Orvieto e vicario della città di Roma"
L’iscrizione, oltre a provare che il trasferimento
dell'oratorio dal suo luogo originale alla sommità del monte era stata compiuta
prima dell’epoca dei Millini, è l'unica memoria storica del giubileo delle 1350,
che attrasse a Roma enormi moltitudini, a tal punto che si dovettero allestire
campi per i pellegrini sia dentro che fuori le mura. Petrarca e Re
Luigi di Ungheria (a quel tempo di ritorno dalla Apulia) erano
tra i visitatori. Il vescovo Pontius di
Orvieto, Ponzio
Perotti, era anche uno storico. A seguito dell’ assassinio del
suo predecessore, cardinale Annibaldo, tentato da un partigiano di Cola di
Rienzo,.fu incaricato del governo della città Questa cappella, a cui sono legati così tanti interessanti ricordi, che doveva la sua origine ad una delle più grandi battaglie della storia, da cui si godeva di uno dei più bei panorami nel mondo, non esiste più. Fu sacrificata nel 1880 alla necessità di erigere una fortezza sulla collina. Nessun segno è stato lasciato a ricordare la sua posizione.
[1] Nota del Lanciani: Nel volume IX di Spicilegium romanum, pagine. 384-468. [2] Nota del Lanciani: Baldwin Brown: From Schola to Cathedral, p. 1. Edinburgh, Douglas, 1886. [3] Nota del Lanciani: Vedi de Rossi: Bullettino di archeologia cristiana, 1867, p. 46; Corpus Inscriptionum Latinarum, VI, n 1454. — Spalletti: Tavola ospitale trovata in Roma sull' Aventino. Roma, Salomoni, 1777 (p.34). — Lanciani: The Atlantic Monthly, Luglio 1891. — Armellini: Chiese, prima edizione, p. 500. [4] Nota del Lanciani: 2 Timoteo, IV 21. [5] Nota del Lanciani: Gaspare Celio: Memoria dei nomi degli artefici, p. 81. Napoli, Bonino, 1638. [6] Nota del Lanciani: Vedi Duchesne: Liber Pontificalis, vol. I. pp. 132, 133. — De Era: Storia di S. Pudenziana, due manoscritti nella biblioteca di S. Bernardo alle Terme. — Bartolini: Sopra l' antichissimo altare di legno della basilica lateranense. Roma, 1852. — De Rossi: Bullettino di archeologia cristiana, 1867, p. 49; Musaici delle chiese di Roma. — Pellegrini: Scavi nelle terme di Novato, nel Bullettino dell' Instituto, 1870, p. 161. [7] Nota del Lanciani: Vedi Lorenzo Fortunati: Relazione degli scavi e scoperte fatte lungo la via Latina. Roma, 1859. [8] Nota del Lanciani: Baldwin Brown: ubi supra, p. 17. [9] Nota del Lanciani: Dionysii: Vaticanae basilicae cryptarum monumenta, tav. XXVII. — De Rossi: Inscriptiones Christianae urbis Romae, I. p. 56, 350, 411. — Duchesne, Liber Pontificalis, I. CXXII. [10] Nota del Lanciani: Vedi Eugene Müntz: Ricerche intorno ai lavori archeologici di Giacomo Grimaldi. Firenze, 1881. — La migliore opera autografa di Grimaldi dedicata a Paolo V nel 1618, appartiene alla biblioteca Barberini, ed è catalogata XXXIV.50. [11] Nota del Lanciani: L’autore di Le Latran, dans le moyen âge. [13] Nota del Lanciani: S. Pietro Montorioricostruita nel 1472 da Ferdinando IV. ed Isabella di Spagna, su progetto di Baccio Pontelli, sorge sul luogo di una chiesa più antica. [15] Nota del Lanciani: Chiese di Roma, prima edizione, p. 520. [16] Nota del Lanciani: "Collocate e poste una appresso all' altra con diligenza e cura esatta". [17] Nota del Lanciani: Francesco Maria Torrigio: Le sacre grotte vaticane, p. 64. Roma, 1639. [18] Nota del Lanciani: Le liber pontificalis: Texte, introduction et commentaire par l'abbé L. Duchesne. Parigi, Torino, 1886-1892. [19] Nota del Lanciani: Le lettere LINVS potrebbero essere la fine di un nome più lungo , come [ANVL]LINVS o [MARCEL]LINVS. [21] Nota del Lanciani: Vedi Lampridio: Eliogab. 23. [22] Nota del Lanciani: Vedi pag. 345 e seg. (cap VII, par 31). [23] Nota del Lanciani: Liber Pontificalis, Silvestro, XVI. p. 176. [24] Nota del Lanciani: Pietro Mallio dice che provenivano dal Tempio di Apollo a Troia. Questa affermazione, comunque assurda, conferma l’opinione che la tradizione sul Tempio di Salomone è di origine moderna. Sembra che il canopo di Costantino era sostenuto solo da sei colonne, e che le altre sei furono aggiunte al tempo di Gregorio III. [25] Nota del Lanciani: Venuti: Ragionamento sopra la pina di bronzo, etc., in the Codex Vaticanus 9024. — Gayet Lacour: La pigna du Vatican, in Mélanges de l'Ecole française, 1881, p. 312. — Lanciani: Il Pantheon e le terme di Agrippa, in Notizie degli scavi, 1882. — De Rossi: Inscriptiones christianae urbis Romae, vol. II., 428-430. — Gori: Archivio storico artistico, 1881, p. 230. [26] Nota del Lanciani: Numismata summorum pontificum templi vaticani fabricam indicantia, di Philippus Bonanni. Roma, 1696. [27] Nota del Lanciani: Vedi Bullettino di archeologia cristiana, 1867, p. 33, seg. — Idem, 1883, p. 90. [28] Nota del Lanciani: De Rossi: Inscriptiones christianae, II. p. 428-430. — Febeo: De identitate cathedrae S. Petri, Roma, 1666. — Cancellieri: De secretariis, p. 1245. [30] Nota del Lanciani: Ma Sisto V. († 1590) non completò la lanterna che sormonta la cupola, su cui, infatti, la croce dorata fu posizionata il 18 novembre del 1593. [31] Nota del Lanciani: Vincenzo Briccolani: Descrizione della basilica vaticana, ed terza edizione. Roma, 1816. — Pietro Ercole Visconti: Metrologia vaticana. Roma, 1828. [32] Nota del Lanciani: Il baldacchino innalzato, con dubbio gusto, sopra il ciborio di Arnolfo di Cambio, pupillo di Nicolò Pisano (1285 d.C.), poggia su quattro colonne di alabastro orientale, dalle cave di Sannhur, nel distretto di Beni Souef, offerte a Gregorio XVI. da Mohammed Ali, vicere d’Egitto. I piedistalli sono istoriati con malachite, dono dell’Imperatore Nicola di Russia. [33] Nota del Lanciani: Sulla grandezza e disposizione della primitiva basilica ostiense. Roma, 1835. [35] Nota del Lanciani: Acta apost. apocrif. p. 1-39. Lipsia, 1851. [36] Nota del Lanciani: Vedi: Die Grabplatte des h. Paulus: neue Studien über die römischen Apostelgräber, von H. Grisar, S. I. In Römische Quartalschrift, 1892. Heft. I., II. [37] Nota del Lanciani: Vedi capitolo II., pag. 99 (par. 23). [38] Nota del Lanciani: La mia mappa dell’antica Roma (scala 1 : 1000), costatami 25 anni di lavoro, sarà pubblicata in 46 tavole di 0.90 m. x 0.60 m. ognuna. La prima, comprendente i fogli n° III., X., XVII., XXIII., XXX., e XXXVI. (dai giardini di Sallustio al Macellum Magnum sul Celio), sarà pronta nel maggio del 1893. La pianta è disegnata in 5 colori, riferiti rispettivamente alle epoce regia, repubblicana, imperiale, medievale e moderna. [40] Nota del Lanciani: La basilica di S. Valentino, scoperta nel 1886, dalla nostra commisione archeologica, è citata a p. 120 del presente volume. (Cap. VII, par. 13) [14] Nota di Thayer: Fu a causa della costruzione di questa mostruosità che questo stesso Papa sacrificò il magnifico tetto in bronzo dorato del Pantheon, causando la famosa pasquinata, Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini. Lanciani scrive di questo infelice saccheggio (e soprattutto, inutile) The Ruins and Excavations of Ancient Rome (1897). [20] Nota di Thayer: Che le lettere LINVS siano solo la parte terminale di qualche altro nome, e che quindi l’iscrizione non contrassegni la tomba di Lino, è, infatti l’opinione dell’Enciclopedia Cattolica. [29] Nota di Thayer: Nel capitolo 1, Lanciani nota che le incisioni in avorio delle fatiche di Ercole compaiono sulla cattedra di S.Pietro. Guardate attentamente le placche d’avorio inserite nell’opera e riconoscerete Ercole che lotta con il leone Nemeo, prima fila in alto, quinta da sinistra; anche uno scorpione solitario decorativo (o zodiacale), ultima fila in basso, seconda da sinistra. Le incisioni pagane furono riutilizzate per la loro pura bellezza e ricchezza del materiale. [39] Nota di Thayer: Accennata in questa nota a piè di pagina, Lanciani annuncia la pubblicazione della sua famosa Forma Urbis, stupenda mappa della Roma antica e moderna. Verrà pubblicata in un arco di tempo di 8 anni (1893-1901), e rimane insuperata fino ad oggi. E’ stata recentemente pubblicata in copia conforme; una sua idea può essere data dal sito sperimentale Forma Urbis . [12] S.Pietro inVincoli sul colle Oppio [34] Una di queste, sulla riva destra, era chiamata la Via Alzaia, in uso fino agli inizi del XIX secolo. [41] Durante cioè l’assedio di Roma operato dai Francesi guidati dal Generale Oudinot contro la Repubblica Romana. |
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