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Roma Pagana e Cristiana CAPITOLO 1 |
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1.1 L’adozione del Cristianesimo sin dall’inizio non fu confinata solo alle classi povere.
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1.1 L’adozione del Cristianesimo sin dall’inizio non fu confinata solo alle classi povere. Si è sostenuto, e molti ancora lo sostengono, che nell’antica Roma gli insegnamenti di Cristo fecero proseliti solamente nelle classi più povere. Sicuramente è suggestiva l’immagine della nuova fede che cerca di instillare nelle masse di poveri e schiavi la fede, la speranza e la carità; di trasformarle da cose in esseri umani; di fargli credere alla felicità in una vita futura; di alleviarne le presenti sofferenze; di redimere i loro figli dalla vergogna e dalla servitù; di proclamarli uguali ai loro padroni. Il Vangelo, invece, si fece strada anche nelle case dei padroni, addirittura nel palazzo dei Cesari. Le scoperte su questo argomento sono all’inizio e costituiscono un nuovo capitolo nella storia di Roma imperiale. Siamo stati abituati a considerare gli albori della storia cristiana, e le sue primitive forme d'arte, come argomenti di secondaria importanza che difficilmente catturano l’attenzione degli studiosi della storia classica. Così, nessuno dei quattro o cinquecento volumi sulla topografia di Roma antica parla delle basiliche costruite da Costantino, della chiesa di S. Maria Antiqua, costruita a fianco del Tempio di Vesta, testimonianza della coabitazione dei due culti per circa un secolo, al pari dei cimiteri; del mausoleo imperiale vicino S.Pietro, dei portici lunghi diversi chilometri che conducevano dal centro della città a S.Pietro, S.Paolo e S. Lorenzo, del palazzo dei Cesari trasformato nella residenza dei Papi. Perché la costruzione di questi monumenti e questi fatti storici devono essere tenuti fuori dalla lista degli edifici classici? E perché dovremmo trascurare il fatto che molti grandi nomi negli annali dell’impero sono di membri della Chiesa, specialmente quando la conoscenza delle loro conversioni ci ha permesso di spiegare avvenimenti che sono stati, fino alle ultime scoperte, avvolti nel mistero? 1.2 Esempi di nobili Romani che erano cristiani. E’ importante il fatto che la tradizione di alcuni di questi eventi si trovi negli scritti di annalisti e storici pagani e non negli annali ecclesiastici, nei calendari o negli itinerari. Ad esempio, nei documenti ecclesiastici non si parla affatto della conversione delle due Domitille, di Flavio Clemente o di Petronilla, tutti parenti degli imperatori Flavi; né di quella degli Acili Glabrioni, i più nobili tra i nobili, come li chiama Erodiano (2, 3). Le loro storie e le loro morti sono descritte solo dagli storici romani e dai biografi del tempo di Domiziano. Sembra che, nella definizione del calendario ufficiale fatta alla fine delle persecuzioni, sia stata data preferenza ai nomi di quei convertiti e martiri i cui atti erano ancora freschi nella memoria dei contemporanei e quindi poco spazio si diede a quelli del primo e secondo secolo, i cui atti non erano stati tramandati o si erano persi durante le persecuzioni. 1.3 La famiglia degli Acili Glabrioni. Dal momento che la cripta degli Acili Glabrioni sulla Via Salaria è diventata uno dei principali luoghi d’attrazione dalla data della sua riscoperta nel 1888, raccontando questo importante evento inizierò questo volume sotto i migliori auspici [1] . Esplorando quella porzione delle Catacombe di Priscilla che giace sotto il Monte delle Gioie, vicino l’ingresso dalla Via Salaria, de Rossi osservò che il labirinto delle gallerie convergeva verso una cripta più antica a forma della lettera greca G (gamma), e decorata con affreschi. Il desiderio di scoprire il nome e la storia dei primi occupanti di questa nobile tomba, la memoria dei quali sembra essere stata così cara ai fedeli, portò gli esploratori a setacciare con attenzione la terra che riempiva il luogo; i loro sforzi furono ricompensati dalla scoperta di un frammento di sarcofago marmoreo, con la scritta: ACILIO GLABRIONI FILIO.
Ma il frammento apparteneva effettivamente alla cripta G, o vi era stato gettato per caso? E, se apparteneva alla cripta, era un reperto isolato o apparteneva ad un gruppo di tombe degli Acili Glabrioni? Alle domande si rispose ampiamente con le successive scoperte; quattro iscrizioni con i nomi di Manio Acilio. . . di sua moglie Priscilla, di Acilio Rufino, di Acilio Quintiano, e di Claudio Acilio Valerio furono trovate tra i detriti, cosicché non ci fu più dubbio sulla proprietà della cripta e della cappella che si apre al termine del lato lungo della gamma. I Mani Acili Glabrioni furono celebri nel VI secolo dalla fondazione Roma, quando Acilio Glabrione, console nel 563 (191 a.C.), conquistò la Macedonia con la battaglia delle Termopili. A Roma abbiamo due testimonianze della sua carriera: il Tempio della Pietà, fatto da lui costruire sul lato occidentale del Foro Olitorio, ora trasformato nella chiesa di S. Nicola in Carcere; ed il piedistallo di una statua equestre in bronzo dorato - primo esempio in Italia - dedicatagli dal figlio, che fu scoperta dal Valadier nel 1808 ai piedi della scalinata del tempio e sotterrato nuovamente. Verso la fine della Repubblica, sappiamo che abitarono sulla collina del Pincio, dove avevano costruito un palazzo con giardini che si estendevano dal convento di Trinità dei Monti fino a Villa Borghese [2]. La famiglia aveva raggiunto onore, splendore, ricchezza così rapidamente che Pertinace, nella memorabile seduta del Senato in cui fu eletto Imperatore, li proclamò la stirpe più nobile al mondo. Il Glabrione più famoso nella storia del primo secolo è Manio Acilio, che fu console con Traiano nel 91 d.C. . Fu messo a morte da Domiziano nel 95, come riferito da Suetonio (Domit. 10): "Fece giustiziare diversi senatori ed ex consoli con l’accusa di cospirazione contro l’Impero, — quasi molitores rerum novarum, — tra loro Civica Cereale, governatore dell’Asia, Salvidieno Orfito, e Acilio Glabrione, che erano stati precedentemente banditi da Roma" L’espressione molitores rerum novarum ha un significato politico nel caso di Cereale e Orfito, entrambi convinti pagani, ed uno sia religioso che politico nel caso di Glabrione, un convertito alla fede cristiana, chiamata nova superstitio da Suetonio e Tacito. Altri particolari sul destino di Glabrione ci sono forniti da Dione Cassio, Giovenale e Frontone. Questi autori dicono che durante il suo consolato, nel 91 d.C., e prima del suo esilio, fu costretto a combattere contro un leone e due orsi nell’anfiteatro annesso alla villa dell’Imperatore ad Albano. L’episodio fece una tale impressione a Roma, e la sua memoria durò così a lungo, che, ancora un secolo dopo, lo troviamo come argomento assegnato per una composizione retorica da Frontone al suo allievo Marco Aurelio. L’anfiteatro ancora esiste e fu scavato nel 1887. Come quello al Tusculum (sopra l’odierna Frascati), è in parte scavato nel fianco roccioso di una montagna, in parte costruito in pietra ed in calcestruzzo. Merita sicuramente una visita da parte dello studioso o del turista, sia per la sua memoria storica che per la stupenda vista che si gode dalle rovine verso i pendii, coperti di vitigni, di Albano e di Castel Savello, verso le pianure boscose di Ardea e Lavinio, la costa tirrenica e le isole di Ponza e Ventotene. 1.5 Messo a morte a causa del suo credo. Sifilino dice che, nell’anno 95, alcuni membri della famiglia imperiale furono condannati da Domiziano con l’accusa di ateismo, insieme con altri personaggi di spicco che avevano abbracciato “i costumi ed il credo degli Ebrei” cioè la fede cristiana. Manio Acilio Glabrione, l’ex console, fu implicato nello stesso processo, e condannato con la stessa imputazione degli altri. Tra questi gli storici fanno menzione di Clemente e Domitilla, che erano apertamente cristiani. Un particolare della vicenda, tramandato da Giovenale, conferma il racconto di Sifilino. Giovenale dice che, per mitigare l’ira dell’Imperatore ed evitare una catastrofe, Acilio Glabrione, dopo aver combattuto con le bestie feroci ad Albano, assunse un atteggiamento inebetito . In questa stupidità autoindotta è facile riconoscere il pregiudizio comune tra i pagani agli occhi dei quali la rinuncia dei cristiani alle gioie della vita, il loro disprezzo dei pubblici onori, ed il loro comportamento dimesso, appariva come “contemptissima inertia”, la più spregevole inedia. Questa è la frase esatta usata da Suetonio parlando di Flavio Clemente che fu assassinato da Domiziano “ex tenuissima suspicione” sulla base di un vaghissimo sospetto sul suo credo. Glabrione fu messo a morte nel suo luogo di esilio, il cui nome è ignoto. La sua fine, senza dubbio, aiutò la diffusione del Vangelo tra i suoi parenti e discendenti, ma anche tra i servi ed i liberti della sua casa, come dimostrano i nobili sarcofagi e gli umili loculi trovati in quantità nella cripta delle catacombe di Priscilla. Il piccolo oratorio nella parte sud della cripta, sembra essere stato consacrato esclusivamente alla memoria del suo primo occupante, l’ex console. La data e le circostanze della traslazione dei resti dal luogo dell’esilio a Roma sono ignoti.
1.6 Descrizione della sua tomba, scoperta di recente. Sia la cappella che la cripta furono trovate in uno stato di devastazione incredibile, come se i profanatori avessero provato estremo piacere nel soddisfare i loro istinti vandalici. Ogni sarcofago era stato rotto in centinaia di pezzi, i mosaici dei muri e del soffitto erano stati staccati dalle loro sedi, tessera per tessera, le decorazioni marmoree strappate via, l’altare smantellato, le ossa sparpagliate. Quando avvenne questa completa distruzione? In tempi molto più vicini al presente di quanto il lettore possa immaginare. Ho potuto accertare la data, con l’aiuto di un aneddoto raccontato da Pietro Sante Bartoli a pag.144 delle sue memorie archeologiche:
"Scavi furono effettuati sotto Innocenzo X (1634-1655), e Clemente IX (1667-1670), nel Monte delle Gioie, sulla Via Salaria, con la speranza di trovare alcuni tesori nascosti. La speranza fu vana; ma, scavando nel fondo della collinetta, furono trovate alcune cripte decorate con stucco bianco ed in perfetto stato di conservazione. Ho sentito da persone degne di fiducia che il luogo è infestato dagli spiriti, e la cosa è provata da ciò che accadde loro non molti mesi fa. Mentre si trovavano sul Monte delle Gioie per un pic nic, ci si trovò a parlare dei fantasmi che infestavano la cripta sottostante, quando, improvvisamente, la carrozza che li aveva portati lì, spinta da mani invisibili, iniziò a rotolare per il pendio della collina, precipitando infine nel fiume Aniene ai suoi piedi. Si dovettero usare molti buoi per tirar fuori il veicolo dall’acqua. La cosa capitò a Tabarrino, macellaio a S. Eustachio, e a suo fratello di Via Due Macelli, i cui volti ancora portano i segni del grande terrore provato quel giorno”.
Non c’è dubbio che l’aneddoto si riferisca alla tomba degli Acili Glabrioni, che è scavata sotto il Monte delle Gioie ed è l’unica, tra quelle presenti nelle Catacombe di Priscilla, ad avere un rivestimento in stucco bianco degno di rilievo. La sua distruzione, quindi, ebbe luogo sotto Clemente IX, e fu opera dei cacciatori di tesori. Proprio la natura di scavo clandestino, compiuto da persone reiette, ignoranti e di dubbia reputazione, spiega perché non si fece menzione della scoperta tra gli archeologi del tempo, così il piacere della riscoperta del secreto degli Acili Glabrioni è stato integralmente riservato a noi.
In ogni modo questi non sono gli unici patrizi famosi i cui nomi sono tornati alla luce dalle viscere delle catacombe. Tacito (Annales. XIII 32) ci racconta che Pomponia Grecina, moglie di Plauzio, il conquistatore della Britannia, fu accusata di “superstizione straniera”, provata dal marito, e assolta. Queste parole confermano la congettura che Pomponia Graecina fosse cristiana, e recenti scoperte tolgono ogni dubbio. Un’iscrizione con il nome POMPONIOS GRHKEINOS è stata scoperta nel cimitero di Callisto, insieme con altri reperti riguardanti i Pomponi Attici e i Bassi. Alcuni studiosi sostengono che Grecina, la moglie del conquistatore della Britannia, non sia altri che Lucina, la matrona cristiana che seppellì il fratello nella sua proprietà al secondo miglio dell’Appia antica. Altra evidenza alle conquiste fatte dal Vangelo tra i Patrizi, è data dalla scoperta di un’iscrizione fatta nel marzo del 1866 nelle Catacombe di Pretestato, vicino al monumento di Quirino martire. E’ un monumento commemorativo eretto da Postumio Quieto, console nel 272 d.C., in memoria della moglie defunta. Fu qui trovato anche il nome di Urania, figlia di Erode Attico, avuta dalla seconda moglie Vibullia Alcia, [3] mentre dall’altra parte della strada, vicino S. Sebastiano, è stato trovato un mausoleo sul cui architrave è inciso il nome URANIOR [UM ]. Nel capitolo VII parlerò dei molti parenti cristiani degli imperatori Vespasiano e Domiziano. Eusebio, parlando di questi Flavi, ed in particolare della giovane Domitilla, nipote di Domiziano, fa riferimento allo storico Bruzzio. Si riferisce sicuramente a Bruzzio Presente, l’illustre amico di Plinio il Giovane nonno di Crispina, l’imperatrice moglie di Commodo. Se, quindi, la storia del martirio di Domitilla è stata scritta dal nonno di Bruzzia Crispina, l’imperatrice, è probabile che le due famiglie fossero unite non solo dalla vicinanza delle loro ville e tombe e dall’amicizia, ma soprattutto dalla comune religione. Posso citare anche i nomi di molti Corneli, Cecili ed Emili, il fiore della nobiltà romana, trovati vicino alle tombe di S. Cecilia e di Papa Cornelio; di Liberale, un console suffectus [4] ma anche un martire, i cui resti furono seppelliti sulla Via Salaria; di Gallia Clementina, parente di Gallio Basso, console nel 230 d.C., per non parlare di personaggi di rango equestre, i cui nomi sono stati raccolti a centinaia.
1.8 Come fu possibile per uomini che occupavano cariche pubbliche servire sia Cristo che Cesare? Può sorgere un dubbio nella mente del lettore: come fu possibile per quei magistrati, generali, consoli, senatori e governatori svolgere i propri doveri senza incappare nell’accusa di idolatria? Nel capitolo XXXVII dell’Apologia, Tertulliano dice: "Siamo appena nati, ma già occupiamo ogni posto che vi appartiene, città, isole, avamposti; riempiamo le vostre assemblee, accampamenti, tribù e decurie, il palazzo imperiale, il Senato, il Foro, vi lasciamo solo i vostri templi". Ma è proprio questo il problema: come hanno potuto occupare questi spazi relegando i pagani nei templi?
1.9 La costante liberalità degli Imperatori verso la nuova religione. Innanzitutto, gli Imperatori romani hanno sempre lasciato estrema libertà alla nuova religione; alcuni di loro, mossi da una sorta di sincretismo religioso, hanno persino pensato di allearcisi proclamandola religione ufficiale dell’Impero e ponendo Cristo e Giove sui gradini dello stesso altare. Il primo tentativo di tal fatta è attribuito a Tiberio, si dice che abbia mandato un messaggio al Senato chiedendo di inserire Cristo tra gli dei, sulla base del rapporto ufficiale scritto da Ponzio Pilato sulla passione e morte di Cristo. Malala dice che Nerone fece oneste indagini sulla nuova religione, e che, all’inizio, si mostrò piuttosto favorevole ad essa; un fatto non del tutto improbabile, se prendiamo in considerazioni le circostanze dell’appello di Paolo, la sua assoluzione e i suoi rapporti con Seneca e con i convertiti de domo Caesaris, "della casa di Cesare". Lampridio, parlando dei sentimenti religiosi di Alessandro Severo, dice:   "Era determinato ad innalzare un tempio a Cristo e lo mise nella lista degli dei, un progetto, questo, attribuito anche ad Adriano. Non c’è dubbio che Adriano fece erigere templi in ogni città ad un dio sconosciuto e, poiché non si è trovata alcuna statua, li chiamiamo ancora templi di Adriano. Si dice che li avesse fatti costruire per il Cristo, ma di essere stato distolto dal proposito dalla considerazione che i templi dei vecchi dei sarebbero rimasti deserti e che l’intera popolazione sarebbe diventata cristiana,“ omnes Christianos futuros " .[5]
La libertà goduta dalla Chiesa sotto Caracalla è testimoniata dai graffiti della Domus Gelotiana, descritti nel mio “Roma antica” [6]. Quello che rappresenta la crocifissione, riprodotto a pag. 122 del mio volume, basta da solo a testimoniare la diffusione della fede nel palazzo imperiale. Il nome di Alexamenos, "il fedele" , viene ripetuto tre volte. C’è anche un nome, LIBANUS, sotto cui un’altra mano ha scritto EPISCOPUS e, ancora più in basso, LIBANUS EPI[SCOPUS]. E’ molto probabilmente uno scherzo su Libano, un paggio cristiano al pari di Alexamenos, che i suoi compagni di fede avevano chiamato “il vescovo”. E’ vero che quel titolo non è necessariamente cristiano, essendo stato usato spesso per denotare una carica municipale[7]; ma difficilmente può essere usato in quel senso in un’assemblea di giovani, come quella della Domus Gelotiana; la connessione tra i graffiti di Libano e quelli di Alexamenos sembra evidente. Leggendo questi graffiti, non particolarmente rovinati dall’esposizione all’umidità e dalle mani di turisti senza scrupoli, siamo direttamente testimoni di liti domestiche tra gli abitanti pagani e cristiani del palazzo imperiale, durante una delle quali Caracalla, quando era ragazzo, vide un suo compagno di giochi accusato e punito a causa delle sue origini cristiane e del suo credo. Settimio Severo e Caracalla emanarono un regolamento [8] che apriva agli Ebrei la strada alle più alte cariche, rendendo facoltativa per loro la celebrazione di cerimonie che fossero in contrasto con il loro credo. Quello che fu garantito agli Ebrei con una legge imperiale, può essere stato permesso anche ai Cristiani per benevolenza personale degli Imperatori.
Quando Eliogabalo raccolse, o cercò di raccogliere, nella sua cappella privata gli dei e le reliquie più sacre dell’universo, non dimenticò Cristo e la sua dottrina [9]. Alessandro Severo, il migliore dei Sovrani romani, diede piena libertà alla Chiesa ed una volta, quando i Cristiani avevano preso possesso di un luogo pubblico su cui i popinarii, o proprietari di taverne, accampavano diritti, Alessandro decise per lo status quo, dicendo che era preferibile che il luogo servisse per un culto divino piuttosto che per la vendita di vino [10]. Non ci può essere alcun dubbio che l’Imperatore Filippo l’arabo (Marco Giulio Filippo, 244 d.C.), sua moglie Otacilia Severa e suo figlio Filippo il Giovane, fossero cristiani ed amici di S.Ippolito.
1.10 Tuttavia si evitava di professarla apertamente. Tuttavia, nonostante questi periodi di pace e libertà per la Chiesa, non possiamo ignorare che la scelta di fare carriera fosse estremamente difficile per un nobile cristiano. Per cui veniamo a conoscenza di battesimi rimandati all’età matura od alla vecchiaia e persino atti di consapevole apostasia derivante da matrimoni misti. Il tentennamento tra i pubblici onori e l’ascetismo cristiano è dimostrato da alcuni episodi nella vita di Licenzio, un discepolo di S.Agostino. Licenzio era il figlio di Romaniano, un amico e conterraneo di Agostino; quando quest’ultimo si ritirò nella villa di Verecondo, dopo la sua conversione avvenuta nell’anno 386, Licenzio, che aveva seguito i suoi corsi di retorica a Milano, lo seguì nel suo ritiro spirituale. Figura come uno degli oratori nelle dispute accademiche che ebbero luogo nella villa [11]. Nel 396, Licenzio, che aveva seguito il suo maestro in Africa, sedotto dalla prospettiva di una brillante carriera, decise di stabilirsi a Roma. Agostino, profondamente dispiaciuto di perdere il suo amato pupillo, gli scrisse per invitarlo a tornare, supplicando di voltare le spalle alle vuote promesse del mondo. L’appello non sortì alcun effetto, come non lo sortirono le epistole, scritte in prosa ed in versi, a lui indirizzate per lo stesso scopo da Paolino di Nola. Licenzio, dopo aver terminato gli studi di filosofia, poco portato per essere un catecumeno e comunque assolutamente indeciso ad esserlo, scelse la carriera pubblica. Paolino di Nola lo descrive mentre concorre non solo al Consolato ma anche al Pontificato pagano, rimproverandolo e provando compassione per il suo comportamento. A parte questo, non abbiamo notizie storiche di Licenzio, ma una scoperta fatta a S. Lorenzo fuori le Mura nel dicembre del 1862, ci racconta la fine della storia. Si trovò un sarcofago marmoreo contenente il suo corpo ed un epitaffio. Vi si legge che Licenzio morì a Roma nel 406, dopo aver esaudito i suoi desideri: un posto al Senato; si legge anche che morì cristiano e che fu sepolto vicino alla tomba di S. Lorenzo. Questo sarcofago, difficilmente notato dai visitatori nonostante il suo grande significato storico, si conserva oggi nel vestibolo dei Musei Capitolini.
1.11 Matrimoni tra Cristiani e Pagani. Riguardo ai matrimoni misti, una scoperta fatta nel 1877 vicino Porta del Popolo, ha rivelato una situazione curiosa. Dopo aver demolito una delle torri che Sisto IV aveva fatto costruire accanto alla porta, abbiamo trovato un frammento di un’iscrizione del secondo secolo con queste strane ed enigmatiche parole: "Se qualcuno oserà arrecar danno a questa struttura, o comunque disturbare la pace di chi vi è sepolto a causa del fatto che lei, mia figlia è stata [o è sembrata essere] una pagana tra i pagani, ed una cristiana tra i cristiani . . ." Segue quindi l’elenco delle pene in cui sarebbe incappato il profanatore del sepolcro. All’inizio si era pensato che la frase quod inter fedeles fidelis fuit, inter alienos pagana fuit fosse stata dettata dal padre come un indizio scherzoso dell’inconsistenza della religiosità della figlia, ma una simile spiegazione difficilmente può essere accettata.
1.12 L’Apostasia che ne derivava. Un passaggio di Tertulliano relativo ai matrimoni misti ci porta alla corretta comprensione dell’epitaffio. Nel secondo libro Ad Uxorem, Tertulliano descrive lo stato di abituale apostasia al quale le ragazze cristiane che sposavano dei gentili venivano costantemente esposte o al quale si sottomettevano esse stesse. Parla dei rischi di tradire la propria coscienza che correvano accompagnando i propri mariti a cerimonie pubbliche o civili, condannando atti di idolatria compiuti per il semplice fatto di essere presenti. Nel libro De Corona, conclude la sua tesi con le parole: "Questi sono i motivi per i quali non sposiamo gli infedeli, perché tali matrimoni ci portano all’idolatria ed alla superstizione". La ragazza seppellita sulla Via Flaminia, presso la moderna Porta del Popolo, deve essere nata da madre cristiana e padre pagano; tuttavia, per il rispetto che gli antichi avevano per le tombe, sembra difficile che egli abbia permesso di scrivere parole così particolari su quella della propria figlia. Non dobbiamo credere, comunque, che i Cristiani ed i Gentili vivessero tra loro sempre con la mano al pugnale. Gli Italiani, ed i Romani in particolare, sono famosi per la loro tolleranza in fatto di religione che a volte degenera in apatia ed indifferenza. Sia che lo si voglia considerare un segno di debolezza o di buon senso, le contese religiose non sono da noi mai state tollerate. In nessuna parte del mondo gli Ebrei hanno goduto di maggiore libertà e tolleranza se non nel Ghetto di Roma. Gli stessi sentimenti esistevano nella Roma imperiale, eccezion fatta per scoppi di odio, fomentati da persecutori statali.
1.13 Una curiosa scoperta che illustra l’inclinazione della famiglia di Seneca verso la Cristianità.
Nel gennaio del 1867 è stata scoperta ad Ostia un’iscrizione su una tomba della Via Severiana, di cui riproduco una copia accurata. La tomba e l’iscrizione sono decisamente pagane, come dimostra l’invocazione agli dei degli inferi, Diis Manibus. Stando così le cose, come possiamo spiegare la presenza dei nomi di Pietro e Paolo che, presi separatamente danno una grande probabilità, ma considerati insieme, assoluta certezza, di essere stati citati in riferimento ai due Apostoli? Una cosa può aiutarci a spiegare il fatto: la preferenza mostrata per il nome di Paolo rispetto a Pietro; il primo sembra portato sia dal padre che dal figlio, il secondo sembra solo un secondo nome dato al figlio. Questo fatto non è senza importanza, se colleghiamo il fatto che i due uomini che dimostravano un tale legame con il nome di Paolo, appartenevano alla famiglia di Anneo Seneca, il filosofo, la cui amicizia con l’Apostolo è resa nota da una tradizione in essere almeno dall’inizio del quarto secolo. La tradizione ha un fondo di verità. L’Apostolo fu processato ed accusato a Corinto dal Proconsole Marco Anneo Gallio, fratello di Seneca; a Roma fu consegnato ad Afranio Burro, Prefetto del Pretorio ed intimo amico di Seneca. Sappiamo anche che la presenza del prigioniero e della sua meravigliosa eloquenza nel diffondere la nuova fede, creò una profonda impressione tra i membri del Pretorio e della Corte imperiale. Il suo caso deve essere stato approfondito dallo stesso filosofo, a quel tempo Console “suffectus”. La modesta lapide scoperta accidentalmente tra le rovine di Ostia, ci da evidenza del legame di venerazione e stima stabilito, a seguito di questi eventi, tra gli Annei ed i fondatori della Chiesa a Roma.
La somiglianza con il nome degli Annei mi fa venire in mente un’altra importante scoperta connessa con la stessa città di Ostia e con lo stesso argomento. Ad Ostia, nella metà del secondo secolo, viveva un produttore di ceramiche e terrecotte di nome Annius Ser......, le cui lampade venivano esportate in molte province dell’Impero. Queste lampade sono generalmente decorate con l’immagine del Buon Pastore, ma mostrano anche tipi decisamente pagani come le fatiche di Ercole, Diana cacciatrice, etc. Si è supposto che Annius Ser… si fosse convertito al Vangelo e che l’adozione della simbolica figura del Redentore sulle sue lampade fosse il risultato del suo cambio di religione; ma per spiegare la cosa non è necessario accettare questa teoria. Io credo che fosse pagano e che le lampade con il Buon Pastore fossero prodotte su commessa e sulla base di un disegno commissionatogli da un membro della congregazione locale . 1.14 I Cristiani nell’esercito. Un’altra questione riguardo al comportamento dei primi Cristiani si riferisce al loro servizio militare prestato sotto le aquile imperiali ed ai casi di coscienza da esso generati . Per questo mi riferirò ai lavori di Mamachi, Lami, Baumgarten, Le Blant, e de Rossi[12], che hanno approfondito il discorso. Dal punto di vista dell’evidenza materiale, devo registrare molte scoperte comprovanti che gli ufficiali ed i soldati delle cohortes praetoriae e urbanae potevano servire con pari lealtà il proprio Dio ed il proprio Sovrano. Nel novembre del 1885, sono stato presente alla scoperta di un sarcofago marmoreo nel cimitero militare di Via Salaria, di fronte al cancello di Villa Albani.
Riportava due iscrizioni, una sul coperchio, l’altra sul fianco. La prima è di difficile interpretazione[13]; la seconda fa il nome di una fanciulla, Publia Elia Proba, che era la figlia del capitano del nono battaglione dei Pretoriani, e di una donna di nome Clodia Plauzia. Erano tutte cristiane ma, per una ragione ignota, evitarono di mostrare il loro credo e vennero seppellite tra i Gentili. Un’altra tomba militare cristiana isolata, costruita da un capitano del sesto battaglione di nome Claudio Ingenuo, è stata trovata nel 1868 a Vigna Grandi, vicino S. Sebastiano. Anche qui troviamo la volontà di evitare un’aperta professione di fede. Un cimitero regolare di pretoriani cristiani, fu trovato nella primavera dello stesso anno dal marchese Francesco Patrizi nella sua villa adiacente al campo pretoriano. Non è grande né interessante e sembra provare che il Vangelo deve aver fatto ben pochi proseliti nelle caserme imperiali. 1.15 La natura graduale della trasformazione di Roma. Non dobbiamo credere che la trasformazione di Roma da città pagana in cristiana sia stato un evento improvviso ed inatteso che prese il mondo di sorpresa. Fu il naturale risultato del lavoro di tre secoli, portato a maturazione da Costantino come inevitabile reazione alla violenza del dominio di Diocleziano. Non fu una rivoluzione o una conversione nel significato letterale di questi termini; fu il riconoscimento ufficiale di uno stato delle cose che aveva da tempo cessato di essere un segreto. La superiorità morale delle nuove dottrine sulle vecchie religioni era così evidente, così schiacciante, che il risultato della battaglia aveva un esito scontato sin dai tempi dei primi apologeti. La rivoluzione fu estremamente indolore, la trasformazione quasi impercettibile. Non si fece ricorso alla violenza e fu adottata la tolleranza e la mutua benevolenza tipica della razza italiana come politica fondamentale nei rapporti tra Stato e Chiesa. La trasformazione può essere seguita passo dopo passo sia nei suoi aspetti morali che materiali. 1.16 Il significato dell’iscrizione dell’Arco di Costantino. Non c’è rovina dell’antica Roma che non porti i segni del grande cambiamento. Molte istituzioni e costumi ancora in essere ai nostri giorni sono di origine classica, e furono adottati, o tollerati, perché non erano in contrasto con i principi cristiani. Per cominciare con gli aspetti materiali della questione, il primo monumento a cui mi devo riferire è l’Arco di Costantino, eretto nel 315 d.C. ai piedi del Palatino nel punto in cui la Via Triumphalis si diparte dalla Via Sacra.
L’importanza di questo arco, dal punto di vista degli argomenti trattati nel paragrafo, non sta nei suoi pannelli e medaglioni scolpiti, — spoglie prese a caso da strutture precedenti, cosa per cui ha conquistato il soprannome di “cornacchia di Esopo”), — ma sull’iscrizione scolpita su entrambi i lati dell’attico. "Il S. P. Q. R. ha dedicato quest’arco trionfale a Costantino perché, instinctu divinitatis (per volere della Divinità)e per la propria virtù , etc., ha liberato il Paese dal tiranno [Massenzio] e dalla sua fazione". Prevalse a lungo tra gli archeologi l’opinione che l’espressione instinctu divinitatis non fosse originale ma aggiunta dopo la conversione di Costantino. Il Cardinal Mai pensava che la formula originale fosse deis faventibus, "grazie all’aiuto degli dei" mentre Henzen suggeriva nutu Iovis optimi maximi, "per volontà di Giove." Cavedoni fu il primo ad affermare che l’iscrizione non è stata mai modificata, e che le due importantissime parole — le prime che nominano il nome del vero Dio in seno alla Roma imperiale— appartenevano al testo originale, sancito dal Senato. La controversia fu risolta nel 1863, quando fu permesso dal Papa a Napoleone III di fare un calco in gesso dell’arco. Con l’ausilio delle impalcature, gli studiosi del tempo esaminarono l’iscrizione, la forma di ogni lettera, i buchi dei bulloni con cui erano fissate le lettere di bronzo dorato, i giunti dei blocchi di marmo, il colore e la qualità del marmo, e decisero all’unanimità che l’iscrizione non era stata mai manomessa. L’arco fu costruito nel 315 d.C. . In quella data, Costantino già professava la sua fede apertamente? Le opinioni sono contrastanti. Alcuni pensano che debba aver aspettato fino alla sconfitta di Licinio nel 323; altri propongono l’anno 311 come la data più probabile per la sua professione di fede. I sostenitori della prima teoria portano a sostegno della propria tesi il fatto che simboli pagani e le immagini di dei appaiono sulle monete coniate da Costantino e dai suoi figli; questo fatto può pero essere spiegato se si considera che il conio del bronzo era un privilegio del Senato e che il Senato era in grande maggioranza pagano. Molti degli atti e delle lettere ufficiali di Costantino sono a favore di una precoce dichiarazione di fede. Quando i Donatisti si appellarono a lui contro il verdetto del concilio di Arles e Roma, egli scrisse ai Vescovi: Meum judicium postulant, qui ipse judicium Christi expecto ("Loro si appellano a me, quando io stesso devo essere giudicato da Cristo"). Il verdetto del concilio di Roma contro i settari fu emanato il due ottobre del 313 d.C., nel "palazzo di Fausta al Laterano". Il palazzo imperiale del Laterano, perciò, era già stato consegnato al Vescovo di Roma ed una parte di esso era stata tramutata in luogo di culto. La basilica del Laterano conserva ancora il titolo di "Madre e guida di tutte le Chiese di Roma e del mondo" superando quelle di S.Pietro e di S.Paolo in antichità. Visto che questo era lo stato delle cose quando l’arco fu eretto, nulla ci impedisce di credere che le due parole siano originali e che testimonino le relazioni allora in essere tra il primo Imperatore cristiano ed il Senato pagano. Ad ogni modo, nulla è meno compromettente di queste due parole perché i titoli di Deus summus, Deus altissimus, magnus, aeternus, si trovano costantemente sui monumenti riferibili al culto di Atti e Mitra. “Queste parole”, conclude de Rossi, "più che rappresentare una professione di cristianità scolpita sull’arco in un momento successivo sono semplicemente un 'moyen terme', un compromesso, tra i sentimenti del Senato e quelli dell’Imperatore”. [14] Molti fatti riferiti da documenti dell’epoca provano che il cambio di religione fu, all’inizio, una questione personale dell’Imperatore e non un affare di Stato; l’Imperatore era un cristiano, ma le vecchie regole dell’Impero non dovevano essere toccate dalla sua scelta personale. Nel trattare argomenti pagani mostrava un tale tatto ed imparzialità da far nascere dubbi sulla reale natura della sua conversione. Fu accusato di aver accettato dal popolo di Hispellum (Spello, in Umbria) l’onore di un tempio, e dagli abitanti dell’Africa romana il sacerdozio per il culto della propria “Gens” (sacerdotium Flaviae gentis). E’ lo stesso Costantino a discolparsi nel messaggio di ringraziamento indirizzato agli abitanti di Spello: "Siamo lusingati e grati della vostra volontà di erigere un tempio in onore della nostra famiglia e di noi stessi; lo accettiamo, a patto che non lo contaminiate con pratiche superstiziose". L’onore di un tempio e di un sacerdozio, quindi, fu offerto ed accettato con un significato politico, come prova di lealtà e come un’occasione di pubbliche celebrazioni sia augurali che di ricorrenza. 1.17 La predisposizione della Chiesa a far proprie tradizioni ed addirittura miti pagani. Accettando usi e costumi che non erano lesivi dei propri principi e della propria morale, la Chiesa mostrò in ugual misura tatto e lungimiranza, contribuendo al compimento pacifico della trasformazione. Questi usi e costumi, tramandati dai tempi classici, erano diffusi a Roma più che in ogni altro luogo. Giovanni Marangoni, uno studioso dell’ultimo secolo, scrisse un libro sull’argomento pieno di informazioni utili [15] . L’argomento è trattato così a fondo e, in un certo senso, così dominato, che devo accontentarmi di citare solo alcuni particolari connessi con le recenti scoperte.
1.18 La curiosa commistione di concezioni pagane e cristiane che ne derivò. Innanzitutto, parlerò delle immagini simboliche consentite nelle chiese e nei cimiteri: sono state trovati quattro dipinti, due rilievi su sarcofagi ed un’incisione su una gemma di Orfeo che suona la lira mentre bada alle sue greggi, come sostituto del Buon Pastore. Qui riportiamo l’ultima rappresentazione scoperta nelle Catacombe di Priscilla (1888).
La credenza che le Sibille avevano profetizzato
l’avvento di Cristo rese le loro immagini popolari. La chiesa dell’Aracoeli è in stretta relazione con loro
perché la tradizione fa risalire le origini del suo nome ad un altare— ARA PRIMOGENITI
DEI — elevato per il Figlio di
Dio dall’imperatore Augusto che era stato messo a conoscenza del suo avvento dai
libri Sibillini.
La chiesa dell'Aracoeli sul
Campidoglio.
(Foto L.T.
2003)
Per questo motivo le figure di Augusto e della
Sibilla Tiberina sono dipinte sui due lati dell’arco sopra l’altare principale.
Attualmente hanno il posto d’onore in questa chiesa; anticamente, quando nel
periodo natalizio veniva allestito il presepe nella seconda cappella di
sinistra, la prima fila era occupata dalla Sibilla che indicava ad Augusto la
Vergine con il Bambino che era apparsa nel cielo in un alone luminoso. Le due
statuine, scolpite in legno, sono oggi scomparse; furono date via o vendute
quando una nuova fornitura di statuine fu offerta al presepe dal principe
Torlonia. Profeti e Sibille compaiono anche nei monumenti rinascimentali; furono
scolpite da della Porta nella Santa Casa a Loreto, dipinte da
Michelangelo nella Cappella Sistina, da Raffaello a S.
Maria della Pace, da Pinturicchio negli appartamenti dei
Borgia, incise da Baccio Baldini, un contemporaneo di Sandro
Botticelli, e "graffite" da Matteo di Giovanni nella pavimentazione
del Duomo di Siena.
Le quattro stagioni, dal palazzo
imperiale ad Ostia Le immagini delle quattro stagioni non sono rare
sui sarcofagi cristiani. L’ultimo esempio di questo tipo di soggetto può essere
trovato nella Chiesa di S. Paolo alle Tre
Fontane. Quattro medaglioni di mosaico policromo rappresentanti
Hiems, Ver, Aestas, e Autumnus, scoperti nel cosiddetto palazzo
imperiale ad Ostia, furono inserite nella pavimentazione di questa chiesa per
ordine di Pio IX. Galeno e Ippocrate intenti a preparare medicine e
composti, furono dipinti nella basilica inferiore ad Anagni, Ermete Trismegisto
fu rappresentato nel mosaico del Duomo di Siena, le fatiche di Ercole scolpite
in avorio nella cattedra di S.Pietro. Montfaucon descrive la tomba del poeta
Sannazzaro nella chiesa degli Olivetani a Napoli, ornata con le statue di Apollo
e Minerva e con gruppi di satiri. Nel diciottesimo secolo le Autorità
ecclesiastiche provarono a dare un aspetto meno profano alla composizione,
incidendo il nome di David sotto l’Apollo e di Giuditta sotto la Minerva.
Un’altra commistione di pagano e cristiano può essere trovata nei nomi di alcune
chiese romane, — come S. Maria sopra
Minerva, S. Stefano del
Cacco (Kynokephalos), S. Lorenzo in
Matuta, S. Salvatore in
Tellure, tutti segni cospicui della storia della trasformazione di
Roma.
Farò un altro esempio. Il busto di S.Paolo in
argento dorato dalla cappella dei Sancta
Sanctorum fu intarsiato di gemme ed intagli di fattura greca e
greco-romana, tra I quali un magnifico cammeo con il ritratto di Nerone, che è
stato indossato, con ogni probabilità, proprio dall'assassino dell’Apostolo [16].
Antico candelabro nella chiesa
dei SS. Nereo ed Achilleo.
Nel prossimo capitolo parlerò degli antichi templi
usati come musei di statue, gallerie di dipinti e scrigni di oggetti preziosi.
Non ho bisogno di sottolineare come questa usanza sia stata accettata e
tramandata dalla Chiesa.
Ad essa siamo debitori per l’incommensurabile
ricchezza di opere d’arte di ogni tipo di cui l’Italia e così orgogliosa. Ma nel
periodo intercorso tra la caduta dell’Impero e la fondazione della Scuola Cosmatesca, i cristiani erano costretti,
dalla voglia di produzioni artistiche contemporanee, a mutuare opere d’arte ed
elementi decorativi dai templi dai palazzi e dalle tombe. La galleria dei
Candelabri, ai Musei Vaticani, è formata da opere perlopiù collocate
precedentemente nelle chiese. La figura a lato rappresenta il candelabro ancora
oggi esistente nella chiesa dei SS. Nereo ed
Achilleo, uno dei più squisiti e delicati esempi della tipologia. La
biga, o carro a due cavalli, nel Vaticano, fu usata per secoli come trono
episcopale nel coro di S.Marco. Nella chiesa dell’Aracoeli c’era un altare
dedicato ad Iside da qualcuno che era tornato sano e salvo da un viaggio
pericoloso. Presentava il simbolo convenzionale di due impronte di piedi, che
furono credute dai primi cristiani quelle dell’angelo visto da Gregorio Magno
sulla sommità del Mausoleo di Adriano (odierno Castel S.Angelo). Philip de Winghe le descrive come quelle di un
puer quinquennis,[17] un
bambino di cinque anni. Questa curiosa reliquia è stata portata ai Musei
Capitolini. Stupisce l’indifferenza con cui queste opere profane e, a volte
offensive, erano ammesse all’interno di edifici sacri. L’altare principale nella
chiesa di S.Teodoro poggiava, fino al
1793, su un’ara circolare sul cui bordo sono oggi incise le seguenti parole:
"Su questo marmo dei Gentili fu offerto incenso
agli dei". Un altro altare, nella chiesa di S. Michele in Borgo, era coperto con bassorilievi e scritte riferite al mito di Cibele e Ate; un terzo, nella chiesa dell’Aracoeli, era stato dedicato alla dea Annona da un importatore di grano. La pavimentazione della basilica di S.Paolo era tappezzata di 931 iscrizioni varie; lo stesso avveniva per le chiese di S. Martino ai Monti, S. Maria in Trastevere, SS. Giovanni e Paolo, etc. Abbiamo ancora oggi un esempio di queste pavimentazioni con iscrizioni nella chiesa dei SS. Quattro Coronati sul Celio, che può essere definito un museo epigrafico.
Nel terzo capitolo avrò l’occasione di descrivere la trasformazione di quasi tutti i grandi edifici pubblici della Roma Imperiale in luoghi di culto cristiano, ma rientra nello scopo di questo capitolo sottolineare che, in molti casi, le decorazioni pagane di questi edifici non furono modificate. Quando Felice IV entrò in possesso del Templum Sacrae Urbis dedicandolo ai SS. Cosma e Damiano, i muri dell’edificio erano ricoperti di stucchi del tempo di Settimio Severo che riproducevano la lupa ed altri simboli profani. Papa Felice non solo li accettò come decorazioni della propria chiesa, ma provò a riprodurli nell’abside che ricostruì. Lo stesso comportamento fu seguito da Papa Simplicio (468-483 d.C.) nel processo di trasformazione della basilica di Giunio Basso sull’Esquilino nella chiesa di S. Andrea[18]. Il fedele, alzando gli occhi verso la tribuna, poteva vedere le figure di Cristo e dei suoi Apostoli nel mosaico; volgendo lo sguardo verso i muri laterali, poteva vedere Nerone, Galba ed altri sei Imperatori romani, Diana che cacciava il cervo, Hylas rubata dalle ninfe, Cibele sul carro trainato dai leoni, un leone che assaliva un centauro, il carro di Apollo, figure che officiavano un misterioso rito egizio ed altri simboli profani realizzati in opus sectile marmoreum, una sorta di mosaico fiorentino. Questo insieme di intarsi unici fu distrutto nel sedicesimo secolo dai monaci antoniani francesi per una ragione che vale la pena riportare. Credevano che la sostanza usata come collante per tenere insieme I tasselli di marmo o madre perla, fosse un eccellente rimedio contro le febbri malariche; perciò, ogni qualvolta uno di loro veniva preso dalle febbri, una parte di quelle opere meravigliose veniva sacrificata. La febbre deve essere scoppiata in modo selvaggio tra I monaci francesi perché, quando si pose fine a questa pratica ingiustificata, erano rimaste solo quattro figure. Due sono ora conservate nella chiesa di S. Antonio, nella cappella del santo; due nel Palazzo del Drago alle Quattro Fontane, nello sbarco delle scale[19].
Intarsi dello stesso tipo sono stati visti e descritti nella basilica di S. Croce in Gerusalemme, nella chiesa di S. Stefano Rotondo, in quella di S. Adriano, etc. Quando gli uffici adiacenti al Senato furono trasformati nella chiesa di S. Martina, i muri laterali erano adornati dai bassorilievi dell’arco trionfale di Marco Aurelio, oggi conservati nel Palazzo dei Conservatori (primo piano, nn° 42, 43, 44). La decorazione delle chiese, come quella dei templi, era perlopiù dovuta a contributi di privati e donazioni di opere d’arte. La posa della pavimentazione, ad esempio, o l’affrescatura dei muri era finanziata da sottoscrizioni di donatori volontari, ognuno dei quali era autorizzato a scrivere il proprio nome sulla parte dell’opera. La pavimentazione della basilica inferiore di Parenzo, in Dalmazia, è divisa in pannelli musivi di varie misure, riproducenti vasi, ghirlande, pesci e animali; su ogni pannello è iscritto il nome del finanziatore: — "Lupicinus e Pascasia hanno fatto 9 metri [quadrati]”. "Clamosus e Successa, 9 metri”. "Felicissimus ed i suoi parenti, 9 metri”. "Fausta, la patrizia, ed i suoi parenti, 5 metri e mezzo”. "Claudia, donna devota, e sua nipote Honoria, 10 metri, in adempimento di un voto".[20] Teseo che uccide il Minotauro nel labirinto di Creta e labirinti in genere erano i soggetti preferiti delle pavimentazioni delle chiese, specialmente tra i Galli. L’uso è molto antico visto che troviamo un labirinto rappresentato nella chiesa di S. Vitale at Ravenna già nel sesto secolo. Quelli della cattedrale di Lucca, di S. Michele Maggiore a Pavia, di S. Savino a Piacenza, di S. Maria in Trastevere a Roma (distrutti nel restauro del 1867), sono successivi. L’immagine di Teseo è accompagnata da una legenda scritta con il ritmo “leonino”: Theseus intravit, monstrumque biforme necavit. Il simbolismo del soggetto è così spiegato: Il labirinto, dove è facile entrare ma da cui nessuno può scappare, è simbolico della vita umana. Al tempo delle crociate, i labirinti iniziarono ad essere usati per uno scopo pratico. I fedeli erano soliti seguire i percorsi tortuosi sulle ginocchia, mormorando preci in memoria del Signore. Sotto l’influenza di questa pratica il nome classico e carolingio — labirinto — fu dimenticato; fu adottato il nuovo di rues de Jerusalem. Le rues de Jerusalem nella cattedrale di Chartres, disegnate in marmo blu, erano lunghe 200 metri; ci voleva un’ora per terminare il pellegrinaggio. Successivamente i labirinti persero il significato religioso e diventarono un passatempo per i bambini ed i perdigiorno. Quello della chiesa di Saint-Omer è stato distrutto perché la celebrazione della messa era spesso disturbata da visitatori irriverenti che provavano questo gioco.[21] 1.20 Il desiderio dei primi cristiani di abbellire le proprie chiese il più possibile. A Roma abbiamo molti esempi di questi contributi artistici di privati al servizio delle chiese. Il pavimento di S. Maria in Cosmedin è l’offerta collettiva di molti parrocchiani; così come quelli di S.Lorenzo fuori le Mura e S. Maria Maggiore prima del loro restauro moderno. I nomi di Beno de Rapiza, di sua moglie Maria Macellaria, dei suoi figli Clemente e Attilia sono inseriti negli affreschi della chiesa inferiore di S. Clemente; quello di Beno, da solo, negli affreschi di S. Urbano alla Caffarella. Nell’abside di S. Sebastiano in Pallara sul Palatino, ed in quella di S. Saba sull’Aventino, leggiamo i nomi di un Benedictus e di un Saba, alle cui spese furono decorate le absidi. Seguiamo con emozione lo sviluppo di questo sentimento artistico anche tra le classi infime della Roma medievale[22]. Leggiamo di un Egidio, figlio di Ippolito, un calzolaio di Via Arenula, che lascia le sue sostanze alla chiesa di S. Maria de Portico, con la richiesta che venissero devolute per la costruzione della cappella, "Bella e ben dipinta, cosicché ognuno possa trarre gioia dalla sua vista". Tali sentimenti, eccezionali in molte province italiane, erano comuni in tutta la Toscana. Quando il trittico di Duccio di Buoninsegna, oggi nella "Casa dell'opera" a Siena, fu trasportato dal suo studio al Duomo, il 9 giugno del 1310, tutta la popolazione lo seguì con una processione trionfante. Renzo di Maitano, un altro artista senese di fama, aveva l’animo di un poeta. Fu il primo a chiedere l’erezione di una chiesa, "Grande, stupenda, magnifica, le cui proporzioni in altezza, larghezza e lunghezza possano armonizzarsi con i dettagli delle decorazioni per renderla decorosa e solenne e degna dell’adorazione di Cristo con inni e canti, per la protezione e la gloria della città di Siena". Così parlavano gli artisti di quell’epoca ed il loro linguaggio era capito e condiviso dalle moltitudini. Le loro vite erano splendide ed allegre nonostante i problemi e le sventure che affliggevano i loro paesi. Pensate a tali sentimenti nella nostra epoca! 1.21 La sostituzione degli antichi altari pagani agli angoli delle strade con edicole cristiane. Sto però allontanandomi dall’oggetto della mia trattazione. Un’altra tappa della trasformazione religiosa e materiale della città, è segnata dalla sostituzione di cappelle e santuari alle antiche arae compitales presso gli incroci delle strade principali . L’istituzione di altari in onore dei Lari, numi tutelari di ogni circondario o quartiere, è antica e può essere fatta risalire all’era preistorica. Quando Servio Tullio cinse la città con le sue mura, c’erano ventiquattro altari di questo tipo, chiamati sacraria Argeorum. Due elementi fanno propendere per la loro remota antichità. Alla sacerdotessa di Giove non era consentito effettuarvi sacrifici, se non con un abbigliamento selvaggio, con i capelli spettinati e sciolti. Il 17 maggio, le Vestali erano solite gettare nel Tevere, da Ponte Sublicio, dei manichini di vimini in ricordo dei sacrifici umani che si officiavano sugli stessi altari. Quando Augusto riorganizzò la capitale e le sue regioni, nell’anno 7 a.C., il numero dei santuari nelle strade era cresciuto fino a duecento. Quelli registrati nel censimento di Vespasiano nel 73 d.C. furono 265; al tempo di Costantino, 324. Un uomo amante della vita comoda, ed evidentemente non oberato dal lavoro[23], il cavaliere Alessandro Rufini, censì e descrisse i santuari e le immagine che costellavano le strade di Roma nel 1853. Visto che la moderna civilizzazione e l’indifferenza faranno presto dimenticare questa caratteristica storica della città, citerò alcuni degli esiti delle investigazioni del Rufini[24]: c’erano 1.421 immagini della Madonna, 1.318 immagini dei Santi ornate con 1.928 oggetti preziosi, 1.067 lampade vi erano tenute davanti, accese giorno e notte , — un'istituzione utilissima in una città dove le strade non sono state illuminate se non in tempi recenti.
Come prototipi delle edicole di strada classiche e cristiane, possiamo portare ad esempio, rispettivamente, l’aedicula compitalis di Mercurius Sobrius, scoperta nell’aprile del 1888, vicino S. Martino ai Monti, e l’immagine di Ponte, all’angolo di Via dei Coronari con Vicolo del Micio. L’edicola di Mercurio vicino S. Martino fu dedicata da Augusto, nell’anno 10 a.C. L’iscrizione scolpita sull’altare dice: “L’Imperatore Augusto ha dedicato questo sacrario a Mercurio nell’anno della città 744 con denaro ricevuto come dono di inizio anno, durante la sua assenza”. Suetonio (Capitolo 57) dice che ogni anno tutte le classi di cittadini salivano al Campidoglio e offrivano strenae calendariae ad Augusto, quando questi era assente; e che l’Imperatore, con la sua usuale generosità, usava il denaro per acquistare pretiosissima deorum simulacra, "le più preziose statue di dei" per porle agli incroci delle strade più trafficate. Quattro piedistalli di queste statue sono già stati trovati: uno vicino all’arco di Tito, all’inizio del sedicesimo secolo; uno nel 1548, vicino all’edificio del Senato; uno, nello stesso anno, presso l’arco di Settimio Severo. Il quarto piedistallo, scoperto recentemente vicino S. Martino ai Monti, fu innalzato all’incrocio di due importanti strade, il clivus suburanus (Via di S. Lucia in Selci), ed il vicus sobrius (Via dei Quattro Cantoni), per cui la statua fu soprannominata Mercurius Sobrius, "Mercurio il sobrio". L’immagine di Ponte, in Via dei Coronari è il prototipo delle moderne edicole; contiene un’immagine della Vergine in una graziosa nicchia costruita, o ricostruita, nel 1523, da Alberto Serra di Monferrato, su progetto di Antonio da Sangallo. Il suo nome deriva dalla stradina che conduce a Ponte S. Angelo (Canale di Ponte). La casa a cui appartiene è al n° 113 di Via dei Coronari ed al n° 5 di Vicolo del Micio. Al posto delle edicole a volte si costruivano incroci monumentali. Il conte Giovanni Gozzadini ha richiamato l’attenzione degli archeologi su questo argomento in una memoria "Sulle croci monumentali che erano nelle vie di Bologna del secolo XIII". Egli prova, sulla base dei testi degli storici, dei Padri e dei concili, che la pratica di erigere croci in prossimità degli attraversamenti delle strade principali è molto antica, ed appartiene al primo secolo della libertà della Chiesa, quando il fedele tirò fuori l’emblema di Cristo dalle catacombe e lo eresse di fronte alle edicole stradali dei pagani. Bologna ha il privilegio di possedere le più antiche di queste croci. Una porta la legenda "In nome di Dio”; questa croce, eretta anticamente da Barbato, fu restaurata sotto il vescovado di Vitale (789-814). Questo tipo di monumenti abbonda in Roma, sebbene appartenga ad un epoca relativamente recente. Di questo tipo sono le croci davanti alle chiese dei SS. Sebastiano, Cesareo, Nereo ed Achilleo, Pancrazio, Lorenzo, Francesco a Ripa, ed altre. La più curiosa ed interessante è forse la colonna di Enrico IV di Francia, che fu eretta sotto Clemente VIII di fronte a S. Antonio all'Esquilino, e che la moderna generazione ha nascosto in un recesso sul lato est di S. Maria Maggiore. E’ a forma di “culverin” — un cannone lungo e sottile dell’epoca — messo in verticale. Dalla bocca si diparte una croce di marmo che sostiene la figura di Cristo da un lato e quella della Vergine dall’altro. Fu eretta da Charles d'Anisson, priore degli Antoniani Francesi, per commemorare l’assoluzione data da Clemente VIII ad Enrico IV di Francia e Navarra, il 17 settembre dell’anno 1595. Il monumento ha una storia notevole. Sebbene sembri essere stato eretto per iniziativa privata, i Re di Francia lo considerarono come un insulto della Curia, uno sfoggio della loro sottomissione al Papa; conseguentemente non persero l’occasione di dimostrare il loro dissenso. Luigi XIV trovò l’occasione di vendicarsi. I gendarmi che avevano scortato il suo ambasciatore, il duca de Crequi, a Roma, ebbero una rissa di strada con la guardia del corpo corsa del Papa e, sebbene fosse in dubbio da che parte stesse il torto, Luigi obbligò il Papa Alessandro VII ad erigere una piramide, sul luogo dove aveva avuto luogo l’affronto, con la seguente umiliante iscrizione: "In denuncia degli attacchi sanguinari commessi dai soldati corsi contro sua Eccellenza il duca de Crequi, papa Alessandro VII dichiara la loro nazione priva per sempre dei privilegi di servire sotto la bandiera della Chiesa. Questo monumento fu eretto il 21 maggio del 1664, secondo l’accordo stipulato a Pisa". La vendetta non avrebbe potuto essere più completa; fu così amara che Alessandro VII scrisse una violenta protesta da leggere e pubblicare solo dopo la sua morte. Il suo successore, Clemente IX, in ottimi rapporti con Luigi XIV, ottenne il permesso di far abbattere la piramide, cosa che avvenne nel giugno del 1668, con il consenso dell’ambasciatore Francese, il duca de Chaulmes. L’iscrizione sulla colonna di Enrico IV fu fatta scomparire nello stesso tempo. Non ci è dato di sapere se in conseguenza di un accordo o della buona volontà del Papa. L’abbiamo trovata nascosta in un angolo remoto del convento di S. Antonio[25]. La colonna, con il baldacchino che la proteggeva, cadde a terra giovedì 15 febbraio del 1744 e quando, l’anno successivo, Benedetto XIV restaurò il monumento, rimosse per sempre i suoi legami con questi eventi storici dedicandola DEIPARAE VIRGINI. Smantellata nel 1875, durante la costruzione del quartiere Esquilino, fu reinnalzata nel 1880, non lontano dal suo posto originale, sul lato est di S. Maria Maggiore, — non senza contrasti, perché ci sono sempre uomini che pensano di poter cancellare la storia sopprimendo i monumenti che ne portano la testimonianza.
1.23 L’uso di servizi igienici in prossimità dei templi pagani adottato dalla Chiesa. Una delle caratteristiche degli antichi santuari, quella cioè di prevedere per gli stanchi pellegrini anche i servizi igienici, si trova anche nelle antiche chiese di Roma. Nel "Liber Pontificalis" ci viene detto che Papa Simmaco (498-514), costruendo la basilica di S.Pancrazio sulla Via Aurelia, fecit in eadem balneum,"la fornì di un bagno". Un altro fu costruito dallo stesso Papa vicino all’abside di S. Paolo fuori le Mura, la cui fornitura d’acqua fu originariamente derivata da una sorgente e, successivamente, da ruote per il sollevamento dell’acqua poste sulle rive del Tevere. Sulle mura di questi edifici balneari, c’erano delle scritte che invitavano i laici ed i preti ad osservare le più severe regole di modestia. Una di queste iscrizioni, dai bagni annessi alle chiese dei SS. Silvestro e Martino, è conservata nella sezione II del museo epigrafico cristiano del Laterano. Finisce con il distico:
NON NOSTRIS NOCET OFFICIIS NEC CULPA LABACRI QUOD SIBIMET GENERAT LUBRICA VITA MALUM EST
"Non è male cercare la forza e la purezza del corpo nei bagni; non è l’acqua ma le nostre stesse cattive azioni che ci fanno peccare". Questi versi, non sono altrettanto validi quanto la morale in essi insita, ma iscrizioni come questa dimostrano che l’abbandono di tali utili istituzioni non deve essere attribuito alla severità ingiustamente tramandata della morale cristiana, quanto piuttosto alla rovina degli acquedotti da cui erano alimentate le fontane ed i bagni . Comunque, anche nei periodi più oscuri del medioevo, troviamo il tradizionale"kantharos", o bacino, al centro dei quadriportici o nei cortili antistanti le basiliche. Valga da esempio il vaso nel cortile di S.Cecilia, qui rappresentato, o quello di fronte a S.Cosimato a Trastevere; oppure il famoso calix marmoreus, che una volta si trovava di fronte alla chiesa dei SS. Apostoli, menzionato nella bolla di Giovanni III (570 d.C.) e attraverso il quale si definiva la linea di confine di quella parrocchia. Questo monumento, un rilevante punto di riferimento della topografia della Roma medievale, fu trasferito alle Terme di Diocleziano all’inizio dell’anno scorso. 1.24 L’uso di fornire standard ufficiali per i pesi e le misure. In molte delle nostre chiese i visitatori avranno notato delle pietre nere di forma circolare, pesanti da 10 a 100 libbre, che, secondo la tradizione, venivano legate al collo dei martiri prima di buttarli nei pozzi, nei laghi o nei fiumi. Allo studioso, queste pietre dicono ben altro. Provano che l’istituzione classica dei ponderaria (insieme di pesi e misura) fu trasferita dai templi alle chiese dopo la chiusura dei primi nel 393 d.C. L’amphora era l’unità di misura di capacità standard per il vino, la metreta per l’olio, il modius per il grano, la libra era, infine, la misura standard di peso[26]. Per garantire l’onestà nei commerci, tali unità di misura venivano controllate periodicamente dall’ordine degli aediles; quelle trovate iniquae (”ingiuste”) venivano rotte ed i loro proprietari condannati all’esilio su isole sperdute. Nel 167 d.C., Giunio Rustico, praefectus urbis, ordinò un’ispezione generale a Roma e nelle province; i pesi e le misure trovati conformi furono marchiati o stampigliati con la legenda "[Verificato] dall’autorità di Q. Giunio Rustico, prefetto della città". Questi pesi di Rustico sono stati trovati in centinaia di scavi di siti romani.[27] Gli standard originali di riferimento erano conservati nel tempio di Giove Capitolino e venivano usati solo in occasioni straordinarie. Duplicati ufficiali erano depositati presso altri templi, come quello di Castore e Polluce, Marte Ultore, Ops e altri, ed erano a disposizione del pubblico, da cui il loro nome di pondera publica. Anche le caserme ed i mercati ne avevano copie. La più importante scoperta connessa con questo settore dell’amministrazione romana fu fatta a Tivoli nel 1883, quando tre mensae ponderariae, quasi perfette, furono trovate nel portico o peribolos del tempio di Ercole, accanto alla cattedrale di S. Lorenzo. Quest’ala del portico è divisa in compartimenti da colonne sporgenti ed ogni rientranza è occupata da una tavola di marmo posta su "trapezophoroi" riccamente ornati con i simboli dei Ercole e Bacco, come la clava ed il thyrsus. Lungo i bordi delle due tavole corre l’iscrizione: "Fatto a spese di Marco Vareno Difilo, presidente del collegio di Ercole" mentre la terza fu eretta a spesa di sua moglie Varena. Le tavole presentano fori di forma conica, di diametro variabile da 200 a 380 millimetri. Ad ogni foro erano assicurate misure di capacità in ottone, ad uso di acquirenti e venditori. Erano usate in un modo molto ingegnoso, sia per misure di liquidi che di sostanze solide. La persona che aveva comprato, ad esempio, mezzo moggio di fagioli o ventisei sextarii di vino e voleva accertarsi se era stato truffato nel suo acquisto, riempiva il contenitore fino alla linea di riferimento, quindi apriva la valvola o lo spinotto sottostante, trasferendo nuovamente il contenuto nella sua sacca o fiasca. 1.25 Il loro trasferimento nelle basiliche. L’istituzione fu accettata dalla chiesa, e ponderaria furono messi nelle principali basiliche. Il miglior insieme che ci è pervenuto è quello di S. Maria in Trastevere, ma è difficile trovare una chiesa priva di una “pietra” da cinque a cento libbre di peso.
1.26 Il travisamento del loro significato nei secoli bui. La superstizione popolare per cui questi oggetti furono trasformati in reliquie di martìri è molto antica. I topografi ed i pellegrini del settimo secolo parlavano di una pietra esposta nella cappella dei SS.Abondio e Ireneo, sotto il portico di S. Lorenzo fuori le Mura, "che, nella loro ignoranza, i pellegrini toccavano e sollevavano" Nominano anche un altro peso, esposto nella chiesa di S.Stefano, vicino S.Paolo, che credevano essere una della pietre con cui il martire era stato ucciso. Nel 1864 fu scoperta, nel cimitero accanto ai Castra Praetoria, una schola (una sala per banchetti commemorativi) che era stata usata dai membri di una corporazione chiamata sodalium serrensium, cioè i cittadini di Serre, città della Samotracia, credo. Tra gli oggetti appartenenti alla sala ed ai suoi frequentatori, c’erano due misure per vino,un sextarium ed una hemina, marchiata con il monogramma di Cristo ed il nome del donatore[28]. Sono ora esposti nella sala dei bronzi dei musei Capitolini. 1.27 L’adozione dei banchetti funerari e la loro degenerazione. La sala dei cittadini di Serre, scoperta nel 1864, appartiene ad una tipologia di monumenti molto comune nel suburbio romano. Venivano chiamate cellae, memoriae, exedrae, e scholae ed erano usate dai parenti, dagli amici o dalle persone vicine a coloro che vi erano sepolti sotto o nelle vicinanze, per officiare cerimonie espiatorie e per banchetti commemorativi, per tali scopi tutto l’occorrente, dalle tavole di servizio agli ornamenti per le feste, era conservato sul posto, all’interno di armadi affidati alla cura di un guardiano. Questa pratica, eccetto i sacrifici espiatori, fu adottata dai Cristiani. Gli αγαπαι, o feste dell’amore, prima di degenerare in quegli eccessi e superstizioni denunciati così fortemente dai Padri della Chiesa, venivano celebrati sopra o nelle vicinanze delle tombe dei martiri e dei convertiti; la cassa comune della comunità locale forniva i finanziamenti per il cibo e le bevande ed anche per il resto delle necessità di un banchetto. Nell’inventario delle proprietà confiscate durante la persecuzione di Diocleziano, in una casa usata dai fedeli come chiesa a Cirta (Constantina, Algeria), troviamo registrati : calici d’oro e d’argento, lampade e candelabri, ottantadue tuniche femminili, sedici maschili, tredici paia di scarpe da uomo, quarantasette da donna ed altri oggetti[29]. Successivamente è stata fatta nelle catacombe di Priscilla un’importante scoperta che illustra l’argomento: un graffito che riporta la seguente frase: "il 5 febbraio del 375, noi Fiorentino, Fortunato e Felice siamo venuti qui AD CALICE[M] (per il calice)". Per capire il significato di questa frase, dobbiamo paragonarla con altre incise sulle tombe pagane. In una, n° 25.861 del "Corpus," il defunto dice al passante: "Vieni, porta con te una fiasca di vino, un bicchiere e tutto ciò che occorre per una libagione!" In un’altra, n° 19.007, viene espresso lo stesso invito: "Oh amici (convivae) bevete ora alla mia memoria, ed auguratevi che la terra su di me sia lieve" S.Agostino[30] ci dice che, quando sua madre Monica visitò Milano nel 384, la pratica di mangiare e bere in onore dei martiri era stata fermata da S. Ambrogio, sebbene fosse ancora in auge in altre regioni, dove folle di pellegrini andavano ancora di tomba in tomba con cestini di provviste e fiasche di vino, bevendo abbondantemente ad ogni sosta. Paolino di Nola e lo stesso Agostino stigmatizzano severamente l’abuso. I fedeli venivano invitati a distribuire le loro provviste ai poveri che affollavano gli ingressi delle cripte, od a lasciarle sulle tombe, per far sì che il clero potesse provvedere a consegnarle ai bisognosi. Non c’è dubbio che il termine ad calicem venimus, scritta da Florentino, Fortunato e Felice sulle mura del cimitero di Priscilla, si riferisca a queste deplorevoli libagioni.[31]
Nella mia epoca, sono state trovate a Roma molte coppe usate in queste occasioni. Generalmente sono opere del quarto secolo della nostra era, tagliate in vetro da mani non molto abili, e mostrano i ritratti dei SS. Pietro e Paolo, soggetti preferiti rispetto ad altri. Questo fatto non è dovuto solamente alla speciale venerazione che i Romani professavano per i fondatori della Chiesa, ma anche all’uso di celebrare il loro anniversario, il 29 giugno, con αγαπαι pubbliche o private. Il giorno di S.Pietro era per i Romani del quarto secolo quello che è oggi Natale per noi, per ciò che riguarda la giovialità ed i banchetti sontuosi. In una di queste occasioni S.Girolamo ricevette dal suo amico Eustachio frutta e dolci in forma di colombe. Riconoscente del gentile pensiero, S.Girolamo raccomanda sobrietà in quel giorno più che in ogni altro: "Dobbiamo celebrare il compleanno di Pietro con esaltazione di spirito piuttosto che con abbondanza di cibo. E’ assurdo glorificare la memoria di uomini che onorarono Dio mortificando se stessi, con il soddisfacimento dei nostri appetiti". Le classi più povere della cittadinanza venivano nutrite sotto i portici della basilica vaticana. Le riunioni degeneravano in tali eccessi e manifestazioni di ubriachezza che Agostino non poté resistere e scrisse ai Romani: "Prima avete perseguitato i martiri con pietre ed altri strumenti di tortura e morte, ora perseguitate la loro memoria con le vostre coppe velenose". 1.28 I magazzini pubblici degli Imperatori e quelli del Papa. L’istituzione dei granai pubblici (horrea publica) per il sostentamento delle classi inferiori fu accettata e favorita dalla Roma cristiana. A pagina 250 del mio"Roma antica", ho parlato dei magazzini per lo stoccaggio del grano, costruiti da Sulpicio Galba nella piana di Testaccio vicino Porta S. Paolo, da lui chiamati horrea galbana anche dopo la loro acquisizione da parte dello Stato. Questi granai pubblici risalgono al tempo di Caio Gracco ed alle sue leggi sul grano. La loro tipologia fu sviluppata nel corso del tempo da Clodio, Pompeo, Seiano e dagli Imperatori, a tal punto che nel 312 d.C. si contavano a Roma 290 granai. Possono essere divisi in tre tipi: il primo, di gran lunga il più importante, un’enorme provvista di granaglie mantenuta a spese dello Stato per fronteggiare le emergenze dovute alle carestie nonché per le pretese di una popolazione un cui terzo era nutrito gratuitamente dal sovrano. Il secondo tipo era usato principalmente per lo stoccaggio di carta (horrea chartaria), candele (horrea candelaria), spezie (horrea piperataria) ed altre merci del genere. Il terzo era rappresentato da edifici nei quali i cittadini potevano depositare i loro beni, soldi, lingotti, pegni ed altri valori per i quali non potevano disporre di un posto sicuro nelle proprie case. C’erano anche horrea privati, costruiti a scopo di lucro, da adibire a camere di sicurezza, come le nostre moderne cassette di sicurezza, a magazzini di stoccaggio e "pantechnicons". La costruzione del nuovo quartiere del Testaccio, la regione degli horrea per eccellenza, ci ha dato la possibilità di studiare tale istituzione nei minimi dettagli. Citerò solo una scoperta. Nel 1865 abbiamo trovato il bando ufficiale per l’affitto di un magazzino, durante l’impero di Adriano. Diceva:— "Si affittano giornalmente e, dopo il 13 dicembre, per la durata di un anno: questi magazzini appartenenti all’Imperatore Adriano, insieme ai loro granai, cantine per il vino, camere di sicurezza e depositi. "La vigilanza e la protezione di un guardiano ufficiale sono incluse nel prezzo”. "Regolamento: I. Chiunque affitti stanze, camere cassette di sicurezza o camere blindate in questo stabilimento deve pagare l’affitto e liberare il posto prima del 13 dicembre. "II. Chiunque non rispetti la regola n° I e non si accordi con l’horrearius (il custode capo) per il rinnovo del suo affitto, deve essere considerato affittuario per un altro anno, l’affitto deve essere determinato in base al prezzo medio pagato dagli altri per una stanza, camera o cassette di sicurezza analoghe. Questa regola si applica anche se l’horrearius non ha avuto la possibilità di affittare detta stanza, camera o cassetta di sicurezza ad altre persone. "III. La sublocazione non è permessa. L’amministrazione non tutelerà né garantirà le stanze, camere o cassette che sono state sublocate in violazione del regolamento esistente. "IV. Merci o valori stoccati in questi magazzini sono considerati dall’amministrazione come pegno del pagamento dell’affitto. "V. Il conduttore non sarà rimborsato dall’amministrazione per migliorie, ampliamenti ed altri lavori del genere che abbia intrapreso di propria iniziativa. "VI. Il conduttore deve fornire una lista dei suoi beni al custode capo, che non sarà considerato responsabile della vigilanza su merci o valori che non siano stati debitamente dichiarati . Il conduttore deve richiedere una ricevuta per la consegna di detta lista e per il pagamento dell’affitto"[33] I granai istituiti dalla Chiesa erano adibiti solo allo stoccaggio del grano. Le proprietà terriere che la Chiesa aveva in Africa ed in Sicilia erano amministrate da alcuni deputati che avevano il compito speciale di inviare a Roma per mare il prodotto delle messi. Durante il primo assedio di Totila, nel 546, Papa Vigilio, navigando verso Costantinopoli, inviò dalla Sicilia una flotta di navi onerarie cariche di grano sotto la responsabilità di Valentino, vescovo di Silva Candida. Il tentativo di salvare la città dalle fame si rilevò inutile, dal momento che le navi furono catturate dagli assedianti al loro arrivo a Porto. Nel 589, un’inondazione del Tevere descritta da Gregorio di Tours, si portò via diverse migliaia di staie di grano che erano state stoccate negli horrea ecclesiae, gli stessi granai furono totalmente distrutti. Il "Liber Pontificalis" vol. I, p. 315, descrive le calamità che colpirono la città di Roma nel 605: re Agilulfo che provò ad entrare in città con la violenza, forti gelate che compromisero la vendemmia, topi che distrussero le messi, etc. Comunque, non appena i barbari furono convinti a ritirarsi con una offerta di dodicimila solidi, Papa Sabiniano, che era allora a capo della Chiesa, iussit aperiri horrea ecclesiae (ordinò di aprire i granai della chiesa), ed offrì all’asta il loro contenuto al prezzo di un solido per trenta moggi.
Il grano ivi stoccato non era destinato alla vendita ma alla distribuzione ai bisognosi; l’atto di Sabiniano fu dunque censurato duramente anche perché in stridente contrasto con la generosità di Gregorio Magno. Una leggenda sull’argomento è riportata dal diacono Paolo nel capitolo XXX della “Vita di Gregorio”. Dice che Gregorio apparve tre volte in visione a Sabiniano invitandolo ad essere più generoso; avendo fallito nel tentativo di fargli cambiare idea tramite l’ammonimento, lo fece cader morto. Il prezzo di un solido per trenta moggi è decisamente esorbitante: il grano costava esattamente la metà al tempo di Teodorico. L’istituzione sopravvisse alle vicissitudini del medioevo. Gregorio XIII, nel 1566, Paolo V, nel 1609, Clemente XI, nel 1705, riaprirono gli horrea ecclesiae nelle sale diroccate delle Terme di Diocleziano; Clemente XIII, infine, vi aggiunse un’ala per lo stoccaggio dell’olio. Questi edifici sono ancora oggi esistenti intorno alla Piazza di Termini, sebbene destinati ad altri scopi[34].
1.29 La pagana “festa delle rose” e la sua conversione in istituzione cristiana. Sarebbe impossibile seguire in tutti i suoi aspetti la trasformazione morale e materiale di Roma, che avvenne dal terzo al sesto secolo, senza uscir fuori dai confini di un singolo capitolo. Gli usi e costumi dei classici erano così radicati nei cittadini che persino oggi, a distanza di sedici secoli, si può dire che abbiano una notevole diffusione tra noi. Quando leggiamo, ad esempio, dei Papi eletti dal popolo riunito presso i Rostra,[35] come successe per Stefano III, nel 768, dobbiamo considerare tali circostanze come memorie dei tempi passati. Sotto il pontificato di Innocenzo II (1130), di Eugenio III (1145-1150), e di Lucio III (1181-1185) i Senatori o i magistrati municipali, erano soliti sedere ed amministrare la giustizia presso S. Martina e S. Adriano, cioè in quello che, precedentemente, era stato l’edificio della Curia romana (aula del Senato).
Molti altri dettagli analoghi saranno descritti incidentalmente nei capitoli seguenti. Chiudo il presente capitolo riferendo una gentile costume, parimenti mutuato dal mondo classico : l’uso delle rose nelle chiese, nelle cerimonie funebri o nella vita sociale. Gli antichi celebravano, nel mese di maggio, una festa chiamata rosaria, nella quale i sepolcri erano decorati a profusione con i fiori di stagione. Le rose venivano usate anche in occasione di pubbliche festività. Un’iscrizione greca, scoperta da Fränkel a Pergamo, cita, tra gli onori tributati all’Imperatore Adriano, il Rhodismos, interpretato come uno spargimento di rose. Tracce di tale usanza si trovavano in tempi recenti nella penisola illirica e sulle rive del Danubio: la gente delle campagne, che ancora sentiva l’influenza della civilizzazione romana, celebrava feste di argomento floreale in primavera ed in estate con il nome di rousalia. Nel sesto secolo, quando gli Slavi vacillavano tra l’influenza del passato e quella del presente, la celebrazione della Pentecoste era una mescolanza delle influenze pagane e barbare dei rousalia. I Russi del sud credono in esseri soprannaturali femminili, chiamati Rusalky, che portano prosperità a quei campi ed a quelle foreste che avevano essi stessi abitato in sembianza di fiori. I primi cristiani adornavano i sepolcri dei martiri e dei convertiti, nella ricorrenza della loro sepoltura, con rose, violette, amaranti e sempreverde; celebravano anche le rosationes nell’onomastico di chiese e santuari. Ghirlande e corone di rose, pendenti dal becco di mistiche colombe, sono spesso scolpite sui sepolcri. Il simbolo si riferisce più alla gioia della vita futura che al fuggevole piacere terreno. Gli Atti di Perpetua riportano una leggenda sull’argomento: Saturo ebbe una visione nella prigione in cui attendeva il suo martirio, in cui si vide trasportato, insieme a Perpetua, in un giardino paradisiaco, fragrante di rose, e girandosi verso la compagna esclamò: "Eccoci in possesso di quello che il nostro Signore ci ha promesso!" . Rose ed altri fiori sono dipinti sui muri dei cubicoli storici. In un affresco della cripta di Lucina, nelle catacombe di S. Callisto, vi sono degli uccelli dipinti, simbolo delle anime che sono state separate dai loro corpi, che giocano tra campi di rose, intorno all’Albero della Vita. Dal momento che la parola Paradiso significa giardino, la sua rappresentazione mistica prende spesso la forma di uno stupendo campo di fiori e alberi da frutto. Dante dà al trono del Beato la forma di una rosa, al cui interno una folla di angeli con ali d’oro scendono e vengono al Signore:— "Nel gran fior discendeva, che s'adorna di tante foglie: e quindi risaliva, là dove lo suo amor sempre soggiorna."[36] Paradiso, XXXI, 10-12. E’ probabile che da questa allegoria del paradiso derivi il rito della "rosa d’oro" che il Papa benedice nella domenica di Quaresima. La cerimonia è molto antica, sebbene la prima citazione che ne abbiamo risalga alla vita di Leone IX (1049-1055); potrei inoltre citare, come curiosa coincidenza, che i re e le regine di Navarra, i loro figli, i duchi ed i pari della casa reale, erano invitati ad offrire rose al Parlamento al ritorno della primavera. Le rose erano importanti nelle cerimonie ecclesiastiche a tal punto che troviamo un fundus rosarius elargito in dono da Costantino a Papa Marco. Le rosaria sopravvissero alla soppressione delle superstizioni pagane e via via assunsero una propria forma cristiana nella festa della Pentecoste, che cade nel mese di maggio. In quel giorno, rose vengono gettate dai tetti delle chiese sui fedeli sottostanti. La Pentecoste è tuttora chiamata dagli Italiani Pasqua rosa. Bibliografia Principale: Le relazioni tra l’Impero, i Cristiani e gli Ebrei, sono state trattate da innumerevoli scrittori, a cominciare dai Padri della Chiesa. Tra i moderni, ho consultato: Mangold: De ecclesia primaeva pro caesaribus et magistratibus romanis preces fundente. Bonn, 1881. — Bittner: De Graecorum et Romanorum deque Judaeorum et christianorum sacris jejuniis. Posen, 1846. — Weiss: Die römischen Kaiser in ihrem Verätnisse zu Juden und Christen. Wien, 1882. — Mourant Brock: Rome, Pagan and Papal. London, Hodder & Co. 1883. — Backhouse and Taylor: History of the primitive Church. (Edizione italiana) Roma, Loescher, 1890. — Greppo: Trois mémoires relatifs à l'histoire ecclésiastique. — Döllinger: Christenthum und Kirche. — Champagny (Comte de): Les Antonins, vol. I. — Gaston Boissier: La fin du paganisme, etc., 2 volumi. Paris, Hachette, 1891. — Giovanni Marangoni: Delle cose gentilesche trasportate ad uso delle chiese. Roma, Pagliarini, 1744. — Mosheim: De rebus Christianis ante Constantinum. — Carlo Fea: Dissertazione sulle rovine di Roma, in Storia delle arti, di Winckelmann. Roma, Pagliarini, 1783, vol. III. — Louis Duchesne: Le liber pontificalis. Parigi, Torino, 1886-1892. — G. B. de Rossi: Bullettino di archeologia cristiana. Roma, Salviucci, 1863-1891. [1] Nota del Lanciani: Vedi de Rossi: Bullettino di archeologia cristiana, 1888-1889, p. 15; 1890, p. 97. — Edmond Le Blant: Comptes rendus de l'Acad. des Inscript., 1888, p. 113. — Arthur Frothingham: American Journal of Archaeology, Giugno, 1888, p. 214. — R. Lanciani: Gli horti Aciliorum sul Pincio, nel Bullettino della commissione archeologica, 1891, p. 132; Underground Christian Rome, in Atlantic Monthly, Luglio, 1891. [2] Nota del Lanciani: Vedi Ersilia Lovatelli: Il Monte Pincio, in Miscellanea archeologica, p. 211. — Rodolfo Lanciani: Su gli orti degli Acili sul Pincio, nel Bullettino di corrispondenza archeologica, 1868, p. 132. [3] Nota del Lanciani: Una descrizione della splendida villa di Erode, vicino alle Catacombe di Pretestato, si trova nel capitolo VI. Paragarafo 6.25. [4] Nota del Lanciani: Il consul suffectus era un console eletto, come sostituto, in caso di morte o ritiro di uno dei consoli regolarmente eletti. [5] Nota del Lanciani: Lampridio, in Alessandro Severo., c. 43. [6] Nota del Lanciani: Nel capitolo V., p. 122, di Roma Antica, ho attribuito questi graffiti alla metà del I secolo; da un attento esame della struttura del muro, sul cui intonaco sono incisi i graffiti, mi sono però convinto che devono essere stati scritti verso la fine del II secolo. [7] Nota del Lanciani: Orelli, 4024, Digest L., IV. 18, 7. [8] Nota del Lanciani: Vedi Ulpiano: De officio Procons., I. 3. [9] Nota del Lanciani: Lampridio, Eliogabalo., 3. [10] Nota del Lanciani: Vedi Greppo: Mémoire sur les laraires de l'empereur Alexandre Sévère. [11] Nota del Lanciani: Il nome della villa era Cassiacum; la sua memoria è arrivata fino ai nostri giorni.Vedi le memorie di Luigi Biraghi, S. Agostino a Cassago di Brianza. Milano, 1854. [12] Nota del Lanciani: Vedi Bullettino di archeologia cristiana, 1865, p. 50. [13] Nota del Lanciani: Contiene le parole PETRO LILLVTI PAVLO. Sono sicuramente originali ed antiche. Le ho esaminate in compagnia di Mommsen, Jordan e de Rossi: loro le attriibuiscono all’inizio del terzo secolo della nostra era. La migliore ipotesi sulla loro origine è che appartengano ad una persona, probabilmnete cristiana, che usava il nome Petrus come gentilizio e Paulus come cognomen, e che era il figlio di Lillutus, per quanto questo nome possa suonare barbarico. [14] Nota del Lanciani: Vedi de Rossi: Bullettino di archeologia cristiana, 1863, p. 49. — Rohault de Fleury: L'arc de triomphe de Constantin, in the Revue archéologique, Settembre. 1863, p. 250. — W. Henzen: Bullettino dell' Instituto, 1863, p. 183. [15] Nota del Lanciani: Vedi Bibliografia nelle “Note Generali sul Capitolo I”. [16] Nota del Lanciani: I due busti di S. Pietro e di S. Paolo, descritti nel libro di Cancellieri, Memorie storiche delle sacre teste dei santi apostoli Pietro e Paolo, Roma, Ferretti, 1852 (seconda edizione), furono rubati dai rivoluzionari francesi nel 1799. [17] Nota del Lanciani: Vedi Corpus Inscriptionum Latinarum, part VI., N 351. [18] Nota del Lanciani: In epoca bizantina questa chiesa e l’annesso monastero vennero chiamati Casa Barbara Patricia. Oggi sono compresi all’interno del chiostro di S. Antonio all' Esquilino, sul lato sinistro di S. Maria Maggiore. [19] Nota del Lanciani: Questi rivestimenti, e la basilica a cui appartenevano, sono stati descritti da Ciampini: Vetera monumenta, vol. I. Tavole XXII-XXIV. — D'Agincourt: Histoire de l'art, Peinture, Tav. XIII. 3. — Minutoli: Ueber die Anfertigung und die Nutzanwendung der färbigen Gläser bei den Alten, Tav. IV. — De Rossi: La basilica di Giunio Basso, nel Bullettino di archeologia cristiana, 1871, p. 46. [20] Nota del Lanciani: Vedi Andrea Amoroso: Le basiliche cristiane di Parenzo. Parenzo, Coana, 1891. — Mommsen: Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. V. part I. nn°. 365-367. [21] Nota del Lanciani: Vedi Lovatelli: I labirinti e il loro simbolismo nell' età di mezzo, in Nuova Antologia, 16 Agosto, 1890. — Arné: Carrelages émaillés du moyen âge. — Eugène Müntz: Etudes iconographiques et archéologiques sur le moyen âge. [22] Nota del Lanciani: Vedi Pietro Pericoli: Lo spedale di S. Maria della Consolazione. Imola Galeati, p. 64. [24] Nota del Lanciani: Pubblicato in due volumi con il titolo: Indicazione delle immagini di Maria, collocate sulle mura esterne di Roma. Ferretti, 1853. [25] Nota del Lanciani: L’iscrizione, tutto sommato, è molto pacata paragonandola alla vilenta formula imposta ad Alessandro VII. Riporta: "In memoria dell’assoluzione data da Clemente VIII. ad Enrico IV. di Francia e Navarra, 17 Settembre 1595." [26] Nota del Lanciani: L’amphora corrisponde a 26.26 litri; la metreta a 39.39 litrei; il modius a 8.75 litri. La libbra, divisa in dodici once, corrisponde a 327.45 grammi, un pò meno di 11-1/2 once inglesi. [27] Nota del Lanciani: Vedi Antichi pesi inscritti del museo capitolino, nel Bullettino della commissione archeologica comunale di Roma, 1884, p. 61, Tavole. VI, VII. [28] Nota del Lanciani: Vedi de Rossi: Bullettino di archeologia cristiana, 1864, p. 57. [29] Nota del Lanciani: Vedi Acta purgationis Caeciliani, post Optati opp. ed Dupin, p. 168. [30] Nota del Lanciani: Confess. vi.2. [33] Nota del Lanciani: Vedi Gaetano Marini: Iscrizioni doliari, p. 114, n. 279. — Giuseppe Gatti: La lex horreorum, nel Bullettino della commissione archeologica comunale di Roma, 1885, p. 110. [35] Nota del Lanciani: Il luogo era chiamato in tribus fatis, Dalle tre statue di Sibille descritte da Plinio. H.N.XXXIV. Vedi Goth. i. 25. [36]
"Sank into the great flower, that is adorned
[23] Nota di
Thayer: Questo commento scortese, oltre ad essere atipico per Lanciani, è
decisamente indelicato: avrai notato che Lanciani lo cita testualmente perchè
ritiene valido il suo lavoro.
Spesso una
delle cose più utili da farsi è registrare in una maniera diretta ed imparziale
ciò che vediamo di fronte a noi.
Così facendo,
quelli come noi, con riprese fotografiche o esperienze personali dei
luoghi, possono contribuire alla conservazione della cultura; esattamente come
fece il Signor Rufini nel 1853.
Alessandro Rufini
era certamente un avido collezionista e catalogatore del materiale meno noto
della sua città : un altro dei suoi progetti consisteva nel registrare le
origini dei nomi di settecento ristoranti di Roma — un’opera che oggi è online
con la sponsorizzazione, nientemeno, del sito ufficiale del Comune di Roma.
http://www.comune.roma.it/cultura/biblioteche/marconi/rufini/ [31] Nota di
Thayer: Non so se definirle deplorevoli, ma quand’ero bambino a Veracruz, in
Messico, ricordo simili esempi di convivialità nel giorno di Ognissanti: tutti
si recavano alla tomba della propria famiglia, con un grande cestino da pic-nic.
Oltre a cibo e bevande, c’erano dei dolci a forma di teschio; facevano parte
delle celebrazioni anche i petardi.Un tal modo di celebrare il ricordo dei
nostri antenati, associato a quello della nostra vita transitoria, mi sembra,
invece, uno dei più civili.
[32] Nota di
Thayer: L’iscrizione sulla coppa, riportata integralmente e con cura da Lanciani
sul basamento, dice: "Bevi, possa tu vivere tra brave persone" —Invio lo
stesso augurio a chiunque legga.
[34] I resti
delle Terme di Diocleziano (presso l’attuale piazza Esedra o della Repubblica)
ospitano oggi, oltre alla chiesa di S.Maria degli Angeli, le sale del museo
Nazionale Romano, alcune sedi dell’Università la Sapienza e l'ex "Planetario".
Per il 2004 è prevista l’inaugurazione di un moderno planetario all’interno del
Museo della Civiltà Romana .
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