Rapporti Stato-Chiesa dopo l’unità d’Italia
i Patti Lateranensi
e la nascita dello Stato del Vaticano

La fine dello Stato Pontificio
Nel Luglio del 1870 scoppiò la guerra franco-prussiana: una guerra per l'egemonia nel continente europeo fra la nazione più potente, la Francia di Napoleone III, e l'astro nascente della Prussia degli Hohenzollern, guidata da quello che fu definito il Cancelliere di Ferro, Otto von Bismark. I fatti sono noti; le sorti del conflitto non furono favorevoli alle armi francesi, e nella battaglia di Sédan lo stesso Napoleone III, dopo aver cercato la morte sul campo, si arrese al re di Prussia Guglielmo I, cavallerescamente consegnandogli la propria spada. Altri tempi, altra concezione dell'onore militare. Abbiamo però accennato a questo evento che certamente cambiò il volto dell’Europa, per annotarne un altro che avveniva in quello stesso periodo qui da noi in Italia. Già dal 1860 i territori dello Stato pontificio erano stati annessi all’Italia, che si andava unificando anche con il favore dell’Inghilterra (la cui “magnanimità” aveva solo lo scopo di sottrarre all’influenza francese il nuovo Stato che stava per sorgere nel Mediterraneo) e della Francia (che si era dichiarata favorevole all’impresa piemontese, facendo chiaramente intendere che si sarebbe disinteressata del dominio pontificio nell’Italia centrale, in cambio di Nizza e della Savoia: nessuno dà niente per niente).

Nel 1870, quindi, al Papa non rimaneva che Roma, entro la sua cinta muraria. Vi era ancora a difenderla una guarnigione di truppe francesi, che Napoleone III vi manteneva sia per onore di firma (la Francia era sempre stata, sin dai tempi di Carlo Magno, la figlia prediletta della Chiesa e spesso militarmente la sua protettrice), sia per le pressioni dell’imperatrice Eugenia e dei cattolici francesi. Ma di fronte al conflitto con la Prussia anche l’imperatore dei Francesi si ridusse a dover “raschiare il barile”, raccattando le sue truppe da ogni parte per contrapporle in patria all’irruenza dell’esercito prussiano. Al papa Pio IX non rimase quindi che la debole difesa (peraltro passiva e simbolica) delle truppe pontificie. Di questa situazione l’Italia di Vittorio Emanuele II non potè che approfittare e, come tutti sappiamo, il 20 settembre vi fu la famosa Breccia di Porta Pia che portò l’esercito italiano entro le mura vaticane; entro un anno la città dei papi divenne capitale del nuovo Stato unitario.

Pare strano affermarlo, ma i 1500 anni di governo pontificio a Roma ebbero così, come causa indiretta della loro conclusione, anche la guerra franco-prussiana.

Il Papa "prigioniero" 
Ai papi non restò più nulla: Pio IX si chiuse in Vaticano, e per più di mezzo secolo i suoi successori si considerarono, di fronte al mondo cattolico e no, prigionieri dello Stato usurpatore e non uscirono mai, per nessun motivo, dai Palazzi e dai Giardini vaticani. La legge italiana delle Guarentigie (una legge che il papato non volle mai riconoscere, pur se equa e generosa; e che, la prima nel mondo, dava ai papi il potere di nominare autonomamente i vescovi in tutta Italia e non più nel solo Stato pontificio) aveva concesso al pontefice tutti gli onori e le immunità di un sovrano, con una Guardia personale e servizi di posta e telegrafo, oltre ad un generoso assegno annuo; ma stabiliva anche che egli aveva l’uso esclusivo - ma non la proprietà - del Vaticano, del Laterano e di Castel Gandolfo (l'extraterritorialità ne precludeva l'ingresso alle autorità e alla polizia del nostro Paese), anch’essi incamerati dallo Stato italiano.

Perciò, i vari papi che si susseguirono in questo lungo periodo (1870 - 1929), e cioè Pio IX, Leone XIII, Pio X, Benedetto XV e Pio XI, si guardarono bene dall'oltrepassare i confini di questa "aurea prigione"

La Chiesa riebbe un suo sia pur minuscolo territorio solo nel 1929, con i Patti Lateranensi stipulati fra la Santa Sede e l’Italia (il papa era Pio XI, e Mussolini capo del governo italiano): fu allora che, con quella che fu chiamata "la Conciliazione" fra Italia e Santa Sede, nacque lo Stato della Città del Vaticano, entità di diritto internazionale con piena sovranità e indipendenza.

L'accordo prese il via su iniziativa di Mussolini, consapevole della grande influenza che la Chiesa esercitava sulla popolazione italiana. Il dittatore, lungi dall'abbracciare i valori umani e morali tipici del cristianesimo, desiderava solo ammantare il suo regime di un'aura umanistica e benevola. In sostanza, l'operazione era volta, da parte sua, ad una strumentalizzazione e della Chiesa e del cristianesimo nel suo insieme.

Don Luigi Sturzo, ad esempio, che era stato costretto a sciogliere il partito popolare aveva scritto: "Ai fascisti torna vantaggioso mostrarsi cattolici e proclamare i diritti della religione. Ma è ben noto che nel complesso né la loro concezione di vita, né il loro ideale di Stato hanno nulla a che vedere con il cattolicesimo come religione e come morale. Essi vogliono lo stato appoggiato dalla Chiesa, ma da una Chiesa che serva e non domini, che aiuti e non domandi".

Per fare questo Mussolini si appellò all'allora pontefice in carica, Pio IX, con la lusinga di appianare finalmente i contrasti fra le due istituzioni e conciliare una volta per tutte le esigenze dello Stato italiano con quelle della Chiesa Cattolica. 

L'11 febbraio 1929 Mussolini, capo del Governo italiano, e Gasparri, cardinale Segretario di Stato di Pio XI, firmarono due distinti documenti

1) il Trattato (che poneva fine all'annosa situazione di stallo e di conflitto fra i due Enti sovrani, la cosiddetta questione romanache riguardava la ricostruzione dello Stato pontificio nei limiti della Città del Vaticano. Esso riconosce la necessità, "per assicurare alla Santa Sede l'assoluta e visibile indipendenza", di costituire un territorio autonomo sul quale il pontefice possa esercitare la sua piena sovranità. Veniva così creato lo Stato della Città del Vaticano;

2) il Concordato, di minore importanza (sui rapporti tra Stato e Chiesa, che fissava una indennità per i beni della Chiesa passati allo Stato italiano) - anche se oggi si ricorda solo quest'ultimo, tralasciando il Trattato, molto più importante storicamente.

Si confermava inoltre l'articolo 1 dello Statuto albertino, in virtù del quale "la religione cattolica, apostolica e romana" era considerata la sola religione dello Stato.

 

Mussolini e il cardinal Gasparri firmano i Patti Lateranensi, 11 febbraio 1929

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I patti vennero chiamati "Lateranensi" grazie al luogo in cui si svolse la firma dell'accordo, ossia San Giovanni in Laterano, sede della residenza papale. Politicamente nasceva quindi uno degli Stati di più recente costituzione, anche se carico di storia; uno Stato che oggi, nell’assetto economico-politico mondiale, è considerato, senza esagerazione e sia pure con i dovuti distinguo, una delle più grandi potenze della Terra.

una cartolina-ricordo dell'epoca
(Vittorio Emanuele III, Pio XI, Benito Mussolini)

Anche dopo il Concordato i pontefici continuarono a rimanere tra le mura del Vaticano. Il governo italiano non avrebbe mai ostacolato, se il Pontefice avesse espresso il desiderio di uscire dai suoi Palazzi e di girare per Roma o per l'Italia, eppure sia Pio XI che Pio XII, suo successore dal 1939, limitarono al massimo le uscite, per una forma di riservatezza, oggi incomprensibile. Pio XI uscì per la prima volta, quasi in incognito, alle sei del mattino del 21 dicembre 1929, per raggiungere San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, e prenderne ufficialmente possesso, come fanno tutti i Vescovi di Roma subito dopo la loro elezione. I giornali e la radio poterono parlare del fatto clamoroso solo dopo che era avvenuto. Aveva colto tutti di sorpresa. Poi Pio XI andò qualche volta a Castelgandolfo, a passarvi l'estate, e tutto finì così.

Bisogna però anche dire che la figura del Papa era a quei tempi ammantata da un'aura di lontananza ieratica, per cui il Papa successore si comportavano con grande prudenza e sottolineava così, con la rarità delle sue apparizioni all'esterno di San Pietro, la sua lontananza, il suo "essere al di sopra", l'apparire come un'autorità diversa e distinta da tutte le altre (sovrani e altri capi di Stato).

Perciò avvenne, come era previsto dal cerimoniale, che quando, nel 1929, i Reali d'Italia si recarono in Vaticano per solennizzare, con la loro visita ufficiale al Papa, il suggello degli accordi dell'11 febbraio, Pio XI non provvide a ricambiare la visita (non era mai successo, neppure con altri regnanti, e per tanti secoli di vita della Chiesa).

Non appena Vittorio Emanuele III ed Elena tornarono nel palazzo del Quirinale, in quella fredda mattina di dicembre, Pio XI inviò subito, quasi a volersi togliere senza indugio questo obbligo, il suo Segretario di Stato, il cardinale Pietro Gasparri, che "ricambiò la visita", al posto del Papa in persona.Una visita breve, di etichetta, che appariva come una cerimonia formale, non sentita. Così si usava, ai tempi andati.

Arriviamo dunque al 1939, quando, il 10 febbraio, Pio XI muore improvvisamente. Il 2 marzo il Conclave elegge il cardinale Eugenio Pacelli, che era il Segretario di Stato, e che prende il nome di Pio XII.
Il 1° settembre scoppia la guerra, che terminerà, fra lutti e distruzioni immani, solo nel 1945. Ma Mussolini tiene, per il momento, l'Italia fuori dal conflitto, pur sollecitato da molte parti; chi dice "ma allora cosa ci siamo alleati a fare con la Germania?", e chi più moderato dice "cosa aspettiamo che vinca tuto lui?" , e anche i più pacifici commentano "Mussolini aspetta che Hitler vinca poi farà l'avvoltoio".

A dicembre del '39, re Vittorio Emanuele III rende visita ufficiale al nuovo Papa, e si reca solennemente in Vaticano, proprio come dieci anni prima, accompagnato dalla regina Elena, vestita di bianco e con un lungo velo in testa. Solenni cerimonie, colloquio fra i due personaggi nella Sala del Trono, accorati appelli di Pio XII affinchè l'Italia si tenga fuori dal conflitto. Il Re vorrebbe replicare al Papa, ma il ministro degli esteri, Ciano, fa furtivamente segno di no, che non è il caso di parlare di quelle cose.

Ed ecco il colpo di scena, la sorpresa per tutti. Il cardinale Maglione, nuovo Segretario di Stato, non viene inviato al Quirinale per restituire la visita, ma è il Pontefice stesso, pochi giorni dopo, il 28 dicembre, che decide di recarsi di persona a rendere la visita ai Sovrani d'Italia.
E' un avvenimento mai visto, in passato. E così, in quel giorno di dicembre del 1939, Roma assiste a questo spettacolo mai visto: il Papa Pio XII si reca, in solenne corteo ufficiale, fino al Quirinale. Pioveva forte, ma il Papa volle che l'automobile su cui viaggiava fosse decapottata, in modo che tutte le migliaia di persone assiepate lungo il percorso, potessero vederlo. Portava in testa il cappello rosso dalle ampie falde, e questo, con il mantello papale, pure rosso, era l'unico riparo dalla pioggia battente.
Fra le acclamazioni di un popolo romano letteralmente impazzito al vedere questo grande e mai visto spettacolo, il Vescovo di Roma passava, dopo decenni di "invisibilità", per le vie della capitale, e in modo ufficiale e solenne, fra due interminabili ali di soldati che presentavano le armi, e per andare a rendere visita al loro sovrano. Il corteo di automobili nere, raggiunse alfine il palazzo del Quirinale, antica residenza dei pontefici, e Pio XII venne ricevuto, ai piedi dello scalone d'onore, dal vecchio Re, in alta uniforme militare.
Vittorio Emanuele III, nel Salone dei Corazzieri, gli presentò poi i vari componenti della Famiglia reale, i funzionari, i politici. Seguì il discorso privato, nella Sala del Trono.
Stranamente Mussolini era assente. Probabilmente non aveva affatto gradito che a Roma risuonassero, per le strade, grida di giubilo e applausi rivolti ad una personalità che non faceva parte nè dei Savoia nè del Regime fascista; ad una persona che gli "toglieva la scena". Forse la figura del Papa gli dava ombra e l'omaggio del popolo e delle autorità ad un personaggio unico al mondo, con un grande potere spirituale che durava da secoli, lo infastidiva non poco.

Non aveva, naturalmente, potuto opporsi alla storica visita, ma aveva sottolineato il suo distacco e la sua critica per questa inusuale iniziativa pontificia, rimanendo nell'ombra, in un silenzio corrucciato, e "brillando per la sua assenza" nel Palazzo del Quirinale. Inoltre, se fosse stato presente, per motivi di protocollo avrebbe dovuto occupare un posto secondario, sia rispetto al Papa che rispetto al Re, e questo naturalmente non poteva non dare fastidio ad un dittatore.
Così un Pontefice ritornava, questa volta da ospite, nell'antica residenza dei Papi, il palazzo del Quirinale, abbandonato in tutta fretta nel lontano settembre del 1870.