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IL CORVIALE L'originale edificazione si richiamava, come radice
culturale, alle teorie dell'architetto francese degli anni venti, Le Corbusier. L’edificio fu progettato nel 1972:
750000 metri cubi di cemento, 958
metri di lunghezza, 200 di spessore e 30 di altezza (nove piani, più due per cantine e seminterrato, 1202
appartamenti) in cinque corpi. Esiste un edificio più basso in parallelo ed
una terza costruzione posta trasversalmente. La struttura portante è in cemento
armato, i tramezzi sono pannelli di gesso prefabbricati. Al di là dell'anello stradale
principale c'è un centro scolastico con una materna, una elementare ed una
media. Il complesso comprende un anfiteatro all'aperto (terzo lotto), una sala
per riunioni (quarto lotto) e cinque sale condominiali. Nel progetto, il quarto piano, per
tutta la lunghezza dei due blocchi di residence, è destinato a botteghe artigiane, negozi,
servizi, e spazi “ludici”. Un esempio di “città su strada e non su
piazza”.
La prima pietra venne posta il
12 maggio 1975. Oggi è ancora incompiuto.
Le prime case furono consegnate nell'ottobre
del 1982. Ma fin dall'epoca della sua
edificazione, il complesso fu preso di mira da
parte di più cittadini con impellente necessità di un abitazione. |
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COME SI VIVE AL CORVIALE?I DATI DI UNA RICERCASono stati intervistati venti inquilini che hanno avuto l'alloggio legalmente dallo Iacp, chiamati assegnatari, e venti inquilini del quarto piano, gli occupanti. Le domande vertevano sui vari aspetti della vita di quartiere e familiare, sui rapporti fra inquilini, sul grado di soddisfazione per l'alloggio, la zona, i servizi. Immagine che Corviale ha
di sé, a ciò che gli abitanti pensano che gli altri dicano di loro. Gli
inquilini del colosso si sentono emarginati, mal considerati, non solo dalla
stampa , anche dai vicini di Casetta Mattei. Gli inquilini di Corviale, soprattutto i regolari , amano il "mostro", non
lo capiscono, ma ne sono affascinati. Non vogliono che si parli male di loro,
che li si denigri, ma non vogliono neanche che si dica male del palazzo. Non
accettano chi gli propone, credendo magari di acquisire consensi, come è
capitato a certi politici, di buttarlo giù. Nonostante gli inquilini del comprensorio abbiano passato anni
più bui, anni in cui, dalla consegna delle case ad oggi, si sono trovati a
dover lottare per avere servizi, mezzi pubblici, scuole, allacciamenti di
luce, gas e telefono, oggi gli abitanti del colosso e del suo IV piano
non sono catalogabili come marginali, non troveremo tra questi un livello
estremamente basso di educazione scolastica, né un reddito da fame, e
l'abitante del quarto piano non sarà necessariamente disoccupato o operaio
manovale, né tanto meno proveniente dal sud d'Italia.
Caso Corviale. Roma pentita, si interrogadi Vincenzo De GennaroDel pensiero architettonico proprio della tendenza megastrutturista che internazionalmente si diffonde nel secondo dopoguerra fino agli anni settanta, Roma, che nel chilometrico edificio vide il filone concretizzarsi nel settore residenziale, sembra oggi pentirsi definitivamente.È quanto emerge nel più recente convegno sul Recupero e la Trasformazione di Corviale, promosso dalla Regione Lazio, dall’Istituto Autonomo Case Popolari di Roma e dalla Facoltà di Architettura Valle Giulia dell’Università “La Sapienza” di Roma, invitata, quest’ultima, dal Commissario dello IACP a curare un iter di studi e proposte secondo una corposa agenda che contempla anche un concorso internazionale di idee. L’incontro del 14 dicembre 2001, che si è tenuto presso la sala “Ex Stenditoio” del complesso del San Michele, costituisce la prima giornata di lavoro, in cui si è presentato e discusso il caso. Si segnalano tre punti di osservazione: 1. - dal punto di vista urbanistico si guarda verso strumenti tradizionali di controllo e formalizzazione dell’ambiente. Nell’illustrazione di esempi concreti di intervento su grandi strutture insediative moderne - si va, per citarne alcune, dalla Tour Bleu a Bruxelles, al quartiere di Kreuzberg di Berlino, alle Vele di Secondigliano - si tratta spesso di demolizioni per far posto a ricostruzioni di isolati tradizionali, o di applicazioni di un nuovo urbanesimo secondo il metodo “charrette” (V. Deupi, U.S.A.). Il clou si raggiunge nel progetto-manifesto dell’Ente privato romano “Agenzia della Città”, nel quale si propone di radere al suolo tutto, a favore di un nuovo rione medievaleggiante. 2. - dal punto di vista sociologico si tenta di mettere a fuoco le ragioni dell’effetto ghetto: dalle vecchie logiche quantistiche dello standard e dello zoning tipiche della omogeneizzante cultura fordista che impronta il Corviale, ai cambiamenti della società e ai nuovi modi di abitare all’insegna della soggettività. Corviale, tardo nella sua realizzazione rispetto ai tempi, costituisce momento di passaggio. Non si accettano più imposizioni di strutture univoche (casa in condominio/contratto di lavoro), ma si assiste pure a un fenomeno di controtendenza: all’isolamento molecolare della soggettività dello spazio si sta affiancando una solidarietà di piano che denuncia una crescente esigenza di relazionarsi in maniera nuova con gli altri. 3. - dal punto di vista dell’architettura si mette in luce una netta distanza tra due diverse posizioni culturali, italiana e franco-belga. Essenzialmente conservatrice la prima, nelle ragioni di G. Muratore e F. Purini, piuttosto demolitiva la seconda, nelle voci di Maurice Culot e Lucien Kroll. La vita urbana ha sempre risentito fortemente dei cambiamenti delle stagioni culturali. Il facile ricorso alla demolizione denuncia spesso la difficoltà di vivere il passaggio. È sconfitta se si guarda al Pruitt-Igoe. Corviale è il simbolo dell’abitazione di massa, del sogno romantico di uguaglianza che umanizza la “macchina da abitare”. Un simbolo dell’Italia democristiana che come tutti i simboli di un periodo è maledetto subito dopo, oscurando anche ciò che di positivo si è a fatica conquistato. Corviale non può essere un cavallo di Troia. Si distrugge solo per un progetto forte e veramente migliore, non per damnatio memoriae. Né come per l’Ara Pacis. Corviale è lì, con il suo chilometro di problemi, e non è pensabile di trasformarlo tout court in villette “principe di Galles”. Probabilmente Roma lo lascerà così, rattoppando e lasciando fare al tempo. D'altronde non è più tra noi quella potente energia che lo ha generato, che ha lasciato immaginare possibile l’asse attrezzato e tutto il resto. Ma guardare al Lingotto di Torino non sarebbe male. Né irrealistico. Innestarvi la capacità di sopportare l’escursione attuale, senza rincorrere utopie di flessibilità, anzi seguendo criteri di conciliabilità. Infine sarebbe ora di prestare un orecchio agli allarmi che indefessamente Lucien Kroll non perde occasione di lanciare in questa sorda Roma. Non si fa architettura per architetti! |