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~ curiosità romane ~
- 9 - quando mastro Titta passava ponte le pubbliche esecuzioni nella Roma del XIX secolo |
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Viengheno: attenti: la
funzione è llesta...
(Vengono: attenti: la funzione è
rapida...)
Con queste parole si apre uno
dei numerosi sonetti di G.G.Belli ispirati alle esecuzioni che si tenevano a
Roma.
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Ai tempi in cui la città era governata dai papi (cioè
dal Papa Re), fino al 1870, le pubbliche esecuzioni erano uno degli
spettacoli preferiti dal popolino, che trovava questa pratica ripugnante non
solo di proprio gradimento, ma addirittura portava con sé i figli ad
assistere all'evento a mo' di strumento educativo, come in seguito verrà
detto. |
Pur professando uno dei mestieri più orribili, mastro Titta faceva il suo
dovere con distacco (un tradizionale atteggiamento dei romani verso gli scherzi
del destino). Talvolta era uso offrire ai condannati un'ultima presa di
tabacco, quasi a voler dire loro "non ve la prendete con me se oggi vi
trovate qui", o "coraggio: non ci vorrà molto tempo, farò un
bel lavoro".
Insomma, non svolgeva quell'attività per piacere, ma poiché qualcuno doveva pur
farlo... ce la metteva tutta per fare del suo meglio!
Mastro Titta viveva di un lavoro ufficiale: era verniciatore d'ombrelli,
un'attività per la quale possedeva una bottega sotto casa, nel quartiere di
Borgo, sulla sponda occidentale del Tevere, non distante dai palazzi pontifici.
Infatti, a causa del suo secondo "lavoro" occasionale, a salvaguardia
della sua stessa incolumità, non poteva accedere al centro della città (sulla
sponda opposta del Tevere) se non per il ben noto motivo ufficiale: quando si
diceva mastro Titta passa ponte, significava che qualcuno stava per
rimetterci la testa.
Quest'attività gli assicurava un certo numero di benefici.
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« Si vuole però che l'atto della uccisione del
paziente (sic!) siagli pagata tre quattrini, cioè tre centesimi della
lira romana, a dimostrare la viltà dell'opera », fa osservare Belli
in una delle sue note. |
A rischio di apparire un po' lugubri, sarebbe d'uopo ricordare la versatilità
di mastro Titta nel maneggiare lo "strumentario": le sue tecniche
comprendevano la decapitazione a mezzo della classica scure e, più tardi, a
mezzo ghigliottina (retaggio della Rivoluzione Francese), l'impiccagione e,
fino al secondo decennio dell'800, persino lo squartamento con la mazza;
quest'ultima era una "pena aggiuntiva" comminata ai rei di crimini
particolarmente efferati (ad esempio, l'omicidio di un prelato), e veniva
inflitta dopo la decapitazione, al corpo ormai privo di testa.
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Le pubbliche esecuzioni si tenevano in luoghi fissi; piazza del Popolo, la vasta platea sotto il Pincio, era una di questi. Ancora oggi una targa affissa nel 1909 da un'associazione di democratici ricorda due carbonari qui giustiziati nel 1825, la loro condanna "ordinata dal papa senza prove e senza difesa". Di lì a poco, il governo fece coprire queste parole con lo stucco, per non fare torto al Vaticano; ma molti anni dopo, nel corso di un restauro, rividero la luce, stavolta a imperitura memoria "per volontà ammonitrice di popolo". |
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Un altro famoso sito per le sentenze capitali era la piazzetta ad uno dei capi
del ponte dirimpetto a Castel S. Angelo, la cui splendida veduta non serviva
certo ad attenuare la crudeltà dello spettacolo che vi si teneva.
A proposito dei luoghi suddetti, in uno dei suoi sonetti Belli appose un'altra
gustosa nota, datata 1835, che dice:
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"(Popolo e Ponte) Piazze sulle quali sino agli ultimi anni si è eseguita la giustizia. Ora le esecuzioni han luogo in Via de' Cerchi, che corre parallela al lato esterno settentrionale dell'antico Circo Massimo, nella valle tra l'Aventino e il Palatino, bagnata una volta dal Velabro maggiore. Ed ivi ben conviene la punizione de' misfatti dove fu da' Romani compiuto il primo delitto: il ratto delle Sabine.". |
Poco prima che un'esecuzione avesse luogo, diverse chiese affiggevano
pubblicamente manifesti nei quali si invitavano i fedeli a pregare per le anime
dei condannati. Questo è anche il modo in cui il popolino apprendeva
dell'evento.
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Ma non solo la plebe e il poeta G.G.Belli furono
testimoni di tali crudi raduni: anche due celebri autori inglesi lasciarono
una descrizione dell'opera di mastro Titta. |
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Una curiosa abitudine che l'autore inglese sembra aver trascurato, forse perché
troppo preso da ciò che succedeva sul palco, è che in mezzo alla grande folla
molti uomini erano soliti portare con sé i propri figli maschi per mostrare
loro ogni dettaglio della cerimonia: proprio nel momento in cui veniva giù la
lama (...e la testa) o quando, in caso di impiccagione, il condannato rimaneva
appeso, era consuetudine dare loro uno sganassone (cioè una sberla),
come tangibile ricordo di ciò che sarebbe potuto loro capitare il giorno che si
fossero messi nei guai con la giustizia (e fra i bassi ceti sociali, a quei
tempi, ciò accadeva molto spesso).
Di questo costume fa menzione Belli in uno dei suoi sonetti più conosciuti, una
piccola selezione dei quali è riportata in questa
pagina.
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Un altro elemento della lugubre cerimonia era la
processione dei frati che accompagnavano i condannati fin sotto il patibolo,
indossando un saio nero con un cappuccio a punta. |
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La congregazione si occupava dei conforti religiosi per
i condannati; dopo l'esecuzione, gli stessi frati portavano via i corpi per
seppellirli nel chiostro della chiesa. |
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Cimeli delle suddette
cerimonie sono ora conservati presso la Camera Storica della congregazione,
presso la chiesa di San Giovanni Decollato, aperta al pubblico un giorno
all'anno, lo stesso del santo, il 24 giugno.
questa pagina è stata scritta con la speranza che |
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