L'abitudine di indire manifestazioni di svago prima della
Quaresima ebbe iinizio nel X secolo, anche se in forma di giochi e
tornei, solo in seguito tramutati in feste di piazza. Divenne presto uno degli
appuntamenti più attesi dell'anno, richiamando gente anche da fuori città.
Durante il Rinascimento il Carnevale Romano superò in fama persino quello
celeberrimo di Venezia.
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L'importanza della festa per i romani veniva
accresciuta dal fatto che solo durante questo breve periodo era
consentita la trasgressione di alcune rigide disposizioni in materia di
ordine pubblico, in gran parte basate su codici religiosi. I tutori
dell'ordine erano inflessibili a farle rispettare nel resto dell'anno, e
in particolare durante l'imminente Quaresima, quando persino le commedie
a teatro erano proibite per non turbare lo spirito
pasquale.
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Insomma, a Carnevale ci si
poteva prendere qualche libertà, anche verso la classe dirigente (clero e
nobili), che in altri periodi dell'anno sarebbero costate la galera, o peggio.
E benché anche il Carnevale fosse strettamente regolamentato, non era raro che
qualcuno si lasciasse andare ad eccessi di ogni sorta
1. Sotto diversi papi, primo fra tutti Sisto V,
a Carnevale il boia dovette fare gli straordinari.
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I festeggiamenti però erano tutt'altro che garantiti:
ogni anno si doveva attendere che il papa con un editto apposito
concedesse la licenza di tenerli. In genere nei Giubilei (o Anni Santi)
l'intero programma veniva soppresso, e sostituito da celebrazioni
liturgiche 2. Anche la
morte di un papa poteva far sospendere le feste (ad esempio quella di
Leone XII, nel 1829, costò ai romani il Carnevale). |
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Inoltre, durante questi giorni,
molti papi temevano rivolte, perché la possibilità di circolare mascherati
consentiva ai sovversivi e ai ricercati di passare inosservati. Quindi in
prossimità di provvedimenti impopolari (nuove tasse, o altro) ogni scusa era
buona per vietare le feste e le mascherate. Ad esempio nel 1837 il motivo
ufficiale fu un'epidemia di colera, e Belli scrisse:
 piazza Navona nel '400 |
Oggi arfine per ordine
papale Cor protesto e la scusa der collèra, Ma ppe un'antra
raggione un po' ppiù vera Er Governo ha inibbito er
carnovale.
(da
Er carnovale der '37, 20 gennaio
1837)
Il primo luogo dei festeggiamenti del Carnevale
Romano fu piazza Navona, allora platea in Agone, dove sin dal medioevo
si svolgevano tauromachie e tornei di cavalieri consistenti nel colpire
un bersaglio rotante (un saracino) oppure infilzare un anello con
una lancia. |
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A questa si aggiunse il Monte Testaccio, presso il
confine sud-ovest dell'allora confine urbano, area pressoché disabitata;
qui si praticava una tradizione abbastanza cruenta detta la ruzzica
de li porci. In cima alla collina artificiale venivano allestiti
carretti con sopra diversi maiali vivi, che poi venivano fatti rotolare
lungo la ripida fiancata; nella corsa i carri si rovesciavano, si
fracassavano, mentre a valle si radunava una gran folla che si
contendeva gli animali (o quanto ne restava) in una gigantesca e
sanguinolenta ressa.
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 Monte Testaccio nel
'400 |
Verso la metà del '400 i
festeggiamenti cambiarono sede per ordine di papa Paolo II, che essendo
veneziano colse l'occasione per valorizzare il suo Palazzo Venezia appena
costruito, ovviamente in piazza Venezia, a ridosso della basilica di S.Marco
(quando si dice la mancanza di casa!). Come teatro delle feste carnascialesche
fu scelta l'adiacente via del Corso, allora ancora chiamata via Lata
(periferia nord della Roma rinascimentale), che ancor prima, in epoca romana,
era stata il tratto urbano della via Flaminia.
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Qui la fantasia popolare partorì un'altra
competizione quanto mai bizzarra e decisamente crudele: una corsa lungo
il rettifilo di circa 1.5 Km a cui prendevano
parte zoppi, deformi, nani, ...ed ebrei anziani. Il popolo gioiva alla
vista degli strani competitori, e non risparmiava loro salaci battute ed
il lancio di ogni sorta d'oggetti. Fu Clemente IX che nel 1667
pose fine alla barbarie, ma da allora agli ebrei toccò accollarsi gran
parte delle spese del Carnevale, e subire l'onta di una cerimonia
farsesca con la quale lo stesso si apriva.
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Il Rabbino Capo della comunità si recava in
Campidoglio, e inginocchiato davanti al Senatore e ai Conservatori, la
pubblica amministrazione di Roma, pronunciava un discorso di
contrizione, al quale il Senatore rispondeva con le parole: Andate!
Per quest'anno vi soffriamo, rifilando al capo degli Israeliti
romani un calcio nelle terga! Ma a parte ciò, si tenevano anche
manifestazioni più innocue: sfilate di maschere (erano molto in voga
quelle dei personaggi della Commedia dell'Arte, come Pulcinella o
Arlecchino), festini (balli pubblici che duravano tutta la
notte), lanci di confetti (pallottole di gesso colorato) e di
sbruffi (equivalenti agli attuali coriandoli). |
 I moccoletti al Corso (part.), Ippolito
Caffi, 1850 c. |
Si arrivava così all'atto
conclusivo del Carnevale, la sera del Martedì Grasso, con la suggestiva Corsa
dei Moccoletti, fatta cioè reggendo candele o lumini e tentando, nel correre,
di spengere le fiammelle altrui.
 personaggi mascherati (Jan
Miel, Carnevale Romano, 1653); quello in basso è travestito
da guardia svizzera |
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Addio ammascherate e
carrettelle, Pranzi, cene, marenne e colazzione, Fiori,
sbruffi, confetti e caramelle.
Er
carnovale è morto e sseppellito: Li moccoli hanno chiusa la
funzione: Nun ze ne parla più: tutt'è
ffinito.
(da
Er primo giorno de Quaresima, 17 febbraio
1847) |
Di giorno erano in molti a travestirsi. Dopo il
tramonto era ancora lecito farlo, ma senza indossare maschere sul volto,
per motivi di pubblica sicurezza; tali maschere, di cera o cartapesta,
erano così popolari da costituire per i venditori una vera nicchia di
mercato, per tutta la durata del Carnevale. Persino preti, frati e
monache facevano baldoria, anche se nell'ambito dei rispettivi conventi
(non in strada); erano ammessi musica, balli, pranzi sontuosi, e anche
qualche innocente travestimento. |
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Alle monache di clausura, però, era consentito
mascherarsi solo con gli abiti dei propri confessori!
L'evento
più atteso era la Corsa dei Barberi, cioè dei cavalli berberi, una razza
non molto alta ma muscolosa; questa aveva sostituito nel favore popolare
la corsa ormai vietata degli storpi. Si ripeteva ben otto volte, quanti
erano i giorni di feste, e si svolgeva poco prima del tramonto.
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 La mossa dei barberi, dipinto di
G.F.Perry, 1827 |
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I barberi venivano lanciati senza fantino da
piazza del Popolo (fase detta mossa o smossa dei barberi),
e raggiungevano a tutta velocità l'estremità opposta del Corso, piazza
Venezia, allora assai più piccola dell'enorme spiazzo che è oggi, dove
si tendeva un telone per fermare i cavalli, mentre i barbareschi,
mozzi di scuderia, dando sfoggio di coraggio e di muscoli si gettavano
tra di loro tentando di bloccarli a viva forza (cosiddetta ripresa
dei barberi), in mezzo al trambusto generale. Il proprietario del
cavallo vincitore riceveva in premio un palio, cioè un drappo di stoffa
preziosa e ricamata, le cui spese toccavano, manco a dirlo, agli ebrei.
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A rendere pericolosa per gli spettatori la stessa
corsa era la strettezza della via, gremita di gente. I signori
assistevano dai balconi (in affitto), ma i più rimanevano in strada, su
un gradino, oggi scomparso, che correva come un'alto ma stretto
marciapiedi ai lati della strada
3.
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 La ripresa de' Cavalli detti volgarmente
barberi, alla piazza di Venezia dopo la corsa del Carnevale in
Roma, particolare da un'incisione di Bartolomeo Pinelli |
 via del Corso, com'è oggi |
Nel 1874, durante la corsa un giovane
improvvidamente attraversò la strada mentre sopraggiungeva un cavallo, e
morì proprio sotto gli occhi dei reali. Vittorio Emanuele II abolì
la manifestazione, che da allora non fu mai ripetuta. Questo segnò la
fine della corsa, e anche del Carnevale Romano che vi era così
strettamente legato. Oggi ne rimane solo il lontano ricordo, nel nome
stesso di via del Corso.
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NOTE
1. - Secondo Luigi De Sanctis, in Roma
Papale (1882), il carnevale in Roma costa ogni anno la vita a molte
persone, per malattie prese o per travestimenti imprudenti, o per
infiammazioni, o per stravizi.
2. - Osserva Massimo D'Azeglio ne
I miei ricordi (1867): Uno dei primi pensieri del Papa Leone era
stato di pubblicare il gran giubileo universale dell'anno '25. La qual cosa
significava Roma trasformata per dodici mesi in un gran stabilimento di
esercizi spirituali. Non teatri, non feste, non balli, non ricevimenti,
neppure in piazza i burattini, ed invece prediche, missioni, processioni,
funzioni, ecc.
3. - Belli dà una descrizione di questo gradino in
una nota del sonetto Er Corzo arifatto (11 aprile 1834):
Si allude alla attuale nuova livellazione della Via del Corso,
fiancheggiata di due uniformi marciapiedi a gradino, lungo i quali ricorrono a
brevissime distanze due linee di bocchette destinate a ricevere gli scoli
della strada.