Oratorio dei Sette Dormienti
Rione Celio, via di Porta S. Sebastiano
CHIESE MEDIEVALI torna alla pagina iniziale delle CHIESE DI ROMA

Al n. 7 di via di Porta S. Sebastiano, sul sinistro margine del tracciato urbano della via Appia, nel 1875 lo studioso Mariano Armellini identificò un ambiente della vigna Pallavicini (al tempo utilizzato come deposito di formaggio) con l'antico Oratorio dei Sette Dormienti (non aperto al pubblico). L'edificio è ricavato entro ruderi di epoca classica e ha la sua fronte rivolta alla strada. Dalla sua struttura che anche oggi mantiene, l'Armellini congetturò che in origine fosse una cella sepolcrale profana della via Appia, convertita nei secoli posteriori ad uso d'oratorio cristiano. Oggi, al di sopra di questo ambiente, è stato fabbricato un casale, che ne ha alterato all'esterno la natura e l'aspetto. Il piano antico è stato riportato alla luce negli ultimi lavori di restauro fatti eseguire dalla principessa Pallavicini nel 1962.
La porta ha grossi stipiti e architrave marmorei, in cui sono profondamente graffite, o per meglio rozzamente scolpite, varie croci equilatere. L'Oratorio è ricavato in una stanza di circa m. 6 x 4, ricoperta da volta a botte, il cui intonaco è per la maggior parte caduto. Ai due lati della porta vi sono due nicchie quadrate per porvi i lumi. A metà delle due pareti laterali parte un sedile che va a terminare nella parete di fondo. Questa, anziché curva in forma d'abside, è piana, ma vi è ricavata nel basso una nicchia semisferica ove spicca un'immagine dell'Arcangelo Gabriele. Il tipo di muratura risulta alquanto irregolare, vicina ai tipi altomedievali.
Nel centro della grande lunetta superiore, dentro una mandorla, si riconosce invece il busto del Cristo: con la destra sta in atteggiamento di benedire alla greca, mentre colla sinistra tiene stretto al petto il consueto volume degli Evangelii riccamente gemmato; il suo capo è cinto da un nimbo adorno di gemme. Alla destra ed alla sinistra dell'imagine due schiere di Angeli, con le ali distese e la figura dolcemente inclinata, in atto di ossequio e riverenza, fanno offerte al Salvatore. Il trovare Gabriele nella nicchia principale dell'edificio è segno che quest'oratorio sia stato a lui dedicato. Nel cosiddetto Catalogo di Torino (1320) infatti, tra la S. Cesareo e S. Giovanni a Porta Latina è citata proprio un'ecclesia Sancti Archangeli (al n° 276 della nostra numerazione: Ecclesia sancti Archangeli non habet servitorem).
Nell'angolo sinistro della lunetta di fondo si osserva la figura del committente, un uomo barbato e riccamente vestito; a lettere bianche sul fondo azzurro della pittura è dipinto il nome del personaggio: Beno. Già l'Armellini sospettò che questo Beno fosse lo stesso Beno de Rapiza che fece dipingere nella Basilica sotterranea di S. Clemente due pitture che presentano l'una la conversione di Sisinnio, e l'altra il miracolo avvenuto sulla tomba di S. Clemente nel Mar Nero. In effetti, paragonando le immagini dell'oratorio con quelle di S. Clemente risulta una certa somiglianza, di vesti, di posizione, d'atteggiamento, di fisionomia; lo stesso può dirsi per la figura della consorte Domna Maria di cui nell'Oratorio rimane solo il capo e parte del cero acceso. Non è tuttavia sicuro che sia lo stesso artista che abbia eseguito per il Rapiza gli uni e gli altri dipinti. Esistendo l'ipotesi che il Beno qui rappresentato sia lo stesso degli affreschi della basilica inferiore di S. Clemente, si è pensato che forse in questa rappresentazione egli, insieme alla moglie sia stato rappresentato in un momento precedente della propria vita, visto che negli affreschi di S. Clemente (datati agli ultimi anni dell'XI secolo) compare insieme ai figli: nel complesso la datazione dell'Oratorio andrà dunque ancorata verso il V-VII decennio del secolo XI.
Sotto l'immagine di Beno, si vedono poi tre santi orientali, forse Atanasio, Basilio e il Crisostomo. Dall'altro lato, in corrispondenza di questi tre personaggi, sotto l'immagine di Maria moglie di Beno rimangono le tracce di tre figure muliebri coperte d'ampia stola; il nimbo ne rivela la santità ma ogni congettura sul loro conto e sul loro nome risulterebbe priva di qualsiasi fondamento. Nella parete destra dell'Oratorio restano altre figure: un santo monaco dalla bianca barba, due angeli (uno forse da identificare con l'Arcangelo Michele), un santo vescovo e varie altre immagini di santi. Lo stile dei dipinti sembra tale da risalire all'incirca all'epoca di quelli della parete di fondo fatti eseguire per cura di Beno de Rapiza.
L'Oratorio risulta in precedenza essere stato intitolato ai Sette Dormienti di Efeso che vi riscossero venerazione e dei quali qui fiorì un tempo il culto: a prima del 1000 risale il ricordo di due stanze dedicate in questa zona alla memoria dei Santi Dormienti. Purtroppo dalle pitture non è dato cogliere nulla che si leghi alla storia di questi personaggi. La denominazione si estese poi a tutta la contrada circostante.
Dell'Oratorio, dopo il 1320, non si fa più menzione fino a quando il Pontefice Clemente XI (XVIII secolo), che nutriva particolare venerazione per i Sette Dormienti e per la cultura orientale, volle che esso, di cui ai suoi giorni non si era perduta la memoria, fosse restaurato e gli fece assegnare un fondo fruttifero per il mantenimento di una lampada che ardesse in perpetuo in onore di quei Santi; è possibile che ai tempi di Clemente XI fossero visibili le loro immagini poi più tardi deperite.