S. Stefano Rotondo
Rione Monti, via S. Stefano Rotondo
CHIESE MEDIEVALI torna alla pagina iniziale delle CHIESE DI ROMA

Chiesa tra le più singolari di Roma, e forse quella in cui c’è maggior contrasto tra la grande importanza e la scarsa conoscenza che se ne ha; alla scarsa conoscenza hanno contribuito anche i pluridecennali lavori di scavo archeologico sotto di essa, che, se pure hanno conseguito notevoli risultati, sono stati causa di un notevole deperimento delle pitture della chiesa.

Storia

È la più antica chiesa a pianta circolare esistente in Roma. Fu eretta da papa Simplicio (467-483) ispirandosi al Santo Sepolcro di Gerusalemme, di cui la chiesa probabilmente riprese, oltre le forme, anche le proporzioni. Per erigere l'edificio si demolì una parte degli antichi Castra Peregrinorum e dell'annesso mitreo (oggi nei sotterranei della chiesa).

La pianta originale era estremamente elaborata, impostata su tre cerchi concentrici di 22, 42 e 66 metri di diametro. Il cerchio più interno era formato da 22 colonne con capitelli ionici: al vano a cupola centrale seguiva una navata anulare che s'intersecava con una croce greca con quattro cappelle nei bracci; oltre i quattro cortili ricavati tra i bracci della croce vi era infine il porticato anulare; il muro esterno era scandito da otto piccole porte (in gran parte murate già nel VI secolo).

Tra il 523 e il 529 l'interno di S. Stefano Rotondo fu sontuosamente ornato con mosaici e lastre marmoree intarsiate in porfido, serpentino e madreperla; al centro fu inserita una tribuna per la schola cantorum e per la cattedra, un antico sedile marmoreo di età imperiale, a cui furono tolti nel XIII secolo la spalliera ed i braccioli (oggi il sedile è collocato a sinistra dell'ingresso).
La chiesa ricevette una nuova funzione quando papa Teodoro I (642-649) fece traslare a S. Stefano Rotondo le reliquie dei ss. Primo e Feliciano (uccisi nel 286 circa nella persecuzione di Diocleziano) da un cimitero sulla via Nomentana. A loro fu dedicata la cappella eretta nel braccio di nord-est della croce; la volta dell'abside fu rivestita completamente da un mosaico in cui sono raffigurati i ss. Primo e Feliciano ai lati di una grande Croce gemmata e sormontata da un medaglione con il busto di Cristo; al culmine, la mano di Dio regge una corona. Nella cappella dei ss. Primo e Feliciano papa Teodoro fece seppellire suo padre, che era stato vescovo in Palestina. Papa Adriano I (772-795) fece sopraelevare la parte centrale della costruzione di metri 1,50 e arricchì l'arredamento donando venti tende di lino purpureo.

Fra il 1139 ed il 1143 papa Innocenzo II fece restaurare la chiesa; però la navata anulare esterna, rimasta senza tetto, non fu più rifatta e cadde in rovina. Dei quattro bracci della croce rimase intatto soltanto quello in cui si trovava la cappella dei ss. Primo e Feliciano. Il colonnato mediano fu chiuso con mattoni e divenne il muro esterno; davanti all'ingresso dalla via del Laterano si aggiunse un atrio a volta. La chiesa fu coperta con tetti bassi a cono. Per la parte centrale a tamburo non si trovarono travi sufficientemente lunghe; perciò, per sorreggere il tetto, si eresse in alto, lungo un diametro, un muro trasversale (poggiante su archi disuguali sostenuti a loro volta dal colonnato interno e da altre due colonne di granito aggiunte) che finì per dividere l'ambiente in due. Delle ventidue finestre originarie del tamburo ne furono murate quattordici, per dare maggior robustezza all'alta parete cilindrica.

A causa di tali interventi radicali la chiesa risultò decisamente più piccola; ma pur così semplificata, S. Stefano Rotondo non resse il passare del tempo: agli inizi del sec. XV la chiesa risulta priva di tetto e in stato di abbandono. Nel 1452 papa Niccolò V fece restaurare la chiesa dall'architetto e scultore fiorentino Bernardo Rossellino, che ne alterò il disegno eliminando tre dei quattro bracci della croce e il portico esterno, tamponando quindi le arcate dell’anello interno, che furono poi affrescate alla fine del Cinquecento. Devastata durante il Sacco dei Lanzichenecchi (1527), la chiesa fu nuovamente restaurata nel 1735 e nel 1802, continuando a condurre un’esistenza in tono minore, appartata dietro gli archi superstiti dell’acquedotto Neroniano, in una delle zone più tranquille della città, caratteristiche che in fondo mantiene ancora. Nel 1958 iniziarono poi gli scavi sotto la chiesa che portarono nel 1973 alla scoperta del mitreo nel sottosuolo. Soltanto nel 1990 la chiesa è stata riaperta al pubblico.

Visita

Si accede alla chiesa per un portichetto su cinque colonne di granito, anch’esso dovuto all’intervento di Innocenzo II e, tramite un ambulacro, braccio superstite della croce originaria, si entra nella navata anulare in cui sono ben distinguibili le trentaquattro colonne antiche inglobate nella muratura. L’ambiente centrale è separato dalla navata anulare da ventidue colonne in granito con capitelli ionici, su cui poggia un‘architrave continua e si innalza il tiburio della cupola, le travi del tetto della quale sono sorrette da due pilastri e due colonne di dimensioni colossali posti lungo il diametro dell’ambiente circolare, risalenti, come detto, al XII secolo. A sinistra si apre la cappella dei SS. Primo e Feliciano. del VII secolo, nel cui catino è il mosaico raffigurante gli omonimi santi ai lati della croce stemmata sulla quale, entro un clipeo, compare il Cristo benedicente, mosaico eseguito sotto papa Teodoro (642-649), il cui stile appare come pienamente bizantino. Ma l’elemento di maggior interesse risulta il ciclo di affreschi realizzato sotto Gregorio XIII (1572-1585) sulle pareti tamponate della navata anulare, commissionato dalla Compagnia di Gesù ai pittori Antonio Tempesta e Niccolò Circignani, raffigurante 34 scene di martirio, tratte dalle Passiones dei santi martiri dell’antichità, aventi lo scopo di istruire i novizi da inviare nelle terre di missione su ciò che avrebbe potuto attenderli, e accendere in loro lo zelo e la brama di martirio. All’effetto d’insieme concorreva la suggestione del sito, scelto appositamente, con i suoi caratteri di isolamento e di vetustà.

Gli affreschi, colmi di scene raccapriccianti, presentano un carattere quindi estremamente didattico, con legendae sottostanti e lettere di riferimento, costituendo oggi una delle più singolari ed efficaci testimonianze del clima spirituale della Controriforma.

Uscendo dalla chiesa, la via di S. Stefano Rotondo è un’altra di quelle suggestive strade che si mostrano come reliquie della Roma papale dell’Ottocento, con il suo tono semirurale e dimesso, accentuato dalla presenza dei grandiosi ruderi dell’acquedotto Neroniano, che la affiancano dapprima su di un lato e poi sull’altro.