Santa Maria in Via Lata
Rione Pigna, via del Corso 306
CHIESE MEDIEVALI torna alla pagina iniziale delle CHIESE DI ROMA

La chiesa di S. Maria in via Lata deve il suo nome alla strada che costituiva, in epoca classica, il primo tratto urbano della via Flaminia; essa si sviluppa sopra i resti di un grande edificio pubblico (probabilmente una porticus) risalente alla prima età imperiale.
Al principio del III secolo in questo edificio furono ricavati una serie di magazzini (horrea), sei dei quali, a loro volta, furono poi trasformati in diaconia; l'epoca di questa trasformazione si fa risalire per tradizione a papa Sergio I (687-701).
Per adattare gli horrea alla nuova funzione, fu tuttavia necessario effettuare alcune modifiche strutturali dei sei vani. Furono dapprima eliminati i mezzanini lignei (di cui restano abbondanti tracce); si misero in comunicazione i sei vani, creando tre 'navate' disposte lungo l'asse ovest-est (vani I-IV; II-V; III-VI); si dotò il vano II, disposto sulla 'navata' centrale, di un'abside del diametro di m. 1,40.
Il Liber Pontificalis ricorda che Leone III (795-816) e Gregorio IV (827-844) elargirono molti doni alla chiesa e riferisce pure che sotto i pontificati di Sergio II (844-847), Benedetto III (855-858) e Niccolò III (858-867) il Tevere si alzò così tanto che a volte l'accesso alla chiesa finì completamente sommerso.
Fu forse proprio per far fronte ai continui allagamenti che nel 1049 papa Leone IX (1049-1054) volle che la chiesa fosse completamente ricostruita, sopraelevandola. Il nuovo edificio aveva l'orientamento opposto a quello attuale e si appoggiava a un arco romano (l'Arcus Novus) che scavalcava la via Lata. Nel consacrare il nuovo edificio, Leone IX collocò nell'altare maggiore alcune reliquie. La chiesa inferiore venne in parte murata e in parte trasformata in cripta: una Testa di santa raffigurata nell'abside del vano II sembra doversi datare proprio al sec. XI.
La chiesa dovette avere notevole importanza nel Basso Medioevo: Cencio Camerario (al n° 46 della nostra numerazione) ci informa che alla fine del XII secolo le erano attribuite generose elargizioni in denaro, segno della considerazione di cui godeva.
Nel 1491 Innocenzo VIII avviò a una profonda modificazione dell'edificio, che, pur conservando la pianta basilicale della chiesa medioevale, con le tre navate divise da dodici colonne antiche in marmo cipollino, fu ampliato e rialzato di circa un metro. L'abside andò a occupare l'area di una chiesa confinante (S. Ciriaco) e si demolì perfino l'adiacente arco romano. La nuova chiesa fu consacrata nel 1506, anche se soltanto con il XVII secolo assunse il suo aspetto definitivo.
Poco nella chiesa superiore sembra rimandare alla sua storia medioevale: nella Cappella del Sacramento, in fondo alla navata destra, sopravvivono resti del pavimento cosmatesco, mentre sull'altare maggiore si conserva la venerata icona della Madonna Advocata, opera di un non meglio documentato Petrus pictor; variamente datata tra l'XI e il XIII secolo, l'icona presenta una volumetria e una saldezza che consente di datarla alla seconda metà del XII secolo.

Da una porta a sinistra dell'atrio si accede alla chiesa sotterranea (corrispondente alla chiesa paleocristiana), assai difficile da visitare. Il ripristino dei sei ambienti si deve a Pietro da Cortona, che tra il 1658 e il 1662 recuperò i vani restaurandoli e decorandoli. La sistemazione secentesca (purtroppo irrimediabilmente guastata dagli scavi del 1905 e del 1964) salvaguardò una serie di affreschi di straordinaria importanza per lo studio dell'arte romana altomedioevale; tuttavia, a causa della grande umidità degli ambienti, nel 1960 l'Istituto Centrale del Restauro procedette al definitivo distacco degli affreschi, oggi finalmente esposti - dopo un lungo restauro - nel Museo Nazionale Romano Crypta Balbi (via delle Botteghe Oscure).
Nel vano I è ancora visibile la colonna di granito (alta metri 2.30) con base e capitello corinzio, connessa alla memoria della prigionia di S. Paolo che secondo una leggenda avrebbe dimorato proprio qui; verso l'angolo nord sta il pozzo ottagonale da cui sarebbe scaturita l'acqua prodigiosa in seguito alle preghiere di S. Paolo.
Il vano II conserva ancora un altare in muratura collocato al centro della parete nord. Alto circa un metro e di forma cubica, presenta un'apertura collocata sul piano della mensa (per contenere le reliquie) e la fenestella confessionis al centro della superficie anteriore. Alcune pitture decorano le facce visibili: l'anteriore presenta piccole croci bianche su fondo scuro, le laterali una croce rossa dai cui angoli nascono palmette. Dal confronto con altari analoghi (come quello di S. Nicola de' Cesarini), può essere attribuito alla fase originaria della diaconia paleocristiana. Una Testa di santa appartenente alla decorazione absidale è stata invece datata al 1049, al tempo dei lavori intrapresi nella chiesa da Leone IX: essa mostra una scioltezza compositiva che lo accomuna agli affreschi della chiesa dell'Immacolata Concezione di Ceri.
Dal vano III provengono gli affreschi (variamente datati al VII-VIII secolo), raffiguranti l'Orazione nell'Orto, opera di un pittore forse non romano dotato di notevoli capacità espressive, e Tre teste di santi, dalla decisa impostazione plastica e una vigorosa espressività che li collega agli affreschi più antichi di S. Crisogono.
Il vano IV mostra un antico accesso a ovest occluso da strutture di fondazione della chiesa del secolo XI. Qui, nell'arco che divide questo ambiente dal vano I era raffigurata una ghirlanda di rose e ai lati, scendendo lungo i pilastri, un tempietto e figure di santi. Anche le altre pareti del vano erano interessate da pitture: sul lato sud è stato identificato un Mosè, mentre sul lato nord fu ritrovata una pittura raffigurante una porta in prospettiva; lungo il muro ovest vi erano invece altre figure, che dovevano far parte di un Giudizio di Salomone: quando furono realizzate le fondazioni della superiore chiesa medioevale, queste pitture furono rovinate. Erano infine collocate a est le Storie di S. Erasmo (metà del sec. VIII), notevoli per il loro intento narrativo, dove le immagini, in parte sproporzionate, sembrano seguire un filone di arte popolare che si riscontra in analoghi affreschi contemporanei. Nella fascia subito al di sotto delle Storie di S.Erasmo, sono state individuate tracce di affreschi raffiguranti scene tratte dalle Storie dei Sette Dormienti e le figure di due committenti (indicati dalle scritte Benedicta mulier ed Ego Silbester mon[achus]).
Anche il vano V ha conservato notevoli tracce di pitture. Particolarmente interessanti sono le figure monumentali di due santi, alte m. 1,25, poste a ornamento degli stipiti interni del passaggio aperto tra il vano IV e il V. Identificate con i due santi celimontani Giovanni e Paolo (sono infatti accompagnate rispettivamente dalle scritte Paulus e [Johan]nes), le due figure mostrano un segno nero di contorno molto rigido che sembra datarle alla fine dell'VIII secolo.
Il vano VI infine mostra una porta colmata da un poderoso muro di fondazione relativo alla ricostruzione della chiesa ad un livello più alto avvenuta nel secolo XI. Al centro del vano è posto un'altare, datato al XII secolo; esso fu realizzato riutilizzando un antico cippo nelle cui facce a vista fu inserita una decorazione cosmatesca formata da frammenti di marmi antichi (porfido, serpentino, basalto).
In un locale annesso alla chiesa si conservano alcuni arredi sacri, tra cui un cero pasquale cosmatesco e una cassetta reliquiaria con smalti, di fabbrica limosina (XIII secolo).