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S. Maria in Cosmedin
Rione Ripa, piazza della Bocca della Verità |
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Un'altra
delle chiese romane che più profondamente sono assurte a simbolo di
determinati aspetti della città stessa, e che con gli adiacenti templi di
piazza Bocca della Verità costituisce un quadro vivente della continuità
tra la Roma antica e quella medievale.
Sul luogo ove sorge la chiesa da tempo antichissimo si trovava l'Ara Maxima Herculis, luogo di culto greco semidio che testimoniava della precoce penetrazione di aspetti del culto greco in Roma; anche in relazione al carattere di zona portuale e di commerci dell'aerea del Velabro fin dalla più alta antichità. L'ara è stata identificata da diversi archeologi con il gigantesco blocco di tufo nel quale è scavata la cripta della chiesa, e vicino ad essa sorgeva un tempio di Ercole, che sopravvisse sino alla fine del XV secolo. Accanto all'ara, sul finire del IV secolo d.C., un precedente edificio fu trasformato in sede della Statio Annonae, l'istituzione che curava le distribuzioni gratuite di cibo alla cittadinanza romana. Questa funzione passò alla chiesa romana sul finire del VI secolo, ed il complesso fu trasformato in una diaconìa, chiamata Santa Maria in Schola Graeca, quando vi si trasferirono monaci bizantini che fuggivano dalle persecuzioni iconoclaste, nel 782, dandogli poi anche l'attributo di kosmidion, per lo splendore delle decorazioni. In quell'anno Adriano
I raddoppiò l'edificio, demolendo un maximum monumentum de
tiburtino lapide (forse un muro della Statio Annonae), di cui
utilizzò le macerie per costruire la nuova abside. Questa nuova chiesa si
presentava con colonne trabeate e con le pareti della navata centrale
movimentate da gallerie (matroneo). Nei secoli successivi, passata ai Benedettini, decadde, per essere restaurata secondo una garbata veste rococò da Giuseppe Sardi nel 1718 (clicca QUI per vedere com'era nei secc. XVIII e XIX), veste che le fu tolta completamente durante il ripristino delle originarie forme romaniche ad opera dell'architetto Giovanni Battista Giovenale nel 1894/1899: furono eliminate la facciata e le false volte del XVII secolo, rimettendo in luce quanto rimaneva (nel sottotetto barocco) del ciclo affrescato nel 1123. Gli ultimi restauri risalgono al 1964 e riguardano il portico e il campanile. VISITA
Nel
portico la celeberrima Bocca della Verità,
accreditata dell'attitudine di mozzare la mano dello spergiuro che ve la
introducesse. In origine probabilmente era un chiusino monumentale della
Cloaca Massima, o la copertura di un pozzo (posto qui nel 1632). Oltre a
questa sono murate alcune iscrizioni con atti di
donazione: Dal portico si accede al piano superiore ove è allestito un Antiquarium. Qui insieme ad altri frammenti di opere recuperate durante i restauri di fine Ottocento, si conservano frammenti dell'arredo del tempo di Adriano I e una croce di consacrazione del 1123 in mosaico cosmatesco. Da questi ambienti si può esaminare da vicino una cortina in tufelli, appartenente forse alla chiesa altomedioevale. Il portale d'ingresso alla chiesa ha un'incorniciatura scolpita con una serie di figurazioni: racemi con uccellini, fogliette, piccoli ovoli, una mano benedicente, due agnelli, due croci, i simboli degli Evangelisti, due pissidi, due uccelli; al di sopra corre la scritta Ioannes de Venetia me fecit.
L'edificio aveva un orientamento trasversale rispetto a quello della chiesa attuale. Il matroneo, restaurato, è ancora quello della chiesa dell'VIII secolo; nella parte superiore della navata centrale e sull'arco trionfale si conservano, su tre strati, pitture dall'VIII al XII secol. Al centro della navata, la schola cantorum, con due pulpiti e baldacchini della fine del XIII secolo, mentre il sottostante altare maggiore è un antico pezzo lavorato di granito rosso qui collocato nel 1123. Anche il cero pasquale è della fine del XIII secolo.
Il Giovenale ci ha lasciato un ampio resoconto dei
lacerti affrescati allora esistenti. Il ciclo della navata è oggi
purtroppo quasi completamente perduto. La parete è divisa in riquadri
sormontati da un fregio nel quale si affacciano clipei con maschere
classiche; i riquadri stessi sono coronati da lunette dove
appaiono cornucopie e sono affiancati da un fregio a
candelabro. Sotto, dopo un altro fregio a motivi vegetali,
altri riquadri rettangolari recano una grande cornice con un motivo di
drappeggi in cui si affacciano amorini. Da notare che il
Giovenale identificò frammenti d'affresco, purtroppo ridottissimi, anche
negli strombi delle finestre absidali. Al centro del presbiterio sorge l'altare, un antico pezzo lavorato
di granito rosso, contenente le reliquie dei ss. Cirilla, Ilario e
Coronato, forse del tempo di Adriano
I; esso è coperto dalla mensa marmorea dell'età di Callisto
II con l'epigrafe della consacrazione:
Accanto è la cappella del coro invernale, del 1686, che sull'altare conserva l'immagine della Madonna Theotokos (Madre di Dio), opera trecentesca di scuola romana, ridipinta più volte. Tornati alla navata centrale, da una scala sotto la schola cantorum si scende nella cripta, ricavata nei resti dell'Ara Maxima Herculis Victoris e riaperta nel 1717. E' un ambiente a tre navate, spartito da sei colonne romane di recupero dell'VIII secolo. Costruita da Adriano I, è l'unica cripta altomedioevale di Roma non seminanulare. In fondo all'absidiola della cripta è un altare del VI secolo. Vi è anche un mosaico, sempre dell'VIII secolo. I restauri di fine ottocento hanno rimesso in luce i filari di blocchi di tufo identificati con l'Ara Maxima Herculis. Nella navata sinistra la cappella del Crocifisso, edificata su disegni del Giovenale, che conserva un bel tabernacolo in marmi policromi del 1727, così come settecentesco è il Battistero. La piazza antistante, denominata della Bocca della Verità, così come la zona circostante, era popolata nel Medioevo da una comunità greca, tanto da prendere il nome di Ripa Greca, mentre nei secoli più vicini a noi, spostatosi a nord il baricentro cittadino, decadde e fu popolata da numerosi fienili, da cui il nome di alcune strade ancor oggi (via dei Fienili, via dei Foraggi). Nel 1715 papa Clemente XI fece risistemare la zona erigendo la fontana dei Tritoni che ancor oggi è davanti la chiesa, garbata opera tardo barocca di Carlo Bizzaccheri. L'aspetto attuale della zona è dovuto alle ampie demolizioni effettuate nel 1924-1925 che isolarono i due templi tardo repubblicani denominati di Vesta e della Fortuna Virile e che invece erano dedicati rispettivamente ad Ercole ed a Portunus, divinità fluviale preposta alla tutela dell'adiacente porto. Entrambi devono la loro eccezionale conservazione al fatto che nel XII e nel IX secolo furono trasformati in chiesa, costituendo oggi due tra i più antichi edifici conservati a Roma. Le sistemazioni degli anni venti e trenta del XX secolo, così come hanno fatto scomparire l'aspetto rurale della zona, hanno anche eliminato le attrezzature industriali e di servizio che negli anni di Pio IX si erano insediate nell'aerea, come ad esempio la centrale del gas che fino al 1935 occupava la valle del Circo Massimo, mentre sopravvisse, trasformata in uffici comunali, la mole dell'ex pastificio Pantanella, che ancor oggi schiaccia con i suoi volumi le linee dell'adiacente chiesa di S. Maria in Cosmedin. L'edificio, noto ai più per essere sede degli uffici elettorali, conserva anche una curiosa collezione, quella dei fondali scenici del teatro dell'opera. |