LA BASILICA DI SANTA CROCE IN GERUSALEMME
L’origine del luogo
In ogni secolo i pellegrini che giungevano a Roma
includevano nei loro itinerari la basilica di Santa Croce in Gerusalemme: una
delle chiese più antiche della città, e una delle cinque basiliche (con San
Pietro, San Paolo, San Giovanni, San Lorenzo) fondate, secondo la tradizione, da
Costantino il grande dopo la sua miracolosa conversione. La sua antichità e la
sua nobile origine ne facevano un luogo di culto da non mancare nel
pellegrinaggio romano. La basilica di Santa Croce non è una basilica
sepolcrale, che racchiude (come San Pietro, San Paolo e San Lorenzo) le tombe
dei grandi apostoli e testimoni, ma piuttosto un luogo dedicato alla
celebrazione di un mistero della fede: come San Giovanni celebra la Risurrezione
e la Redenzione, così Santa Croce è dedicata alla Passione del Signore, che
quella Redenzione rese possibile. Sin dalla sua fondazione conserva infatti
alcune delle più importanti reliquie della Croce venerate dalla Chiesa, ed è
anzi intorno ad esse che prese corpo la chiesa. Per comprendere il suo
significato spirituale dobbiamo quindi ricostruire le vicende della sua
origine. La tradizione vuole che Costantino, come abbiamo già visto nella
parte dedicata a San Giovanni in Laterano, si sia convertito dopo l’aiuto divino
nella battaglia contro il rivale Massenzio: la notte precedente lo scontro gli
era apparsa una croce con la scritta in hoc signo vinces, "in questo
segno vincerai", e da quel momento egli era diventato uno zelante sostenitore e
protettore dei cristiani. Quali che siano le vere circostanze della conversione
dell’imperatore, egli fu sicuramente il primo sovrano ad agire pubblicamente in
favore della religione cristiana, e a promuovere numerose iniziative di sostegno
alla Chiesa. Testimonianze imponenti di questo suo impegno sono ancor oggi le
grandi basiliche che egli fondò sia a Roma che in Terra Santa. In Palestina, in
particolare, decretò la costruzione di due chiese nei luoghi più santi della
nuova fede: il Golgota, terra della Passione e morte del Signore, e il Sepolcro
che aveva visto la Resurrezione del suo corpo. Per la storia che stiamo
ricostruendo, sono interessanti soprattutto gli eventi che riguardano il
Calvario: l’imperatore Adriano (117-138) pur senza dar luogo a vere
persecuzioni, osteggiò fortemente il culto cristiano, e per impedire la
venerazione dei luoghi della Passione fece riempire di terra la depressione fra
il Golgota e il Sepolcro, in modo da ostruire l’ingresso alla grotta e far
sparire il monte della crocifissione. Come estremo segno di dispregio fece
quindi erigere in quegli stessi luoghi due templi dedicati a Giove e Venere: il
risultato fu però di segnalare in modo definitivo la localizzazione del sepolcro
di Gesù. E infatti, quando Costantino decise la costruzione delle sue chiese,
decretò di abbattere i templi di Adriano e costruire al loro posto la basilica
del Martyrion sul Calvario e dell’Anastasis sul Sepolcro; così
testimoniano Eusebio di Cesarea nella Vita di Costantino e una lettera di
San Girolamo. Secondo la tradizione, fu proprio durante questi lavori di sterro
e costruzione, che Elena Augusta madre dell’imperatore ritrovò sul Golgota i
resti del legno della Croce del Signore. Reliquie così preziose meritavano
un’attenzione speciale, e l’imperatrice decise perciò di costruire a Roma una
basilica per custodirle: a tale scopo adattò il Sessorianum, sua
residenza privata. Le reliquie furono poste in una cappella, sul cui pavimento
l’imperatrice fece stendere uno strato di terra del Calvario, "macchiata dal
sangue del Signore". Nasceva così, per iniziativa della madre di Costantino, e
in seguito alla miracolosa scoperta della vera Croce, la basilica di Santa
Croce. Come vedremo più avanti, la storia del ritrovamento della Croce è
leggendaria, ma tuttavia contiene, come pure la tradizione della fondazione
della basilica, elementi storici sicuramente validi. Sappiamo oggi che il culto
della vera Croce non si diffuse prima del 340, cioè dopo la morte
dell’imperatrice (avvenuta nel 329), ed è quindi verosimile che la costruzione
di Santa Croce sia da attribuire non a Costantino e a sua madre, ma ai loro
immediati discendenti. È vero tuttavia che la chiesa sorge nei locali del
palazzo detto Sessorianum, di proprietà della famiglia di Costantino.
Inoltre, anche se non è sicuro il legame tra la sua fondazione e la costruzione
della basilica del Sepolcro a Gerusalemme, sappiamo per certo che la basilica
romana, nella sua struttura originaria, presentava evidenti e volute affinità
con la chiesa gerosolimitana: era costituita da un’aula unica, divisa da due
pareti trasversali (caso più unico che raro in tutto l’occidente), che
separavano lo spazio dei fedeli da quello più santo e più vicino alle reliquie;
queste erano poste in un locale dietro l’abside, cui si accedeva da un passaggio
a lato del presbiterio. Anche la basilica costantiniana dell’Anastasis
aveva un’identica disposizione, con la memoria, l’ambiente più santo e
venerato, posto dietro la chiesa vera e propria, con due ingressi, per i fedeli
in entrata e quelli in uscita. Non siamo sicuri dunque che Santa Croce sia stata
fondata dalla madre di Costantino dopo che sul Golgota erano stati rinvenuti i
frammenti del legno santo: siamo però certi che questa basilica riproduceva,
nella città di Pietro, la forma di quella più importante della Terra Santa, come
a voler collegare le due città nella continuità del disegno provvidenziale. Il
pellegrino che visita Santa Croce, anche oggi, può dunque ricordare in modo
speciale il viaggio che la fede cristiana ha compiuto a partire dai luoghi della
Passione, e il rapporto che lega Gerusalemme con Roma.
Constantino, figlio di Sant'Elena, è l'unico Imperatore Romano celebrato nella chiesa.
In S. Croce è raffigurato in compagnia della madre.
Visitando la basilica
Il pellegrino che si accosta a Santa Croce in Gerusalemme è
accolto dall’originale e dinamica facciata settecentesca, uno dei capolavori del
tardo barocco romano. L’aspetto non è quello imponente delle altre grandi
basiliche, ma piuttosto quello di un reliquiario aperto, dilatato a proporzioni
gigantesche. Quattro grandi pilastri dividono la facciata in una sezione
centrale, su cui si apre il portale e il finestrone ovale, e due sezioni
laterali convesse, anch’esse alleggerite dalle ampie aperture delle due
finestre. Sulla sommità, un’aerea balaustra sormontata da statue: all’estremo
sinistro Sant’Elena con la Croce, all’estremo opposto Costantino
imperatore, fra questi I quattro evangelisti (da sinistra, San Luca,
San Matteo, San Giovanni e San Marco) e al centro Due angeli che adorano la
croce. Superata la facciata, ci troviamo in un piccolo atrio ellittico
(l’ellissi è una delle forme predilette dall’architettura barocca: si pensi a
piazza San Pietro) sormontato da una cupoletta, un ambiente in penombra che fa
da transizione fra la piazza antistante e l’interno della chiesa. Questo
ingresso monumentale non è degno di nota soltanto per il suo cospicuo valore
artistico, ma anche per il suo significato spirituale e pastorale, che si coglie
pienamente guardando alle circostanze in cui la facciata fu costruita. papa
Benedetto XIV, Prospero Lambertini, che era stato cardinale titolare della
basilica, una volta pontefice si preoccupò di riammodernarla, ordinando vari
lavori all’interno (affreschi, tele, il baldacchino dell’altare) e
commissionando la nuova facciata ai due architetti Domenico Gregorini e Pietro
Passalacqua. L’occasione fu data dall’avvicinarsi della scadenza giubilare del
1750: il papa voleva offrire ai pellegrini una basilica rinnovata, ma anche
pienamente integrata nel tessuto urbanistico della città. Su quest’ultimo punto
Benedetto XIV continuava l’opera di Sisto V, il quale, a fine Cinquecento, aveva
ben compreso che l’intera Roma poteva essere considerata un unico, immenso
reliquiario, e che si doveva favorire e disciplinare il movimento dei fedeli
dall’uno all’altro dei luoghi più santi della città. Se dunque Sisto V aveva
collegato la basilica della Croce a Santa Maria Maggiore, aprendo la via Felice
(l’attuale via di S. Croce in Gerusalemme, che attraverso piazza Vittorio giunge
alla basilica dell’Esquilino), Papa Lambertini completò l’opera collegando S.
Croce al Laterano, mediante l’attuale viale Carlo Felice. In questo modo, erano
finalmente collegate anche sul piano urbanistico le tre basiliche già unite sul
piano devozionale: sin dal medioevo, infatti, si veneravano nelle tre chiese
vicine i tre momenti fondamentali del passaggio terreno di Cristo, la Natività a
S. Maria Maggiore (con la reliquia del Presepio), la passione a Santa Croce, e
infine la Risurrezione a San Giovanni, basilica del Salvatore. La facciata
porticata di Santa Croce in Gerusalemme racchiude in sé questa lunga storia di
devozione popolare e ufficiale, il tesoro unico di una religiosità come quella
romana tenacemente radicata sul territorio, in cui i significati teologici e
spirituali sono per così dire incarnati dagli spazi urbani: infatti dal portico
spalancato sulla piazza con i suoi tre portali il fedele può vedere dritto
davanti a sé Santa Maria Maggiore e sulla sinistra la basilica del Laterano,
abbracciando in un solo sguardo i tre massimi misteri della fede cristiana prima
di entrare nella basilica. Appena entrati, dirigiamoci subito verso il fondo,
e fermiamoci ad ammirare il grande affresco che riempie l’intero catino
absidale: è uno dei più importanti tesori d’arte della basilica, e ci
riporta alle circostanze leggendarie della sua fondazione. Fu Pedro González de
Mendoza, arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, cardinale titolare dal 1478
al 1495, a commissionare l’affresco, in preparazione della scadenza del Giubileo
del 1500. Ancora oggi non si è del tutto sicuri dell’attribuzione: si pensa ad
Antoniazzo Romano o a qualcuno della sua cerchia, ma altri non escludono Melozzo
da Forlì. L’area centrale del dipinto è occupata dal Redentore in gloria,
racchiuso da una mandorla di cherubini di sapore tardo medievale, su uno sfondo
di cielo stellato. La fascia in basso è occupata invece dalla rappresentazione
della leggenda della vera croce, il racconto leggendario del ritrovamento
del sacro legno contenuto nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, la
più importante raccolta di narrazioni agiografiche del medioevo, che diede
materia anche a Piero della Francesca per gli affreschi del ciclo della croce in
San Francesco ad Arezzo. Leggiamo dunque le immagini seguendo il racconto di
Jacopo. Costantino, convertito al cristianesimo dopo la vittoria su Massenzio,
aveva incaricato la madre Elena, cristiana da prima di lui, di recarsi a
Gerusalemme per ritrovare i resti dello strumento della Passione di Cristo. Ecco
dunque, all’estremità sinistra dell’affresco, l’imperatrice con la corona e
l’aureola che interroga l’ebreo Giuda, a cui il padre Zaccheo fratello di Santo
Stefano, aveva trasmesso il segreto del luogo della crocifissione: dopo minacce
e torture, Giuda (che poi si sarebbe convertito e sarebbe divenuto, sempre
secondo la Legenda Aurea, Ciriaco vescovo di Gerusalemme) rivela
l’ubicazione del Golgota, sotto il tempio di Venere fatto costruire
dall’imperatore Adriano. Nella seconda scena vediamo gli scavi e il ritrovamento
delle tre croci, di Cristo e dei ladroni, sotto gli occhi di tre ebrei che
parlano fra loro. A questo punto si trattava di riconoscere fra le tre la vera
croce del Signore: nella terza scena, sotto gli occhi della santa imperatrice in
preghiera, Giuda fa stendere il cadavere di un giovane su ciascuna delle tre
croci, e miracolosamente, al contatto con quella autentica, il morto ritorna in
vita e rende gloria a Dio. Al centro dell’affresco si erge la Croce ritrovata,
retta a destra da Sant’Elena, ed adorata a sinistra dal cardinale committente in
ginocchio. La parte destra dell’affresco è occupata dal resto della leggenda: la
Croce, depositata a Gerusalemme, era stata trafugata da Cosroe imperatore dei
Persiani. Eraclio, imperatore cristiano di Costantinopoli, nel 610 mosse guerra
per recuperare la preziosissima reliquia. Dopo varie battaglie, si decise di
affidare le sorti del conflitto ad una singolar tenzone fra Eraclio ed il figlio
del re persiano: vediamo infatti i due sovrani che si fronteggiano su un ponte
fra due schiere di uomini armati. La vittoria toccò naturalmente all’imperatore
cristiano, che si recò a Gerusalemme per deporre di nuovo la reliquia al suo
posto. Lo vediamo a cavallo, incoronato e circondato dai suoi consiglieri
sontuosamente addobbati, che si avvicina alla città santa con la croce in
spalla. Ma l’avanzata fu fermata dall’apparizione di un angelo (lo vediamo
fiammeggiante su una nuvoletta all’estrema destra), che intimò all’imperatore di
entrare a Gerusalemme non col fasto e la pompa di un sovrano, ma con l’umiltà
con cui ci era entrato Cristo, re dei re. E infatti l’affresco (e la leggenda)
si conclude con la processione guidata da Eraclio che, stavolta a piedi e
spogliato dei suoi ornamenti, porta in spalla la croce per riporla nella città
della Passione. Il recupero della reliquia ad opera di Eraclio era festeggiato
nel calendario cattolico il 3 maggio, con la festa dell’Invenzione della
Croce. Santa Croce fu per molti secoli venerata dai romani proprio come
"ambasciata" di Gerusalemme nella loro città: anzi, essa era nota anche col
semplice nome di Hierusalem, perché si sapeva che sotto il pavimento
della cappella di Sant’Elena giaceva la terra del Calvario. L’uso di
portare con sé dai luoghi santi della terra come prova dell'avvenuto
pellegrinaggio era molto comune, e quindi la notizia della tradizione è
piuttosto verosimile; la cappella di Sant’Elena inoltre, nella struttura
dell’antico palazzo imperiale, serviva forse già come oratorio privato
dell’imperatrice madre di Costantino. Oggi la cappella non ospita più le
reliquie, ma è comunque un tesoro artistico da visitare. I discendenti di
Costantino, l’imperatore Valentiniano III insieme alla madre Galla Placidia e la
sorella Onoria, a testimonianza della costante attenzione che la famiglia dei
Costantinidi riservò alla basilica, vollero ornare la cappella con un mosaico,
fra il 425 e il 455. Al principio del Cinquecento un secondo cardinale titolare
spagnolo, succeduto al Mendoza che abbiamo già menzionato, Bernardino Lopez de
Carvajal, avviò grandi lavori di ristrutturazione, sull’onda dell’entusiasmo
suscitato dal ritrovamento del titulus (di cui parliamo più avanti): fra
l’altro, nel 1507-1508 affidò a Baldassarre Peruzzi, il grande architetto e
pittore senese, il rifacimento del mosaico paleocristiano. Il soffitto che oggi
vediamo è uno dei pochi e più splendidi esempi di mosaico rinascimentale a Roma.
La volta è divisa da cornici e festoni ispirati ai mosaici antichi (secondo le
norme dell’imitazione dei classici, ovvie all’inizio del XVI secolo) in un
cerchio centrale, quattro ovali agli angoli, e altrettante lunette fra di essi.
Nel cerchio c’è un bellissimo Cristo benedicente e sorridente, che tiene in mano
il libro con scritto ego sum lux mundi; negli ovali i quattro evangelisti
raffigurati nelle pose tradizionali della loro ispirazione; nelle lunette alcune
scene della leggenda della croce che già conosciamo: a partire da quella posta a
sinistra del Cristo, il miracolo del giovane risuscitato dalla vera Croce,
Sant’Elena che l’adora, Sant’Elena che ordina di dividerla in tre parti, e
infine Eraclio che entra a Gerusalemme in processione. Sopra e sotto la volta,
sono due fasce anch’esse in mosaico, che comprendono ciascuna due nicchie e dei
tondi centrali. La fascia soprastante il Cristo raffigura a sinistra, Sant’Elena
con la croce e il cardinale Carvajal che la venera in ginocchio; a destra San
Silvestro papa, che secondo la tradizione era responsabile della conversione di
Costantino e del suo battesimo; nel tondo al centro, i simboli della Passione.
Nell’altra fascia, san Pietro e san Paolo nelle nicchie, e al centro
l’Agnus Dei in trono. Ci rimane ora da visitare la cappella
delle reliquie. Sappiamo che originariamente esse erano conservate nella
cappella di sant’Elena. Durante il medioevo però, e in particolare durante i
lavori di ristrutturazione ordinati nel 1144 da papa Lucio II, già cardinale
titolare, furono collocate in una cassetta di piombo murata al sommo dell’arco
trionfale (al termine della navata centrale, prima del transetto), per sottrarle
ad eventuali ruberie: Santa Croce si trovava infatti proprio a ridosso della
cinta muraria, ed era quindi particolarmente esposta al pericolo. Quattro secoli
dopo, durante i lavori del rifacimento del soffitto ordinati dal cardinale
Mendoza, gli operai trovarono sulla sommità dell’arcone, la cassetta contentente
il titulus, ormai dimenticato. Il ritrovamento avvenne l’ultima domenica
di gennaio del 1492, lo stesso giorno in cui arrivava a Roma la notizia che in
Spagna i re cattolici, Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, avevano
costretto alla resa Granada, ultima roccaforte araba in Europa, e che perciò la
Spagna era ormai tutta cristiana. La coincidenza parve a tutti miracolosa: il
papa Innocenzo VIII accorse a venerare la reliquia; Alessandro VI nel 1496 emise
la bolla Admirabile sacramentum con cui autenticava la scoperta e
concedeva l’indulgenza a chi avesse visitato la chiesa l’ultima domenica di
gennaio. Le reliquie ripresero perciò ad essere venerate nella cappella di
Sant’Elena, sino a questo secolo, quando l’umidità e l’afflusso dei pellegrini
spinsero a trovare una nuova sistemazione. La nuova cappella fu inaugurata nel
1930.
Le reliquie di Santa Croce Le reliquie di Santa Croce, benché poco note, sono in effetti tra le
più cospicue che sia dato di venerare. Come su molti altri tesori della fede,
esistono dubbi circa la loro autenticità: si è spesso obiettato che
difficilmente Elena avrebbe potuto ritrovare il legno intatto dopo due secoli.
Chi entra oggi nella cappella trova subito davanti a sé un grosso frammento
ligneo, che la tradizione attribuisce alla croce del buon ladrone, venerato
dalla Chiesa col nome di San Disma. È un grande pezzo di legno, che certamente
apparteneva ad un patibulum romano, cioè al genere di strumento con cui
furono crocifissi Gesù ed i due malfattori. I tre pezzi della vera Croce sono
conservati invece nel bel reliquiario disegnato da Giuseppe Valadier nel 1803.
Ma la reliquia più impressionante è senz’altro la parte del titulus,
l’iscrizione che era stata posta sulla croce di Gesù. Leggiamo nel vangelo di
Giovanni (19, 19-22) che:
Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce;
vi era scritto: Gesù Nazareno re dei Giudei. Molti Giudei lessero questa
iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era
scritta in ebraico, in latino ed in greco. I sommi sacerdoti dei Giudei dissero
allora a Pilato: "Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: io sono
il re dei Giudei". Rispose Pilato: "Ciò che ho scritto, ho scritto".
Il titolo posto sopra la croce doveva dunque essere composto
dalla scritta in ebraico, da quella latina JESUS NAZARENUS REX IUDEORUM e
da quella greca I E S U S
N A Z A R E N U S B A S I L E U S I U D E U N .
Quello che vediamo oggi a Santa Croce è un grosso pezzo di quel titolo, in cui
ancora si può leggere US NAZARENUS RE nel rigo più basso, con i caratteri
dritti che i romani usavano per le leggi affisse all’albo pretorio; sopra la
scritta latina si legge anche N A Z A R E N U S B
, e infine, sopra queste due scritte, si vede la stessa dicitura in
caratteri ebraici o siro-caldaici, molto deteriorati. Le scritte latina e greca
corrono da destra a sinistra come quella ebraica. La cappella conserva anche
un chiodo ritenuto uno di quelli con i quali sarebbe avvenuta la crocifissione.
Il reliquiario che lo contiene ha la forma di un ostensorio, sottolineando così
il legame fra la Passione del Salvatore e il mistero dell’Eucaristia. Lo stesso
si deve dire del reliquiario a forma di calice che conserva due spine della
corona. A partire dal 1806, questa preziosa reliquia è conservata a Notre Dame,
a Parigi. Nel 1825 entrarono a far parte del tesoro di Santa Croce alcuni
piccoli frammenti di pietra della grotta di Betlemme, della grotta del Santo
Sepolcro e della colonna della flagellazione. Non si conosce l’origine dei
frammenti, ma possiamo ricordare che la basilica della Croce aveva legami
antichi con Santa Maria Maggiore, dove si conservava la reliquia del Presepe, e
con la basilica del Sepolcro a Gerusalemme. L’intero complesso delle reliquie,
comprese queste ultime, che ci permettono di riflettere sulla spiritualità delle
basiliche romane, deve essere concepito come un’occasione di catechesi. Così era
intesa in passato la visita al santuario di Santa Croce: uno strumento per
accostarci direttamente al mistero dell’Incarnazione e della morte di Cristo, e,
con l’aiuto dei venerabili oggetti contenuti nei reliquiari, riflettere sulla
realtà storica di Gesù.
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