S. Saba
Rione S. Saba, piazza G. L. Bernini
CHIESE MEDIEVALI torna alla pagina iniziale delle CHIESE DI ROMA

Questa bella chiesa-monastero, non conosciuta quanto meriterebbe, sorge sul piccolo Aventino, e dà il nome al bel quartiere di edilizia popolare che vi è sorto attorno agli inizi del nostro secolo, oltre che al rione stesso, il XXI. 

Storia

L'attuale chiesa di S. Saba sorge sui resti di un precedente oratorio altomedioevale (oggi nei sotterranei della chiesa e non aperto al pubblico), che a sua volta sfruttava un preesistente edificio romano (forse la Caserma della IV Coorte dei Vigili).
Contraddittori sono gli elementi storici riferibili ai primordi del monastero, la cui fondazione si fa risalire per tradizione a Gregorio I Magno (che, prima di diventare papa, avrebbe qui dimorato, cibandosi con i legumi che gli inviava la madre Silvia). In realtà è probabile che la fondazione sia da datare alla prima metà del sec. VII, quando un gruppo di monaci fuggiti da Gerusalemme in seguito all'avanzata islamica in Palestina, si insediò qui: nel 649 l'abate Giovanni di S. Saba, residente iam per annos... in hac Romana civitate, presentò una petizione per essere ammesso al Sinodo Lateranense.
Il monastero sarebbe quindi una filiazione occidentale del monastero della Grande Lavra fondato a Gerusalemme da S. Saba oltre cento anni prima.

Nel 768 nel monastero di S. Saba è imprigionato l'antipapa Costantino (768), prima di essere accecato e abbandonato a sé stesso.
Il monastero acquisì presto grande prestigio soprattutto per la funzione di tramite che gli demandarono i pontefici nei rapporti con l'Oriente e in missioni diplomatiche: Adriano I (772-795) mandò dapprima Pardus, egumenum monasterii beati Sabae, come inviato presso Desiderio, re dei Longobardi; e poi Pietro, abbatem venerabilis monasterii sancti Sabae qui appelatur Cellanova, come suo legato presso Costantino VI.
Leone III (795-816) e Gregorio IV (827-844) donarono preziose suppellettili al monastero, a testimonianza dell'importanza assunta dal monastero tra VIII e IX secolo. A questa epoca la chiesa era ancora quella inferiore, riccamente decorata con affreschi oggi staccati. In epoca imprecisata il pavimento dell'oratorio e l'area limitrofa sulla destra divennero piano di posa delle sepolture dei monaci. Per questa ragione fu realizzato, circa cm. 65 più in alto, un nuovo pavimento, sopraelevando adeguatamente le strutture murarie e ridecorando le pareti con un nuovo strato di affreschi.
Intorno al IX secolo dovette però verificarsi un progressivo declino della vita della comunità sabaitica, tanto che essa finì, probabilmente nel X secolo, per essere sostituita da quella di Montecassino. Questa ipotesi si basa sulla raffigurazione di monaci benedettini in un affresco rinvenuto nell'oratorio (anch'esso oggi staccato).

Nel 1144 papa Lucio II (1144-1145) affidò il complesso ai cluniacensi perché vi introducessero la Riforma. Fu forse in questo periodo che si decise la ricostruzione dell'edificio nelle forme attuali. La nuova chiesa, sopraelevata e assai più ampia, fu dotata anche di un campanile; la campagna edilizia terminò nel XIII secolo con l'inserzione del portale e con la messa in opera del pavimento cosmatesco.
Vari interventi sotto Pio II (1458-1464), Gregorio XIII (1572-1581) e Pio VI (1775-1799) modificarono l'aspetto medioevale della chiesa, in parte ripristinato grazie ai restauri del 1900-1901 e del 1943. 

(Clicca QUI per vedere si presentava la chiesa agli occhi di Vasi alla metà del XVIII secolo).

Visita

Si accede alla chiesa o da piazza G. L. Bernini o tramite il protiro (sec. XIII) su via di S. Saba. La primitiva facciata della chiesa è attualmente occultata fin quasi alla sommità da un corpo di fabbrica con portico, a sua volta sovrastato da un loggiato eretto nel 1463.
Il portico attuale è scandito da rozzi pilastri in laterizio del sec. XVIII, che sostituiscono le sei colonne originarie, quattro in giallo antico e due centrali di porfido con leoni stilofori. Le cinque finestre che danno luce all'ambiente superiore sono posteriori e sostituiscono le due bifore e le due monofore originarie, oggi tamponate. Gli spioventi del timpano della facciata e la parte superiore delle absidi sono decorate da una cornice a denti di sega in cotto.
Nel portico sono raccolti numerosi reperti archeologici: fra gli arredi scultorei provenienti dall'oratorio altomedioevale si annoverano un Uomo con bastone (forse del sec. VII); un Cavaliere con falco (sec. VIII); un grosso frammento di architrave in marmo bianco ornato da una decorazione scadente forse pertinente alla porta principale dell'oratorio; un pilastro in marmo bianco che doveva probabilmente costituire il tramezzo di una bifora.
Sulla parete lunga del portico si apre l'ingresso alla chiesa, affiancato dalle arcate di due varchi tamponati. Tutti e tre segnalano il sito delle originarie entrate dell'oratorio, benché la porta centrale sia stata rialzata e dotata di una cornice cosmatesca a tessere oro, rosso e blu, in cui corre un'iscrizione del tempo di Innocenzo III:
+ Ad honorem domini nostri IHV XPI, Anno VII pontificatvs domini Innocentii III pp., hoc opus domino Iohanne abbate iubente factvm est per manvs magistri Iacobi (si tratta del Giacomo padre di Cosma dal quale discende la celebre stirpe di marmorari).
Le pitture in cattivo stato al di sopra del portale risalgono all'intervento del 1575.

Interno L'aula benedettina ha pianta basilicale (m. 30x20), con le tre navate spartite da quattordici colonne di spoglio e terminanti in altrettante absidi secondo il modello orientale; sulla sinistra si apre poi la cosiddetta quarta navata, sensibilmente più corta e larga circa quattro metri.

La navata centrale, che occupa la larghezza dell'oratorio sottostante, ha una dimensione doppia rispetto a quelle laterali. L'illuminazione è data da otto finestre per lato nella navata centrale. La navata laterale destra presenta i segni tamponati di piccole finestre.

Il pavimento cosmatesco appartiene probabilmente all'epoca della decorazione del portale d'ingresso (1205); esso fu manomesso e poi reintegrato (con l'eliminazione delle lastre tombali) nel 1907.
Nella stessa occasione fu ricostruita al centro della navata maggiore la schola cantorum, poi ridemolita nel 1943; la parte frontale della schola, costituita da due grandi lastre scandite da fasce musive contenenti riquadri di porfido, è oggi addossata alla parete destra della chiesa; sull'architrave si legge: Magister Bassallectus me fecit qui sit benedictus. Un elemento curioso è costituito dalla piccola testa nel fregio in alto a destra dell'architrave, con gli occhi di piccole pietre nere.

L'altare maggiore, il ciborio e la cattedra episcopale furono ricostruiti agli inizi del sec. XX sulla base della descrizione di Pompeo Ugonio con pezzi antichi reperiti in loco e altrove. La cattedra episcopale conserva integro il disco adorno di motivi cosmateschi a mosaici di smalto.

L'abside - piuttosto alta e stretta - ebbe probabilmente in origine una decorazione a mosaico, della quale gli affreschi del 1575 ricalcano forse il soggetto. Subito sotto, sopra la cattedra, si trova un grande Crocifissione fra la Vergine e S. Giovanni dipinta nel sec. XIV (ma poi molto ritoccata nei secoli successivi).

Su entrambi i lati della gradinata di accesso al presbiterio una piccola scala immette nella cripta semianulare con un rivestimento marmoreo e tracce di un affresco di difficile datazione. Un'iscrizione (variamente datata ai secoli IX-XI) nomina un pontefice Gregorio, un abate Eugenio e la Cella Muroniana sopra porta S. Paolo.

Alla navata sinistra si affianca un lungo ambiente a crociera indicato impropriamente come quarta navata, che in realtà fu probabilmente una sorta di portico (databile per le murature all'XI secolo), tramite il quale erano messi in comunicazione la chiesa e il monastero. Le tamponature dovrebbero risalire al XIII secolo, se precedono di poco gli affreschi che le ricoprono. Questi raffigurano la Vergine con il Bambino fra i ss. Andrea e Saba; s. Gregorio Magno in trono tra due santi (uno forse è s. Benedetto); s. Nicola di Bari e le tre zitelle.

Gli affreschi, dotati di una certa liricità e freschezza di narrazione, si datano al 1296 e si attribuiscono a un pittore vicino a Jacopo Torriti (ma non è mancato chi vi ha voluto riconoscere la mano del Torriti stesso), detto il Maestro di S. Saba, a cui si deve attribuire forse anche il frammentario Calendario conservato in un ambiente, di non chiara destinazione funzionale, ai piedi del campanile (chiuso al pubblico), a cui si accede dal loggiato sopra il portico. Si tratta di otto tondi, cinque con le raffigurazioni di mesi da agosto a dicembre e tre con le immagini di un re in trono e di due arcieri, al di sotto dei quali si stende un velario simile a quello del s. Nicola di Bari nella quarta navata. Al Maestro di S. Saba si attribuiscono anche la Madonna con il Bambino di S. Maria del Popolo, un'Annunciazione in S. Maria Maggiore e (forse) i due affreschi (un'Incoronazione della Vergine e una Natività) dipinti nell'antica sacrestia dell'Abbazia delle Tre Fontane.

Nella sacrestia e nei locali annessi si conservano i resti delle pitture staccati dall'oratorio sotterraneo. I resti più antichi, datati tra la fondazione del monastero (645) e l'età di Giovanni VII (705-707), sono costituiti da una teoria di Santi al di sopra di un velario; sono state recuperate sette teste di santi, tra cui si identificano Sebastiano, Lorenzo, Stefano e Pietro d'Alessandria, due presbiteri e un vescovo.

A una fase cronologicamente successiva dovrebbero risalire invece i resti del ciclo di Storie neotestamentarie, forse in ventiquattro riquadri: si sono potuti identificare (non senza incertezza) un Gioacchino e Anna al Tempio, uno Sposalizio di Maria, una Presentazione al Tempio, un Battesimo, una Pesca miracolosa, una Guarigione del paralitico, Gesù che placa la tempesta, Pietro che cammina sulle acque, una Trasfigurazione, un'Entrata di Gesù in Gerusalemme. Le pitture mostrano una notevole finezza di esecuzione; le iscrizioni in greco attestano la presenza di originali bizantini.

All'epoca del subentro dei benedettini (sec. X) dovrebbero invece essere assegnati i resti di due affreschi raffiguranti rispettivamente un gruppo di monaci dal cappuccio scuro ( che trovano riscontro in manoscritti cassinesi del X e dell'XI secolo) e un monaco pittore, rappresentato in tunica e scapolare (veste da lavoro tipica dei monaci di Montecassino) con gli arnesi del mestiere; è accompagnato dall'iscrizione in caratteri latini Martinus monachus magister.
Sempre in un ambiente presso la sacrestia è murato un affresco raffigurante una Dormitio Virginis (inizio sec. XIV), in origine posta in una lunetta all'esterno della parete meridionale della chiesa. Ascritta a un pittore vicino a Pietro Cavallini, sembra riecheggiare i mosaici di S. Maria in Trastevere.
Accanto alla chiesa è il complesso monastico, oggi quasi completamente rifatto.

Come già detto, il quartiere popolare retrostante la chiesa, che ha il suo centro in piazza Bernini, è forse il miglior esempio di edilizia popolare in Roma, costruito nel 1907-1914 da Quadrio Pirani con edifici bassi e diradati e particolarmente curati, anche negli elementi decorativi, costituendo un insieme «a misura d’uomo» assai raro in questo genere di quartieri.