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L' antichissimo ed insigne titolo
di s. Marco sorgeva nel vico appellato Pallacinae. Presso il circo Flaminio v' era un portico
che nel secolo VIII era chiamato Porticus in Pallacinis, del quale forse si veggono ancora
alcuni avanzi nella via degli Astalli. In una epigrafe cristiana
dell' anno 348 un lector di quel clero viene
semplicemente designato colla denominazione DE
PALLACINE.
Questa oscura denominazione d' un vico
dell' antica città la troviamo in Cicerone,
ove si dice che la uccisione di Sesto Roscio
Amerino avvenne ad balneas palacinas. Tutto dimostra
dunque l' antichissima origine di questa chiesa edificata in Roma nei primi
tempi della pace la quale fu appunto eretta dal papa s. Marco in onore del
santo evangelista, come abbiamo nella biografia del Libro pontificalis.
Nel concilio romano tentuo sotto Simmaco l' anno 499 apparisce già come antico titolo. Il papa Gregorio IV che era stato prete della medesima (827‑844) la ricostruì quasi a nuovo perchè rovinosa e disabbellita, e di Gregorio resta ancora l' abside costruiti musaici.
Nel centro della conca v' ha il Salvatore bizantino di fisonomia austerissima, ritto in piedi sopra una predella fra le lettere A W: tiene un libro aperto ove si leggono le parole: Ego sum resurrectio. Ai suoi fianchi stanno i santi titolari omonimi s. Marco evangelista e s. Marco papa, poi i martiri Felicissimo ed Agapito uccisi con Sisto II sul cimitero di Callisto, e s. Agnese, quindi il papa dedicante Gregorio che offre il modello della basilica. Nella fascia inferiore v' è l' agnello divino sul monte, da cui sgorgano i quattro fiumi costruiti nomi Geon, Fison, Tigris, Eufra, e i dodici agnelli che escono dalle due mistiche città. Sull' agnello divino sta lo Spirito Santo in forma di colomba. Nella parte esterna vi sono i quattro simboli degli evangelisti e nel centro il mezzo busto del Salvatore che benedice alla greca; si leggono poi scritti al disotto questi distici di barbaro dettato:
Pietro Sabino verso la fine del secolo XV trascrisse anche il carme di Paolo II, da niun altro copiato ed inedito, che era in laquearibus templi:
Da questo impariamo che Paolo II rifece il
tetto della basilica in tegole plumbee: ed ancora in una delle sale del capitolo
di s. Marco si conserva una di dette tegole collo scudo di
Paolo II e colla leggenda: PAULUS VENETUS PAPA
SECUNDUS SUIS IMPENSIS FIERI FECIT ANNO CHRISTI MCCCCLXVII.
Paolo II, che da cardinale avea tenuto residenza nel palazzo di s. Marco, volle ampliarlo e rendere più bella e magnifica la basilica. Egli ornò la piax di due antiche urne, l' una di serpentino che stava presso il Colosseo, l' altra di porfido che era stato il sarcofago di s. Costanza. Racchiuse, poi, entro il circuito del palazzo adiacente, che fu ampliato con nuove aggiunte da Paolo III, questa basilica. Il suddetto sarcofago di porfido, che oggi adorna una delle più belle stanze del museo Pio-Clementino al Vaticano, dicevasi allora la concha: infatti in un documento dell' archivio di s. Pietro in Vincoli dell' anno 1515 si legge così:
"Una casa posta a s. Marcho appresso la concha, la quale tene Madona Catharina et Orlando, paga al anno in distrutte page videlicet nel dì de la Annuntiatione una medietà, et l' altra nel mese de settembre, carlini 70."
Segue poi la nota:
"La casa anteditta posta su la piazza di s. Marco la fece rovinare papa Paolo III, quale morì alli 8 di novembre 1549 a hore 12 in dominica et la fece rovinare per riquadrare la piax per fine alle fondamenta, però non l' havemo più, et mai ne havemo hauto ricompensa."
Nel secolo XVI la basilica esercitava la sua giurisdizione sopra le chiese seguenti: s. Niccolò de' Funari, s. Maria della Corte, s. Salvatore delle Botteghe oscure, s. Biagio alla scala d' Aracoeli, s. Niccolò a colonna Traiana, s. Lorenzolo, ss. Quaranta, s. Lucia alle Botteghe oscure, s. Giovanni della Pigna, s. Giovanni de Mercato, ss. Cosma e Damiano, s. Maria della Strada, s. Andrea delle Fratte, ss. Vincenzo ed Anastasio.
Sull' antico ciborio, si leggeva:
Dalla quale apprendiamo che la famiglia e scuola
dei marmorari di Paolo, nota solo pel ciborio di s. Lorenzo fuori
delle mura, fatto nel 1148 dai magistri Giovanni,
Pietro, Angelo e Sassone figliuoli di Paolo marmorario, lavorò anche il ciborio
del Titulus Pallacinae. Nel 1154 adunque i quattro
fratelli suddetti fecero il ciborio di s. Marco.
Sotto la confessione, nel 1843, mons.
Domenico Bartolini, allora canonico di s. Marco poi cardinale
di s. Chiesa, scoprì l' ipogeo che giudicò di età costantiniana:
ivi sono le imagini del Salvatore e dei ss. Abdon e Sennen e
s. Ermete, i cui corpi furono qui trasferiti da Gregorio IV.
La forma odierna della basilica è dovuta a Niccolò Sagredo, già ambasciatore della repubblica di Venezia in Roma, il quale si servì all' uopo dei disegni del Fontana; poi il card. Quirini rinnovò il coro, ne rifabbricò l' altare ed il ciborio ed eresse nella nave maggiore le colonne incrostate di diaspro di Sicilia ed i pilastri delle navi laterali.
Questa basilica ebbe il proprio atrio, ove fu
trovata la celeberrima secchia di bronzo adorna delle imagini di Cristo e degli Apostoli, che sta oggi nel museo vaticano. Nel 1780
quivi si scoprirono due basi di statue dedicate ai Turci Asterî il che suppone
che quivi avessero le loro case.
Nel portico v' ha un antico puteale al quale pure spettava, come osserva il De Rossi, un altro esistente già nella villa Altoviti, colla seguente leggenda:
DE DONIS DEI ET SANTI MARCI IOHANNES PRESBYTER FIERI ROGABIT.
OMNES SITIENTES VENITE AD AQVAS ET SI QVIS DE ISTA AQVA PRETIO TVLERIT ANATHEMA
SIT
Nel più volte ricordato documento sullo Stato temporale delle chiese, di questa si dice:
"A destra entrando vi è l' altare della
resurrettione, di s. Antonio di Padova, de Magi, della Pietà, in fondo
nella cappella del ss. Sagramento. A sinistra il fonte battesimale, altare
di s. Marco, di s. Martino, di s. Michele, e poi
la porta che dà nel cortile. Sotto al portico il cimitero. È longa
palmi 132, larga palmi 74.
"Ha 14 sepolture.
Sono in essa 10 canonicati e 2 cappellani. Ha la cura d' anime con case o
famiglie 362, anime 2420 compresivi li RR. PP. Giesuiti della lega profana,
padri di Araceli, monache di Torre de' Specchi, ve ne sono atte alla
comunione sopra 2000. Da certa copia d' inventario nel nostro archivio che
è dell' anno 1334 si cava che possedea cinque casali, 4 case con altre
23 censuale, e 25 vigne. D. cappella già dei ss. Cipriano e Caterina
oggi è del ss. sacramento e fu fatta sotto il titolo della Trinità da card.
Barbo titolare di s. Marco.
"Vi era la cappella
di s. Maria della strada.
"Cappella
di s. Andrea, oggi della resurrettione.
"Cappella di s. Niccolò, oggi di s. Martino.
"Cappella dei ss. Vincenzo e Anastasio, oggi
s. Michele Arcangelo.
"Cappella già
di s. Francesco, oggi s. Martino, eretta dal card. Pisano
l' anno 1570.
"Cappella della ss. Pietà,
di casa Vitelleschi.
"Cappella de Magi, di casa Specchi.
"Cappella di s. Gio. Battista, patronato del
ss. Salvatore ad Sancta Sanctorum.
"Cappella della
Concettione, avente la servitù di casa Capranica.
"Cappella di s. Antonio di Padova, di casa Tomacelli.
"L' entrata della chiesa certa et incerta insieme con
le prebende somma in tutto a scudi mille cento venti distrutti e bai. 85."
Questa chiesolina è così nominata perchè è
congiunta alla chiesa di s. Marco presso il cui portico ha
l' ingresso. Fu ornata nel 1699 a spese di pie persone, fra le quali
concorse il Barbarigo, ambasciatore della repubblica di Venezia. La chiesetta ha
un solo altare nel fondo, ricco di pregevoli marmi, ove si venera una divota
imagine di Maria, opera del Gagliardi.
S. Andrea in Pallacine o della
Fratta
Era una chiesa antichissima che sorgea nell' area occupata in parte dalla casa professa del Gesù e che fu demolita nella edificazione di quella. Stava presso l' antico porticus Pallacine di cui, come ho detto, si veggono gli avanzi nella via di s. Marco ed alcune colonne con capitelli ionici nella casa di proprietà Santori: una di quelle colonne nel centro della voluta presente una croce equilatera.
In un documento del 1272 la chiesa è
chiamata s. Andrea in Paracina, e altrove in Palatinis.
È nominata nel registro del Camerario per
ragione del presbiterio: dal nome della vicina contrada fu anche chiamata s. Andrea della Strada. Venne frequentata anche
da s. Ignazio di Loyola per concessione di Paolo III, a richiesta
di mons. Archinto arcivescovo di Milano.
Questa chiesina era anche conosciuta col nome
delle Fratte ed era soggetta al capitolo
di s. Marco. L' Adinolfi la pone nella piazza degli Altieri.
Ss. Nome di GESÙ
(Gesù)
Nella relazione msa dello Stato temporale delle chiese di Roma nell' anno 1662, fatta dal p. Girolamo Boschetti della Compagnia di Gesù, porfetto (sic) della chiesa e sacrestia, trovo le seguenti cose:
"La chiesa del Gesù è stata fondata dal sig. card.
Alessandro Farnese ed è situata nel rione della Pigna. Questa chiesa ha campane senza campanile, solo per modo di provisione
accomodate in un muro non essendo stato dal fondatore fatto nè a ciò provveduto.
Ha otto cappelle e tre altari grandi. Di più sotto l' altar maggiore vi è
una cappelletta dove vi sono riposte le reliquie dei ss. Abbondio ed
Abbondanzio date a detta chiesa dalla sa. me. di Gregorio XIII. La chiesa
non ha cura d' anime. Possiede, come gli fu permesso dall' fece. me.
di papa Urbano VIII, sette lochi di monti con obligo di far fre un
anniversario all' anno per il sig. Alessandro Valtrini, quale avea lasciato
herede la casa professa. Per istromento del Buonincontro not. capitolino vi è un
testamento della q. Lucia Strada, quale lasciò dopo la morte di due zittele
due casette o tre, salvo il vero, in Trastevere incontro alla fontana secca, e di più una vignola con una casa di tufi
fuori di porta Portese, e doppo la morte della sig. Margarita Torelli tutto
detto ricada alla sacrestia di questa chiesa. Si mantengono due lampade
l' una all' altar maggiore, l' altra all' altare
della b. Vergine per un legato fatto dalla q. sig. Lucia Amici quale
lasciò herede il novitiato di s. Andrea con obligo di da. lampada.
"Questa chiesa non
ha debito alcuno nè credito come anco le cappelle, essendo morti li fondatori.
Fatto il conto di sei anni precedenti l' entrate e l' elemosine venute
alla chiesa oggi anno sono scudi 1257 meno 25‑1/2. L' uscita ripartita e
computata delli sei anni viene ofni anno scudi 1234 - 7‑1/2.
"La casa fu fabbricata dall' e
o sig. card. Odoardo Farnese: Ha camere abitabili no 145 oltre alcune poche stanze che il medesimo
sig. cardinale Odoardo formò e riservò per suo servitio. Ha tre sorti di
acqua cioè Trevi, Campidoglio e Monte Cavallo. Non ha rendite, nè possiede beni
di sorta, salvo che la parte di un orto situato nel monte Aventino che comprò
per la casa professa il sig. Marcello Vitelleschi dal sig. Massimo Massimi
come in atti Colonna e Buratti notari 16 nov. 1635 confinante con l' orto
del monastero di s. Alessio, con il sig. Virgilio Lucharini, con li
sigg. Specchi, e con il noviziato di s. Andrea. Ogni anno detratte le
sp[esistente di casa in erbaggi e frutta avea scudi 100. Al presente sono in
essa sacerdoti 47, chierici 1,
fratellie 43, novizi 3."
I disegno della chiesa furono affidati al Vignola che condusse la fabbrica fino alla cornice. Morto il Vignola, subentrò Giacomo della Porta, il quale vi aggiunse le due cappelle rotonde ai due lati dell' altar maggiore: ed è pure di suo disegno la facciata.
La gran volta della chiesa fu dipinta dal Baciccio, come la cupola. L' altar maggiore ha quattro colonne di giallo antico: a mano destra dell' altare è il monumento del venerabile card. Bellarmino, dall' altra parte v' ha quello del ven. Pignattelli.
Stupenda per ricchezze e per arte è la cappella di s. Ignazio di Loyola a sinistra della crociera: l' architettura è del Pozzi gesuita; le quattro colonne sono impellicciate di lapislazzuli e listate di bronzo dorato: l' architrave è di verde antico. Sulla cornice v' è il gruppo della ss. Trinità con un angelo che regge il globo terraqueo anch' esso incrostato di lapislazzuli. Anche la vasta nicchia nel mezzo dell' altare è ricoperta di lapislazzuli, sull' alto della quale due angioli reggono una tazza colonna nome di Gesù formato in cristallo di monte. Entro vi è la statua di s. Ignazio in veste sacerdotale di lamina d' argento: sotto il medesimo altare, in un' urna di bronzo dorato, riposano le ceneri del grande patriarca. Ai due lati dell' altare sono due gruppi in marmo, l' uno rappresentante la Fede che abbatte l' idolatria, opera di Giovanni Tendone; l' altro la religione che atterra l' eresia, di Pietro le Gros.
Dirimpetto alla suddetta v' è la cappella di s. Francesco Saverio, eretta con i disegni di Pietro da Cortona, ovest' è rappresentata la morte del santo, opera di Carlo Maratta.
Contigua all' altare di s. Ignazio
è la divotissima cappelletta rotonda di s. Maria della
strada, entro la quale si venera questa santa imagine, che si rannoda
alla storia della chiesetta di s. Maria della
strada, ove si custodiva. La cappellina fu architettata da Giacomo della
Porta, ed è adorna di pitture del fr. Pozzo e del p. Giuseppe Valeriano
gesuiti; il quadretto in tavola rappresentante s. Giuseppe è un dipinto
assai gentile dell' illustre prof. Podesti. Recentemente fu fatta
restaurare a spese del principe Alessandro Torlonia.
S. Maria de Astallis
Questa chiesa, nel codice di Cencio Camerario, è detta s. Maria Hastariorum, poi fu chiamata de Stara. Non è da dubitare che questi vocaboli, mutilati dalla pronuncia volgare, nascondano il nome della nota famiglia degli Astalli, presso le cui case sorgeva la chiesuola di s. Maria. Nel secolo XVI il nome Stara era stato trasformato in quello di Strada; e così da quell' epoca si suole anche oggi chiamare la divota imagine della Vergine che era in quella chiesa, e che ora si venera in quella del Gesù. L' imagine è dipinta in un masso di durissimo cemento.
Dai documenti addotti, risulta adunque che la chiesa di s. Maria era assai antica e venerata, e che fu distrutta nella edificazione della casa e chiesa del Gesù, ove, come si è detto, venne sostituita da non meno divota e venerata cappellina. Quella chiesuola era frequentata da s. Ignazio di Loyola, quando era ospite degli Astalli nel vicino palazzo, che poi ebbe in dono d quel rettore, appellato Codazio, insieme alla cappellina.
Nell' archivio dei Brevi, per notizia
gentilmente comunicatami da mons. de Romanis, più volte lodato, si conserva un
decreto del 1582, con cui si ordina Camerario et
magistris viarum uti vendi faciant presbyteris societatis Iesu domum Io.
Baptistae Stalli ad plateam Alterioram.
Il palazzo degli Astalli è ora della rev. Fabbrica di s. Pietro; e con saggio provvedimento, alla via che gli corre innanzi, è stato da pochi anni restituito il nome di quella storica famiglia.
Do la chiesa, e durante la fabbrica di quella del Gesù, quella veneratissima imagine fu portata nella basilica di s. Marco ove gli venne eretto un sacello, di cui fanno ricordo le seguenti epigrafi che si leggono nel portico della suddetta basilica:
Compiuta la fabbrica della nuova
chiesa dedicata al ss. Nome di Gesù, fu di nuovo colà trasferita la santa
imagine nell' anno 1575.
S. Lorenzo de Pinea
Celebre era in Roma la regione della Pigna. Se ne
fa menzione nell' Ordine romano di Benedetto canonico
e nelle Mirabilia,
dove espressamente si nomina quella regione; lo
stesso abbiamo anche in un diploma di Agapito papa IV, confermato da
Giovanni XII,
nel quale è ricordata la via pubblica che dalla
Pigna entra nella Posterula. Questa regione de Pinea
corrispondeva presso a poco all' odn nono rione della Pigna. Nel Vaticano
pure si aveva la denominazione della Pigna, ma di questa non ci tocca ora il
parlare.
Questa chiesa di s. Lorenzo è ricordata
dall' Anonimo e dal Signorili, e fu detta pure della
Scesa, da qualche leggiera declinazione del suolo, come abbiamo nella
tassa di Pio IV in cui è ricordata la chiesa di s. Lorenzo della Scesa in regione Pineae. I limiti di questa rendono
affatto inverosimile che si parli della chiesa di s. Lorenzolo vicino
alla collocata Traiana, detta anch' essa de ascesa,
come vorrebbe credere il Martinelli, mentre mi sembra assai più verosimile che
qui si parli di s. Lorenzo de Pinea.
S. NICCOLÒ DE Pinea
Era assai antica, perchè la troviamo nel catalogo
del Camerario. Non so in qual parte della regione sorgesse. Il Martinelli
corrottamente la chiama del Piano.
Ss. Cosma e Damiano de Pinea
Questa parrocchietta era forse sull' angolo della piazza di s. Giovannino della Pigna nell' omonimo rione da cui prese il nome. Il Lonigo ne ricordo la demolizione nel modo seguente: "Fu pochi anni sono buttata a terra e la cura unita a s. Stefano del Cacco. Era situata quasi dirimpetto all' anzidetta di s. Giovanni."
È ricorda come parrocchiale in uno dei libri
catastali della basilica di s. Pietro all' anno 1450. Dal
Camerario è chiamata s. Cosma de Pinea, e nella
tassa di Pio IV ss. Cosma e Damiano nel rione delle
Pigne. Ancora si conserva nella sagrestia di s. Giovannino il
quadro coll' imagine dei due santi, e nel giorno della festa dei medesimi
in questa chiesa si celebra ancora una messa solenne.
S. Giovanni de Pinea
L' anonimo di Torino avverte che era servita da un prete, habet unum sacerdotem. È una delle più antiche d; nome Piga che tuttora esiste sull' omonima piazza. Fu dedicata anche ai ss. martiri Eleuterio e Genesio; anzi il corpo di s. Genesio riposa ancora sotto l' altar maggiore di detta chiesa, benchè parte di quelle reliquie, sotto Sisto V, fossero trasferite a s. Susanna. Nel 1282, essendo rovinosa, fu data la chiesa all' arciconfraternita della pietà verso i carcerati, che la riedificò dalla fondamenta con architettura del Torroni.
Presso la medesima v' era la casa dei Porcari, di cui tuttora esiste la porta principale d' ingresso sulla via, con ornati del secolo XV; e nella chiesa, che era loro parrocchia, vi si leggono alcune delle iscrizioni sepolcrali di quella famosa famiglia. Tali iscrizioni, tolte dall' antico pavimento, sono murate a destra e sinistra della porta, ed una di esse è del tenore seguente:
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† ANNO DNI M CLXXXII . MESE MAII . DIE XII . OB IIT / IVLIANVS D. PORCARII CVI BRA AIA REQESCAT . I PA CE | |
| (candeliere) | |
Anche questa chiesuola antichissima apparteneva
alla prima partita; era ufficiata da un sacerdote, come dicesi nel catalogo di
Torino. Un documento dell' anno 1340 la ricorda, per una lascita
fattale da Andrea Vallerano, nobile romano, il quale le donò alcuni fondi in un
luogo detto Palazzo e Contessa.
Nel catalogo della tassa di Pio IV è detta
s. Anastasio e le sono attribuiti venti ducati di reddito. Il suo clero, ai
tempi del Camerario, riceveva sei denari di presbiterio.
S. Giuseppe della Pigna
La famosa Vittoria Colonna fece edificare nel
rione della Pigna una chiesuola ad onore di s. Giuseppe, e vi annesse
un conservatorio di povere fanciulle: nel 1587 chiesa e conservatorio
ancora esistevano, come ricorda il Martinelli;
ma non ne rimane ora più traccia alcuna.
S. Stefano del Cacco
Anticamente questa chiesa, che tuttora esiste, si chiamava s. Stefano de pinea, perchè situata nel centro di questa omonima regione. Da un cinocefalo egizio di granito, rappresentante un genio adorante il Sole, trovato nel vicino Iseo campense, e dal popolo creduto un simulacro di scimmia detta macacco, venne il nome odierno alla nostra chiesa.
L' origine sua è assai antica, e si
attribuisce a Pasquale I nel secolo IX.
Infatti, narra il Bruzio, che nel musaico dell' abside, distrutta dopo
il 1607, v' era il ritratto di quel papa col simulacro della chiesa
nelle mani, pittura che fu guasta ed imbiancata dai Padri.
Fu già parrocchiale e filiale di san Marco.
Pio V la concesse ai Silvestrini l' anno 1563, coll' onere
della cura delle anime. Vi si leggevano le seguenti iscrizioni:
Il Terribilini, poi, vi nota la seguente epigrafe profana posta nel lastrico:
Nel rovescio la lastra porta un' epigrafe cristiana del secolo IV colla data consolare di Simmaco e Boezio:
Questa chiesa, con annesso monastero di monache,
venne fondata da s. Ignazio di Loyola. Scrive il Bruzio, nei più volte
ricordati manoscritti vaticani, "che è chiesa anzi nuova che antica e fu
edificata da s. Ignazio, il quale mosso a compassione de molte povere
donne che volevano lasciare la mala vita, e non erano però chiamate alla
perfetione religiosa, fondò questo ricovero. Egli col far vendere alcuni marmi
cavati dalle ruine di Roma nella piazza davanti la sua chiesa, e fattone cento
scudi li offerse per sua parte, del cui esempio molti altri si mossero e si
diede principio all' opera." Il monastero era detto dal popolo delle malmaritate; queste vi rimasero fino al 1560 nel
qual anno, trasferite altrove, cedettero il posto a claustrali agostiniane. La
chiesa fu più tardi rinnovata dal card. Borromeo, e poi nel 1673 da
Eleonora Boncompagni, religiosa di quel monastero. Il tempio fu solennemente
consacrato l' anno 1696. Il Garzi, allievo di Andrea Sacchi, vi
dipinse le tre Marie al sepolcro, il Baciccio ne colorì
la volta. Ai tempi della prima invasione francese la chiesa fu ridotta a loggia
massonica, ed i Piemontesi dopo il 1870 l' hanno trasformata in
magazzino militare per uso dell' annessa caserma.
S. Maria Felice
Questa chiesolina, con un piccolo monastero, era
situata non lungi da quella ora profanata di s. Marta al Collegio
Romano. È mentovata soltanto nel catalogo delle chiese di Roma fatto sotto il
pontificato di s. Pio V.
Santa Maria in via Lata
Questa celebre ed antica chiesa
di s. Maria in Via Lata fu diaconia cardinalizia, prese e ritiene il
nome dalla celebre via su cui venne eretta. Difatti, con questo nome si trova
nel libro pontificale di Benedetto III,
in Leone III
ed in Niccolò I;
dove anzi si dice che le acque del fiume si
sparsero per la via Lata ed entrarono nella basilica della Vergine che è quivi
"quae ibidem est." Cencio Camerario dice che aveva
sedici denari di presbiterio. L' Anonimo ed il Signorili la pongono accanto
a s. Lorenzo della Pigna.
Il Bruzio osi riepiloga la storia della chiesa:
"Sotto Alessandro VII fu quasi del tutto
rovinata, si crede che qui s. Pietro facesse un piccolo oratorio
(sic) dove celebrava i ss. misteri, dove pure s. Paolo habitò
due ani continui. Dicono anche fosse edificata l' anno 706 da Teolatto
marito di Teodora sorella d' Alberico senatore di Roma, altri la dicono
eretta da Sergio I. Sembra certo essere stata un' antica stazione
apostolica dove poi l' anno 700 il papa Sergio volle edificare una
memoria alla b. Vergine riponendo sotto l' altare il corpo
di s. Agapito martire costituendola diaconia. Quest' oratorio fu anche
detto dei ss. Paolo e Luca. L' anno 1408, raffreddata la
divozion, apparve la s. Vergine ad un cappellano e fece molti
miracoli.
"Leone X l' arricchì di molte
reliquie che furono trovate in tempo d' Innocenzo VIII, allorchè fu
distrutta la prima fabbrica ove si ritrovò nell' urna dell' altar
maggiore una schedola in cui si diceva che Leone IX avea riportato quelle
reliquie l' anno 1049 in tempo di Enrico VI. Eugenio IV unì al
clero secolare che l' ufficiava sotto la giurisdizione d' un priore il
vicino monastero delle monache di s. Ciriaco l' anno 1433
con tutte le rendite, con bolla dei 19 marzo, che si cv nell' archivio
capitolare della chiesa. Nicola V successore d' Eugenio trasferì
altrove le monache restate del detto monastero e consolidando le loro entrate e
di un' altra vicina chiesa di s. Nicola in s. Maria in via
Lata istituì nove canonicati ed un priorato; come testifica Callisto III
successore d detto Nicolò. L' anno 1491 la chiesa fu di nuovo
fabbricata d' ordine d' Innocenzo VIII; havea 700 anime nei
limiti della sua parrocchia."
Fin qui il Bruzio, che nel pavimento lesse questi epitaffi:
La pietra sepolcrale è disgraziatamente perduta, distrutta forse in alcuni restauri fatti alla chiesa negli ultimi secoli.
Assai più antica era la seguente:
Presso la porta maggiore si leggeva:
E presso la sagrestia:
Un' antica, e non del tutto dispregevole tradizione locale, vuole che in questo luogo soggiornassero gli apostoli Pietro e Paolo, e gli evangelisti Giovanni e Luca, e si dice pure che quivi l' apostolo delle genti scrivesse le sue epistole agli ebrei e Luca vi dettasse gli atti agli apostoli.
Dissi non dispregevole l' anzidetta tradizione, poichè, se non è accettabile in tutta la sua estensione, pure è probabile in quanto si riferisce alla dimora fatta quivi da s. Paolo.
Infatti, al livello dell' antica via lata precisamente sotto la chiesa attuale, restano tracce d' un edifizio romano del secolo III incirca, che accennano ad una qualche abitazione più antica, forse rinnovata ai tempi di Settimio Severo. Quei ruderi potrebbero essere gli avanzi della casa, nella quale l' apostolo mansit biennio in suo conducto e dove praedicabat regnum Dei docens quae sunt de Domino Iesu Christo cum omni fiducia sine prohibitione. Nulla s' oppone infatti alla sostanza della popolo romano tradizione romana, sulla origine dell' insigne santuario della via Lata; anzi parecchi indizî la confermano, poichè le mura di quel vetusto edifizio, fino dal secolo VIII almeno, furono trasformate in oratorio, e tracce di pitture antiche restano qua e là su quelle oscure e madide pareti.
Quel' antichissimo oratorio diventò, dopo
l' innalzamento del suolo in quella contrada, sotterraneo, e ancora è per
metà sepolto; laonde sarebbe certamente desiderabile, che, permettendo le
condizioni locali dell' edifizio, venisse dissotterrato
fino al piano antico, dove forse si potrebbero trovare
indizî sicuri e pregevoli per la storia del medesimo.
Nella sua parete a sinistra si veggono alcune figure d' angeli alati, ma vestiti di tunica e pallio, secondo la tradizione dell' arte cristiana più antica, che conducono al cielo, sorreggendoli per il capo, alcuni santi, anch' essi vesti di tunica e pallio.
Vicino all' arco, che serviva d' ingresso all' oratorio suddetto e che fronteggiava la via, a sinistra v' è una pittura del secolo circa secolo XI rappresentante un santo coronato il capo di nimbo, sul cui petto scende il pallio ornato di spesse croci; forse è s. Marziale, cui l' oratorio fu dedicato; ma è impossibile affermare con certezza qual santo vescovo o papa egli fosse. Presso questa imagine era rappresentata la scena della crocifissione colle imagini di Maria e Giovanni; poichè ivi sono tracce di alcune figure, presso alle quali si legge dipinto sull' intonaco il nome di IOHS (Iohannes) e le parole pronunciate dal divino Redentore, ECCE MATER TVA. Preziosissima sarebbe stata questa scena per la storia artistica della Crocifissione.
Per errore di alcuni recenti topografi, si è creduto che presso quest' oratorio sorgesse l' arco di Gordiano; il che è falsissimo. Ivi s' alzava uno degli archi della Flaminia, detto dai cataloghi l'arcus novus, e che era stato dedicato a Diocleziano e Massimiano nel 301, il quale fu visto distruggere dal Fulvio iuxta s. Mariam in via lata ab Innocentio VIII in renovatione proximi templi.
La facciata della chiesa attuale fu fatta erigere, coi disegni di Pietro da Cortona, da Alessandro VII. L' interno della medesima conserva le tracce della forma basilicale più vetusta, essendo divisa in tre navi sostenute da colonne, le quali erano antiche e di marmo caristio (cipollino), che poscia, non so con qual criterio, vennero incrostate di brutto diaspro di Sicilia. Nella parete di fondo, alquanto absidata, si venera una divota effigie della b. Vergine, di scuola assai antica, adorna di ricchissime pietre.
In un documento che più volte ho mentovato, costruite la relazione delle visite ordinate alle chiese di Roma sotto Alessandro VII, v' ha il seguente curioso aneddoto: Ivi si dice: che nella chiesa era un pilo di marmo (sarcofago) antico lavorato ed istoriato di bellissima maniera che si conservava nel vestibolo della detta chiesa, et volendolo alcuni canonici donare a D. Camillo Pamphili e non consentendo altri di essi, fu per maggior custodia riposto entro la medesima chiesa. Hora son pochi giorni che dai medesimi canonici fu de facto levato il pila dalla chiesa e donato a D. Camillo.
Circa il X secolo dalla via Ostiense furono alla nostra chiesa trasferiti i corpi dei ss. Largo, Smargdo e Ciriaco ed altri compagni, registrati nei fasti ecclesiastici agli 8 di agosto.
Le origini di questa chiesa sono adunque antichissime, e si perdono nell' oscurità; perchè si attribuiscono al papa Silvestro, ma sarebbe stata riedificata da Sergio, e poi da Innocenzo VIII restaurata. La tribuna fu di nuovo rifatta da Urbano VIII. Eugenio IV unì a questa collegiata la chiesa vicina di s. Ciriaco e Niccolò, con monastero dell' ordine benedettino, ad istanza del card. Domenico Capranica, diacono cardinale di questa chiesa. La cappella delle reliquie, in fondo alla nave sinistra, fu sacra ai ss. Ciriaco e Niccolò. Il card. Fazio Santorio, il 28 luglio 1507, comprò dal capitolo una vicina chiesuola di s. Niccolò per alzarvi il proprio palazzo, ove poi fu edificato l' odierno lo Doria.
Qui furono sepolti alcuni della famiglia dell' Infessura, tra i quali Stefano, il note maledico diarista, della cui pietra sepolcrale però sono state inutilmente ricercate le tracce.
Nel luogo, ove ai giorni di s. Ignazio fu eretta la chiesa di s. Marta, vi era un' altra chiesolina chiamata s. Salvatore in Camilliano; poichè il campo camilliano era il nome che nel medio evo aveva la piazza odierna del Collegio romano.
Nel 1433 la chiesa era diroccata; la
possedevano le monache del vicino monastero di s. Ciriaco. Fu
restaurata nel 1461 e costituita parrocchia, ove vennero sepolti parecchi
della famiglia Battaglieri. Nel 1500 vi fu congiunto un piccolo monastero
di monache.
S. Ciriaco de Camilliano
È il nome di un celebre monastero, che era
situato presso la via Lata non lungi dall' arcus Diburi, detto poi Camillianum, e precisamente sull' odierna piazza del
Collegio romano. L' Ughelli riferisce un privilegio antichissimo del
vescovo di Selva Candida, in cui si fa menzione d' una casa posta nel luogo
detto Diburo, presso alla quale erano situate le case
di Maroza, moglie di Stefano Siniscalco.
Quivi adunque era il monastero detto dei
ss. Ciriaco e Niccolò, appellato anche ad gratam
ferream.
In un documento dell' archivio vaticano ho trovato notizie sul cimitero del medesimo monastero, il quale "si è scoperto alcuni mesi sono vicino alla detta chiesa (di s. Maria in via Lata) nell' occasione che il principe Pamphili spianava il giardino per fabbricare la stalla nel palazzo di donna Olimpia Aldobrandini. Il nome Diburo, Diburio, Tiburzio attribuivasi dal volgo ad un antico arco sormontato da torre, che alcuni credono sia stato uno degli ingressi del Diribitorium, il grande edifizio presso la Septa, incominciato da Agrippa, compiuto da Augusto; edificio destinato allo scrutinio dei voti dei comizî, ed anche alla dispensa degli stipendî alle milizie. Fu incendiato sotto Tito, unitamente al contiguo Iseo.
Il medio evo dette a quel rudero, avanzato sulla piazza odierna del Collegio romano, il nome di arco maggiore, ovvero arco di Camillo; per cui quell' area e la vicina contrada appellavasi il Camilliano: la fronte della chiesa di s. Ciriaco era da quella parte.
L' Infessura, nel suo diario,
ricorda che Innocenzo VIII incominciando la nuova costruzione della chiesa
di s. Maria in via Lata, nel 1491, lo fece atterrare. Vicino
all' arco vi era la torre degli Aldemari, posseduta nel secolo XI da Sasso di Susanna, che fu poi donata alle monache
di s. Ciriaco. Il Severano
afferma che la chiesa era precisamente dove è ora l' altare maggiore di s. Maria in
via Lata. Il Galletti
ricorda un' abbadessa dei ss. Ciriaco
e Niccolò dell' anno 1372. Il Bruzio
vuole che la chiesa fosse in origine dedicata a
s. Stefano, della quale dice: fino ai giorni nostri si sono conservate le
vestigia del campanile nel cortile del palazzo annesso di D. Olimpia
Aldobrandini Pamphili. Non lungi del monastero v' era anche la chiesa
di s. Niccolò, che
poi fu incorporata ed unita a quella
di s. Ciriaco. Nell' archivio di s. Maria in via Lata
v' ha un codice in pergamena coperto di lamina d' argento, adorno di
gemme false, contenente un vetusto esemplare del Vangelo di s. Luca.
Sulla lamina di quello si legge la dedica di un' abbadessa del ono
anzidetto: Suscipe Christe et s. Cyriace atque Nicolae.
Hoc opus ego Berta Ancilla Dei fieri iussi, la quale iscrizione è da
attribuire al secolo XI. Quanto all' origine
della chiesa di s. Ciriaco non v' ha dubbio sia antichissima,
benchè non creda accettabile l' opinione comune che la fa risalire fino ai
tempi del papa Silvestro. Il nostro Ciriaco è quello venerato con i socî suoi
Largo e Smaragdo, registrati nei sacri fasti agli 8 di agosto. I loro
corpi, nel principio del secolo quarto, dalla Salaria furono portati alla via
ostiense, e poi circa il secolo decimo dall' ostiense cimitero furono
trasferiti alla chiesa di s. Maria in via Lata.
Di s. Ciriaco v' ha anche notizia in un codice anonimo urbinate
n. 410, f. 221, ove è denominato s. Quirico. Il Lonigo ne vide gli
avanzi, e nel suo manoscritto dice che: tuttavia si vede ma
profanato vicino al curtile del palazzo dei principi Aldobrandini.
Per il possesso dell' arco prefato sorsero
talvolta questioni fra le monache di s. Ciriaco ed il capitolo
di s. Maria in via Lata, le quali chiese erano quasi contigue. Ricorda
l' Adinolfi che agli 8 di novembre del 1241, ad istanza delle
monache, furono citati in giudizio i canonici, siccome contumaci e scomunicati
dal rettore della Romana fraternità.
È una chiesuola della quale non rimane da
moltissimi secoli alcun vestigio, e la cui memoria ci è stata conservata dal
Camerario, benchè ai suoi tempi già fosse deserta e rovinosa, perchè la annovera
fra quelle ignotae et sine clericis. Alla medesima
spettavano i sei consueti denari di presbiterio. Sorgeva fosse presso
l' antichissima chiesa anzidetta.
S. Salvatore ad Duos Amantes
Questa chiesa è menzionata dal Libro pontificale nella vita di s. Silvestro: risalirebbe adunque al secolo IV, anzi ai tempi della pace.
La denominazione si riferisce certamente
all' epoca della antica città, ma è ignoto dove sorgesse. Il Martinelli ci
avverte che le monache di s. Ciriaco alla via Lata erano padrone di
questa chiesa e dell' annesso monastero, che manteneva ancora quella
denominazione.
S. NICCOLÒ DI Monte
Presso il monastero di s. Ciriaco vi era anche una chiesolina detta di s. Niccolò de Monte, venduta dal capitolo di s. Maria in via Lata al card. Santorio, che la fece abbattere per edificarvi il suo palazzo.
Sull' origine della nostra chiesa il Bruzio
riporta la seguente leggenda:
"Nel pontificato di Gregorio V, venuto a Roma Ottone III chiese al papa le reliquie di s. Ciriaco il quale era nel monastero di detti santi vicino all' arco di Diburio (Camilliano). La abbadessa di nome Preziosa poichè seppe, essendo assente, che le monache avevano consegnato quelle reliquie ricorse piangendo dall' imperatore con infinite grida, il quale poi stupefatto riconobbe in questa una sua parente, e la consolò consegnandogli una lettera per l' imperatore a Costantinopoli onde ottenere da questo una reliquia di s. Niccolò, che difatti fu concessa all' abadessa insieme a molti altri doni che la pia religiosa portò da Costantinopoli. Non appena giunta poi in Roma, edificò una chiesa di s. Niccolò nel distretto del monastero di s. Ciriaco."
Checchè sia dell' autenticità di questa
narrazione, essa attesta l' antica origine di questa chiesa
di s. Niccolò del Monte, che nel secolo XIV habet unum sacerdotem.
S. Stefano in Via Lata
Sembra al Martinelli, fondato sopra
un' antica leggenda, che sia questo il titolo primitivo della chiesa
di s. Ciriaco al Camilliano, al quale fu aggiunto poi quello
di s. Benedetto dalle monache benedettine dell' annesso
monastero.
S. Francesco Saverio
(Oratorio del Caravita)
È un oratorio dedicato al grande apostolo delle
Indie, presso la chiesa di s. Ignazio, edificato presso a poco nel
luogo medesimo dove sorgeva l' antica chiesa di s. Antonio de Forbitoribus. È comunemente detto l'Oratorio del Caravita, da cui prende anche m la strada
adiacente che sbocca nella via del Corso. Ebbe origine da un pio padre della
compagnia di Gesù, Pietro Gravita, zelantissimo missionario e generoso
elemosiniere. Di lui si narra che l' anno 1639 ai 4
d' ottobre rivestì cento poveri di Roma, et li diede da
mangiare et fu dispensato molto pane.
Cadevano in quei giorni le feste centenarie in
cui si celebrava dalla compagnia di Gesù l' anniversaro della conferma
fattane da Paolo III. Nel diario del Gigli
si narra che il Gravita diede nuovo impulso alle
opere del p. Pier Montorio, gesuita, il quale incominciò
andare per le piazze di Roma predicando et fare le comunioni generali.
Il p. Gravita stabilì a questo scopo una congregazione nel Collegio romano,
dove non solo concorrono, così il diarista, persone humili, ma ancora le nobili e le principali.
Quell' oratorio, edificato con le elemosine
di generosi oblatori, si appellò della Comunione
generale. Fondata nel 1707 una congregazione di nobili signore, queste in tempo determinato dell' anno
cominciarono a raccogliersi nell' oratorio suddetto onde tenervi religiosi
esercizî. Tale congregazione eccitò l' emulazione di altre signore; le
quali, costituitesistenti nel 1795, a somiglianza delle prime, qui pure
convengono in certi tempi dell' anno per il medesimo santo scopo.
L' oratorio è stato restaurato nel 1870 per cura del rev. p.
Massaruti. Le pitture che adornano la volta del portico sono di Lazzaro Baldi.
Sul portico suddetto v' è la cappella del Ristretto, adorna di pitture di Gaetano Sottino, a cui
appartiene anche il quadro dell' altare, sul quale è rappresentata la
discesa dello Spirito Santo.
Nel luogo stesso si raccolgono quattro altre congregazioni appellate ristretti: una composta di dodici fra sacerdoti e chierici; la seconda, detta degli angeli, era composta di nove giovanetti scolari dell' attiguo collegio; la terza, feriale, appellata degli apostoli, formata di dodici pii laici, i quali si adunano nei giorni feriali; la quarta, pure degli apostoli e detta dei collaroni dicevasi festiva, perchè si adunava nelle domeniche e nei giorni festivi. Nel 1757 in quel pio luogo s' istituì un quinto ristretto sotto il titolo dell' Immacolata Concezione e di s. Luigi Gonzaga, pei giovanetti desiderosi di addestrarsi nella via della perfezione cristiana. Ma anche questa divota congrega, che fu istituita dal p. Alessio Pichi, da pochi anni è cessata.
Fra le funzioni dell' oratorio si contava
anche una missione speciale ai mietitori e falciatori dell' agro romano,
istituita nel 1711 dal p. Martini, ed un ' altra straordinaria alle così
dette gavette ed ai veterinarî. Nello Stato
temporale delle chiese di Roma si legge:
"L' oratorio di s. Francesco
Xaverio per uso della Communione generale con cappelle n. 2; quale se bene è
separato dal collegio gode però tutti li privilegi come se fosse intra claustra del medesimo collegio in virtù del breve di
Urbano VIII sotto li 6 d' agosto 1633." L' oratorio, tuttochè per
le circostanze luttuose dei tempi non dipenda più dagli illustri figli del
grande Ignazio di Loyola ai quali appartiene; pur tuttavia prosegue anche oggi
ad essere regolarmente ufficiato e frequentato.
S. Maria Annunziata al
Camilliano
Una chiesolina dedicata all' Annunziazione
di Maria Vergine sorgeva nell' area occupata dalla chiesa
di s. Ignazio, dalla banda però che guarda la piazza del Collegio
romano. Era stata eretta l' anno 1562 colle elemosine
di Vittoria della Tolfa, nipote di Paolo II, e fu distrutta quando venne
eretta la nuova chiesa di s. Ignazio.
S. Ignazio
Questa chiesa, congiunta al Collegio romano, è una delle più vaste e più belle di Roma. Il p. Domenico Vanni rettore del suddetto collegio nel 1663, nella sua relazione per lo Stato temporale delle chiese di Roma che si conserva negli archivî vaticani, così riferisce della medesima:
"Congiunta al Collegio è la chiesa dedicata a s. Ignazio fabbricata per legato fatto dal sig. card. Ludovisio Ludovisi, come per suo testamento 11 aprile 1629. Non è per anco finita, mancandosi di perfettionare la cupola e parte superiore. a sepolture un.o 3."
Il luogo ove fu fabbricato il tempio era in parte occupato da una chiesina dedicata all' Annunziata e detta l'Annunziatina. Il cardinale stesso di sua mano vi pose la prima pietra, morto il quale venne proseguita la fabbrica col ddenaro lasciato in testamento dal medesimo, circa 200 mila scudi: fu aperta nel 1650, e compiuta nel 1685. Nel farsi le fondamenta si trovò un tratto notabile dell' acquedotto primitivo dell' acqua Vergine o, per dir meglio, gli avanzi della sua mostra, con resti di colonne e bassirilievi assai pregevoli.
Il disegno della chiesa è del Domenichino, modificato però dal p. Grassi: l' immensa facciata in travertino è dell' Algardi, fatta con un legato del principe Ludovisi, già vicerè di Sardegna. L' interno della chiesa è a tre navi divise da pilastri. A destra della crociera v' è la stupenda cappella di s. Luigi Gonzaga eretta dai signori Lancellotti, ssot il cui altare, in un vaso di lapislazzuli, si conservano le ceneri del santo giovine. Il disegno è del fratel Pozzi gesuita, che ne dipinse la volta; la cappella è adorna di marmi finissimi. Il bassorilievo in marmo posto sull' altare rappresenta s. Luigi vestito colla scolastica del Collegio romano in mezzo ad una gloria di angeli: è opera del Le Gros.
Nel fondo della chiesa v' ha il monumento di Gregorio XV, insigne benefattore di questo tempio, presso al quale è sepolto il card. Ludovisi.
La tribuna dell' altar maggiore è pure opera del Pozzi, che colorì anco sulla tela la cupola finta, capolavoro di prospettiva, che venne poi cancellata e ricoperta di tela nera.
Stupendi sono gli affreschi della volta che rappresentano il trionfo di s. Ignazo nel cielo: dirimpetto a quella di s. Luigi v' è la cappella dell' Annunziata, di cui l' architettura è gemella, ma il bassorilievo è di Filippo Valle, sui disegni del Pozzi: sotto quest' altare, in un' urna preziosissima di lapislazzuli, riposano le ceneri dell' altro santo giovine, Giovanni Berchmans.
Il suddetto p. Domenico, nel ricordato documento, passa a discorrere dell' annesso Collegio romano, che egli così descrive:
"Ebbe origine il Collegio romano
da s. Ignazio di Loyola nel 1551, nel qual tempo fu presa a
pigione una casa sotto Campidoglio. Poco dopo si passò ad altra fa la piazza dei
sigg. Altieri e la Minerva. In appresso cioè nel 1556 si condusse una casa
dei sigg. Salviati congiunta per la parte di dietro con s. Maria in via
lata. Ma nel 1560 incominciò ad aver luogo stabile per liberalità della
sig. Vittoria Orsina marchesa della Tolfa e nipote di Paolo IV, la quale
donò un monastero (Annunziatina) da lei edificato con
altre case adiacenti come costa per li atti di Andrea Giraldi 22 aprile
1560. A questo sito fece grande accrescimento Gregorio XIII che non solo lo
dilatò ma dal primo fondamento edificò la fronte ponendovi la prima pietra
alli 11 di giugno 1582 e sotto di essa una ricca medaglia in cui erano
queste lettere: Gregorio XIII edificò dai primi
fondamenti e dotò il Collegio della compagnia di Gesù come seminario di tutte le
nationi per l' amore che portò a tutta la cristiana religione e
particolarmente alla compagnia di Giesù. In Roma l' anno del Signore
1582.
"Nel collegio vi si alimentavano sacerdoti
43, chierici 41, coadiutori temporali 38. Questo collegio ha cinque lunghi
corridori con camere in tutto numero 158, oltre 10 altre in diverse parti del
medesimo collegio. Ha l' infermeria con camere 16, il refettorio e cucina,
dispensa et un' officina per l' infermi. Ha inoltre un appartamento
per li giovani con camere ventitrè, cappella, sacrestia, salone, sala e libreria
et una loggia scoperta. Vi sono per servitio comune due cappelle, due librarie,
la biancheria con due stanze, solarìa, sartoria con tre stanze, dispensa con
sette stanze, cucina con due, granari tre, macelli con tre stanze numero 4o, forno con stanze n. sette e magazzini di legna tre,
stalle tre, bugata con stanze numero quattro, forno con stanzie numero sette,
falegnameria, gallinaro, cantine due, grotta una, barbieria, tinello con una
stanza, magazzino per l' oglio, sala, saletta, refettorio, lavamano,
officine due per il refettorio, spetieria con stanze cinque,
loggie scoperte due, galleria, cortili due porteria con stanze quattro, scuole
num. quindici, un salone per la disputatione, e stanzie due per confessare
scolari."
Il Collegio romano dal 1870 non esiste più: da
quattro lustri non è che un liceo del regno d' Italia. È a questo collegio
che si legano le memorie più care ed indimenticabili della mia infanzia e della
mia gioventù: è in questo collegio che la gioventù ebbe quella forte educazione
cristiana e romana, che per le circostanze tristi dei tempi non ricevono più i
nostri ragazzi. Questo collegio fu pur un' accolta di uomini santi e dotti.
Dio, nella sua misericordia, lo renda presto alla sua Roma!
S. Maria ad Martyres
(Chiesa della Rotonda)
Notissima è la storia dell' origine di questa chiesa, storia però a cui, nel volgere de' secoli, furono aggiunti dei racconti favolosi. Con gioia è da ricordare quel giorno in cui il monumento civile dedicato da Agrippa ai sozzi progenitori che l' adulazione avea attribuito ad Augusto, cioè a Venere e Marte, fu da Bonifacio IV trasformato, e, salvandolo da certa ruina, dedicato alla Regina del Cielo. Quel giorno le pareti del Pantheon, echeggiarono la prima volta degli inni a Cristo e dei martiri suoi, vincitori del paganesimo, e al suono del Gloria ond' era ripercossa la splendidissima volta con echi sonori, la fantasi dei romani potea, come scrive il Gregorovius, discernere i demoni atterriti, cercare nell' aria libera uno scampo, spertugiando per l' apertura della cupola.
Bonifacio IV consacrò alla ss. Vergine ed ai martiri il magnifico edifizio, ed a questa consecrazione va debitrice Roma del suo più bel monumento antico. Ma è tarda leggenda che Bonifacio mettesse a sacco le catacombe di Roma e caricate ventotto carra di ossa di martiri, le facesse seppellire sotto la chiesa. In quel secolo le tombe dei martiri non erano state aperte e nelle catacombe essi dormivano ancora il loro sonno secolare.
La consecrazione del tempio avvenne ai 13 di
maggio fra gli anni 604 e 610, e la chiesa prese il nome di s. Maria ad martyres dalla dedicazione fattane. I
romani, nei secoli di mezzo, furono gelosissimi di quel gioiello della città
loro, cosicchè nel secolo XIII il senatore di Roma
giurava di difendere e di conservare al papa Mariam
Rotundam.
L' anno 645,
Costantino III, venuto a Roma, ne tolse quanto di prezioso era avanzato
alle depredazioni dei Goti, e, fra le altre cose, spogliò il tetto di questa
chiesa coperto di tegole di bronzo dorato. I romani non risparmiarono frasi e
satire contro il principe liberatore, e nella colonna Traiana e nel fornice del
Velabro, detto l' arco di Giano, il ch. De Rossi ha scoperto graffiti
relativi a quel Cesare. Benedetto II nel 684 risarcì come potè quei danni,
siccome narra il libro pontificale, e nel 735 Gregorio III ricoprì di nuovo
il tetto di piombo. Anastasio IV, nel 1153, edificò presso la chiesa
un palazzo, e nel
1434 Eugenio IV fece sgombrare il Pantheon,
riducendo ino quasi ad isola l' edificio, al quale da ogni parte erano
addossate case e torri; lavoro che con saggio e lodevole provvedimento fu
compiuto testè dal prof. Guido Baccelli.
Pio IV ne risarcì le splendide porte di bronzo, e Urbano VIII ristaurò il frontispizio del portico nel 1634 facendovi edificare al disopra due goffi campanili, che nei surricordati recenti lavori furono tolti. Alessandro VII fece abbassare il piano della piazza e sostituì due nuove colonne di granito, trovate presso piazza Madama, a quelle che mancavano nell' angolo sinistro del portico.
Nobili sepolcri e memorie storiche si raccolgono entro il maestoso tempio: valga per tutte la tomba di Raffaello Sanzio, sulla quale si legge il noto distico del cardinal Bembo.
Bonifacio VIII eresse la chiesa in diaconia: in una delle sue cappelle per molti secoli si conservò la imagine del Volto santo entro una cassa chiusa da tredici chiavi, delle quali ciascun caporione teneva la sua. Presso alla chiesa, come ricordo l' anonimo di Torino, vi era nel secolo XIV l' ospedale S. Mariae Rotundae, che habebat duos servitores. Nel secolo XVI era ancora parrocchia che comprendeva 143 famiglie, in tutto 702 anime.
Fin dal secolo XIII però aveva il suo campanile, eretto per cura dell' arciprete Pandolfo della Suburra l' anno 1270. Di questo campanile e delle sue campane rimane memoria in una iscrizione situata a destra della porta della chiesa. Fra i sepolti nel medio evo in quella sono da ricordare Tommaso Matiglioni chiamato Scocciapila, morto con Angelotto Normanni nel combattimento contro i Brettoni al ponte Salario. Quell' epigrafe diceva:
In quei secoli di fede rozza ed imaginosa si davano in questa chiesa due curiosi spettacoli religiosi. Il primo aveva luogo il giorno dell' Assunta, in cui con macchine ed altri congegni si faceva in mezzo a nubi ed angeli vaganti innalzare il simulacro della Vergine sull' alto della cupola ove si faceva artificiosamente scomparire. Il popolo traeva in folla a vedere quel meraviglioso spettacolo. Nella domenica poi detta della rosa, tra l' Ascensione e la Pentecoste, durante la messa solenne del papa, dall' apertura circolare della cupola medesima si faceva piovere sul popolo una quantità sterminata di rose a ricordare il miracolo della Pentecoste.
Qui pure furono sepolti i Crescenzi, che vi
ebbero la loro cappella; i Vulgamini, i Rosana e alcuno dei Porcari. A destra,
entrando, è la tomba di Vittorio Emanuele II, morto in Roma
il 9 gennaio 1878.
S. Maria sopra Minerva
Questa chiesa fu detta s. Maria sopra Minerva, perchè edificata presso le ruine d' un tempio dedicato a quella dea, e fatto erigere, conforme taluni credono, da Pompeo Magno, in rendimento di grazie per le vittorie da lui riportare. Il tempio era presso l' Iseo Campense, ed anche il nostro di Minerva fu appellato forse campense per essere nel Campo Marzio. Fino al secolo XVI rimanea in piedi la cella entro l' attiguo convento, siccome attesta il Fulvio, dalla cui indicazione apprendiamo che il tempio era piccolissimo. Fu concessa dal pontefice s. Zaccaria circa il 750 alle monache greche di Campo Marzio, le quali, cangiando dimora, la lasciarono, forse perchè minacciva rovina. L' anonimo di Einsiedeln, che descrisse Roma nel secolo VIII, nota già il convento di s. Maria nel Minervium che il Signorili dice sub Minembrum. Il Senato e popolo romano nell' anno 1370, sotto il pontificato di Gregorio XI, la donarono ai pp. Predicatori di s. Domenico, i quali desideravano di avere un luogo proprio ed opportuno entro la città per meglio attendere al bene delle anime, giacchè l' abitazione assegnata loro da Onorio III sul monte Aventino riusciva di grave incomodo. Eglino dunque, profittando del dono, si applicarono subito a fabbricare una chiesa di quell' ampiezza che oggi si vede, insieme al convento annessole, e ciò fecero colle limosine di pii ed illustri personaggi. Niccolò III fece nel 1280 incominciare la riedificazione della chiesa per opera di frà Sisto e di frà Ristori, architetti di s. Maria Novella a Firenze. In seguito il convento stesso venne ristorato ed aggrndito dal card. Antonio Barberini; il coro fu edificato dai signori Savelli, e l' arco grande sopra l' altar maggiore dai signori Gaetani. La nave di mezzo si costruì a spese del card. torrecremata; la crociera e le navi laterali da altri nobili e ricchi signori. La facciata fu edificata a spese di Francesco Orsini, ed il card. Capranica posevi la gran porta di mezzo. In processo di tempo, la tribuna minacciando di ruinare fu riedificata dai signori di Palombara, con architettura di Carlo Maderno. Sono osservabili nella facciata, da mano diritta, le lapidi indicanti le diverse altezze a cui salì il Tevere in questo luogo nelle maggiori sue inondazioni. L' architetto di questo edifizio non è conosciuto, pure si può asserire che la chiesa di s. Maria sopra Minerva sia la sola in Roma che nelle sue proporzioni, ed ispecie nelle volte, abbia conservato l' aspetto e le forme dell' antica architettura italiana, semplice (forse troppo!) e senza ornati di sorta. Essa ha quattro navi, una nel mezzo, due laterali a questa, ed una di crociera nel cui centro apresi la tribuna.
Allato all' altare dal canto
dell' evangelo sta sepolto in terra frà Giovanni Torrecremata
dell' ordine de' Predicatori, cardinale vescovo di Sabina, morto
nel 1468, istitutore della confraternita della ss. Annunziata, la
quale ivi appunto gli eresse un bel monumentino col busto in bronzo ed ornati
simili. Dalla parte dell' epistola è un altro deposito, somigliante in
tutto e per tutto al suddetto, posto nel 1568 dalla ricordata confraternita
al suo insigne benefattore il card. Benedetto Giustiniani, vescovo sabinese.
Nella nicchia, di rimpetto
al deposito di Urbano VII, sono parecchie memorie
sepolcrali, e sull' alto una lunetta a fresco del Nebbia.
Ponendo il piede nel coro, che rimane dietro l' altare si veggono l' uno contro l' altro i due sontuosi depositi di marmo eretti a Leone X ed a Clemente VII di casa Medici, scolpiti ambedue da Baccio Bandinelli, salvo che la statua di Leone venne eseguita da Raffaello di Montelupo, e l' altra di Clemente da Giovanni di Baccio Bigio. Nel pavimento presso il deposito di Leone X è l' umil sepoltura del card. Pietro Bembo. Il Cristo in rilievo che sta dall' altra parte dell' altar maggiore è opera mirabilissima di Michelangelo Buonarroti. È questa l' unica statua michelangiolesca che Roma possegga del tempo di Leone X.
Oltre i monumenti sepolcrali da noi ricordati e i
moltissimi che trovansi nelle cappelle, questa chiesa ne contiene parecchi altri
sparsi per entro le sue cinque navi; per cui brevemente parleremo, se non di
tutti, almeno de' più interessanti pel lavoro, o pei personnaggi a cui
spettano. Appena si è po il piede nella nave di mezzo trovasi a diritta, accanto
la porta, la sepoltura di Diotisalvi Neroni, cavaliere e
giureconsulto fiorentino, il quale molta parte ebbe nelle faccende della patria,
morto d' anni 81 nel 1482. È una gentile opera del secolo XV, stimabile per la semplicità e per la finezza
degl' intagli, come pure per un affresco rappresentante Maria adorata
da due angeli: buona pittura di que' tempi, ma guasta
dall' umidità, e forse ancora dai ritocchi. Da man manca è il monumento di
Gio. Battista Galletti, patrizio pisano, con mediocri sculture, fra le quali un
bassorilievo esprimente la sacra Famiglia. Nella faccia del primo pilastro a
sinistra si osserva un deposito con ornati di scultura e col ritratto dipinto di
mons. Girolamo Melchiorri, vescovo di Macerata, il quale intervenne al concilio
di Trento, e morì l' anno 1583. Il pilastro in faccia contiene la
memoria sepolcrale col busto in marmo di Bernardo Niccolini fiorentino. Il
secondo pilastro pure a man manca ha il monumento di Pietro Scornio, patrizio
pisano, mancato ai vivi nel 1514, ove si osserva il suo ritratto scolpito
in un busto; di rimpetto vedesi quello di Girolamo Bottigelli dottor di legge
morto nel 1515. Nel terzo pilastro è collocato il deposito di Cesare
Magalotti fiorentino, prolegato dell' armata papale, vissuto fino
al 1602; incontro evvi l' altro di Giovanni Vigevano piacentino,
estinto nel 1630, e tutt' e due hanno il busto del defunto e varî ornati in
marmo.
A fianco della cappella di s. Tommaso d' Aquino sta nella parete il nobil sepolcro di Guglielmo Durante, vescovo di Matisona, con un buon musaico ed alcuni lavori di scultura, oltre l' effigie del defunto giacente sopra una cassa di marmo, a' piedi della quale si legge in caratteri gotici con abbreviature † HOC EST SEPVLCRVM DOMINI GVLIELMI DVRANTI EPISCOP. MIMETEN. ORD. PRAED. Questa è una delle pregevoli opere di Giovanni Cosmato romano, scultore e musaicista famoso del secolo XII, e ne fanno fede queste parole incise sotto la citata iscrizione: † IOHAN. FILIVS MAGISTRI COSIMATI FECIT HOC OPVS.
Prima d' uscire dall' andito che mena alla porta minore della chiesa al lato della tribuna si trova nella parete, presso il sepolcro del card. Alessandrino, il modesto deposito del b. Angelico da Fiesole, il cui ritratto, vestito dall' abito domenicano, è scolpito di schiacciato rilievo in una tavola di marmo bianco, ed ai piedi ha questa scritta in una sola linea: HIC IACET VENERABILIS PICTOR FR. IO. DE FLO. ORDINIS PRAEDICAT. MCCCCLV; inferiormente poi leggonsi i seguenti distici:
Ai fianchi della porta sono due monumenti di marmo bianco, lavori del secolo XV, nei quali è molta semplicità e molta grazia; quello a diritta è di Cincio Rustici, uomo versatissimo nel greco e nel latino idioma; l' altro a sinistra è del vescovo Agapito Rustici, anch' egli dotto nel linguaggio del Lazio. Scesi quindi di nuovo nella crociera si vede presso la cappella della Maddalena il gentil monumento del card. Ladislao di Aquino, il cui busto fu scolpito dal Mochi.
Dietro l' altare della sacrestia evvi la camera che abitò s. Caterina da Siena, ivi trasferita assieme alle pitture di Pietro Perugino, d' ordine del card. Antonio Barberini. L' affresco nella volta della sacrestia, rappresentante s. Domenico in una gloria d' angioli, fu condotto da Giuseppe del Bastaro; sulla porta osservasi un altro affresco, il quale esprime la memoria del conclave quivi tenuto nel 1431 per la elezione d' Eugenio IV, buon lavoro di Giuseppe Speranza; nello stesso luogo venne eletto il pontefice Niccolò V, l' anno 1447.
Congiunto alla chiesa v' era il grande e
magnifico convento, oggi ridotto ad uso del ministero della Pubblica Istruzione
e di altri uffici governativi, in cui è notabile un chiostro tutto dipinto a
fresco, la facciata del quale, che resta a man diritta dell' ingresso,
contiene nella prima arcata s. Domenico che dorme, dal cui petto escono i
quindici misteri del santo rosario, opera di autore incerto; nella seconda si
rappresenta l' Annunziazione di Maria, dipinta da Giovanni Valesio
bolognese; nella terza la Visitazione di s. Elisabetta, di Giovanni
Antonio Lelli romano; nella quarta il Presepe, di mano incognita; nella quinta
la presentazione di Gesù al tempio, di Giuseppe Puglia, detto il Bastaro; nella
sesta la disputa co' dottori, d' artefice incerto; nella settima la
battaglia navale di Lepanto, combattuta sotto gli auspicî
di s. Pio V, del detto Valesio. Nell' altro braccio di
questo chiostro, nella prima arcata di fianco alla porticina in marmo del
vescovo Gio. Solano dell' ordine de' Predicatori, morto nel 1581,
e sonovi nelle pareti cinque antichi sepolcri dei generali dell' ordine
stesso, che in altri tempi stavano nel pavimento del tempio), è il monumento di
Astorgio Agnensi napoletano, cardinale di s. Eusebio, con ornati di
scultura del secolo XV, sopra al quale vedesi una
Madonna col b. Andrea Ansideo, di cui non si sa l' autore. Accanto
v' è un altro monumento, assai vago per architettura, per finezza
d' ornati, e per un bassorilievo d' ottima maniera, che rappresenta
Maria Vergine col figliuolo in braccio, adorata
da due angioli: questo sepolcro fu eretto al card.
Pietro Ferrici spagnuolo, del titolo di s. Sisto,
morto nel 1487, la cui effigie giace distesa su di un' urna. Nella
seconda arcata è una b. Vergine con una santa domenicana e il b. Giovanni
Unghero, pittura di nessun conto; la terza contiene la porta che mette al
convento; nella quarta è la Madonna con due santi, pittura poco buona; nella
quinta, l' Orazione nell' orto; nella sesta, la Flagellazione alla
colonna, e nella settima la Coronazione di spine, tutte e tre di mano
sconosciuta. Nel terzo braccio del chiostro medesimo alla prima arcata è il
portar della croce; nella seconda, Gesù crocifisso, opera di cui s' ignora
l' autore; nella terza è posta la scala per cui s' ascende
all' ospizio; nella quarta, s. Domenico sopra una porticina, lavoro di
poco pregio; nella quinta vedesi l' ascensione di Cristo; nella sesta, la
venuta dello Spirito Santo, e nella settima l' Assunta, tutte e tre di
Francesco Nappi milanese:
queste storie però furono guastate per aprire
una finestra nel bel mezzo di ciascuna. Nel quarto braccio sotto la prima arcata
vedesi la Coronazione di Maria in cielo, dello stesso Nappi. Il Baglioni, nella
vita di questo pittore, dice che vi dipinse anche la coronazione di nostro
Signore e la risurrezione del medesimo; ma queste storie non vi sono più o forse
saranno state nelle arcate seguenti che posteriormente vennero ridipinte. Nella
seconda arcata osservasi s. Domenico e s. Francesco che si
abbracciano, pittura sullo stile caraccesco, la migliore che sia nel chiostro.
Le altre che seguono della vita di s. Tommaso d' Aquino sono
lavori assai infelici. Le volte tutte di questo chiostro sono dipinte di
grotteschi con molta bizzarria e franchezza.
Nello Stato temporale delle chiese di Roma dell' anno 1662 così si accenna alla nostra:
"Stato temporale fatto da f. Antonio
Iacobucci Priore del soprado convento li
31 agosto.
"Questa chiesa fu concessa a detti padri
dalle monache dell' ordine di s. Beneo. in Campomarzo con licenza di mons. vescovo di
Orvieto fra Aldobrandino Cavalcanti dell' ordine. de' predic. vicario
di Gregorio X l' anno quarto del suo pontificato fatto li 16 nov.
1275.
"Le sepolture sono da 104 con altre lapidi et
antichità.
"Vi è annessa la cura delle anime che si
esercita da un padre a disposizione del p. Priore pro tempore, quale è
parroco. Il più antico libro che trovasi nella parrocchia circa li battesimi è
del 1531, circa li matrimoni 1564, circa li morti 1575.
"In tutto sono case n. 98.
"L' altare maggiore di mezzo dove sta il
Ss
o senza altra imagine fu trasportato in sudo. luogo dalla Compagnia del ss. Sacro. con ordine e licenza di papi, dalla medsuddetta.
viene provveduto di cera.
"Cappella di s. Maria
Maddalena, è stata concessa già ai sigg. Alberini e poi Rondenini, è oggi libera
del convento.
"L' altare di s. Giacinto è
stato edificato dal sig. Andrea duca di Cere.
"La
cappella di s. Geronimo è stata concessa a casa Porcari datale da
Giulia moglie di Prospero.
"La cappella
di s. Giacomo Apo. della comp. da
ss. Annuntiata come heredi di Lucretia Salviati.
"La
cappella di s. Vincenzo Ferreri fu concessa al card. Vincenzo
Giustiniani.
"La cappella detta qui
di s. Sebastiano et hoggi del ss
o Salvatore è stata concessa alla sig. Maffei.
"La cappella di s. Gio. Batt. è stata concessa al sig. Fabritio Nari.
"La cappella dell' Assunta è stata concessa al sig.
Antonio Maccarono che l' edificò a fundamentis e dotò di 14 scudi
l' anno.
"La cappella di s. Caterina da
Siena, oggi del Rosario, fu edificata dal card. Angelo Capranica et ornata di
pitture dalla comp. del Rosario che la mantiene, e Maria Trapesuntia la dotò
d' un censo di sc. 32 l' anno.
"La
cappella di tutti i santi è di Casa Altieri dotata da Madalena Corandutis di
4 pezzi di vigna fuori di porta s. Sebastiano per test. rogato da
Lorenzo de Stalio l' anno 1426 7 luglio.
"La cappella di s. Tomaso d' Aquino, concessa al card. Oliviero
Caraffa che la dotò di 13 case, è della felice memoria di Pio V.
"La cappella del Crocefisso fu concessa ad Antonio
Toscanella.
"La cappella oggi detta
di s. Rimondo è dei sig. Incoronati de' quali è herede il
convento, antiquitus era di mons. Gio. Didaco de Coca che l' edificò.
"La cappella di s. Caterina v. e m. oggi
con l' imagine di N. S. che ministra
il s. Sacramento è di casa Aldobrandini, concessa a Clemente VIII
da Madalena Orsini.
"La capp. della
ss. Annuntiata fu.
edificata dal card. f. Gio. Torrecremata che lasciò per
test. le due botteghe in campo di fiore hoggi permutate con le due in Pesceria.
"La capp. di s. Pietro m. fu concessa ad Ant.
Gabrieli.
"La capp. della ss. Trinità detta oggi del
nome di Dio fu concessa a casa Teobaldi e la fece edificare il card. Iacomo e
Sigismondo Teobaldi.
"La capp. di s. Antonino,
oggi detta di s. Domenico, da Pozzo è concessa alla sig. Caffarelli.
"L' entrata somma scudi 7223 e resta netta di
sc. 6000 incirca.
"In questo convento sono stati
da 90 religiosi incirca."
Nelle adiacenze di s. Maria sopra
Minerva era situata una chiesuola dedicata alla Madonna, la quale, per
testimonianza del Signorili, era chiamata de scinda.
S. Chiara
Fu edificata con i disegni di Francesco da Volterra nel 1563 per ordine di Pio IV, a cui fu annesso un monastero, asilo di donne convertite. Queste vi rimasero fino al 1628, in cui furono trasferite in altro monastero presso la via della Lungara e sostituite da religiose clarisse. Nel 1814 anche queste monache vennero traslocate e la chiesa data alla confraternita di s. Gregorio Taumaturgo.
Trent' anni or sono crollò improvvisamente il
soffitto della chiesa, ma questa è tornata al suo primitivo splendore per i
grandiosi lavori fattivi in questi giorni dal collegio francese che la possiede
e che l' ha decorata di una nobilissima facciata, con architettura del
Carimini testè defunto.
S. Caterina da Siena
Dirimpetto alla chiesa di s. Chiara evvi il pio istituto dell' Annunziata. Il cardinale Torrecremata spagnuolo domenicano, istituì la confraternita sotto il titolo dell' Annunziata nella chiesa della Minerva, per dotare povere zitelle. L' amministrazione di questa arciconfraternita si trova in questo locale ove si vede l' insigne cappella di s. Caterina da Siena, già monastero di domenicane.
Ss. Quaranta de Calcarario
(Sacre
Stimate)
Quel tratto della via papale, detta poi de' Cesarini, ed ora Corso V. E., fa le chiese delle ss. Stimate e di s. Niccolò, chiamavasi Calcararium, perchè, come abbiamo accennato altrove, ivi erano i forni di calce o le calcare. Da questa contrada prese la denominazione la nostra chiesa, sull' area della quale fu poi edificata quella dedicata alle ss. Stimate di s. Francesco. Nel secolo XVI si chiamò anche dei ss. Quaranta de Leis da una famiglia di questo nome che ivi possedeva le sue case, come asserisce il Lonigo. Il Martinelli vuole che fosse pure dedicata a s. Marco, ipotesi che non giudico sufficientemente probabile.
Era fra le chiese della prima partita e servita nel secolo XIII da un sacerdote: ecclesia sanctorum Quadraginta de calcarariis habet unum sacerdotem. Fu distrutta dopo che nel 1595 vi si trasferì l' arciconfraternita delle sacre stimate di s. Francesco, istituita un ano prima in s. Pietro Montorio dal chirurgo Federico Pizzi. Fu riedificata la nuova chiesa colla denominazione delle ss. Stimate da Clemente XI, ponendone la prima pietra il nominato pontefice, che era ascritto alla compagnia. l diario vaticano del Terribilini si narra che nelle fondamenta ai 10 d' aprile si trovò una tessera di rame col nome di ..... imperatore, molte lucerne gentili, alcuni frammenti di lapidi, una medaglia di Giulia Pia e delle medaglie antiche dei secoli imperiali. In una delle cappelle minori della nuova chiesa fu mantenuta la memoria del culto dei ss. Quaranta, perchè a questi santi è dedicata, e sulla parete dell' altare v' ha una tavola in cui sono rappresentati, opera la migliore che uscisse dal pennello di Giacinto Brandi. Qui riposano le ceneri della madre dell' attuale pontefice Leone XIII, il quale a sue spese ha fatto restaurare una delle cappelle della medesima.
(v. Ss. Quaranta)
S. NICCOLÒ DE Calcarario
Of è s. Niccolò a' Cesarini sulla via e
piazzetta omonima. Il Terribilini
scrive che era congiunta al palazzo di monsignor
Cesarini e che all' epoca sua diceasi s. Niccolò de' calzolari; il che io credo si
dicesse per corruttela del vocabolo Calcarario, essendo
in quella contrada le calcare, cioè le fornaci per la
cottura della calce.
In un documento del 1369, cioè in un censuale della basilica vaticana, è denominata la chiesa suddetta in quel modo medesimo; vi si dice: Franciscus Pucci notarius de regione Campitelli donat Dominae Lellae filiae D. Nicolai de Buccamatis unum accasamentum sive palatium in parochia s. Nicolai de Calcariis vocatum el palazzo novo. Nel secolo XI non solo diceasi de calcarario, ma vi si aggiungeva anche in regione vineae Thedemarii.
La chiesa fu riedificata nel 1611, poi nel 1695, allorchè fu da Innocenzo XII affidata ai pp. Somaschi, ai quali tolse la chiesa di s. Biagio a Montecitorio, stata demolita per la fabbrica della Curia innocenziana, adesso aula del Parlamento.
Nel secolo XIV era
della terza partita ed aveva sacerdotem et clericum.
Nel cortile dell' annessa casa e convento vi sono insigni avanzi del famoso
tempio di Ercole Custode, celebrato già dai versi di Ovidio.
Cencio Camerario appella la chiesa calcararium, e il Signorili de
Calcarario, perchè, siccome abbiamo detto, in quella via erano i forni di
calce destinati a trasformare in cemento gli avanzi della grandezza romana, cioè
i monumenti che non i barbari ma i degeneri romani del secolo X in poi demolivano e trasformavano in cave di materiale da
far calce!
S. Lorenzo de Calcarario
Anche questa chiesa è assai antica, poichè l' abbiamo fra quelle notate dal Camerario. La sua denominazione le provenne già dalla contrada nella quale sorgeva, cioè le adiacenze della via Cesarini (corso V. E.) non lungi dal palazzo dei Cesarini, poi Vitelleschi: strada che dai forni di calce che vi esistevano si disse delle Calcare. Più anticamente appellavasi in Palatinis, o anche de Pallacinis, del cui nome antichissimo abbiamo già parlato. Il libro pontificale nella biografia di Adriano I ricorda che questo pontefice restaurò la nostra chiesa, affidandola ad alcuni monaci che doveano salmodiare in quella di s. Marco; ne è fatta menzione anche nelle biografie di Leone III, di Gregorio IV, e di Benedetto III. Il Grimaldi ci dà l' indicazione topografica quasi precisa della medesima, scrivendo che era quasi dirimpetto al palazzo Mattei, e che fu distrutta nella fabbrica del monastero di s. Caterina dei Funari.
Vicino v' era un monastero detto di s. Stefano in Baganda, di cui si fa menzione in una
bolla di Celestino III.
La chiesa era anche detta in pensili, ovvero in palco.
S. Lucia de Calcarario
(S. Lucia de' Ginnasi)
Anche questa chiesuola sorgeva sulle rovine del Circo Massimo, dai cui fornici prese il nome la contrada ad apothecas obscuras, benchè ai tempi dell' Albertini più correttamente si denominasse in porticis obscuris. Circa il 1630, il cardinale Domenico Ginnasi comperò le case annesse alla chiesuola, dove eresse un collegio cui dette il nome, e nel quale volle si educassero agli studî dodici giovani di Castelbolognese, sua patria. Più tardi fondò ivi un monastero di monache teresiane che furono poi trasferite presso i ss. Marcellino e Pietro nella via Merulana, il che avvenne sotto il pontificato di Urbano VIII. Caterina Ginnasi, nipote del suddetto cardinale fondatore, assai esperta nell' arte della pittura, è l' autrice di tutti i dipinti che adornano la chiesa medesima, che essa condusse sui disegni del suo maestro Lanfranco. Il Onigo asserisce che la chiesa si chiamava anche ad arcum obscurum ovvero de pinea; il Camerario la nota fra quelle che ricevevano il consueto presbiterio. Trasferite altrove le monache, presso la chiesa medesima, come narra il Lodi, fu istituita una compagnia di sacerdoti secolari, la quale vi manteneva un ospedale per i sacerdoti poveri infermi o pellegrini, ove più tardi risiedette anche il Collegio irlandese. Ai giorni di Alessandro VII, la parrocchia aveva soggetti fuochi ossia famiglie 184. Il Suarez nelle schede barberiniane (38‑100), riporta un frammento d' antica epigrafe che egli lesse a piè della chiesa nel pavimento, dal quale però non si ricava alcun senso: ..SBITER HOC IAC . . . RPORIS EXPERTV . . . ARITER PEDIBVS. Il suo più antico nome a noi conosciuto è quello de calcarario. Infatti così è ricordata nel codice di Torino fra le chiese della terza partita: Ecclesia sancte Lucie de calcarario habet sacerdotem et clericum. Ho altrove accennato l' etimologia di questa denominazione, cioè dai forni di calce, calcare, che erano nella contrada, più tardi detta dei Cesarini. Ai tempi del Martinelli si appellava s. Lucia antica; oggi è chiamata s. Lucia dei Ginnasi.
Eccone la relazione, che ho trovato nello Stato temporale delle chiese di Roma l' anno 1660:
"È posta nel rione Pigna sotto il palazzo de
Ginnasii che fa angolo nella piazzetta contro il palazzo dell' E
o Card. Vicario: ha due porte, la maggiore verso la piazzetta e
l' altra di fianco nella strada delle Botteghe Oscure. Non si ha memoria
della sua fondazione. È longa palmi 91, larga p. 30, alta p. 56.
Vi sono due sacristie, una a mano sinistra che serve per uso di monache,
l' altra a mano destra che serve per il curato. Ha due cappelle a volta nei
suoi due lati: vi è l' altare del ss. Crocefisso dove dette monache
hanno una ruota, a mano destra vi è l' altare dei ss. Biagio et
Ambrogio, nella qual cappella l' università
dell' arte della lana vi suole celebrare la festa di detti santi, et
ivi è un bellissimo deposito della bo: me: del card. Gennasio, e di contro
quello della q. Faustina Gottardi cognata del detto card.
"A capo della chiesa vi è l' altare
di s. Lucia e sopra un quadro della cena di N. S. Vi
sono 6 sepolture per le defunte della Parrocchia. In detta chiesa v' è anco
il cemeterio.
"Contiguo alla detta chiesa e in parte del
palazzo superiore a quella, nell' anno 1629 fu eretto il monastero
delle monache dette del Corpus Domini dell' ordine
di s. Teresia sotto la protezione dell' E
o sig. card. Decano, alle quali monache si dice per concessione di
pp. Urbano VIII sia stato concesso l' uso perptuo di detta chiesa; si
vagliono delle proprie campane diverse da quelle della chiesa. Havvi il
cemeterio nel proprio monastero.
"La chiesa ha la cura
delle anime annessa che si esercita da un curato perpetuo da nominarsi dalla
compagnia de sacerdoti secolari alla quale per bolla di s. Pio V
l' anno 1566 fu concessa detta chiesa con l' amministratione
dell' entrate di essa. A questa chiesa Gregorio XIII 4 novembre
1578 unì la soppressa chiesa di s. Salvatore in
Pensulo ossia de Polacchi. La Parrocchia ha tra case e famiglie
il n.o di 200 anime compresivi li
monasteri 1150.
"Vi fu unita pure la chiesa parrocchiale
de' ss. Quaranta, soppressa da
Clemente VIII."
Abbiamo altrove accennato che la denominazione topografica delle calcare ci richiama alle adiacenze del circo Flaminio laddove sorgono tuttavia le chiese di s. Niccolò e delle ss. Stimate.
Dal codice di Torino risulta che era piccola ed abbandonata, non habet servitorem. Dal Signorili è comunemente detta de Gallia, il quale nome si riferisce ai Francesi che la possedettero fino all' anno 1478, in cui permutarono questa chiesa con quella di s. Maria de Cellis, per l' erezione della nuova loro chiesa nazionale.
L' Adinolfi cade in gravissimo abbaglio
confondendo questa chiesa, che era nella regione delle calcare, con quella
di s. Salvatore di Camilliano presso s. Maria in via Lata.