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Sorge sugli avanzi della casa dei Laterani nella
parte più meridionale del Celio. I Laterani possedettero quel palazzo sino a
Plauzio Laterano console designato, il quale involta nella congiura dei Pisone
contro Nerone, fu ucciso.
Giovenale deplore quei tempi luttuosi che egli
chiama tempora dira, nei quali egregias Lateranorum obsidet aedes tota cohors.
Più tardi il Laterano ebbe il nome di Domus Faustae e sotto Costantino era proprietà
dell' imperatore, benchè Settimio Severo restituisse ad uno dei descendenti
di Plauzio la casa dei suoi maggiori, cioè a T. Sestio Laterano console
nel 197.
È ignota l' epoca precisa in cui una parte del Laterano fu trasformata in basilica cristiana e in abitazione del Papa: ma ciò accadde nei primi anni del secolo IV. Fino dall' anno 313 troviamo ceduta al Papa la Domus Faustae, ove Milziade raccolse il primo concilio della Chiesa trionfante contro i Donatisti.
La storia del Laterano cristiano si compenetra con quella dello svolgimento del cristianesimo in Roma, ne diviene come il simbolo, e può considerarsi siccome il glorioso Campidoglio della Roma di Pietro e di Paolo. La basilica costantinianche diventò la cattedrale di Roma ed ebbe il primato sulle stesse basiliche vaticana ed ostiense consecrate dai trofei apostolici. Il primo grande restauro del Laterano fu compiuto circa il secolo decimo da papa Sergio III, un secolo innanzi che vi entrasse la grande Matilde per ratificare in quelle auguste mura la sua donazione a S. Pietro. Nel Laterano fu da Innocenzo III adunato il concilio in cui fu deposto Ottone ed intimata la quarta crociata, e nel Laterano echeggiò la voce del tribuno romano Cola di Rienzo. — Ma per non ingerire confusione nel lettore, descriverò partitamente e brevemente i tre grandi monumenti che compongono il Laterano, ciò la basilica, il palazzo pontificio, il battisterio e gli oratorî annessi. Sorgeva la basilica nel mezzo dei palazzi lateranensi: fu in origine di estensione non grande e di stile severo, a cinque navate sotenute da più file di colonne. Fu dedicata a Cristo Salvatore, la cui immagine trionfale ivi la prima volta apparve mirabilmente alla luce del sole fuori delle catacombe innanzi al mondo romano; apparizione che nel medio evo fu intesa in senso miracoloso. Dopo il secolo IV al nome del Salvatore furono aggiunto quelli del Battista e dell' Evangelista, ai quali era stato dedicato presso il Laterano un convento di monaci benedettini. Ricca e splendida d' oro e di marmi, ad imitazione del palazzo de' Cesari, la basilica fu chiamata aurea. Il libro pontificale ricorda i donativi dei quali Costantino l' arricchì, che in numero e splendore attestano la magnificenza imperiale del medio evo, e la storia e la favola s' intrecciarono insieme, cosicchè si disse, e poscia si scolpì nei monumenti della basilica lateranense, che in questa, insieme all' arca sull' alleanza, si conservavano le tavole della legge, il candelabro d' oro, il tabernacolo e le stesse vesti sacerdotali d' Aron. Il primo fran danno fu subìto dalla basilica nel saccheggio dei Vandali di Genserico, onde s. Leone il grande dovette reintegrare la chiesa danneggiata, come narra il libro pontificale, adornandone inoltre la tribuna. Adriano I (771‑795) restaurò di nuovo con splendore la basilica alquanto decadente, che in quello stato pervenne fino a Sergio III, il quale pel primo la riedificò tutta a nuovo (a. 904‑911) conservandone però le fondamenta e le dimensioni antiche. Egli fece ornre la tribuna di musaici, lasciando a ricordo di quei grandeiosi lavori una lunga epigrafe sì nell' abside come sulla porta maggiore della basilica. La prima terminava costruiti versi seguenti:
Dai versi sergiani risulta che la primitiva
basilica era totalmente distrutta, cosicchè sembrava impossibile recondi l' edifizio sulle vestigia
prisca. Questa ruina era accaduta l' anno 896. Si legge che in
quel periodo nefasto in cui la basilica era ridotta un cumulo di sassi, la
plebaglia di Roma andava frugando per quelle ruine e ne rubava gli orientale e i
doni, ed altri oggetti preziosissimi di arte. Nell' abside della basilica
il Panvino
lesse i seguenti versi:
Adunque Flavio Costanzo Felice e sua moglie Padusia fra gli anni 428 e 430 arricchirono con lavori di musaico l' abside lateranense. Quei lavori perirono coll' abside, restituita nel 1291 da Niccolò IV.
Nella cattedra posta nell' emiciclo della tribuna si leggeva questo tetrastico in versi leonini, opera del secolo XII:
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HAEC EST PAPALIS SEDES ET PONTIFICALIS PRAESIDET ET XPI DE IVRE VICARIVS ISTI NEC DEBET VERE NISI SOLVS PAPA SEDERE ET QVIA SVBLIMIS ALII SVBDVNTVR IN IMIS |
e nell' epistilio del portico, con lettere pure dello stesso secolo, leggevasi la seguente epigrafe, di cui è antica solo la parte di mezzo posta in opera nella fronte moderna della basilica:
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DOGMATE PAPALI DATVR ACCANTO SIMVL IMPERIALI
QVOD SIM CVNCTARVM MATER CAPVT ECCLESIARVM HIC SALVATORIS CELESTIA RENA DATORIS NOMINE SANXERVNT CVM CVNCTA PERACTA FVERVNT QVESVMVS EX TOTO CONVERSI SVPPLICE VOTO NOSTRA QVOD HEC EDES TIBI CHRISTE SIT INCLYTA SEDES |
al lato destro vi era scolpito il nome dell' artefice
Ma la basilica riedificata da Sergio, nella notte del 6 maggio dell' anno 1308 di nuovo rimaneva consumata da uno spaventoso incendio, e, caduto il tetto, le colonne furono spezzate e calcinate, ogni monumento ridotto in frantumi. Il papa era allora Clemente V, il quale s' accinse alla riedificazione del tempio, che però non fu compito sotto di lui, ma nel seguente pontificato; non trascorse mezzo secolo e nel 1360 un altro incendio consumò di nuovo il Laterano; Urbano V si diè allora a rifabbricarlo affidando l' opera all' architetto senese Giovanni Stefani. La basilica d' Urbano nulla più conservò di quella di Sergio; oggi dell' epoca d' Urbano V perdura ancora il tabernacolo dell' altare maggiore: elegantissimo monumento architettonico di quell' epoca. I busti degli Apostoli Pietro e Paolo vi furono posti dallo stesso Urbano: Gregorio XI ne compì gli ornati che erano opera dell' artefice senese Giovanni Bartoli e costarono 30,000 fiorini: Carlo V di Francia li adornò di gemme che furono rubate nel 1434. Sul fine del secolo XVIII i repubblicani francesi rapirono quei preziosi monumenti, dei quali gli attuali, che furono rifatti nel 1804, non sono neppure fedele copia.
Grandiosi restauri nella basilica di Urbano prse a fare più tardi Martino V nei primi decenni del secolo XV, e poscia Eugenio IV, che riparato ancora il palazzo adiacente, scoprì in quei lavori, come narra il Biondo, camere antiche, pavimenti e statue bellissime. Egli fece però murare le colonne ed i pilastri. La fronte della chiesa in quegli anni mantenea ancora il tipo antico con tre finestre a sesto acuto e coll' imagine del Redentore Nelle pareti v' era rappresentata ad istruzione del popolo fedele la serie dei fatti principali dei due testamenti, dalla caduta d' Adamo fino alla morte del Salvatore. A queste scene erano d' ordinario desinate le grandi pareti delle basiliche cristiane, nelle quali il popolo fedele leggeva e meditava la sacra scrittura, o la storia ecclesiastica. — La fronte era preceduta da un portico di se colonne. Attiguo alla basilica v' era il patriarchio, formato d' un gruppo irregolare di edificî che giungevano fino al triclinio di Leone e si congiungevano coll' oratorio di s. Lorenzo detto Sancta Sanctorum: innanzi al palazzo s' ergeva la statua equestre di M. Aurelio, che Sisto IV vi aveva di nuovo collocato; presso il muro della città, Eugenio avea edificato un nuovo convento, ma invece della porta attuale v' era la vicina Asinaria fra due torri. Pochi furono quei pontefici successori di Eugenio IV fino ad Innocenzo X, che di nuove opere non arrichissero il Laterano; con tutto ciò il peso dei secoli gravava ormai troppo su quella basilica, e quest' ultimo pontefice ad imitazione di Sergio III, e di Urbano V la riedificò interamente affidando l' opera al Borromino. Clemente XII compì l' opera del Borromino, fece da Alessandro Galilei innalzare la nuova facciata, quale fu compiuta l' anno 1734.
Della basilica medioevale resatno il pavimento d' opera cosmatesca, il tabernacolo ed il musaico dell' absida, restaurata nel 1292 dal papa Niccolò IV, per opera dell' artefice francescano Giacomo di Turrita, che ebbe a compagno fra Giacomo da Camerino. Leone XIII, il santo e dotto papa che siede ora sul trono di Pietro, emulando i suoi predecessori Sergio e Urbano, in tempi per la Chiesa difficilissimi ha testè con mananima impresa restituito al Laterano il suo splendore primitivo con magnifiche opere d' arte, che Roma ed il mondo intero ammirano, imperituro monumento del glorioso pontificato del nostro santissimo padre, il quale vi ha profuso circa 5 milioni di lire. A ricordo di questi lavori nella gran fascia che corre sotto la conca dell' abside si legge la seguente epigrafe:
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LEO XIII CELLAM MAXIMAM VETVSTATE FATISCENTEM
INGENTI MOLITIONE PRODVCENDAM LAXANDAMQVE CVRAVIT — VETVS MVSIVVM MVLTIS
IAM ANTEA PARTIBVS INSTAVRATVM AD ANTIQVVM EXEMPLAR RESTITVI — ET IN NOVAM
ABSIDAM OPERE CVLTVQVE MAGNIFICO EXORNATAM TRANSFERRI AVVLAM TRANSVERSAM —
LAQVEARI ET CONTIGNATIONE REFECTIS EXPOLIRI IVSSIT ANNO CHR. MDCCCLXXXIV.
SACR. PRINC. VII. |
Narra il Mellini, che l' anno 1656 nel
fondarsi la cappella che è in capo alla nave dei penitenzieri, si trovarono
quaranta palmi sotto il piano della basilica i vestigî d' un grande
edificiò costruiti pilastri di terra cotta e con pavimento di mattoni rossi, edificio che certamente era incorporate alle case dei
Laterani. Ancora il successore di Clemente V, cioè Giovanni XXII (a.
1316‑1334) emulò il suo antecessore, e nei regesti dell' archivio segreto
della s. Sede si legge la seguente notizia che qui fedelmente
trascrivo: Angelo episcopo viterbiensi committitur quod summam
5000 florenorum auri quam Dominus Noster transmittit per societates
Sabbattariorum et Romanacciorum (sic) de urbe primo
opere fabrice ecclesie lateranensis diligenter convertat in opus
predictum.
Un numero grande di oratorî e monasterî erano
adiacenti alla basilica in servizio di questa, di ciascuno dei quali ragionerò
partitamente. Sarebbe impossibile in uno scritto così breve riprodurre tutti i
monumenti epigrafici del Laterano; solo per ragione di curiosità ricorderò il
seguente che è perito, ma che fu letto dal Galletti in un angolo
dell' atrio presso la chiesa:
HIC IACET IN FOSSA
PIETRO PAOLO BARBAROSSA LANIMA DEL QVALE CREDO MANERE MALE. Nuovo se non
unico esempio di epigrafe non bugiarda!
Da quanto si è fin qui discorso risulta che la basilica odierna nulla più serba dello stile e delle proporzioni antiche. Abbiamo detto che la facciata era preceduta da un portichetto e da un atrio, che era adorna di mosaici a fondo d' oro, sul culmine della quale spiccava la figura del Redentore, mentre nella fascia sottostante v' erano quelle dei quattro profeti costruiti volumi dei loro vaticinî in mano. L' atrio era circondato da colonne con fontane secondo l' uso dell' antichità. Nel porticale v' era l' oratorio di s. Tommaso, dedicato dal pontefice Giovanni XXII, destinato ad uso di sacrestia pontificia, sulla porta del quale si vedeva un dipinto del secolo X che rappresentava il papa nell' atto di indossare le vesti liturgiche; ivi si custodivano molte reliquie. Nella biblioteca Barberini vi sono i disegni del secolo XVII dei musaici dell' antico portico: ivi era rappresentata la flotta romana sotto Vespasiano, l' assedio di Gerusalemme, la favolosa donazione di s. Silvestro, il battesimo di Costantino; musaici fatti forse nei restauri di Alessandro III (1159‑1181). In quel luogo era pure la celebre sedia balneare, oggi nel museo vaticano, di rosso antico, appellata stercoraria, sulla quale sedea il pontefice nell' atto dell' intronizzazione, e che prese quel nome perchè il coro durante la funzione cantava il versetto: Suscitans a terra inopem et de stercore erigerns pauperem. A ridicole fiabe, parto dell' ignoranza e della malvagità, dette origine quella sedia, le quali non miritano neppure l' onore della confutazione. In quel portico v' erano nobilissimi sepolcri di papi e di illustri personaggi; poichè era solo nei portici delle basiliche romane che gli imperatori e i successori di Pietro, o i grandi benefattori della Chiesa, quasi ianitores apostolorum, ambivano d' essere sepolti, riserbandosi l' aule interne ai santi martiri e confessori. Ivi giacevano Giovanni X (914‑928), Giovanni XII (956‑963), Giovanni XIV (983‑984), Alessandro II (1061‑1073). Si conserva ancora nella basilica la lunga iscrizione metrica di quel sepolcro. Ivi pure fu più tardi collocato il grande mar4, che fu poi trasferito presso l' altare papale.
La porta maggiore era fiancheggiata dalle statue dei santi Pietro e Paolo, come custodi e vindici del sacro luogo. La basilica era da lunghe file di colonne divisa in cinque ampie navate, e le pareti ricoperte di pitture e di musaici erano illuminate da finestre ogivali. Per alcuni gradini si ascendeva alla nave traversa, oggi detta clementina. Nel centro sorgeva l' altare circondato da plutei e transenne marmoree, entro al quale si custodiva ancora la tavola lignea sulla quale lo stesso Pietro, principe degli apostoli, come si ha tradizione, celebrò i divini misteri. In fondo all' altare si allargava la curva dell' abside, nel centro di questa v' era la sede papale fiancheggiata dai sedili del clero, e sopra quella con lettere d' oro in fondo nero si leggeva l' epigrafe che abbiamo già ricordato. Dietro l' altare girava un portico esagono detto leonino sostenuto da colonne, ove si leggeva la grande epigrafe ricordante la celebre visione d' Innocenzo III e la tabula magna di Leone X o registro delle reliquie.
Fra la basilica e le mura della città, ad oriente della prima si estendeva il grande monastero, dimora dei monaci che ebbero in custodia il sacro luogo, di cui rimane ancora il bellissimo chiostro lavoro del secolo XIII. Ancora questo insigne monumento dell' arte e della storia medioevale è tornato al pristino splendore mercè i restauri ordinati dal papa Leone XIII, ed oggimai condotti a termine. È circondato da portici di colonne tortili adorne di musaici e d' intarsî, e nel centro v' è il consueto pozzo; l' artista che compì quest' opera fu il marmorario romano Vassalleto, il qae scrisse in un angolo questa epigrafe oggi scomparsa, ma la cui copia trovò il De Rossi in un antico manoscritto della biblioteca nazionale di Parigi:
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NOBILIS ET DOCTVS HAC VASSALETVS IN ARTE CVM PATRE CAEPIT OPVS QVOD SOLVS PERFICIT IPSE. |
Una epigrafe da me testè rinvenuta nella vicina
basilica di s. Croce in Gerusalemme, dimostra che quello stesso
Vassaleto lavorò anche colà. Nel monastero distrutto
v' erano atrî, portici, sale, archivî, biblioteche, oratorî, che il tempo e
l' uomo nel volgere dei secoli han fatto scomparire. Al di qua della
basilica, ciò dall' opposto lato del monastero si distendeva il grandioso
palazzo dei papi, un vero labirinto di portici, di aule, di oratorî, di stanze,
di archivî e di triclinî, i quali come oggidì il Vaticano formavano un grande
borgo. Il papa Zaccaria avea aggiunto nuovi edifizi alle fabbricche esistenti
che rese più magnifiche. Edificò un portico guernito di una torre dinanzi alla
fronte del palazzo, sotto il quale correva la via pubblica, un oscuro e ritorto
viottolo che menava alla fronte maggiore della basilica ed alla porta asinaria
della città. Il portico era adorno di pitture e da esso si saliva alla torre,
dove trovavasi un triclinio, in cui erano dipinti a colori i paesi della terra.
Dalla nave destra della chiesa per mezzo di una grande scala si ascendeva
all' aula conciliare, la cui lunghezza eguagliava quella della moderna
fronte del palazzo di Sisto V, aula avente dieci absidi, cioè cinque per
lato e terminata nel fondo da una più ampia tribuna. — Verso la piazza
settentrionale l' aula finiva con un loggiato coperto, costruito da
Bonifacio VIII per uso della benedizione. E da quello
l' anno 1300 fu annunziato il celeberrimo giubileo che trasse a Roma
un infinito numero di pellegrini fra i quali l' Alighieri. Giotto sulle
pareti di quella loggia rappresentò a colori quella scena importante, una delle
più stupende composizioni del grande artista; oggi non ne rimane che un
frammento portato nello interno della chiesa, in cui si vede il ritratto di
Bonifacio VIII.
L' ingresso principale del grande palazzo
era innanzi alla cappella detta Sancta Sanctorum, ove
per una magnifica scala coperta da grandioso portico si accedeva alla parete
centrale dell' edifizio. Alla destra di questa era la torre anxidetta di
Zaccaria, presso alla quale v' era un altro ingresso al palazzo formato da
tre scale, della quale la centrale diceasi di Pilato (Scala
Santa), che menavano all' oratorio di s. Silvestro e a
quello di s. Lorenzo (Sancta Sanctorum) in
cui si custodivano innumerevoli reliquie, e che era la cappella del papa, la
Sistina del Laterano. È l' unico oratorio che
colle sue decorazioni del secolo XIII sia
soppravvissuto alla generale ruina. Dei triclinî, cioè le sale dei religiosi
banchetti, espressione monumentale della carità e della fratellancza in
G. C. dove i papi convitavano il clero ed i cittadini nelle feste solenni,
il più splendido era quel di Leone III costruito sulla fine
del secolo VIII. Un ricordo ne resta
nell' abside contigua all' oratorio della Scala
Santa, ma il mosaico è copia dell' antico nè si trova al posto di
quello, poichè il primitivo si trovava dalla parete opposta, cioè verso la
facciata della basilica. Questa immensa mole di edificî fino al
secolo XVI ricordavano ancora la loro passata
grandezza, ma della loro distruzione più che darne colpa a Sisto V dobbiamo
incolparne l' indole dei tempi, in cui si considerava più la grandiosità e
la eleganza artistica, che il valore storico dei monumenti medesimi.
Battistero Lateranense
(S
Giovanni in fonte)
Benchè ciò che si narra del battesimo a Costantino amministrato da s. Silvestro nel Laterano sia una narrazione assolutamente favolosa, pure constantiniana è l' origine del battistero lateranense. L' ingresso primitivo dell' edifizio era dal lato opposto dell' attuale per un interno atrio fra un vestibolo adorno di colonne porfiretiche. Sopra una delle lastre marmoree delle porte del vestibolo a sinistra si legge il principio del diploma di Henrico III imperatore pro hominibus mansionariorum della Basilica Lateranense dell' anno 1099. Da questo si entra in un portico adorno di tribune a musaici, sotto le quali il papa Anastasio IV (1153‑1154) pose due sarcofagi colle reliquie delle sante Rufina e Seconda. Nei primi lavori di sterro per il prolungamento odierno della basilica vennero a luce parecchie iscrizioni antiche, fra le quali il titolo sepolcrale di una serva di un' imperatrice fattole da due conservi della casea imperiale di nome Zosimi. Ma ciò che è notevole, quella fantesca imperiale avea precisamente i due nomi di Seconda e Rufina; mi sembra che l' epigrafe di un Seconda Rufina trovata presso l' oratorio delle due sante di questo nome nel Laterano sia cosa meritevole di studio. Ecco l' epigrafe:
Oltrepassato il portico di s. Venanzio s' entra nell' aula ottagona del battistero, la cui volta è sostenuta da otto grandiose colonne di porfido; nel centro v' ha la vasca battesimale a cui si discende per alcuni gradini. Sisto III (432‑440) restaurò splendidamente questo insigne monumento, e resta ancora nell' architrave marmoreo sovrapposta alle colonne il carme di lui, il cui senso tutto si riferisce al battesimo ed ai suoi spirituali effetti. Fu questo uno dei due battisteri di Roma, essendovi quello del Vaticano; e servì di modello a tutti gli altri battisteri d' Italia, che secondo le norme dell' antica liturgia dovevano essere fuori della chiesa cattedrale.
Diversi oratorî circondavano il magnifico monumento, dei quali tuttora ne restano in piedi alcuni. Tre furono edificati verso il fine del secolo V dal papa Ilaro (a. 461‑468) il quale volle con quell' opera sciogliere il suo voto ai santi per essere rimasto incolume dalle strage che di lui tentarono fare i seguaci di Dioscuro nel concilio efesino. L' oratorio a destra di chi pel vestibolo entra nell' aula ottagona fu dedicato a s. Giovanni Evangelista, la cui volta è tuttora adorna dell' antico musaico; nell' oratorio dal lato opposto dedicato al Battista nulla rimane d' antico eccetto la porta; il terzo oratorio fu dedicato alla Croce: nell' epistilio interno della porta dell' oratorio del Battista si leggeva: DOMINE DILEXI DECOREM DOMVS TVAE: nell' absidula dell' altare il papa segnò il suo nome e la dedica: BEATO IOANNI BAPTISTAE HILARVS EPISCOPVS DEI FAMVLVS FECIT. Ai tempi del Panvinio durava il musaico della volta e delle pareti laterali che scomparvero nei lavori nel 1727: nel centro v' era l' agnello divino entro corona d' alloro, ed uccelli su rami d' ulivi: lo stesso era nella volta dell' altro oratorio; agli angoli si vedevano delfini e pesci. — Lo stesso papa sulle porte di bronzo niellate in argento del battistero fece incidere l' epigrafe:
Le due cappelle edificate da quel papa ai due Giovanni, cioè al Battista ed all' Evangelista, erano adunque adorne di marmi e musaici, ed è forse da questi che prese più tardi il nome la vicina basilica del Salvatore. Volle inoltre Ilaro presso il battistero edificare un terzo oratorio alla Croce preceduto da un triportico oggi al tutto scomparso. Il Battistero lateranense fu detto anche s. Giovanni ad vestes ed ad fontem, nomi relativi ambidue alla cerimonia del battesimo, il primo ciò alle albe dei neofiti, il secondo alle acque in cui venivano immersi i catecumeni.
In una lunetta della biblioteca vaticana è
dipinta la scena della cerimonia del giubileo promulgato da Sisto V dal
luogo stesso ove nel 1300 fu promulgato da Bonifacio VIII. Poco dopo
l' antico patriarchio scomparve, rimanendone in questo prezioso dipinto la
memoria. Vi si scorge la facciata laterale della basilica senza i portici che
l' hanno posteriormente coperta: a sinistra il palazzo ove era l' aula
del Concilio edificata da Leone III, se ne vedono le
absidi laterali: al di fuori sporge il pulpitum o
loggia di Bonifacio VIII seguita dalla fronte del patriarchio: a sinistra
si vede l' oratorio di s. Silvestro, poi quello della Scala santa
col suo portichetto; segue il battistero coll' oratorio
della s. Croce.
S. Venanzio in Laterano
Il papa Giovanni IV Dalmata (a. 640‑642)
dedicò; nel vestibolo del battistero lateranense un oratorio a s. Venanzio,
le cui reliquie insieme a quelle di altri martiri ivi fece trasportare dalla
Dalmazia. Nell' abside del sacello sono rappresentate a musaico le imagini
di detti santi, fra le quali spicca quella di Venanzio, di cui avea già il padre
del papa portato il nome. Quei musaici benchè malamente risarciti nel 1674
si conservano tuttora, ed il rozzo stile del lavoro dimostra il periodo orribile
della decadenza delle arti nel secolo settimo. Sull' arco trionfale
dell' oratorio si vedono i quadri apocalittici dei quattro evangelisti
disposti in spazi quadrati con quattro santi per ogni lato dell' arco. I
nomi dei santi sono i seguenti: s. Paulinianus,
s. Felicis, s. Asterius, s. Anastasius, s. Maurus,
s. Septimus, s. Antiochianus s. Caianus. Nella tribuna
v' ha centro tra le nubi in mezzo a due angeli che alza la mano destra; al
disotto sta la Vergine vestita di azzurro colle braccia alzate come orante. È
fiancheggiata dagli apostoli Pietro e Paolo, i primo colle due chiavi simboliche
e la croce astata come vessillifero della Chiesa, il 20
coll' evangelo, e s. Giovanni Battista: poi i santi Venanzio e Domno:
a manca è il ritratto del papa edificatore dell' oratorio che ne solleva in
alto il modello: a destra v' ha unaltra figura, forse quella di Teodoro
compì; l' opera: sotto si leggono i seguenti distici:
Questo oratorio è quasi il monumento votivo della
fine dello schismo istriano, e perciò fu eretto alla memoria dei martiri e santi
della Dalmazia. In questo portico al papa dopo il canto dei tre vesperi nel
giorno di Pasqua era presentato dall' architriclinio unn calice
di vino, e mentre egli vi porgeva le labbra i cantori recitavano una sequenza in
lingua greca che si legge ancora nell' eucologio: finita la quale essi
baciavano il piede al papa che dava alla sua volta ai medesimi da bere del vino
suddetto.
SS. Rufina e Seconda in
Laterano
Quella che oggi chiamasi cappella di dette sante
è l' antico portico del battistero terminante in due absidi nelle due
estremità adorni di musaici del secolo IV e V.
Quivi Anastasio IV nel 1153 o 1154
eresse un altare sul sepolcro delle predette martiri sotto l' abside
sinistra di chi entra nel portico, indi il nome odierno del luogo. Nel 1757
ricostruendosi l' altare, l' abside sinistra perdette quanto restava l
suo musc. Rimane solo il musaico dell' abside destra: la composizione di
volute di fogliami di classico effetto; nella zona inferiore sono superstiti
sette croci latine, ma erano dodici: sotto il ventaglio vicino alla conca come
da cornice pendono se croci gemmate. Sulla cornice sono disposte quattro colombe
che si dirigono verso l' agnello che regna nel mezzo, il cui capo era pure
sormontato da croce. Quanto al musaico distrutto, ne abbiamo copia in un codice
vaticano del Ciacconio.
Vi erano rappresentate scene pastorali, pavoni,
uccelli. Anche le pareti del portico erano decorate di intagli marmorei.
Congettura il ch. De Rossi che quivi il pava dovea segnare col crisma il signum crucis sulla fronte dei fedeli usciti dal vicino lavacro. Prudenzio descrive il concorso del popolo cristiano per ricevere quel segno di centro ed il crisma nel battistero lateranense:
Nell' oratorio attuale v' ha anche una
pittura che rappresenta G. C. che corona le due sante. Nel 1757 il
capitolo lane concesse l' altare alla illustre famiglia genovese dei
Lercari. Vicino al primitivo oratorio di Ilaro dimorava ai tempi del papa
Vigilio il vicedominus, dimora che fu poi concessa ai
vescovi di Selva Candida e di Porto.
Il libro pontificale asserisce che il papa Ilaro (a. 461‑468) fece: oratoria tria in baptisterio basilicae constantiniana . . . et triporticum ante oratorium Sancte Crucis ubi sunt columnae mirae magnitudinis etc.
Nel triportico si leggeva l' epigrafe:
Ait empi del Panvionio vedevasi ancora un
frammento di questa epigrafe nel zooforo dell' oratorio
di s. Tommaso.
Nella cappella veneravasi il sacro legno della Croce, e la fronte dell' edificio era appunto in forma di croce: avea tre porte in facciata, un piccolo atrio con triportico e ninfeo: da due colonne del portico uscivano due zampilli d' acqua che ricadevano in due vasche: un' altra fonte era nel mezzo dell' atrio. Anche nella celebre epigrafe della donazione di Matilde dell' anno 1059 è ricordato l' oratorio suddetto. All' epoca di Sisto V ne restavano ancora in piedi gli avanzi ed alcune colonne. Le sue porte erano di bronzo intarsiate di argento. L' edificio avea quattro absidi, in uno era la fonte, negli altri tre altari. La volta era coperta di musaici, agli angoli della quale v' erano disegnati quattro angeli sostenenti la croce: negli spazî fra le finestre v' erano pure in musaico le imagini dei ss. Pietro, Paolo, Gio. Battista e Gio. Evangelista, e nelle pareti i segni della s. Croce.
Nel mezzo era la confessione, ove Simmaco pose
una croce d' oro che contenea la preziosa reliquia del santo legno: per la
fabbrica del palazzo lateranense Sisto V terminò; di abbattere un monumento
così nobile
con dolore di tutta la città, come ricorda
l' Ugonio: Hoc nobilissimum oratorium, gemente prope
urbe, disiectum, magnum sui omnibus desiderium reliquit.
S. MARIA IN LATERANO
Il biografo di Nicola I (anche. 858‑867)
ha queste parole: In
patriarcho siquidem lateranensi domum pulcherrimum nimisque decorosam fieri
iussit: et oratorium s. Dei genitricis illic construents vestes et
competentes ornatus primo aeternae vitae amore lucifluis votis ipse beatissimus
pontifex obtulit.
Dalle quali parole si rileva che era situato
entro il patriarchio lateranense col quale fu distrutto.
S. TOMMASO IN LATERANO
Fu edificato dal papa Giovanni XII nell' anno 956. Era situato nell' estremità del portico dell' antica basilica ed era ivi anche il secretarium lateranense.
Fu distrutto l' anno 1649 nella
riedificazione della facciata della basilica sotto il papa Innocenzo X.
S. SILVESTRO IN LATERANO
Anche quest' oratorio era situato intra episcopium latne, come abbiamo nella vita di Teodoro I.
Il papa Zaccaria l' adornò; di pitture e di
musaici. Sull' arco della porta del sacro recinto, e sorretto da due
colonne di porfido in un tabernacolo v' era un' imagine del Salvatore,
della quale diceasi che percossa da giudeo avesse miracolosamente versato
sangue.
Presso l' oratorio era la Basilica Theodori, dal papa che l' avea edificata. Nel
secolo XIV stava in piedi, ma abbandonato del
tutto, come risulta dal codice di Torino, ove si legge: Ecclesia s. Silvestri non habet servitorem. Fu demolito
da Sisto V per la fabbrica del nuovo palazzo. Qui il papa nel giovedì;
santo facea la cena dopo la lavanda dei piedi: qui si tenevano le palme che si
benediceano dal card. titolare di s. Lorenzo
e in quest' oratorio il nuovo papa prendeva
possesso del patriarchio.
BASILICA DI TEODORO IN LATERANO
Quest' aula era dentro il Patriarchio, congiunta
all' oratorio di s. Silvestro. Il Rohault de Fleury designa il
sito non lungi dall' odierno edificio della Scala
Santa.
S. STEFANO DE SCHOLA CANTORUM IN LATERANO
Al grande protomartire era dedicato presso il
Laterano un oratorio edificato dal papa Ilaro, come abbiamo nella sua biografia.
Stava non lungi dal battistero, ed avea annesso un monastero ove vi educavano i
fanciulli alunni della schola cantorum del Laterano.
Narra Giovanni diacono che il M. Gregorio avesse appunto nel Laterano
ricevuto quasi ispirazione angelica nello scrivere il suo antiphonarium entro l' oratorio
della S. Croce.
Giovanni XIX, chiamato a Roma il
benedettino Guido d' Arezzo esule dal suo convento della Pomposa, comandò;
che la scuola lateranense apprendesse il metodo dell' Aretino.
Nel secolo XIV
quella chiesa era ancora in piedi ma fatiscente, e mantenea il nome
dell' antica scuola dei cantori: s. Stephanus de
schola cantoris (sic) non habet servitorem est
destructa, così nel catalogo di Torino. Viene ricordata anche nei regesti
di Urbano V
a proposito di una conferma fatta del primicerio
della scuola medesima: Confirmatio primiceriatus scholae
cantorum de urbe vacantis per obitum Aegidi de Reate favore Angeli de Macis
canonici basilicae principis apostolorum, e negli stessi regesti
il papa conferma: priori
eccleasiae lateranensi redditus et applicatur collegium quod Scholae Cantorum vulgariter dicitur et estinguuntur
singulares portiones post decennium cuiuslibet canonici seu clerici illas
obtinentes. Nel testo completo della vita di Innocenzo III edita dal
Mai si ricordano i donativit fatti da quel papa Ecclesiae
s. Stephani in Laterano.
Nella tabula magna
lateranense del secolo XVI la cappella
di s. Stefano è indicata presso al Battistero.
Al glorioso soldato cristiano sorgea presso il
Laterano un oratorio edificato dal papa Teodoro, come si legge nel libro
pontificale.
Pasquale Adinolfi scrittore, in cui fu somma
l' erudizione delle cose di Roma, ma non pari la critica, afferma che
l' oratorio di s. Sebastiano di cui qui si discorre fosse il
medesimo che quello di Silvestro; ma di ciò egli non adduce argomenti. A me non
pare doversi accettare l' opinione dell' Adinolfi, e sostengo col
Severano che il papa Teodoro erigesse due distinti oratorî, l' uno al papa
Silvestro l' altro a s. Sebastiano.
S. PANCRAZIO IN LATERANO
Anche alla memoria di questo illustre martire fu
dedicato nel Laterano un oratorio, di cui si fa menzione del libro pontificale.
I monaci dell' attiguo monastero salmodiavano insieme con quelli dei
monasteri vicini nella basilica lateranense, e ciò per decreto del papa
Adriano I (a. 772) di cui il suo biografo scrive che: ab
uno choro quidem qui dudum in utroque psallebant, monachi ex monasterio sancti
Pancratii ibidem postio.
Di questo oratorio si discorre nella biografia
di Gregorio III (a. 731) ove si dice antiquitus
institutum secus ecclesiam Salvatoris. Era stato edificato dai monaci
fuggiti dal Monte Cassino nel 528 sotto Pelagio II.
Leone III donò; a quel monastero vestem de fundato, et coronam de argento pensantem libras V et semis. Il sito di questo oratorio corrisponde a
quello dell' antica sacrestia della basilica lateranense.
S. NICCOLÒ IN LATERANO
Questo insigne oratorio del patriarchio latno fu
costruito da Callisto II (1119‑1124) che lo adornò; riccamente. Pandolfo
diacono nella vita di quel papa scrisse che questi; ecclesiam
s. Nicolai in palatio fecit, cameram amplificari et pingi
sicut apparet hodie; miro opere praecepit,
e per camera come
dimostra il ch. De Rossi nella sua dotta dissertazione su quello oratorio
va interpretata l' abside. A memoria poi del grandissimo trionfo che fu
l' atterramento dell' antipapa Burdino, Callisto fece dipingere anche
il trattato di Worms ed il testo medesimo della pace quivi conchiusa colla
leggenda:
In un' aula attigua a quell' oratorio
fece inoltre Callisto ritrarre tutti i pontefici suoi antecessori con gli
antipapi ai loro piedi pro scabello. Il Ciampini lo
descrisse
e dice che era di forma oblunga, e che
nell' abside vi erano le imagini dei papi da Alessandro II fino a
Callisto II che lo edificò;, cioè Alessandro, Gregorio VII,
Vittore III, Urbano II, Pasquale II, Gelasio II, ed inoltre
le imagini dei santi Leone e Gregorio il grande, e sè stesso ai piedi del
Salvatore. In mezzo all' abside primeggiava l' imagine
della B. Vergine corteggiata dagli angeli con il verso: Praesidet aethereis pia virgo Maria choreis, verso letto dal
Ciacconio, dal Grimaldi, da Pietro Sabino ed altri e nei loro codici
trascritto.
La pittura dell' abside era distinta
infatti in due piani, ed un' epigrafe metrica divideva la conca superiore
dalla zona inferiore, come ha dmostrato il ch. De Rossi
Quell' epigrafe fu trascritta verso la fine del secolo XV da Pietro Sabino in un libro da lui offerto e dedicato a
Carlo VIII re di Francia, e di cui l' unico esemplare superstite si
conserva nella biblioteca marciana a Venezia: era la seguente:
Quell' insigne monumento rimase in piedi
fino ai tempi di Clemente XII, che avendo intrapreso l' erezione della
nuova facciata della basilica secondo i disegni del galilei, volle ampliarne la piazza: a tal uopo era necessario demolire le fabbriche della
vecchia penitenzieria coll' inchiuso famoso triclinio di Leone III e
coll' oratorio di s. Niccola. Fu commesso in
quell' occasione, così iil De Rossi, al cav. Cristofori di reticolare
con carta oliata i ritratti dei papi del nostro oratorio, i cui lucidi dopo
distrutto quel venerando monumento furono poi anche essi perduti.
Benedetto XIV sulla base dei medesimi volle che nella nuova cappella dei
Penitenzieri in Laterano sì; ritraessero di nuovo le imagini ritrtte dalla copia
del Cristofori, come fece eseguire anche per i musaici del triclinio leoniano
rifatti sulla copia del suddetto.
S. CESARIO IN LATERANO
L' oratorio di s. Cesario era
annesso alla guardaroba (vestiarium) pontificia del
Laterano, vicino all' oratorio di s. Niccolò;.
È ricordato nella vita di Sergio I (a. 687)
e di Stefano III (a. 768).
S. APOLLINARE IN LATERANO
Fu edificato dal Papa Adriano I, siccome
riferisce Pandolfo ostiario della basilica lateranense: non ne rimane come delle
altre vestigio alcuno.
S. LORENZO IN PALATIO
(Sancta Sanctorum)
È la celeberrima cappella de' romani
pontefici nel patrirchio lateranense comunemente detta Sancta
Sanctorum, dall' epoca in cui Leone III (a. 847‑855) fece
scolpire queste due parole sopra una cassa di cipresso in cui si custodivano le
reliquie entro l' oratorio suddetto: ed è questo l' unico pressochè
integro, superstite del patriarchio medesimo. Il libro pontificale nella vita di
Stefano III (a. 768‑772) scrive: illucescente seconda
feria, subdiaconus atque diaconus ab eodem episcopo (Georgio praenestino) in
oratorio s. Laurentii intra eundem Patriarchium contra canonum instituta consecratus est cioè Costantino fratello
del Duca di Nepi antipapa contro Stefano III.
Nella vita di Gregorio IV (827) è ricordato
nuovamente quest' oratorio: Fecit et in Patriarchio
lateranensi prope oratorium I. Christi M. Laurentii habitaculum satis
idoneum.
In un codice vaticano
si parla di reliquie portate a Costantinopoli
da s. Gregorio il grande, allora Apocrisario del Papa, e che furono
alcun tempo deposte nell' oratorio di s. Lorenzo,
il qual documento farebbe risalire
l' oratorio al secolo VI. Onorio III (a.
1216‑1227), essendo quella cappella evidentius ruinosam a solo
terrae opere perpetuo intus ipsam per latera vestivit marmore accanto in
superiori parte testudinis picturis pulcherrimis ornatam fundari iussit
. . . quam basilicam pridie nonas iunii consecravit.
A quest' epoca pure si possono attribuire i
dipinti della cripta di questa cappella.
Niccolò III nel 1227, hanc basilicam a fundamentis renovavit, come abbiamo da
un' iscrizione locale, servendosi dell' opera del celebre architetto
quest marmorario romano Cosmato padre di Diodato. La catastrofe che accadde in
Roma poco dopo la morte di Onorio ed il terremoto, spiega il bisogno dei lavori
di Niccolò.
L' epigrafe che io ho su ricordato è del
seguente tenore:
L' architettura dell' edificio è di quello stile che suol dirsi gotico-lombardo. Vi si entra da un lato per un vestibolo adorno di rare pitture. La cappella è di forma quadrata e di bellissima struttura, il pavimento è di opera cosmatesca; le pareti sono rivestite di lastre marmoree fino all' altezza di 4 metri incirca.
A quest' altezza corrono in giro 28 tabernacoli coi loro rispettivi frontoni sostenuti da colonnine spirali posate sopra mensole marmoree. Entro ciascun tabernacolo vi è dipinta a fresco un' imagine di santo: la B. Vergine col bambino nel seno sta nel mezzo, a destra e a sinistra i ss. Gio. Batt. e Gio. Evang., seguono i profeti Isaia, il re David, i dodici apostoli, gli evangelisti opera del Nanni.
Fra i quattro archi acuti che formano la volta sono dipinti in musaico i quattro misteriosi animali, su campo azzurro ornato di stelle d' oro. Sulle lunette fra i tabernacoli e la volta sono otto grandi quadri a fresco, due per ciascun lato, rappresentanti: 1o s Pietro e s Paolo, in mezzo ai quali è un papa inginocchiato con tiara in capo, forse Niccolò III: 2o G. Centro sedente in trono collo scettro nella mano sinistra: 3o il martirio di s. Pietro: 4o il martirio di s. pau: 5o il martirio di s. Stefano: 6o il martirio di s. Lorenzo: 7o e 8o due fatti della vita di s. Niccolò di Mira.
Il coro della cappella ha forma di portichetto sostenuto nelle parti anteriori da due colonne di porfido: sull' architrave è scritto a lettere d' oro:
epigrafe ripetuta poi da Sisto V sulla fronte del nuovo edifizio della Scala Santa. La volta crociera è tutta messa a musaico. Nel mezzo, entro un gran circolo, sostenuto da 4 angeli simmetricamente diposti CHECK è effigiato in forma assai grandiosa il Salvatore.
Nelle cinque lunette che formano la volta vi sono pure in musaico: 1o i busti dei ss. Pietro e Paolo, 2o di s. Agnese, 3o di s. Lorenzo, 4o di s. Niccola, 5o di s. Stefano colle rispettive epigrafi: S. PETRVS — S. PAVLVS — SCA † AGNES — S. LAV-REN-TIVS — S. STE-PHAN. — S. NICO-LAVS.
Nel mezzo è l' altare isolato di marmo bianco. È circondato all' intorno da una grata di ferro, e davanti ha due porticine di metallo che chiudono il deposito delle sacre reliquie. Sopra i due sportelli sono scolpite a bassorilievo le teste dei ss. apostoli Pietro e Paolo colla rispettiva epigrafe:
Sotto la prima vi è l' iscrizione:
Sotto la seconda:
Sulla parete dietro l' altare è la
celeberrima imagine del Salvatore dipinta in tavola. Questa era veneratissima
fino dal pontificato di Stefano II (a. 752), il quale ad implorare il
divino aiuto contro i Longobardi condotti da Aistulfo, ordinò una processione
per la città, ed il papa portò sulle proprie spalle l' imagine, Salvatoris nostri I. C. quae acheropita nuncupatur.
Nel secolo XIII la venerata tavola fu costruita da una lamina d' argento per opera d' Innocenzo III, come risulta dall' epigrafe: INNOCENT . PP . III. HOC OPVS FIERI FECIT.
Il lavoro è bellissimo; vi sono scolpiti a
rilievo figurine e ornati di stile lombardo.
S' ignora da chi e in quale epoca questa
imagine fosse stata portata in Roma: si crede la portasse da Costantinopoli
s. Germano patriarca di quella città per salvarla dagli icooclasti
bizantini. Il ch. P. Garrucci
sospetta sia quella celebre di Camuliano di cui
parla s. Gregorio di Nissa, che può ben essere una copia di quella
d' Edessa, che si conserva in s. Bartolomeo degli Armeni in Genova.
Con questa ha di comune che è in tela fino alla punta della barba, mentre la
persona che si sa esservi, quantunque ora coperta da lamina d' argento, è
dipinta sul legno. Questa, e la immagine genovese, sono i due insigni e più
venerati esemplari dei numerosissimi che erano sparsi in tutto l' Oriente,
il cui prototipo secondo lo storico degli Armeni Mosè Corenese nel
secolo V non fu fatto da mano d' uomo, per
cui il nome di acheropita. Nell' oratorio
di s. Lorenzo, il papa fino al secolo XI
nel mattino del giovedì santo faceva il mandatum, cioè
la lavanda dei piedi; nella domenica di Pasqua apriva la custodia
dell' imagine anzidetta e baciati devotamente i santi piedi, per tre fiate
diceva: surrexit Dominius de sepulchro, alle quali
parole il collegio dei cardinali rispondeva: qui primo nobis
pependit in ligno.
Nel dì dell' Assunzione, dopo il vespro in s. Maria Maggiore cantato il giorno precedente, il papa venuto con la corte ed il popolo in questa sacra cappella, ne trasportava l' imagine alla basilica liberiana, processione delle più antiche di Roma che si crede ordinata da papa Sergio, e più volte durante la medesima si solevano bagnare i piedi della santa imagine con acqua di basilica. L' intenzione di quella devotissima processione, a cui tutto il popolo romano solea prendere parte, era quella d' avvicinare l' imagine del Figlio a quella della Madre, acciò, assunta nel cielo, impetrasse da quello favori e grazie per i fedeli. Per evitare disordini, massime per cagione delle precedenze e degli impegni, fu abolita la processione verso la fine del secolo XVI, benchè in moltissime delle diocesi suburbane resti tuttora in vigore.
Tre erano gli altari dell' oratorio, in ognuno de' quali entro canestre di legno e d' argento si custodivano moltissime devote reliquie.
Sisto V come accesso a quest' oratorio pose
le Scale sante, o Sacala di
Pilato come diceasi nei secoli di mezzo, che erano situate presso
l' oratorio di s. Silvestro. Erano precedute da un vestiboletto
coperto da portico arcuato sostenuto da quattro colonne con suo tetto a foggia
di tempio.
S. MICHELE ARCANGELO
La storia di questa chiesa si rannoda a quella di
uno dei più insigni monumenti della carità cristiana e romana, cioè
all' ospedale lateranense. La prima fabbrica di questo risale
all' anno 1216 incirca, in cui il card. Giovanni Colonna fondò presso
la chiesa dei ss. Marcellino e Pietro un ospizio pei pellegrini poveri e
infermi, al quale erano preposti i dodici ostiarii della congregazione
celeberrima del Salvatore. Il card. Pietro colonna fece generosamente molte
largizioni al suddetto ospizio e lo affidò alla Confraternita
dei Raccomandati del Salvatore eretta l' anno 1276 ed estinta
nei primi anni di questo secolo. Dell' ospizio primitivo restano ancora
notabili avanzi di opera saracinesca nella località dell' odierno spedale
detto s. Andrea, ove è al presente la scuola clinica ostetrica
ginecologica.
Fu nel 1338 che la Confraternita, essendosi reso incapace e fatiscente il primo
ospizio, stabilì di edificare un vero e proprio ospedale per gl' infermi e
a tal uopo comprò della Basilica lateranense il terreno presso la via odierna
di s. Stefano Rotondo nel luogo incirca ove la via sancta e maior per l' arco
chiamato di Basile metteva capo al Campo lateranense in un luogo vicinissimo al
turrito palazzo de' Novelli. Iviv esisteva una cappella o chiesuola
dedicata a s. Michele Arcangelo, dalla quale quel primo
nosocomio prese il nome di ospedale dell' Angelo
Michele. Di questa cappella non restano più tracce, benchè
del' ospedale resti ancora il portico della fronte sulla via odierna
di s. Stefano Rotondo. A questa chiesa poi spetta un simulacro
marmoreo che rappresenta l' Arcangelo, il quale calpesta un dragone alato;
s. Michele colla sinistra mano sorregge il globo e sostiene nella destra
l' asta; indossa una maglia militare, ed ha il nimbo attorno al capo; sul
marmo restano tracce dei colori coi quali fu già dipinto. Nella base si legge in
brutte lettere del secolo XIV l' epigrafe
seguente:
Il simulacro è stato posto nel primo piano della scala che conduce all' abitazione superiore dell' ospedale. Quel primo ospedale, di cui resta ancora il portico che guardava la pubblica via, era vicino alla chiesa di s. Andrea tuttora esistente poco lungi dal sito descritto.Nel tempo del guardianato del suddetto Francesco de Vecchi la chiesa fu congiunta all' ospedale, al quale era stato già annesso un braccio traverso mediante il fornice o porta monumentale, sul cui listello si legge ancora in giro la seguente epigrafe:
e sull' arco della porta si legge:
Nel 1460 Everso II conte dell' Anguillara lasciava in testamento alla COnfraternita una conspicua somma di denaro, colla quale la detta Confraternia nel 1462 fece edificare dall' altro lato della chiesa di s. Andrea, cioè a sinistra della stessa un nuovo braccio d' ospedale ora detto del Salvator che giungeva fino sulla piazza del Laterano ed ove dalla parte rivolta alla piazza si vede impreso nel muro lo stemma e il nome del benefico donatore. Nel 1580 si cominciò a prolungare quest' aula, ma il lavoro fu più volte interrotto finchè fu terminato sotto Urbano VIII che lo protrasse fino all' amg della via detta della Ferratella, presso il battistero lateranense.
Il cimitero del primitivo ospizio dei Colonna era sul prolungamento della via dei ss. Quattro, intersecata oggi dallo stradone di s. Giovanni, a sinistra di chi va verso la piazza lateranense presso la ricordata clinica ostetrica; quel cimitero è stato in uso fino ai tempi nostri cioè alla proibizione di seppellire nell' interno della città. Leone X vi alzò nel mezzo una colonna marmorea, sulla cui base si legge il suo nome.
Sull' ingresso del cimitero v' era una
edicoletta con un' imagine del ss. Crocifisso, innanzi alla quale
pregava noi devoti requie alle anime dei defunit. — Oggi nell' area del
cimitero è stato piantato un piccolo giardino e le tombe sono ricolmate di
terra.
S. MARIA DELLE GRAZIE (nel cimitero
di S. Giovanni in Laterano)
La piccola cappella del cimitero dell' ospedale lateranense fu data in uso ad una società di divoti, i quali nel 1784 si raccolsero la prima volta in pia uninone collo scopo di pregare per le anime delle trapassati e di recitare specialmente queste preci nell' atto della sepoltura dei cadaveri in quel cimitero. La devota fratellanza prese il nome di Pia unione della Madonna Addolorata per suffragare le anime dei defunit.
La piccola cappellina del Crocifisso che ivi era e di cui si è parlato di sopra, venne ampliata e ornata e ridotta alla forma odierna nel 1812 sotto il pontificato di Pio VII: pochi anni dopo, cioè nel 1826, vi fu trasportata la celeberrima imagine detta di s. Maria imperatrice, che venerata prima in un portico sulla via dei ss. Quattro, fu poi custodita in un altro piccolo oratorio situato non lungi di là che avea il titolo di s. Maria imperatrice, colla quale edicola oggi distrutta non è da confondere l' odierna. La epigrafe seguente a destra del piccolo oratorio ricordo la traslazione della imagine:
Fino al 1870 si mostrava al pubblico il
giorno dei morti e durante l' ottavario entro questo cimitero la rappresentazione, con applausi del popolo che accorreva
numeroso a vedere quella scena divota, in cui erano disposte
figure di legno o di cera rappresentanti un qualche avvenimento o di storia
ecclesiastica o delle sacre scritture.
SS. ANDREA E BARTOLOMEO (S. Andrea in Laterano)
Anche oggi esiste questa chiesuola vetustissima
dirimpetto al cimitero dell' ospedale lateranense. Si trova fra
l' antico ospedale dell' Angelo Michele, e quello edificato da Everso
dell' Anguillara. L' odierna chiesa è di forma quasi triangolare, ed
il pavimento cosmatesco fu fatto per opera dei guardiani
dell' Archiconfraternita del Salvatore, Marco Dioteaiuti e Giovanni
Bonadies nel 1462. Ha un solo altare nel fondo: il resto è opera moderna.
La chiesa fu in origine edificata nella casa paterna di Onorio I (a.
622‑640), ed è perciò che nella vita di Adriano I viene chiamata monasterium ss. Andreae et Bartholomaei, quod appellatur
Honorii papae,
, e lo stesso viene ripetuto nella biografia di
Leone III: Fecit autem (Leo III) in monastero ss. Andreae
et Bartolomaei quod appellatur Honorii canistrum ex argento pensantem libras
III.
. Tra i beni di questo monastero v' era la
valle Marciana, anticamente detta Iaconia sulla via latina situata di fronte a Ciampino, che
nel secolo X facea parte d' un latifondo
amplissimo detto Casana descritto in alcune bolle di
Agapito II e di Giovanni XXII.
. Anche oggi nella vigna di Ciampino sorge una moderna chiesoletta dedicata a
s. Andrea, la cui origine risale al tempo d' Innocenzo III, e che
nel secolo XII diceasi s. Andreas de nono perchè spettante al fondo appellato
pontem de nono.
ORATORIO DEL SS. SACRAMENTO
Verso la fine del secolo XIV, sotto il papa Sisto IV nella basilica lateranense
fu istituita la Compagnia di s. Giovanni in Laterano collo scopo di
accompagnare il s. Viatico agli infermi. I fratelli di questo
sodalizio per esser pronti ad ogni chiamata posero la loro dimora nella chiesa
dei ss. Marcellino e Pietro officiata allora dai monaci
Mechitaristi. Nel 1493 Alessandro VI dette a quella compagnia il
titolo di Confraternita, alla quale però mancava una propria dimora. Allorchè
Clemente VIII costruì il nuovo altare nella basilica
di s. Giovanni per la custodia del Sacramento, affidò a quel sodalizio
l' ufficio devoto di accompagnarlo allorchè veniva portato agli infermi, ed
il Capitolo lateranense a tal uopo nel 1592 concesse loro come luogo di
adunanza l' oratorio di s. Venanzio presso il Battistero. Ivi
tenne sua sede la Confraternita fino al 1602 in cui dovette abbandonarlo, e
in sostituzione fabbricò sulla piazza, vicino al luogo dell' obelisco, una
baracca di legno, ponendo dimora per esser pronta al suo ufficio nella lontana
chiesa dei ss. Marcellino e Pietro a Torre Pignattara. Sotto
Urbano VIII l' anno 1623 per dissidî insorti il sodalizio si
sciolse, ma sotto il pontificato di Alessandro VII un pio sacerdote romano
di nome Giovanni Fortunati beneficiato lateranense ottenne dal papa la facoltà
di ricostituire lArciconfraternita, e il papa ne spedì la bolla Pastoris Aterni in data 18 luglio 1656. Il decreto di
erezione fu emanato dal card. Vicario Mrzio Ginetti ai 15 gennaio
1660. L' anno seguente, la s. Visita Apostolica il giorno
8 dicembre ordinava ai signori Guardiani di Sancta
Sanctorum dicedere e concedere all' Archiconfraternita suddetta il
locale presso le Scale Sante che allora confinava coll' orto dei pp.
Penitenzieri coll' obbligo da parte della Confraternita di passare ai
signori Guardiani in perpetuo un annuo canone di una libbra di cera bianca nel
giovedì santo. Il giorno 13 febbraio fu consegnato il locale e l' atto
fu stipulato al s. Monte di Pietà con intervento dei signori Guardiani
e de' deputati dell' Archiconfraternita. Il Fortunati cominciò a
fabbrica, ma per usare di materiali dei lavori fatti da Sisto V, ruppe il
muro e s' introdusse nelle sostruzioni del Sancta
Sanctorum, le quali formavano come un terrapieno, e vi fece tanto danno
che nel 1677 una delle cinque scale sprofondò, quia
remanserunt sine fundamentis, come si ha dal Terribilini nelle sue
schede.
Due volte il fuoco danneggiò
quell' oratorio, cioè nel 1778 e nel 1857.
Il zelante sacerdote donò all' altare i
candelieri d' argento e due corone d' oro che nel 1797 furono
rapite dai Francesi. L' oratorio fu dedicato al ss. Sacramento e a Maria rifugio de' peccatori. Il
Capitolo donò il bellissimo quadro della Vergine, che è pittura in tela
incolalta su tavola. Quell' immagine era appesa ad una
delle pareti della basilica, e lo stesso Capitolo donò pure due colonne di
quelle che tolse da s. Giovanni a porta Latina.
Ss. Sergio e Bacco de Forma
Nella biografia di Pasquale I (817‑824) il
libro pontificale describe le opere fatte da questo papa all' oratorio e
monastero dei ss. Sergio e Bacco nel Laterano. Dalle suddette parole
impariamo che il papa, trovando il monasterium sancti Sergi et
Bacchi, post formam acquaeductus patriarchii lateranensis positum, rebus omnibus
desolatum, ita ut ancillarum ei congregatio, quae ibidem inerat, paupertatis
inopia nullas omnipotenti Deo sanctisque illius laudes decantare
valerenet; lo restaurò e lo dotò famulis, messibus,
vineis, domibus.
S. GREGORIO IN MARTIO
La fronte di quest' oratorio era rivolta verso la
odierna via della Ferratella. Il Panvinio ne vide gli
avanzi nella vigna allora di Mario Frangipane. L' Adinolfi assicura doversi
distinguere dalla chiesa di s. Maria Imperatrice, poggiandosi sopra un
passo di Benedetto canonico di s. Pietro,
relativo alla celebre processione deliberata.
In quell' ort, che avea un solo altare, si
conservava il letticiuolo di s. Gregorio il Grande.
Nel catalogo di Cencio Camerario fra le chiese
abbandonate che il Camerario voglia ricordare questa, e che la voce de Martio o in Martio per corruttela
o di pronuncia o d' amanuense siasi cambiata nell' altra in massa.
S. MARIA IMPERATRICE
Era una cappelletta situata tra la via Maggiore e
quella dei ss. Quattro presso i fornici dell' acquedotto neroniano.
Ivi si venerava l' immagine della ss. Vergine, poi trasferita nella
chiesa del cimitero letne. La cappelletta, che fino a pochi anni sono era
rinchiusa nel giardino Campana, e che dal proprietario era stata riedificata nel
sito della medesima, è stata da poco tempo distrutta per dar
luogo alle deformi fabbriche moderne, che deturpano tutta la classica contrada
lateranense. In quella piccola chiesa si venerava una divota imagine di Maria di
assai grande proporzione, col bambino nelle braccia. Ai tempi di
Alessandro VII innanzi all' altare vi era una cancellata in ferro, cui
era appesa una tabella nella quale, in lettere minuscole
formatelle si leggono scritte in carta pecora le parole seguenti:
Questa
è è l' imagine della gloriosa Vergine Maria, detta s. Maria
Imperatrice quale parlò a s. Gregorio papa. In questa chiesa sono anni
quindeci milia d' indulgenza concessa d s. Gregorio papa oltre li
sedeci anni per ogni volta che in essa chiesa se entrarà e se dirà tre pater
nostri e tre Ave Maria in genocchioni.
La s. Visita fece togliere sotto il
papa Alessandro questa cartella, e nella relazione della stessa trovo
sull' epoca dell' imagine fatte le seguenti annotazioni:
"L' imagine suddetta non mostra dugento anni
d' antichità, anzi chi dicesse che ella fusse fatta da quel pittore di cui
si vede un quadro grande in tavola nella chiesa di s. Giovanni in
Mercatello nella prima cappella a mano destra entrando fatto a tempo
d' Innocenzo VIII s' apporrebbe forse al vero."
Nel 1606 fu di nuovo risarcita, e vi si
leggeva la seguente epigrafe trascritta dal Bruzio:
Fra le lapidi moderne v' erano le seguenti:
D. O. M. Qui giace Costanza moglie di Pietro
Croccola lavandara dell' ospedale del ss. Salvatore. Visse anni 28,
morì li 10 agosto 1610.
D. O. M. Giorgio
d' Antonio Rancetti fiorentino argentiere scultore at intagliatore, maestro
di conio della Zecca della Camera Apostolica. huomo bono timoroso de Dio,
caritatevole del prossimo, amorevole degli amici — Visse anni 70 non sentì la
vecchiezza e gli ultimi 17 anni continuò di visitare gli ammalati del
vicino hosepdale. Morì piamente e lasciò d' esser sepolto nella nuda terra
in questa chiesa l' anno 1610. Tommaso Cortini aquilano argentiero
ricordevole dell' amicitia e de beneficii ricevuti pose qui sopra il suo
corpo questa lapide.
S. STEFANO IN COELIOMONTE
(S. Stefano Rotondo)
Questa chiesa è nel suo genere unica in Roma per
la singolarità del suo tipo architettonico circolare: la denominazione in Celio monte è assai antica, mentre recente è quella di
s. Stefano Rotondo. Nel catalogo del Camerario si
legge: s. Stefano in Coelio monte duo solidi, così
in quello del Signorili, ed in quello di Torino, in cui fra la chiese della
terza partita è notata la nostra: s. Stefano in Coelio
monte titulus presbyteri cardinalis habet quatuor clericos: in un
documento dell' anno 1284, che ho letto nell' archivio
di s. Pietro in Vincoli, si dice s. Stephanus
in Girimonte (sic). Il ch. De Rossi in una recente dissertazione
ha pubblicato un capitolo dell' opera del
dotto sacerdote romano Gregorio Terribilini, fiorito nella prima metà del secolo
passato, che trovò nel codice vaticano 9108, contenente una memoria storica
sulla predetta chiesa, del quale scritto corredato di note dal
ch. De Rossi, mi valgo appunto in cotesto articolo sulla chiesa
celimontana. Gli eruditi e gli studiosi dell' antichità romane dal
secolo XVI in poi, giudicarono
quell' edifizio d' origine profana, ed altri lo credettero un antico
tempio di Fauno, altri di Claudio, o di Bacco, ovvero l' Armamentario o il
Macello di Nerone. Essi più o meno si allontanarono tutti dal vero, perchè
quell' edifizio è una fabbrica cristiana di pianta e d' opera del
quinto secolo. Il primo a riconoscerla per tale è stato l' Huebsch.
Nella vita di Simplicio si legge infatti che
quel papa dedicò a s. Stefano una basilica in Coelio
monte (a. 468‑82), e nello stesso libro pontificale si legge che
Giovanni I (a. 523) e Felice IV (a. 526‑539) fecero dei lavori a
compimento del sacro edificio. Infatti l' anonimo che raccolse e copiò le
iscrizioni esistenti nelle chiese di Roma l' anno 821, vi lesse la
seguente:
Infatti Flavio Biondo al principio del
secolo XV vide la chiesa di s. Stefano
priva di tetto, ma intera nel suo perimetro, con i due portici concentrici, uno
dei quali posteriormente fu chiuso da mura e nelle pareti dell' estremo
recinto ammirò le incrostazioni di marmi e di musaici,
, e le stesse preziose incrostazioni furono poi
minutamente descritte da Giovanni Rucellai fiorentino che visitò Roma nel
Giubileo del 1450: La chiesa di s. Stefano
Rotondo, tempio d' idoli tondo su 20 colonne con architrave aperto per
tutto, et da torno uno andito con tetto serrato di mattoni, con una cappella
antica dallato con musaico et con tavolette et tondi di porfido et serpentino et
fogliami di nacchere et grappoli d' uva et tarsie et altre
gentilezze.
Dalle quali parole si rileva che la nostra
basilica, oltre le lastre di porfido serpentino ed altri marmi, ebbe ornamenti
di commessi tagliati in madreperla (nacchere) ed altre nobili tarsie, come la
basilica esquilina adornata da Giunio Basso, console dell' anno 317 e
dedicata poi dal papa Simplicio all' apostolo Andrea. Questi lavori
probabilmente perirono tre anni dopo, allorchè Niccolò V restaurò quella
basilica, come narra Francesco di Giorgio di Martino, testimone contemporaneo:
fu orratissimo, egli dice, (s. Stefano Rotondo)
rafacionollo papa Nichola, ma molto pur lo guastò; dei
quali lavori nell' architrave della porta interiore della chiesa rimane il
ricordo nei due seguenti versi:
Il portico addossato alla chiesa appartiene forse ai restauri del secolo XII.
Nota il De Rossi, che il papa Felice IV, non pago degli ornamenti compiuti entro l' edificio, ne decorò eziandio il vestibolo ed il foro; come risulta da un' epigrafe che vide il collettore anonimo di sopra citato:
Dalla quale risulta che la chiesa era preceduta da una magnifica piazza o foro con portici adorni di musaico. Il primo ingresso della basilica era dove più tardi fu edificata l' abside del secolo VII quando vi furono portati i corpi dei martiri Primo e Feliciano. Chiusa quella porta le fu sostituita l' attuale che è circa di quel secolo, innanzi alla quale Innocenzo II nel secolo XII edificò l' odierno portico. Niccolò V chiuse gli archi del secondo ordine o portico circolare, i quali sono impostati non direttamente sui capitelli delle colonne, ma sui dadi o guanciali sovrapposti come nelle basiliche di Ravenna ed in altri edifici antichi del quinto secolo volgente al sesto. I guanciali sovra le quattro colonne più alte d' ordine corinzio fronteggiati dinanzi allo spazio chiuso o cappella principale dei ss. Primo e Feliciano, e quelli delle quattro colonne scanalata rispondenti nel lato opposto, sono adorni in ambe le facce di croci a bassorilievo, della foggia usitata dalla metà del quinto secolo al sesto. In Roma questa è la più antica chiesa intramurana di forma rotonda. Il ch. De Rossi dubita che l' altare ed il presbiterio sieno stati nel centro come da tutti ora si suppone. Il papa Teodoro, circa l' anno 640, trasferì in questa chiesa dall' arenario della via Nomentana, ove erano stati depositi, i corpi dei due martiri Primo e Feliciano, e sul loro sepolcro resta ancora l' ab decorata di musaico di quell' età, nel centro della quale splende la croce gemmata: quelle reliquie si dice fossero poi donate dal papa Sergio II ad Eremberto che pose quella di s. Primo in Legiano sul lago Maggiore. La chiesa venne in seguito ancora racconciata da Innocenzo VIII nel 1488, quindi da Gregorio XIII che la tolse ad alcuni frati dalmatini ed ungheri che la possedevano, e l' affidò ai pp. Gesuiti del collegio germanico, i quali tuttora l' hanno in proprietà e con gran cura la tengono. Entrando in questo tempio un senso di meraviglia si prova, per la sua forma e magnificenza, poichè si vede la sua volta circolare sorretta da 58 colonne di granito e 6 di marmo bianco: ma molto più magnifico dovea essere l' aspetto della primitiva basilica, prima che Niccolò V chiudesse il secondo circuito di colonne. Niccolò Cercignano dalle Pomarancie dipinse d' ogni intorno le mura di varie storie di martiri, benchè il paesaggio spetti a Matteo da Siena. Nel mezzo della basilica sorge un artificioso tabernacolo abbastanza goffo e poco in armonia coll' architettura la magnificenza del luogo, opera di un fornaio svedese, che se rivela la pazienza nordica, non così il gusto: questi ne fece dono al collegio germanico. Accadde presso questa chiesa un forte tumulto per l' elezione del papa dopo la morte di Giovanni V, perchè il popolo essendosi diviso dall' esercito dell' Esarca, parte facea tumulto in s. Stefano, e parte erasi ritirato nel Laterano; finalmente composte le parti, fu eletto Conone di Tracia. Presso la chiesa v' era il monastero e la chiesa di s. Erasmo, dove visse già monaco Adeodato che divenne poi papa. Fra le rovine di quello nel 1554 e 1561 furono rinvenute memorie domestiche degli Aradî Rufini Valerî Proculi del secolo IV, le quali attestano che ivi sorgeva un giorno la loro casa; ossia cinque diplomi incisi negli anni 321 e 322 in onore di Q. Aradio Valero Proculo illustre magistrato: vi si trovarono pure base di statue dedicate a L. Aradio Valerio Proculo console dell' anno 340. Vi si rinvenne poi l' insigne lucerna di bronzo coll' epigrafe: DOMINVS LEGEM DAT VALERIO SEVERO, oggi conservata nl museo degli Uffizî in Firenze. Quella casa nel secolo VI o nel VII mutata in cenobio col nome di Erasmo, non perdè affatto l' antica nomina poichè fu chiamata Xenodochium Valerii. Presso il portico della chiesa v' è un' antica cattedra balneare romana, sulla quale vuole una tradizione, che s. Gregorio il Grande recitasse alcune delle sue omelie; nulla di più probabile. Nel suppedaneo della cattedra v' ho letto il nome d' un maestro romano del secolo XIII che forse la restaurò ed è poco conosciuto: MAG . IOHS. Un' altra antica lapide esiste nell' impiantito di questa chiesa presso l' ak del Crocifisso, ed è l' epigrafe sepolcrale di un Benedictus archipresbyter diaconiae sanctae Mariae quae appellatur Dominica, il quale è quel medesimo forse che comparisce fra i soscrittori del concilio tenuto sotto Giovanni XII. Il testo è il seguente:
Il clero secolare possedette la basilica fino al
secolo XV, allorchè Niccolò V avendola
restaurata, soppresso il collegio dei canonici regolari, l' affidò ai frati
di s. Paolo primo eremita, ungari e dalmati, che da questo si
trasferirono a s. Salvatore in Onda, e finalmente da Gregorio XIII,
come si è detto, al collegio ungarico.
S. ERASMO E S. ABBACIRO
"Haveva questo santo (Erasmo) in Roma un monasterio famoso dedicato a lui nel monte Celio; nel quale in minoribus fu nudrito Adeodato il quale salito al pontificato vi fece molte opere buone et entrate. In questo monasterio da scelerati Pasquale primicerio e Campulo sacellario, fu messo prigione Leone III papa, dopo che l' ebbero privo della lingua e degli occhi che gli furono da Dio miracolosamente restiuiti. Qui fece il medesimo Leone una bella veste e una lampana d' argento di libbre quattro e oncie due, e Gregorio IV un' altra ricca veste. Questa chiesa anticamente appartenea all' abbazia di Subiaco come si vede nei registri antichi di quel sacro luogo." — Così il Onigo nel suo manoscritto vallicelliano.
Il Bruzio poi nel manoscritto vaticano
scrive: "Era un cenobio presso s. Stefano
eretto da s. Benedetto, come scrive l' abb. Costantino Gaetano
con una chiesa a quel martire dedicata dallo stesso s. ned. V' era l
casa di Tertullo dove dimoravano Placido, Vittorino, Eutichio e Flavia suoi
figli santi. Ai tempi di Gregorio XI v' erano le monache benedettine
come risulta da un documento dell' archivio di Subiaco, e dopo la
privazione dell' abadessa Giovanna che fu tradotta alla curia del vicario
di Urbano V perchè rea di gravi delitti, ritornò di nuovo in possesso dei
monaci di Subiaco, ma havendo al papa riappellato la detta abadessa furono di
nuovo reintegrate le monache."
Il Ficoroni rese di pubblica ragione una bolla
plumbata del monastero, nel cui diritto si leggeva il nome del martire titolare
preceduto da croce equilatera così:
nel rovescio poi i nomi seguenti:
Il Biondo scrive che ai suoi tempi
la chiesa ancora esisteva presso gli archi neroniani vicino a s. Stefano
Rotondo, e l' Ugonio dice che stava a mano manca vicino all' entrata
della chiesa di s. Stefano.
In una greca epigrafe del secolo in circa
settimo sono annoverati i fondi del monastero di s. Ereasmo sul Celio,
e fra questi è ricordato il fundus Africanus e il luogo
appellato Palumbarium, il quale anche oggi è detto
Palombaro circa al X miglio
della via Latina.
Nel 1554 o nel 1561 furono ivi
scoperti quei diplomi in bronzo e la celebre lucerna pure di bronzo a foggia di
nave di cui si è discorso a proposito di s. Stefano. È chiaro adunque
che era ivi la casa dei Valerî Severi, donde pure vennero a luce ai tempi di
Benedetto XIV altri belli arnesi di domestica suppellettile, cioè un gran
disco, due bicchieri, uno dei quali fregiato d' epigrafe
votiva cristiana, due ampolle adorne di busti degli apostoli Pietro e Paolo,
quattro specchi e un cucchiaio d' argento, oggetti conservati in parte
nella biblioteca vaticana, in parte perduti. Piniano marito della celebre
Melania giuniore fu della gente Valeria e suo padre fu console e cristiano:
probabilmente quella casa fu abitata dai due ss. coniugi Piniano e Melania.
Circa il secolo VII sorgeva ivi il monastero
nominato nella vita di Adeodato pp. (671‑676). Fu poi unito a quello di Subiaco
nell' anno 938.
Nel Liber pontificalis
nella vita di Stefano III (a. 768) è nominato xenodochium
Valerii che nella vita di Leone III viene detto a
Valeriis, entro il quale era anche un oratorium
s. Abbacyri. È certo che il papa Adeodato, il quale era stato monaco
nel convento di s. Erasmo, lo fece restaurare. Sul fine del
secolo XVI ne rimanevano le ruine con avanzi di
pitture antiche. Non può deplorarsi abbastanza la perdita di un monumento così
insigne, la cui storia collegasi ai fasti più splendidi di Roma cristiana e
pagana.
S. Maria Mater divinae
Gratiae
Era il titolo d' una piccola cappellina da
poco tempo distrutta, e situata a destra della via che dal Colosseo conduce al
Laterano: è stata recentemente sostituita da una divota edicoletta, benchè non
situata nel sito istesso ove era la prima.
S. Clemente
Le origini di questo titolo ecclesiastico si
perdono con quelle della predicazione evangelica in Roma nel secolo apostolico.
Notissime sono le parole di s. Girolamo nell' opera De viris
illustribus, da lui compiuta nel volgere dell' anno 385, in cui si
cita dal sommo scrittore la chiesa di s. Clemente come delle più
antiche di Roma: memoriam nominis eius, cioè di
Clemente, usque hodie Romae extructa ecclesia custodit.
Lelio Pasqualini vissuto in Roma ai tempi del Baronio e grande raccoglitore di
cose antiche, possedeva una lamina di bronzo che era stata appesa al collo
d' uno schiavo fuggiasco, sulla quale si leggeva l' epigrafe: tene me quia fugi et reboca me Victori acolito a dominicu
Clementis. In questo collare la chiesa è detta non basilica o titulus ma sibbene dominicum, voce usata nella prima metà del secolo IV a denotare la casa del Signore, e che verso la fine di quel secolo era andata già in disuso.
Niuna meraviglia poi che un acolito tenesse al
suo servizio uno schiavo, perchè è noto che, se presso i cristiani non poteano
esservi servi secondo il concetto del diritto romano, pel quale il servo non era
una persona, non avente alcun diritto nè su di sè, nè sulle cose sue, nè sulle
mogli, nè sui figli, ammettendo essi per la legge evangelica l' eguaglianza
di tutti gli uomini innanzi a Dio; tuttavia rimasero per molti secoli in forza
della costituzione della società antica coloro che all' esterno figuravano
come veri servi. Quindi non solo i semplici fedeli possedevano i servi ai quale
s. Paolo ava inculcato la sottomissione ai loro padroni, ma exiandio i
preti, i vescovi, le chiese; servi fortunati però, che poteano dirsi piuttosto
figli che servi, e che del resto con grandissima facilità si
manomettevano.mynote
Questo ci dà ragione della sapientissima economia tenuta dalla Chiesa, che senza rovesciare bruscamente d' un solo colpo le basi della società coll' abolizione violenta della servitù esterna, cominicò coll' abolirla moralmente dichiarando tutti eguali innanzi a Dio, intanto che veniva con questa prima e più nobile emancipazione gradatamente abolendola anche esternamente. Quindi benchè i cristiani, come dicemmo, possedessero servi, essi come tali nel linguaggio religioso non sono mai ricordati nelle lapidi delle catacombe, secondo le parole di Lattanzio: apud nos inter pauperes et divites, servos et dominos interest nihil; nec alia causa est cur nobis invicem fratrum nomen impertiamur quia pares esse nos credimus. Parole sapientissime in cui è nascosta la soluzione del così detto problema sociale; poichè nel medesimo testo l' autore delle Divine Istituzioni avea detto: nemo clarissimus nisi qui opera misericordiae largiter fecerit; nemo pauper nisi qui iustitia indiget.
Dai documenti che abbiamo addotto evidentemente
si trae che la basilica di s. Clemente fu ridotta ad uso pubblico di
chiesa, dominicum, fino dall' età di Costantino.
La tradizione quindi che sia stato uno dei luoghi più antichi delle adunanze
cristiane in Roma è ragionevolissima, come probabilissima è la opinione che ivi
fosse l' abitazione di Clemente o di altra illustre famiglia cristiana che
nel suo seno accoglieva i fedeli per le adunanze religiose. Ma su questo
argomento non mi diffondo maggiormente dopo quello che ne ha in più circostanze
scritto il chiarissimo De Rossi nelle pagine del suo aureo bullettino
d' archeologia cristiana.
La maggior parte degli autori e scrittori delle
cose antiche di Roma, caddero in grave errore giudicando
d' origine così antica la basilica superiore odierna
di s. Clemente la quale fu edificata posteriormente al
secolo X sulle rovine dell' antica scoperta
nel 1857 dal p. Mullooly. Di quella basilica parla adunque Girolamo, ed è
presso il suo portico che per tanti anni giacque elemosinando quel beato Servolo
di cui scrisse il M. Gregorio, e dove furono deposte le reliquie di Cirillo
e Metodio e dei due Clementi.
Quelle pareti udirono pure la condanna dell' eretico Pelagio sotto Zosimo, ed ivi echeggiò l' apostolica parola di s. Gregorio il grande. Sono troppo note le pitture che adornano tuttavia le pareti di quella basilica sotterranea, le umbri date variano dal secolo V all' secolo XI, perchè si debba qui dopo le numerose e dotte publicazioni fattene da molti, tornarne a discorrere diffusamente. Ne riassumo brevemente i soggetti.
Il martiro di s. Caterina d' Alessandria. L' imagine della Vergine entro una nicchia fra le martiri Caterina e Eufemia, presso il quale gruppo è rappresentato il sacrificiò d' Abramo. La scena forse di un concilio, come risulta dal disegno di molte teste, vicino alla quale si vede una bilancia romana col motto stateram auget modium iustum. Figura del Salvatore in atto di benedire. La crocifissione di s. Pietro. S. Cirillo innanzi a Michele III re dei Bulgari. Sant' Antonino martire. Daniele tra i leoni, col nome s. Daniehel. S. Egidio e s. Biagio che estrae una spina dalla gola di un fanciullo. Trasporto di s. Cirillo dal Vaticano. Intronizzazione di s. Clemente fatta da s. Pietro, corteggiato da Lino e Cleto. Conversione di Sisinnio marito di Teodora coll' epigrafe votiva: Ego Beno de Rapizza primo amore Dei et beati Clementis. S. Alessio reduce dalla Palestina che rimane sconosciuto da Eufemiano. La crocifissione. Gesù che va al limbo da cui toglie Adamo levandolo per la mano mentre Eva gli porge le braccia. Miracolo di Cana in cui è scritto Architriclinus. Ascensione del Signore e forse Assunzione della Vergine. Imagine di s. Vito archivescovo di Vienna in Francia. S. Leone IV coll' epigrafe: Sanctissimus Dominus Leo quartus pp. romanus. Miracolo alla tomba di s. Clemente coll' epigrafe votiva: In nomine Domini ego Beno de Rapizza primo amore b. Clementis et primo redemptione animae meae pingere feci; v' è Il Salvatore fra gli arcangeli Michele e Gabriele, cui si presentano due personaggi con un calice ed un cero. Appresso vi sono altre imagini di santi, ecc.
La basilica ora sotterranea conserva ancor la
scala primitiva creata per dare accesso alle stanze di una nobile casa romana incorporata a guisa di sacro ipogeo all' abside ed al
santuario e posta sotto l' altare. In quelle camere si trovò una statua del
pastor buono che si riferisce all' epoca dei secreti convegni dei fedeli
nelle private abitazioni. La basilica cristiana scoperta dal ch. p.
Mullooly, di cui fa menzione s. Girolamo, cadde sotto le rovine
dell' incendio di Roberto Viscardo: molti dei suoi dipinti non sono infatti
più antichi del Mille. Abbiamo due dati estremi, dai quali si può raccogliere
quando la basilica costantiniana fu sepolta ed edificata la superiore. Nel
nartece di quella vha l' iscrizione di un poliandro di famiglia, il cui
ultimo defunto è dell' anno 1059; dunque in quell' anno la chiesa
era ancora officiata: nella chiesa superiore, nel dorsale della sedia episcopale
si legge un' epigrafe del cardinale Anastrasio titolare della medesima, il
cui nome comparisce in un diploma d' Onorio II del 1125: stando
ai due dati cronologici la costruzione della chiesa superiore sarebbe avvenuta
dopo il 1059 e prima della morte del cardinale Anastasio, cioè nei primi
decennî del secolo XII. Che la basilica oggi
sotterranea sia stata adornata fino al secolo XI,
risulta ancora da alcuni degli affreschi scoperti nelle sue pareti. La
basilica odierna di s. Clemente è
adunque opera del secolo XII; e se quivi vediamo
il santuario, gli amboni, la schola cantorum, chiusi da
plutei marmorei anteriori al secolo predetto, è perchè quei plutei furono
asportati dal primitivo edificio costantiniano. Infatti nascosto nel basamento
del pluteo a a lato dell' ambone dell' evangelo si è scoperto un
epistilio dell' antico altare con lettere del secolo VI: ALTARE TIBI DEVS SALVO HORMISDA
PAPA MERCVRIVS PRESBYTER CVM SOCIIS OF(fert).
Ormisda sedette sulla cattedra apostolica dal 514 al 523. Di questo
Mercurio prete v' ha un' altra memoria tra i materiali adperati
nell' odierna chiesa e che provengono dalla sotterranea. È un capitello,
che con il suo vicino corona due colonne del monumento del cardinale Venerio
morto nel 1489. Quei due capitelli sono del secolo VI, e sul primo si legge: † MERCVRIVS
PB SCE ECclesiae romanae servuS DNI. Questo Mercurio divenne pi papa col nome di
Giovanni II nel 5332, come ricavasi da una lapide di s. Pietro in
Vincoli. Nei plutei del santuario entro corona di alloro si vedono monogrammi di
un nome che è quello appunto di Ioannes cioè del nostro
Mercurio. Prima degli adornamenti fattivi circa il 514 il santuario della
basilica di s. Clemente ebbe un marmoreo rivestimento dei tempi del
papa Siricio (a. 384, 398). Ciò risulta da alcuni frammenti di marmi tagliuzzati
in varie parti, ove si legge il nome di Siricio come ristoratore di quella
chiesa. Due frantumi di due epigrafi damasiana ivi scoperte che' insegnano che
anche quel gran pontefice illustrò il santuario con i suoi
carmi, e forse contengono l' elogio di s. Clemente papa cui la
basilica era dedicata.
Recentemente fra la via Arenula e la piazza Cenci sono stati ritrovati, tra i materiali di una vecchia fabbrica demolita, questi due frammenti d' iscrizione metrica sepolcrale, incisa con quello studiato tipo di calligrafia quadrata, ch' è proprio e caratteristico dei secoli undecimo e duodecimo: IMAGE
Il ch. prof. G. Gatti
v' ha riconosciuto un insigne monumento
relativo alla basilica di Clemente, e delle sue parole medesime io mi giovo per
dichiararlo.
"La pietra pparisce essere stata regolarmente segata in lastrine rettangole, per adoperarle a guisa di mattoni nella costruzione ddi muri. Le due ora recuperate spettano alla parte inferiore della lapide; e contengono gli ultimi sette versi del' epitafio, con una sola lacuna di circa otto lettere nel mezzo di ciascuno di essi. Pare che l' eologio sepolcrale si componesse di quattro distici, e che perciò sia perduto il solo primo esametro.
"Reintegrata la parte mancante
dell' iscrizione secondo le formole proprie dei carmi sepolcrali cristiani
di bassa età,
ne risultano i versi seguenti:
"Dai primi due versi superstiti è manifesto, che il personaggio di nome Pietro sulla cui tomba era posto l' elogio metrico, fu sepolto nella chiesa di s. Clemente; essendo questa indicata come il luogo medesimo, ove trovavasi chi leggeva l' epigrafe: quae cernis templa Clementis. Che poi tale santuario sia la celeberrima basilica tuttora esistente nella regione celimontana, non può nè anche esser messo in dubbio. Imperocchè non solamente essa è l' unica chiesa dedicata in Roma ad onore di quel pontefice martire; ma inoltre alla sua storia è intimamente congiunto, come ora vederemo, il nome del cardinale Anastasio, che troviamo appunto menzionato nella nostra lapide."
Egli riedificò nei primi decennî del secolo XII la nuova basilica, trasportandovi dalla sotterranea gli amboni e le transenne di marmo che decoravano l' abbandonato edificio.
"Ciò fu opera appunto di quel cardinale
Anastasio, fiorito negli inizî del duodecimo secolo, i cui lavori sono
commemorati nell' epigrafe della sedia pontificale, ed al quale è anche
dovuta la splendida decorazione dell' abside in opera musiva.
Egli fu tumulato in s. Clemente, sua chiesa
titolare; e l' epitafio, compreso in quattro distici,
incomincia con le parole:
"Di siffatta ricostruzione della chiesa per opera del cardinale Anastasio, fa ora anche esplicita testimonianza il monumento epigrafico di recente scoperto. Il quale inoltre ci rivela un fatto, fino ad ora del tutto ignorato, che cioè il cardinale predetto morì prima che la basilica fosse compiuta, e con atto di ultima volontà diè ad altra persona il carico di condurre a termine l' incominciato edificio:
"Continuatore dell' opera incominciata dal card. Anastasio fu quel Petrus, che parimente ebbe sepoltura nella chiesa di s. Clemente, ed il cui elogio sepolcrale testifica avere realmente ultimato con ogni zelo l' opera commessa alle sue cure, in modo da meritarne la vita eterna:
"Non sono rare le memorie epigrafiche di lavori,
per costruzione o per adornamento di luoghi sacri, incominciati da un
personaggio e portati a termine da un altro. Per ricordarne soltanto qualcuna
metrica, accennerò l' arco della basilica di s. Paolo, ove è
scritto: Theodosius coepit, perfecit Honorius aulam; le
epigrafi ch' erano nell' abside e sulla porta della chiesa
de' ss. Apostoli: Pelagius coepit, complevit papa
Iohannes, e Supplevit coeptum papa Iohannes
opus; l' epigramma, spettante forse alla chiesa
de' ss. Pietro e Paolo sulla via Sacra,
che diceva: Coeperat hanc
praesul fundare....., Filius implevit quod veluit geitor.
"Mancano memorie positive per deterinare chi sia il Petrus, che per volontà ed incarico del card. Anastasio compì la chiesa di s. Clemente. Qualche indizio però possiamo trarne dal suo medesimo epitafio, ove enfaticamente si dice, che a lui vivente era stato soggetto il mondo:
"Esaminiamo i dati cronologici e storici, che
possono dare alcun lume in siffatta questione. Il card. Anastasio era tuttora in
vita nell' anno 1125: la consecrazione della chiesa
di s. Clemente avvenne il 26 maggio del 1128.
Dunque la morte del cardinale predetto
dev' essere avvenuta fra gli anni 1126 e 1127, quando era già compiuta la
decorazione in musaico dell' abside, costruita la cattedra pontificale, e
probabilmente messi a posto gli amboni ed i plutei marmorei tolti dalla basilica
sottoposta. In questo periodo Pietro, cui era stata ffidata la cura di
continuare e compiere i lavori, li condusse veramente a termine: onde la nuova
chiesa, sorta sulle rovine dell' antica, potè essere solennemente
consacrata ed aperta al culto nel 1128. Ora, appunto nei prim decennii del
secolo duodecimo fioriva in Roma un personaggio ecclesiastico di grande fama e
potenza, nominato Pietro; il quale da notarius regionarius et
scriniarius della Chiesa romana fu elevato da Pasquale II alla
dignità cardinalizia. Costui è Pietro Pisano, il continuatore del Liber
pontificalis da Leone IX a Pasquale II, che aderì poscia allo
scisma di Anacleto II, e ne fu ritratto dal caritatevole zelo
di s. Bernardo.
Lo storico Ernaldo proclamò Pietro Pisano "in legum et canonum scientia nulli secundum;" ed il
contemporaneo Giovanni Salisburinese scrisse di lui: "Quis
nescit Petrum Pisanum, cui nullus aut vix similis alter erat in curia?"
"Egli è adunque assai verosimile che il Petrus — cui dum vivebat subditus orbis erat — sia precisamente quel medesimo, cui nullus aut vis similis alter erat in curia; posciachè nel periodo storico, al quel dobbiamo riferirci, nessun altro dignitario ecclesiastico sia noto, al quale possano applicarsi siffatte lodi di dottrina e di grandezza all' infuori di Pietro da Pisa. Diremo dunque, che il card. Anastasio, titolare di s. Clemente, uscendo di vita prima che fosse compiuta la nuova basilica, quella stessa che tuttora vediamo, da lui fondata sulle rovine dell' antica, commise al card. Pietro Pisano di curarne il compimento. Costui la condusse a termine nel 1128. Poco appresso però seguì le parti dell' antipapa Anacleto; e quando se ne separò, fu probabilmente preposto a quel titolo cardinalizio, al quale era già collegato il suo nome insieme con quello di Anastasio. Quindi è che, come questi, ebbe sepoltura nella stessa basilica clementina; e l' elogio posto sulla tomba che ne chiudeva le spoglie ortali, tornato ora in luce quasi intero, è una nuovo importante documento da aggiungere a quelli che costituiscono i fasti medievali della celeberrima basilica di s. Clemente."
La basilica superiore, come accennammo, è medievale, benchè arricchita dalle spoglie della costantiniana inferiore, a cui spetta il marmoreo recinto del presbiterio.
L' abside è adorna di uno splendido musaico che rappresenta il trionfo del Salvatore Crocifisso. Nel semicerchio dell' arco si legge l' epigrafe in paleografia romana quadrata:
In cima dell' arco domina il busto del Salvatore glorioso benedicente alla latina fra i consueti simboli dei quattro evangelisti; poco sotto stanno i principi degli apostoli sedenti con s. Clemente e s. Lorenzo presso le palme della mistica terra promessa: appiè dell' arco i due profeti Isaia e Geremia che spiegano i loro volumi. Pietro addita colla destra a Clemente centro glorioso; Clemente ha in mano l'àncora e sotto i piedi una navicella fra due delfini, simbolo del suo martirio nel mare Eusino. Sotto il gruppo si legge l' epigrafe che si suppone messa in bocca a Pietro rivolto a Clemente: RESPICE PROMISSVM CLEMENS A ME TIBI CHRISTVM; presso la figura di Pietro si legge: AGIOS PETRVS. Dall' altra parte siede Paolo col suo nome AGIOS PAVLVS. Egli parla con Lorenzo che regge la croce e posa i piedi sulla graticola rovente. L' epigrafe sottoposta dice: DE CRVCE LAVRENTII PAVLO FAMVLARE DOCENTI.
Osserva il De Rossi
che Lorenzo fu considerato in Roma quel martire
stauroforo per eccellenza e come vessillifero della fede; nel secolo IV era a lui attribuita la conversione della parte più ostinata nel paganesimo e perciò considerato come il
santo che aveva compiuto l' opera di Pietro. Il profeta IEREMIAS porta scritto nel volume: HIC EST DEVS NOSTER ET NON AESTIMABITVR ALVS ABSQVE
ILLO: nel volume dell' altro profeta ISAIAS è scritto: VIDI DOMINVM
SEDENTEM SVPER SOLIVM. Sotto i profeti si vedono le due mistiche città
HIERVSALEM e BETHLEEM, dalle cui porte sono usciti i consueti dodici
agnelli che si avviano al monte santo sul quale regna l' agnello divino.
Sopra questa zona si svolge la grande composizione della conca, il cui senso
simbolico è dichiarato dai versi:
In mezzo di questi due versi ve ne sono altri due che accennano alle reliquie murate nell' abside dietro l' imagine del Crocifisso:
Il Crocifisso che regna in mezzo all' abside è l' unico dei musaici absidali colonne romane basiliche. Il Salvatore affisso alla croce con quattro chiodi è già morto, il che è tipo caratteristico dei crocifissi non anteriori al secolo XII. La Vergine e s. Giovanni stanno ai piedi della croce e dodici colombe sono disposte lungo le braccia della medesima. Da questa sgorgano i quattro fonti a' quali s' avvicinano a dissetarsi due cervi, i quali fonti vanno poi a irrigare i pascoli di centro popolati di buoi, pecore, cerveti guardati da pastori. Un duplice tralcio di vite germoglia dal piè della croce che colle sue volute mirabilmente disposte occupa tutto il fondo dell' abside, in mezzo alle quali stanno uccelli, delfini, puttini ed altre figure. Nel piano inferiore di queste volute si veggono i dottori massimi della Chiesa latina, tutti in abito monastico, Ambrogio, Gregorio, Girolamo e Agostino. Nel sommo dell' abside vi è la mano divina che protende la corona, e sopra il monogramma fra le lettere A W.
Il musaico è attribuito all' anno 1299, ma erroneamente, per una falsa applicazione del seguente epitafio che si legge sopra l' edicoletta gotica dell' eucaristia situata fuori dell' abside:
È opera invece del cardinale Anastasio sotto Pasquale II circa l' anno 1112, di cui sotto l' abside nella cattedra si legge: ANASTASIVS PRESBYTER CARDINALIS HVIVS TITVLI HOC OPVS COEPIT PERFECTI
Il Mellini ei manoscritti dell' archivio
vaticano ricorda alcuni pregevoli dipinti della basilica medioevale che sono
oggi disparsi, laci dei quali accompagnati da leggende e da nomi
d' artisti, che credo poco noti.
Ecco le sue parole: "La nave destra (dalla banda
di sacristia) era similmente dipinta tutta in due ordini di pitture, le quali
sono quasi tutte andate a male. Tra quelle che vi sono restate si vede, passata
la sacristia, il Cielo Empireo con sette orbi celesti e sotto in una cartella la
dichiarazione seguente assai rozzamente scritta:
"Questo Giovenale da Orvieto come si vede dalla pretella che egli dipinse in Aracoeli nella cappella de Mancini dipinse verso l' anno 1299 di centro.
"La nave sinistra era dipinta similmente con pitture più antiche, ma poco se ne può scorgere."
Fra le epigrafi e i marmi del pavimento, alcuni dei quali furono tolti ad altri monumenti, ve ne hanno parecchie pregevoli e fra queste una che ho riconosciuto spettare ad una lapide contenente una donazione di libri liturgici fatta alla basilica nel secolo IX o X. Le parole superstiti del marmo accennano in fact ad un libro nel modo seguente:
Un' altra insigne epigrafe di donazione fatta pure alla nostra chiesa è quella dell' epoca dal papa s. Zaccaria (a. 741‑752), scoperta in quel luogo l' anno 1775, che si legge nella parete sinistra della nave maggiore presso la porta principale della basilica. La epigrafe da me scoperta si riferisce adunque ad un sacramentarium cioè ad un antico rituale.
La grande strada sul cui margine sorge la basilica dicevasi nei tempi di mezzo Via Maior non solo per la sua lunghezza e rettifilo, ma anche per essere abitata specialmente dai curiali ed ufficiali della corte del papa allorchè dimorava nel Laterano.
Il Lonigo videnll' archivio della basilica
vaticano un vetusto salterio ms. nel cui frontespizio v' era un calendario
ove il giorno 21 maggio 1128 era notato: Anno MCXXVIII dedicatio ecclesiae s. Clementis.
Nell' attiguo monastero dimorarono lungamente i Benedettini, ai quali
successero i frati di s. Ambrogio ad Nemus che vi rimasero fino
all' estinzione dell' ordine. Poscia vi subentrarono i padri
predicatori della provincia d' Irlanda che ancor vi dimorano, e al
compianto P. Giuseppe Mullooly priore di quella casa dobbiamo
l' escavazione dell' importante basilica sotterranea.
S. Pastore
Quest' antichissima chiesa in Roma dedicata a s. Pastore non è da confondere col Titulus Pastoris, il quale sorgeva presso s. Clemente, anzi era quasi congiunto a questo: nelle carte dell' arciospedale del Salvatore se ne fa menzione sotto Niccolò V nel 1452: ecclesia s. Pastoris prope s. Clementem de qua non restat nisi pars tribunae.
Un' altra inedita notizia ne ho trovata nel
catalogo delle chiese sotto s. Pio V, dal quale risulta che era
incorporata al monastero di s. Clemente stesso; perchè in quel
documento si dice: s. Pastore dentro
s. Clemente. Il Lonigo non ne fa menzione, ma il catalogo di Torino
l' annovera nella seconda partita: Ecclesia
s. Pastoris habet unum sacerdotem. Ora non ne resta tracia veruna,
ed ignoro anche le notizie storiche del s. Pastore a cui fu dedicata,
ma probabilmente è quegli che visse al principio dell' età apostolica di
Roma.
S. Lorenzo super
s. Clementem
Nella vita di Stefano II (an. 752‑757)
si legge: hic restauravit
basilica s. Laurentii super s. Clementem sitam regione tertia quae
diutiurnis temporibus diruta manebat. Da queste parole
risulta che presso s. Clemente ed in luogo superiore a quella basilica ne
abbia esistita una dedicata a s. Lorenzo, la quale era già diruta nel
secolo VIII. Per questa vicinanza dobbiamo trovar
forse la ragione dell' imagine di Lorenzo nel musaico
di s. Clemente. Egli è certo pure che il sito ove la regione terza
sorgeva questa chiesa del grande levita doveva riferirsi a qualche memoria dello
stesso celeberrimo martire.
S. Marina
L' unica notizia di questa chiesa situata
alle falde dell' Esquilino fra s. Pietro in Vincoli e s. Clemente
l' abbiamo dal catalogo di Torino, ove si dice che era servita da un
sacerdote, habet unum sacerdotem.
S. Felicita
Nel 1812 presso le terme di Tito dal lato
verso il Colosseo fu scoperto un antichissimo oratorio cristiano dedicato a
Felicita la celeberrima martire uccisa sotto Marco Aurelio e ai suoi sette
figuliuoli. Rimane ancora in piedi quell' edifizio e nella parete di fondo
si vede ancora la nicchia con tracce di pitture e di lettere, altre rosse, altre
nere. Il conte Troiano Marulli pubblicò pel primo in rozzo disegno di quei
dipinti;
poscia una migliore incisione ne dette in luce
il Piale; il Ruspi ne colorì un bellissimo quadro per il cardinale Angelo Mai.
Nell' alto sopra la nicchia si vede il mistico agnello sul monte santo dal quale sgorgano i quattro fiumi; il capo dell' agnello è cinto di nimbo crucigero, dodici agnelli sei per parte si avvicinano al monte, e chiudono la scena le porte delle due mistiche città quali escono gli agnelli; nella fascia sottoposta si leggeva l' iscrizione:
Ai due lati del capo della santa:
Sotto la fascia regna in alto il busto del Salvatore barbato con nimbo orbicolare crucigero che tiene nella destra una corona gemmata per cingerne il capo della martire.
Questa sta ritta in piedi sotto la figura del Salvatore in atteggiamento di orante con nimbo circolare intorno al capo presso al quale due volte fu scritto il suo nome FELICITAS; poi in lettere rosse ai lati della figura fu scritto il seguente proscinema: Sancta martyr multum praestas ob voti ..... felicitates sperare innocentes non desperare (reos). Sopra questo proscinema un' altra mano scrisse in nero CONTVRBATVS e sotto MEMORANDA che il De Rossi interpreta nel modo seguente: conturbat(i)s ipsa fortuna constet memoranda. Ai lati della madre sono disposti i suoi sette giovani fglio, quattro alla sua sinistra, tre alla destra, ciascuno tiene in mano la corona del trionfo, e sulle loro teste si leggono i loro nomi così: SILIANVS, MARTIALIS, PHILIPPVS, FELIX, VITALIS, ALEXANDER, ZENVARIVS; quei nomi furono scritte due volte una in rosso e una in nero. Due figurine più piccole vestite di tunichette succinte chiudono l' una per parte tutto il gruppo; la figurina a destra di chi guarda tiene nella mano sinistra una chiave, l' altra tiene una verga; queste due figure rappresentano certamente l' una l' aguzzino, e l' altra il clavicularius carceris custos. I due carcerieri sono divisi dal gruppo dei martiri da un albero di palma sul cui cima è poggiata la fenice che raggia luce dal capo; queste mistiche plame e la fenice simboleggiano la risurrezione e il giardino celeste ove i santi godono il premio eterno. Da queste imagini e da queste epigrafi raccoglie il De Rossi che la santa qui era invocata specialmente a nome di tutte le donne romane: Felicitas cultrix romanarum.
Il piccolo edifizio o cella è di pianta
rettangolare oblunga ricavato entro un antico androne; si trova nel pian terreno
con porta o vestibolo sulla pubblica via, del quale fu visto il pavimento
tessellato adorno di due palme.
Osserva inoltre il De Rossi che questo luogo fu dagli antichi cristiani venerato come domus. Il Fea appiè dell' epigrafe della nicchia ne trascrisse una, della quale non si era tenuto conto. L' epigrafe diceva:
Queste parole superstiti di una iscrizione perita, ci fanno comprendere che la preghiera di questo Iustinus fu scritta in Domo ..... Che veramente questo luogo fosse stato anticamente una Domus di cui è ricordato anche il nome, risulta dalla seguente epigrafe greca sull' intonaco delle pareti laterali di questa stanza:
Il nostro edificio fu dunque un giorno Domus Alexandri, che è il nome appunto d' uno dei
figliuoli di Felicita e che potè avere dal padre. Da ciò nacque nella mente al
De Rossi la splendida congettura che il luogo fosse stato consacrato alla
memoria dei celeberrimi martiri come Domus da loro
abitata. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto costante nei primi secoli
cristiani, che ai martiri non si dedicavano oratorî e basiliche, che non fossero
state consecrate da qualche loro ricordo storico. Quivi fu forse rinchiusa
Felicita in custodia privata, come si usava verso gli
honestiores, durante il processo. Presso il graffito
greco era anche tracciato un calendario con i segni dello zodiaco e con i busti
delle sette divinità che presiedono ai giorni della settimana. Il
De Rossi giudica quei dipinti opera del
secolo V.
Quest' oratorio è da considerarsi uno dei più
insigni monumenti cristiani di Roma, consacrato dalla dimora e dalla prigioneia
di quella celeberrima famiglia di martiri, il cui natale al 10 di luglio
era nel secolo IV così solenne che quel giorno si
chiamava per antonomasia dies martyrum. Sembra
incredibile che questo luogo sia rimasto così derelitto e la memoria di Felicita
tanto abbandonata dai romani. Sarebbe veramente desiderabile che per onore della
celeberrima martire l' oratorio si aprisse di nuovo alla venerazione dei
fedeli e nel giorno 10 di luglio ivi si celebrasse, come 16k secoli fa, il
glorioso anniversario di quest' illustre famiglia romana di martire.
S. Margherita
Alle radici dell' Esquilino quasi dirimpetto
all' anfiteatro (Colosseo) sorgeva fino all' anno 1587 una
chiesuola dedicata a questa santa. Apparteneva alla famiglia De Silvestris ed
ivi era stato già un giardino del cardinale Pio. Ai tempi di Fioravante
Martinelli in alcune casipole della contrada si vedevano le armi di quella
famiglia.
S. Maria de Ferraris
Antichissima chiesa che è registrata nel catalogo
di Cencio Camerario per is presbiterio che nella solennità dei turiboli soleva
ricevere il suo clero. Se ne parla anche in una bolla di Eugenio IV
dell' anno 1433; l' Adinolfi la pone incirca dove è oggi la
chiesetta di s. Maria di Loreto, presso il monastero delle Lauretane.
S. NICCOLÒ DEL Colosseo
Era vicino a s. Maria de Ferraris vicino
alla casa favolosa di Giovanni VII, che il volgo secondo una ridicola fiaba
dicea essere stato donna, e che avesse dato in luce un bambino, come narra la
cronaca di Martino Polono, nel tratto di via tra il Colosseo e s. Clemente.
Pio IV fece atterrare la presupposta casa sulla quale malignavano
l' ignoranza e la malvagità. La nostra chiesa di s. Niccolò era
anche detta inter imagines, e l' Adinolfi avverte
che non è da confondere con altra edicola presso al Salvatore che ebbe identica
denominazione.
Della chiesa fa menzione l' elenco del
Camerario, e si chiamava per la sua vicinanza all' anfiteatro de colosso, ovvero de coloseo ed
anche inter imagines. Presso questa chiesa si faceano
gli archi, sotto ai quali nella nota solennità del presbiterio passava il papa.
La chiesa era anche in piedi sotto s. Pio V, e fu titolare.
Ss. Quaranta
Questa chiesa che era vicina a quelle di s. Niccolò e di s. Maria de Ferraris, nel secolo XVI fu restaurata. Ha la stessa antica origine delle altre, poichè nominata nel catalogo del Camerario. Sisto IV la eresse in titolo di cardinale concedendola a Pietro Foscari; Alessandro VI la dette al card. Grimano.
Il codice di Torino la pone fra quelle della seconda partita e dice: Ecclesia sanctorum Quadraginta habet sacerdotem et clericum. Michele Lonigo scrive che era situata lì attorno al Coliseo.
Michele Longo infatti scrive nel suo catalogo
che la chiesa stava presso il Coliseo per andare a
s. Giovanni fra le chiese di s. Giacomo del Coliseo e quella
di s. Clemente: il Martinelli non ne fa veruna menzione.
S. Maria di Loreto
Presso il conservatorio do delle Lauretane, fondato dalla principessa Teresa Doria-Pamfili, sorge questa chiesuola di struttura moderna a sinistra della via che dal Colosseo mena a s. Giovanni. Il monastero annesso è detto delle Lauretane dalla Congregazione di questo nome formata di dame romane destinate a presiedere quell' asilo di povere convalescenti e di fanciulle pericolanti. Fu eretta con elemosine raccolte dal venerabile p. Angelo Paolo carmelitano scalzo di s. Martino ai Monti. Rimase abbandonata fino all' epoca odierna.
Nel 1880 un benefattore che volle rimanere
incognito la fece restaurare a sue spese. Sull' altare maggiore vi si
venera un imagine della Madonna che è dell' epoca della fondazione della
chiesa.
S. Maria inter duo
Nel catalogo delle chiese di Niccola Signorini,
sotto Martino V, come in quello più antico di Cencio Camerario, è ricordata
questa chiesa colla denominazione inter duo, ovvero
inter duas vias. Era situata nella regione adiacente
all' anfiteatro, come risulta eziandio dal catalogo di Torino: Ecclesia s. Mariae inter duo, habet unum sacerdotem.
S. Giacomo del Colosseo
Ecco le parole colle quali Benedetto Mellini nel suo libro delle Antichità di Roma tratta di questa chiesa:
"Vicino al Colosseo si vede un fenile il quale
era prima la chiesa di s. Giacomo detta de
colosseo profanata quasi ai nostri giorni. A questa chiesa la vigilia
dell' Assunta s' incontravano il clero lateranense e gli ufficiali del
popolo romano, e quivi si risoleva il modo di fare la processione
dell' imagine del Salvatore, e contigua a quella v' era un ospedale
per le donne, come viene scritto nel catalogo 2o della medesima compagnia sotto l' anno 1466
da Niccolò Signorili, benchè questi dica che l' ospedale fosse costrutto
pro militibus."
Di fronte alla chiesa era una piazzetta che dicevasi pure di s. Giacomo, ed era presso a poco sul principio della via di s. Giovanni, fra questa e l' altra di ss. Quattro.
Fu demolita nell' anno 1815; era adorna
di pitture che furono copiate da Ferdinando Baudard e poi dal Guattani.
Fra quelle v' era una figura colossale
di s. Giacomo apostolo, sedente col bordone e un libro nelle mani;
v' era inoltre tutto l' ordine della celebre anzidetta processione,
che per ragioni di grandi tumulti Pio V interdisse, ma che nella maggior
parte delle città d' Italia, massime dei piccoli villaggi presso Roma, si
mantenne in uso. Sembra che in origine vi fosse annesso anche un ospizio di
poveri spagnuoli. Nella tassa di Pio IV è detta s. Iacomo dell' ospedale di S. Giovanni in
Laterano.
Afferma l' Adinolfi che oltre
l' ospedale per povere inferme, annesso alla chiesa, v' era anche uno
di quei rifugi che nel medio evo solevano in Roma chiamarsi case sante. Queste altro non erano che congreghe di povere o
ricche donne, vedove e zitelle, le quali, legate all' osservanza della
regola del terz' ordine o francescano o domeniano, vivevano in comunità, e col
nome di bizzoche venivano appellate.
S. Maria in Carinis
È una chiesuola che ricorda l' antichissima
denominazione della contrada detta Le Carine. Ignota è l' origine di tal nome, perchè non
è accettabile la varroniana;
forse ricorda una vetusta borgata preromana
stabilita in quel sito. Il Nibby tace affatto di questa chiesa così importante.
La casa annessa è proprietà dei Basiliani Greco Melchiti mechitaristi del Monte
Libano; appartenne prima ai Cisterciensi, da' quali nel 1809
l' acquistarono i Basiliani suddetti. La chiesuola ha un solo altare
dedicato alla Natività di Maria ss.; l' ingresso sta nell' interno del
portone del palazzo suddetto dei Basiliani.
S. Andrea de Portugallo
(S. Maria
ad Nives)
Questa chiesuola è ancora in piedi nel bivio
delle strade dette del Colosseo e dell' Agnello:
la sua facciata guarda l' anfiteatro. L' origine della oscura
denominazione della chiesa si vuol dedurre ragionevolmente da quella ricordata
dal Varrone ad busta gallica.
Ai tempi d' Innocenzo III ancora quel
luogo si chiamava in Gallicis: nel medio evo si
appellava eziandio de arcu aureo (arco de' pantani) denominazione estesa alle rovine del
foro d' Augusto e di Domiziano: ebbe congiunto un monastero, e la troviamo
fra quelle che riceveano nel secolo XII il
beneficio semplice del presbiterio. Fu già chiesa parrocchiale, poscia divenne
beneficio semplice di nomina del cardinale di s. Pietro in Vincoli.
L' anno 1607 fu concessa
all' università dei rigattieri, i quali la riedificarono a loro spese.
Rimase deserta dopo l' anno 1798 e quindi fu concessa alla
confraternita di s. Maria della Neve che tuttora la ritiene e dalla
quale viene più comunemente oggi denominata la suddetta chiesuola: in alcuni
cataloghi è ricordata anche col nome di s. Andrea de
Tabernula.
S. Leonardo in Carinis
Doveva sorgere non lungi dal gruppo delle
anzidette chiesine, come indica la classica denominazione delle Carine. L' anno 1587 era ancora in piedi; il
che risulta da uno scrittore anonimo mentovato dal Martinelli e
dall' itinerario dello Scotti.
S. Maria de Lutara
Oscurissima è l' etimologia del nome di
questa chiesa, alla quale era annesso un monastero: le sue origini risalgono al
secolo VIII, poichè il Liber pontificalis
nella biografia di Leone III (a. 795‑816) già la ricorda colle seguenti
parole: et in oratorio sanctae Mariae quod
ponitur in monasterio de Lutara fecit canistrum ex argento pensantem libras
II et semis.
. Il Vignoli nelle note alla sua edizione del
libro suddetto afferma che quell' antico oratorio sia il medesimo detto
s. Maria della Purificazione presso s. Pietro in Vincoli, opinione
seguita dal Grimaldi e dal Martinelli.