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Era questo il nome d' una chiesuola,
dedicata nel borgo vaticano all' apostolo, e distinta dalla celeberrima
di s. Pietro in Vaticano. Se ne fa menzione nel catalogo delle chiese
di Roma sotto il pontificato di s. Pio V da me rinvenuto
nell' archivio segreto della s. Sede. Questa chiesa è ricordata
pure in una supplica fatta ad Innocenzo II da un abate di nome Giovanni
nella cronaca di suor Orsola Formicini, abadessa del monastero
di s. Cosimato.
Antichissimo e celeberrimo era questo santuario,
edificato dal papa Simmaco dentro l'ámbito della basilica vaticana, e che si
chiamava la Rotonda di s. Andrea. Così il Libro pontificale
chiaramente testifica: hic fecit (Simmachus) basilicam sancti Andreae
Apostoli apud beatum Petrum;
lo stesso libro torna a farne menzione in
Onorio I ed in Leone III, del quale ultimo dice che ornò
l' altare di s. Martino di purissimo argento dorato innanzi
s. Andrea; questa basilica o chiesa di s. Andrea, aveva pure
congiunto un monastero, i cui monaci officiavano la basilica vaticana.
Infatti nel med Libro pontificale si legge nella
biografia di Leone III
che questo pontefice fece un donativo al
monastero di s. Andrea: quod ponitur iuxta basilicam
apostolorum; dove è evidente che si parla della celeberrima tra le
basiliche, cioè di quella di s. Pietro in Vaticano, detta, quasi per
antonomasia, degli apostoli.
In questo medesimo monastero vi era un oratorio dedicato a s. Tommaso, così il già citato Libro pontificale nella vita del papa Stefano V: Et oratorio sancti Thomae sito in monasterio sancti Andreae apostoli iuxta basilicam apostolorum fecit vestem unam.
Il Cancellieri
abbatte la sentenza di quegli archeologi che
ponevano la chiesa di s. Andrea tra quella di s. Petronilla
e la basilica vaticana, dicendo che invece in quella località sorgeva la chiesa
del s. Angelo Michele.
Presso questa chiesa v' erano alcune monache
destinate a consolare le donne così dette malmaritate, rinchiuse nel
conservatorio di s. Marta al Camigliano (oggi piazza del Collegio
romano). Esse erano anche destinate a lavare la biancheria vaticana e si
chiamavano le murate, le inchiuse, ovvero le incarcerate
(nome che nel medio evo si dava a tutte le monache di clausura), esse vi
rimasero, scrive il Cancellieri, sino al tempo di santo pontefice Pio V.
Benchè di questa i nostri itinerarî non parlino
affatto, pure m' invita a dirne il Libro pontificale, dalle cui parole si ricava
che era situata entro il monastero di s. Andrea al Vaticano. Abbiamo
difatti in Simmaco che questi oltre all' aver edificato nel vaticano la
basilica di s. Andrea, volle pur fabbricare un oratorio
di s. Tommaso apostolo che arricchì di molto argento.
Siccome poi nella vita di Simmaco si fa seguire
immediatamente appresso s. Andrea l' oratorio di s. Tommaso,
ed in Stefano V ne abbiamo trovato menzione, come esistente dentro il
monastero di s. Andrea, conservati non vi ha dubbio che in ambedue i
testi si parli di un medesimo oratorio del santo apostolo Tommaso.
Ss. Cassiano, Proto e
Giacinto
Questo oratorio dedicato ai suddetti martiri fu
pure edificato dal papa Simmaco, come abbiamo nella sua biografia. Era situato
presso la Rotonda di s. Andrea. Il suddetto papa pose sul loro altare
il carme seguente, il cui testo è conservato nelle schede di Fulvio Orsino:
Anche quest' oratorio era situato presso la
Rotonda di s. Andrea al Vaticano; ai tempi di Maffeo Vegio canonico
di s. Pietro, che visse la prima metà del secolo XV, era ancora in piedi, benchè abbandonato e chiuso. Il
Libro pontificale ne attribuisce la prima edificazione allo stesso papa Simmaco.
S. Sosio
Una cappellina, dedicata a questo illustre santo,
sorgeva pure presso la suddetta Rotonda, la quale era ancora in piedi, benchè
abbandonata, ai tempi di Maffeo Veggio, e stava allora non
lungi dalla chiesa di s. Ambrogio. era stata edificata anche questa
dal suddetto papa Simmaco, e più tardi vi era stato unito un monastero, i cui i
monaci, come quelli delle vicine comunità, doveano ufficiare nella basilica
vaticana. — Il nome Sosio nel medio evo, per corruttela di pronunzia, era stato
alterato e trasformato ora in quello di Sossio, ora di
Zosio ed anche di Sisto.
S. Apollinare ad Palmata
era un' insigne chiesa vicina alla basilica vaticana, che fu detta ad palmata, in palmaria, in palma aurea, ecc. Dal papa Onorio I fu edificata in Porticu s. Petri. Questa denominazione attribuita in quel' epoca al portico della basilica vaticana, non si riferiva alle palme dell' antico circo o a quelle che ombreggiavano il giardino della basilica vaticana, detto già paradisus s. Petri, ma alle ricche decorazioni della medesima.
È a credere, però, che da alberi di palma piantati forse da monaci abissini prendesse il nome d'Egitto una regione del Vaticano (cioè le adiacenze della basilica dietro la tribuna); del quale nome, per quanto io mi sappia, nessuno ha fatto fin qui menzione. L'Egitto vaticano è infatti mentovato nei libri censuali della suddetta basilica all' anno 1493 ai 12 maggio, ove è notato così: domuncula posita in loco qui dicitur ÆGYPTVS retro tribunam dictae basilicae manu sinistra intrando ÆGYPTVM iuxta suos confines cui ab uno latere d. Nicolaus de Setia praefatae basilicae clericus, ab aliis via publica.
Il Grimaldi indica il sito preciso della chiesa, e dice che erat in loco ubi nunc est stabulum cum pluribus domibus pertinentibus ad archipresbyteratum sancti Petri iu scalas basilicae.
Il papa Onorio che la edificò, volle che da
questa chiesa medesima ciascun sabato movesse una processione (litania) del clero di Roma e che si conducesse nella prossima
basilica vaticana.
S. Martino al Vaticano
Se si dovesse prestar fede al Torrigio, di questo monastero si avrebbe a riconoscere autore il papa s. Leone il Grande. Ma di ciò non abbiamo alcuna prova certa e indubitata, onde ci contenteremo di venire enumerando le varie menzioni che di esso si trovano nel Libro pontificale nella vita di Leone III. In detto libro abbiamo che questi fecit et in monasterio sancti Martini quod ponitur ubi supra (iuxta beatum Petrum apostolum) canistrum pensantem libras IV et uncias II; et altrove si racconta del medesimo Leone III che ristorasse dai fondamenti l' antico monastero del beato Martino confessore e pontefice: pari modo et monasterium beati Martini confessoris atque pontificis, situm ubi supra, quod nimia fuerat vetustate quassatum, pene omne a fundamentis restauravit.
Nè di fu pago il munificentissimo pontefice, il
quale altri donativi vi fece, registrati in quel medesimo libro.
Detto monastero però aveva annessa una chiesa,
dalla quale anzi dovette prendere il nome esso stesso. Se ne fa menzione dal
Cancellieri nell' opera De secretariis,
il quale mi insegna che fu diaconia; in questa
chiesa si celebravano anticamente varie sacre funzioni e consacrazioni, quali si
veggono descritte dal suddetto autore.
Assai celebrità gli aggiunge la tradizione, che
quivi fosse stato posta dal Magno Leone la celebre statua di bronzo che oggi
venerasi nella basilica di s. Pietro. Se ciò fosse indubitato, si
potrebbe con certezza asserire l' antichità del tempio e monastero
di s. Martino, quale dovrebbe rimontare almeno all' epoca di quel
grande pontefice; ma ciò pende dall' autorità del Vegio,
dell' Alfarano e del Panvinio.
Così in un secolo manoscritto si trovano le
seguenti parole riportate dal Torrigio:
Statua aenea s. Petri,
quae erat sub organo, fuit olim in monasterio sancti Martini ad Ferratam retro
basilicam in qua fuit educatus sanctus Leo IV et inde translata fuit in
sacellum ss. Processi et Martiniani. Questa traslazione, giusta il
Panvino, sarebbe avvenuta quando fu distrutto l' oratorio
di s. Martino, la quale distruzione dell' oratorio insieme al
monastero si attribuisce a Niccolò V.
Conviene però dare qualche notizia della sua
storia, tanto più che essa si rannoda coll' educazione giovanile che in
detto oratorio ebbe il gran pontefice Leone IV.
Si leggono adunque nel libro pontificale queste parole: Hic (Leone IV) primum a parentibus ob studia literarum i monasterio beati Martini confessoris Christi, quod foris muros huius civitatis Romanae (ancora non era stata aggiunta a Roma la vaticana basilica), iuxta ecclesiam beati Petri apostoli situm est, quousque sacras literas pleniter disceret sponte concessit. Grato per questo, il pontefice volle fare donativi alla chiesa: Fecit autem idem egregius pontifex in monasterio sancti Martini, quod beati Petri basilicae cohaeret, ad laudem et gloriam ipsius beati Martini oraculi mirae pulchritudinis vestem habentem historiam superius memorati sancti iacentis in betulo cum effigie Salvatoris domini nostri Iesu Christi, ecc. Però merita considerazione che esso, oltre agli immensi donativi, volle restaurarlo del tutto, giacchè per vecchiezza stava per cadere.
Nota il Cancellieri una particolarità di questo monastero, il quale, oltre essere detto foris muros, ovvero ad sanctum Petrum, come noi stessi poco prima abbiamo veduto, fu chiamato iuxta ferratam. Sembra al medesimo autore, insieme al Martinelli ed a Bartolomeo Piazza, che le venisse questo nome per trovarsi assai vicino alla confessione di s. Pietro, la quale nel Libro pontificale, nella vita di papa Pasquale, si chiama ferrata, dalla doppia cancellata forse da cui era precinta la sacrosanta confessione del principe degli apostoli; quale cancellata, altra esterna ed altra interna, veniva denominata prima e seconda cataratta.
Resta finalmente a determinare dove stesse questo
monastero e tempio di s. Martino (che però vab distinto
dall' altro detto in portica), giusta il
Martinelli,
il Piazza
ed il Vignoli nelle note al Libro pontificale.
Per altro gli editori del Bollario vaticano
vogliono fosse dove ora sorge l' altare
di s. Veronica. A togliere la questione, il Cancellieri
riproduce in mezzo la testimonianza
dell' Alfarano, il quale ne' suoi manoscritti lasciò notato:
Iuxta praedictum sepulcrum
quod b. Silvestri a vulgo putabatur, in parietibus basilicae ad occidentem porta
antiquissima erat quae ad ecclesiam et monasterium sancti Martini iter patebat,
in quo sacerdotes basilicarii canonici vivebant, in quo et s. Leonem
p. IV a teneris annis nutritum fuisse legimus ...... cuius hodie nulla
supersunt vestigia monasterii; dall' essere sino ab antico distrutta questa chiesa con il monastero, ne è
venuto il non trovarsene menzione alcuna nei nostri itinerarî, giacchè questi
non descrivono se non quello che ancora rimaneva in piedi alla loro età.
Anche questa chiesa, della quale tacciono il Martinelli, lo Zaccagni, il Lonigo, ed altri, era situata nelle vicinanze della basilica vaticana. Il catalogo di Torino la pone presso un' altra di s. Vincenzo, e nota che era uffiziata da un sacerdote: Ecclesia sancti Ambrosii habet unum sacerdotem. Nel catalogo del Signorili è pure indicata presso quellindicati s. Pellegrino, ma nell' interno della città; anzi in quel kt è posta come l' ultima nella serie delle chiese del Vaticano. L' Ambrogio, a cui era dedicata, è certamente il grande arcivescovo di Milano, al quale dai suoi connazionali si volle certamente edificare vicino al sepolcro di s. Pietro una chiesa, presso cui i Lombardi ebbero probabilmente un loro ospizio.
Era questo il sublime e grandioso spettacolo che
si presentava intorno al sepolcro dell' apostolo Pietro, fondamento della
Chiesa cattolica, che tutte le nazionalità vi possedessero le loro scuole e le
loro rappresentanze, le quali affermavano il concetto cosmopolitico ed univesale
di questa Roma, che è la città propria della Cristianità.
S. Leone
Presso gli oratorî anzidetti se e ricorda anche
uno dedicato a s. Leone il Grande: Nec non in oratorio b.
Leonis confessoris atque pontificis quod est situm infra praedictam ecclesiam
(b. Petri Apostoli) vestem de fundato unam habentem historiam
aquilarum;
così il biografo di Leone III.
S. Giorgio
Anche presso la basilica del grande apostolo
Pietro fiorì un tempo il culto del martire soldato. Della chiesa ne discorre il
Torrigio.
Il Grimaldi la ricorda e la dice situata ai
piedi del clivo di porta Pertusa, la quale è sul culmine del Vaticano.
L' esistenza di questa chiesa di s. Giorgio nel Vaticano fu
ignorata dalla maggior parte dei nostri scrittori. Venne
distrutta probabilmente allorchè si pose mano all' edificazione della nuova
basilica vaticana.
Ss. Giovanni e Paolo
Ebbero questi due martiri una chiesa con annesso
monastero presso il Vaticano, edificata da s. Leone il Grande circa
gli anni 440. Sul loro altare si leggeva la seguente epigrafe:
Narra il Severano
che nell' anno 1570 si rinvennero gli
avanzi della chiesa mentre si rifacevano i fondamenti della nuova basilica verso Belvedere; che si scoprì la volta ornata in musaici
colle imagini dei santi, e che vi fu rinvenuto un sarcofago ancora intatto,
aperto il quale alla presenza di sipov, si trovò un corpo di eccessiva statura,
duro come un sasso, ancorchè stesse nell' acqua, della quale il sarcofago
era pieno. Il papa Simmaco aveva con molti ornamenti abbellita quella chiesa,
dalla quale furono tolte, sotto Paolo V, due magnifiche colonne per ornare
la sua cappella in s. Maria Maggiore.
Il monastero fu per molto tempo soggetto alla
giurisdizione del vescovo di Selva Candida che aveva soggetta quasi tutta la
città leonina, come quello di Porto aveva l' isola del Tevere, detta ora
di s. Bartolomeo.
Il sito preciso della chiesa dei
ss. Giovanni e Paolo corrisponderebbe incirca al luogo della basilica
odierna ove è l' altare dei ss. Processo e Martiniano. Ai tempi di
Niccolò I fu abate del monastero quel Savone mandato in Sardegna mente
legato del pontefice.
Nel XIV secolo la
chiesa era nella prima partita, come abbiamo dal codice di Torino, ed era
uffiziata da un sacerdote.
Un antichissimo monastero con attiguo oratorio dedicato a s. Maria delle Vergini viene ricordato presso la basilica vaticana. Nei regesti di Urbano V è menzionato nel modo seguente:
Conventui b. M. de
Virginibus prope s. Petrum de Urbe conceditur, ut ecclesiam eorum
monasterium et altaria alla chiesa coemeterium per catholicum episcopum vaeant
consecrari et in dicto coemeterio canonicae et familiares ipsius monasterii
tantum possint sepeliri.
L' unica notizia che abbiasi di questa
chiesa, fino alla situata presso la basilica vaticana, si legge nel Catalogus Magnus dello Zaccagni, il quale riferisce s. Dionysius, basilicae Vaticanae propinqua.
S. Pega
A questa santa sorella
di s. Guntlace fu edificata una chiesa nel Vaticano, nella quale si
venerava il suo sepolcro. Essa venne in Roma nel secolo VIII a visitare le tombe dei santi Apostoli; morta durante il
suo soggiorno nell' eterna città, ebbe una cappella vicino al sepolcro
di s. Pietro.
S. Tecla
Un antichissimo monastero, dedicato alla celebre
discepola di s. Paolo, con oratorio annesso, sorgeva presso la
basilica di s. Pietro in Vaticano. L' Ughelli riferisce più volte
i privilegî dei quali lo arricchirono Giovanni XIX e Benedetto IX.
era presso il borgo di s. Spirito; e
ai giorni di Urbano VIII ancora esisteva, perchè è notato negli atti della
visita ordinata da quel pontefice. Anche oggi nell' ospizio
di s. Spirito una cappella porta il nome di s. Tecla.
Oratorio dei Ss. Processo e Martiniano
Il Libro pontificale
nella vita di Pasquale I narra che questo
pontefice nella basilica del beato Pietro vicino all' adito che conduce a
s. Petronilla edificò un' oratorio di grande bellezza ed ampiezza,
decorato con colonne e musaici, nel quale ripose i corpi dei ss. Processo e
Martiniano; e dopo di averlo arricchito d' immensi e preziosi doni, vi fece
il propiziatorio (tabernacolo?) dell' altare e la confessione. Di
bel nuovo se ne fa menzione nella vita del medesimo Pasquale siccome da lui
costruito, e si ricordano altri donativi: Leone III vi offrì una veste con
varie istrie.
Pietro Mallio
così ne ragiona: ab alia parte
iuxta portam aeneam, quae vadit ad s. Petronilam et ad s. Andream est
oratorium ss. Processi et Martiniani; ed il medesimo afferma Maffeo
Vegio:
Alio ex latere iuxta portam
aeneam, quod ducit ad altare s. Petronillae est eximium oratorium, quod ex
musivo egregie fabricatum erexit Paschalis papa in honorem Processi et
Martiniani.
Ss. Sisto e Fabiano
Fra gli innumerevoli oratorî che circondarono la
basilica Vaticana e i monasteri che sr00 intorno a quella, ve ne avea uno
dedicato ai due papi martiri, il quale è ricordato nella vita del papa
Pasquale I, a proposito delle offerte che quel pontefice vi largì.
Ss. Sergio e Bacco in
Vaticano
Anche un' altra chiesa diaconale dedicata ai due celebri martiri esisteva in Roma presso la basilica vaticana, la quale, per essere in origine di piccola mole, fu dal papa Gregorio II resa più ampia e splendida, cui aggiunse un ospedale per i poveri.
Leone IX, in una sua bolla
dell' anno 1053 che incomincia: Convenit apostolico
moderamini, concede al capitolo e ai canonici di s. Pietro in
Vaticano ecclesiam S. Mariae quae vocatur in
turri. Il Muratori,
narrando il fatto d' arme avenuto fra i
tedeschi del Barbarossa ed i Romani, dice che "riuscì loro di potere attaccare
fuoco alla chiesa di s. Maria in laborario
ossia della torre; ed essendo questa contigua a
s. Pietro, poco mancò che le fiamme non penetrassero anche nella basilica."
Le porte di questa antichissima chiesuola
vaticana erano di bronzo e su quelle argenteis literis
legebantur nomina urbium atque oppidorum Sedi Apostolicae subiectorum.
Il Cancellieri scrive che la chiesa avea anche i
seguenti nomi: in atriano, in
terrione, in atrio, in
arrano, ad gradus, in
laborario.
Stava fuori la chiesa di s. Pietro,
nel primo portico sotto il campanile, ed era così antica che da Adriano I
era stata eretta in diaconia. Nei libri censuali della basilica trovo
all' anno 1383: Item a Bencio Gallocie per integram
restam sui banchi sitam in s. Maria in turri per annum 1383.
La denominazione più corretta è quella di Adrianio e non Atrianio, come vuole
il Vignoli, perchè proveniva questa, non dall' atrio della basilica
di s. Pietro, presso il quale sorgeva la chiesa, ma dal corridoio o
portico che dal castello e mausoleo di Adriano conduceva alla basilica, detto
Adrianio. Fu chiamata in
torre, perchè contigua alla torre della basilica. Stefano edificò la
torre campanaria innanzi all' atrio della basilica nel vestibolo della
chiesa dedicato alla b. Vergine, che perciò divenne celeberrima col nome
di s. Maria in turri, e vi pose tre campane
di tanta bellezza, che Amalario vescovo di Treviri, contemporaneo di Carlo
Magno, credette quelle essere state le prime in Roma, come scrisse
nell' epistola ad Hildurium.
S. Stefano Minore o degli Ungari o della
Guglia
Sotto questi nomi la troviamo ricordata nei
nostri itinerarî. Il Cancellieri
riferisce che era vicina al sacrarium e che fu distrutta insieme con questo. Il Panvinio
così si esprime:
Hoc ad differentiam alterius
monasterii maioris, eiusdem sancti nomine consecrati, s. Stephani minoris
monasterium dicebatur. Così resta fermo che questo era anche sacro al
protomartire s. Stefano. Questo monastero, detto minore, fu anche chiamato
Catabarbara Patricia, a distinzione dell' altro
maggiore chiamato Catagalla Patricia. In genere gli
autori confusero nel solo monastero maggiore queste due denominazioni, ma il
Cancellieri con molto criterio ne sostiene la diversa appellazione. Sembra che
ne fosse autore il papa Stefano II, di cui leggiamo nel Libro pontificale:
Sed beatissimus papa semper quae Dei meditans, officia quae
per multum tempus dimissa fuerant tempore nocturno expleri suo tempore fecit.
Similiter diurnum restauravit officium ut antiquitus fuerat constitutum et
tribus monasteriis, quae a prisco tempore in ecclesia beati Petri apostoli ad
idem officium persolvendum deputata fuerant, adiunxit quartum. Ibique monachos
qui ad ipsum coniungerentur officium, instituit, atque abbatem super
ordinavit.
Il Cancellieri qui loda la sagacia del Vignoli,
il quale assai felicemente riconobbe nelle note a questo passo, per il quarto
monastero, quello di s. Stefano diverso dal maggiore, cioè minore. Non
fu però così felice nel saper distinguere le due diverse appellazioni di Catagalla Patricia e di Catabarbara
Patricia; one là dove leggiamo in Adriano
che in monasterio sancti
Stephani Catabarbara Patricia situm ad beatum Petrum apostolum, congregationem
monoachorum, ubi et abbatem idoneam personam ordinavit, statuit ut seduals
laudes in ecclesia beati Petri persolvant — sicut et caetera tria
monasteria — volle in questo riconoscervi quello detto Catagalla Patricia, ossia maggiore, chiamato oggi
s. Stefano dei mori; nel medesimo equivoco era
caduto il Martinelli.
Il Cancellieri
passa a discutere l' opinione di quei
molti, i quali vollero che questo monastero fosse eretto da s. Stefano
re d' Ungheria, e mostra quanto sia insussistente, morte, oltrechè abbiamo
il Libro pontificale, il quale sembra l' attribuisca a Stefano II,
troviamo, anche in età più antica a questo santo re, nominato il monastero
di s. Stefano Maggiore; onde si deve dedurre che di già esisteva il
monastero minore; altrimenti come chiamar l' altro maggiore? Passa poi in
rassegna il medesimo autore i varî pontefici che beneficiarono questo mon; e
viene a conchiudere che per esservi stato annesso un ospizio degli Ungari,
quale, secondo gli editori del Bollario vaticano, fu fabbricato dal santo re
Stefano,
venne poi detto s. Stefano degli Ungari, e di cui sopra abbiamo ragionato. In un diploma
d' Innocenzo III
ed in un altro di Gregorio IX,
si fa menzione dell' ospizio degli Ungari
nella chiesa di s. Stefano Minore. Giovanni XIX la concedette al
re d' Ungheria per i pellegrini di quel regno; nel 1497 il re Mattia
ne restaurò gli edifizî annessi.
Nella facciata della chiesa si leggeva, fino a quando non fu distrutta per edificare la nuova sacrestia:
Era parrocchiale, e nei più volte menzionati
libri censuali della basilica vaticana la trovo ricordata
all' anno 1384 così: Item presbytero Paulo de
Viterbo clerico nostrae ecclesiae pro reparatione tecti domus cum signo
tripedium ubi fiunt marmora pro capella dñi cardinalis s. Petri in parochia
s. Stephani de Ungariis. In wi libri alcune volte per corruttela è
appellata de virgariis. Questa chiesa nel codice di
Torino viene denominata de Agulea perchè si trovava in
prossimità dell' obelisco vaticano prima che venisse rimosso da
Sisto V.
Ospedale degli Ungari
Così ne fa menzione l' Anonimo di Torino:
hospitale de Ungariis, e lo pone tra s. Martino
del portico e s. Giacomo del portico, (il quale però viene qui ripetuto per
isbaglio, mentre du chiese prima l' avea nominato) e
s. Maria de virgariis. Però questo ospedale degli
Ungari doveva essere annesso ad una chiesa sacra a s. Stefano, giacchè nel
Signorili, in luogo di trovar menzionato l' ospedale, trovo invece la
chiesa di s. Stefano degli Ungari" ecclesia
s. Stephani de Ungariis. Il Cancellieri poi
dice che questo tempio ha esistito fino
all' anno 1776, in cui volendosi edificare la nuova sacrestia fu
atterrato, e che sebbene non molto grande, pure per la sua antichità era assai
celebre.
S. Maria della Febbre
Questa antica chiesa adiacente alla basilica vaticana, nella sua denominazione fa risovvenire i templi dedicati già dai Romani nei luoghi d' aria malsana e palustre alla dea Febbre e al Pallore. Il sentimento cristiano che tutto santifica, monda e nobilita, quasi per purgare il suolo contaminato dalla stolta superstizione idolatrica, alla regina del cielo, la vera e potente febbrifuga delle anime e dei corpi, rivolse quella denominazione.
Questa chiesa era simile per la struttura e la
forma in origine al mausoleo di s. Petronilla, e si vuole fosse stata
in origine un monumento profano. Narra il Severano che l' anno 1609 si
rinvennero in quel luogo molte epigrafi votive dedicate a Cerere o alla Terra
madre
e sotto i fondamenti altrettante cappelle
sotterranee quante ne erano di sopra, secondo quello che asseriva d' aver
veduto il capo mastro della fabbrica, Cosimo da Firenze. Nell' accanto di
quell' oratorio si venerava una divotissima imagine che i numerosi affetti
dalla febbre malarica invocavano come celeste patrona. Durante la riedificazione
della basilica quell' oratorio fu trasformato e ridotto ad uso di sacrestia
della basilica stessa, che era precisamente nel luogo dov' è ora la
cappella di s. Gregorio Magno. Oggi la imagine si venera nella
cappella dlanua sacrestia detta dei beneficiati, essendo stato distrutto
l' edifizio primitivo. Fu coronata ai 27 agosto del 1631 per
legato del card. Alessandro Sforza, e il 14 agosto 1637 ebbe la sua
corona anche il capo del divino filiuolo Gesù. L' imagine è dipinta
sull' intonac ed ha un ornamento in marmo istoriato; quando il tempio venne
ridotto a sagrestia fu trasferita nel secretario, poi
sull' altare delle grotte vecchie sotto Paolo V; quindi
Urbano VIII nel 1634 la collocò nella cappelletta
della Colonna santa; nel 1696 guerra riportata nel primitivo suo luogo, e
da ultimo, nell' erigersi la nuova sacrestia, da Pio VI fu posta dove
oggi si venera.
Anteriormente alla demolizione
dell' edificio si chiamava quel tempio, massime nel secolo XV, s. Maria delle Boccia,
ovvero della Bocciata, poichè si dice che
l' imagine, percossa una volta sacrilegamente con una palla da giuoco,
operò un prodigio.
Allorquando venne tolta la prima volta dal suddetto antico mausoleo o tempio rotondo, fu portata nell' antichissimo oratorio eretto da Gregorio II, pure disfatto per la fabbrica della nuova basilica e che era vicinissimo al secretario della basilica suddetta. Quindi ancora quell' insigne oratorio, finchè nel medesimo si venerò la celebre imagine, fu detto s. Maria della Febbre.
Il papa Gregorio IV l' aveva ornato di
musaici, compresa l' abside; nell' altare principale aveva deposto il
corpo di s. Gregorio il Grande, e nei due laterali le reliquie dei
ss. Sebastiano e Tiburzio. Allorchè anche quell' insigne monumento fu
demolito, vi si trovò una parte della bolla di Gregorio III contro gli
iconoclasti, scolpita in marmo, che era stata adoperata come materiale nei
restauri della fabbrica e posta nel lastrico.
S. Stefano degli Abissini o dei
Mori
Seguendo la guida del nostro Anonimo di Torino,
questi ci addita nel Vaticano, appresso s. Gregorio in
monte duro, la chiesa di s. Stefano Maggiore. Nel Vaticano
sorgevano due chiese con annessi monasteri intitolati al protomartire
s. Stefano, de' quali l' uno per essere più ampio e più nobile,
si disse maggiore, l' altro minore. Di s. Stefano Maggiore parla
anche il Signorili, ed il Camerario assegna sei denari di presbiterio ad un
s. Stefano Orphanotrophii, il quale è assai
probabilmente il nostro. Abbiamo difatti il allio,
il Panvinio,
e l' Alfarano,
i quali sostengono che anche in questo monastero
pa Gregorio eresse un orfanotrofio per i cantori della basilica vaticana; e lo
ss Cencio Camerario ricorda questa appellazione: s. Stefano Orphanotrophii.
Il monastero fu chiamato
Catagalla Patricia, non già perchè vi fosse ritirata Galla Placidia, oppure
Galla figlia del console Simmaco, giacchè assolutamente ripugna che una donna
fosse entrata in un monastero di uomini; ma, siccome spiega il Cancellieri,
o perchè un tale monastero fu eretto nei fondi
di Galla Patrizia, o perchè arricchito da lei, o perchè vicino alle sue case.
Egli è certo che una nobile Galla si ritirò in un monastero vicino al Vaticano,
e sembra assai probabile che ciò facesse nel monastero più tardi chiamato
di s. Caterina, delle nobili, dette le Cavallerotte. Così pure sente
il Martinelli, sulla fede del Grimaldi,
e s. Gregorio nei Dialoghi riporta la
tradizione che di questo fatto ancora vigeva in quel monastero.
A dir vero troveremo la scuola dei cantori,
che prima si chiamò orfanotrofia, essere stata situata
in altro luogo; ma che sa se sia avvenuta in antico alcuna traslazione di questa
scuola, dal monastero di s. Stefano a s. Gregorio de Cortina?
oppure non parlerà il Camerario di s. Stefano della scuola dei cantori
al Laterano, il quale pure si disse orphanotrophium? ed
il Mabillon lo conferma, dicendoci"
Gallam sanctimonialem fuisse
in coenobium s. Catharinae seu s.Benedicti in Vaticano; il quale
monastero però di s. Caterina di già esisteva prima che
s. Benedetto preparasse la sua regola; solo rimane incerto non fosse la
casa di Galla da lei ridotta in monastero.
Ma per tornare al nostro monastero
di s. Stefano, questo si crede fabbricato dal magno Leone, insieme con
l' altro di s. Giovanni e Paolo, e del beato Martino; così il
pnav,
il Panciroli,
il Torrigio
e il Vignoli nelle note al Libro pontificale.
Ad ogni modo trovo in Leone III: Fecit in oratorio sancti Stephani in sancto Petro qui appellatur
maior, vestem de stauraci; ed altrove:
In monasterio sancti Stephani
ubi supra (ad s. Petrum) quod appellatur Catagalla Patricia fecit canistrum
pensantem libras duas et semis; e non contento dei doni volle restaurarlo
dalle fondamenta insieme con l' oratorio:
Monasterium sancti primi
Christi martyris Stephani quod appellatur Catagalla
Patricia..... a fundamentis simul cum oratorio, firmum iacens fundamentum in
meliorem erexit staum. Ed il Libro pontificale torna a far menzione di
questo monastero in Pasquale I,
dove lo chiama maggiore; ed in un altro passo
della vita di questo pontefice
si registrano nuovi donativi che gli vennero
fatti. Altri pontefici vi hanno speso attorno le loro cure, tra i quali deve
noverarsi, al dire dell' Alfarno,
Sisto IV, che lo restaurò e lo consegnò ai
monaci abissini. Da ciò ne avvenne che l' oratorio di s. Stefano
fu detto s. Stefano in Egitto, volgarmente dei
mori. Così di quel nobile monastero, secondo il Cancellieri,
restano poche vestigia in questa piccola
cappella, volta all' occaso dietro l' abside di s. Pietro,
la quale dagli stipiti e dai fregi in marmo che circondano la porta, dove è
scolpito l' agnello pasquale, presenta grande antichità.
Dietro la chiesa attuale, ridotta a più piccole dimensioni e che sta presso quella di s. Marta, v' ha ancora l' ab della chiesa più antica, assai più vasta e grandiosa, che dimostra veramente la ragione del titolo di maggiore dato alla nostra chiesa; e coll' abside rimane ancora il presbiterio e l' arco maggiore, sostenuto da due grandi colonne di marmo caristio (cipollino).
I monaci di quel monastero uffiziavano ancora' essi la basilica vaticana, secondo il loro turno. era detta dal popolo romano degli indiani ovvero de' mori. L' ospizio per gli Abissini vi fu edificato l' anno 1159 da Alessandro III. Il capitolo vaticano, di cui la chiesa è filiale, vi si reca ad uffiziare nella festa del santo titolare ed in quella di s. Silverio. Gli Abissini non vi ebbero stabile dimore che dal tempo di Gregorio IV: vi rimasero fino al secolo XVI; di nuovo vi tornarono nel XVII, e nel 1807 l' ultimo ospite di s. Stefano fu Giorgio Salabadda, che vi morì.
Nella chiesa vi sono alcune iscrizioni etiopiche e arabaiche che spettano a quei monaci. Il ch. prof. Gallina ha recentemente pubblicato ed illustrato alcune di quelle epigrafi, delle quale la più antica è la seguente:
QUI GIACE TASFA SION ETIOPE PRETE: RICORDATELO NELLE VOSTRE PREGHIERE E NEL VOSTRO SANTO SACRIFIZIO PER CRISTO E PER LA MADRE DI GESÙ — AMEN.
Ora il ch. orientalista aggiunge che Tasfa Sion fu monaco dell' ordine di Takla Hàimànòt, e che di lui si svano notizie in non pochi codici etiopici vaticani.
A lui si deve la stampa del nuovo testamento in etiopico che si diffuse fra quel popolo, e la tentata conversione della patria sua, stimolando s. Ignazio di Loyola suo contemporaneo ad accingersi a quella opera, come affermano concordi il Salt e lo Harvis.
Un' altra epigrafe dice così:
La terza epigrafe, pure etiopica, è la seguente:
Questa celeberrima santa dell' età
apostolica fu sepolta nel cimitero dei Flavi cristiani sulla via Ardeatina, e
nel suo sepolcro contiguo a quello dei due martiri e soldati Nereo e Achilleo fu
eretta una grandiosa basilica che venne scoperta quindici anni or sono. Ebbe più
tardi presso il sepolcro di s. Pietro apostolo, di cui il medio evo
favoleggiò fosse la figlia carnale (il che va inteso in senso spirituale), non
meno onorata sepoltura, poichè al suo nome e nel luogo dove fu trasferita circa
il secolo VIII fu intitolato uno splendido
monumento. Che anzi ha dimostrato il ch. De Rossi, che quasi ad ogni passo
dei papi del medio evo verso la Francia, ad ogni trattato con Carlo Martello e
con Pipino, corrisponde un grande atto d' onore alla figliuola spirituale
dell' apostolo Pietro, cioè s. Petronilla. Infatti Stefano II
chiesto da Pipino aiuto contro Astolfo ed i Longobardi, promette di trasferire
il sepolcro di s. Petronilla al Vaticano.
Tornato a Roma, pon mano all' opera, ma
prevenuto dalla morte, non la compie; al che s' accinse il suo fratello e
scultore Paolo I: e sul sepolcro di s. Petronilla nel Vaticano al
cospetto del popolo nuovamente s' imparentarono di spirituale compaternità
il pontefice ed il re dei Franchi.
Edd i re Franchi, ebbero poi cura speciale della
vaticana chiesa di s. Petronilla: la quale fu detta cella e capella regum francorum: anzi tutto il lato
meridionale dell' area vaticana, perchè attinente a quel sacro monumento,
fu appellato area regis Christianissmi.
Distrutta l' antica basilica con le sue
monumentali appendici, il patronato della Francia fu trasferito
all' altare di s. Petronilla nel nuovo tempio vaticano e anche
oggi vi dura.
Del resto non è difficile spiegare la divozione dei primi Carolingi verso la vergine Petronilla, essendo stati dichiarati Ecclesiae romanae filii, cioè figli adottivi della Chiesa e di s. Pietro creduto padre carnale, e che veramente lo fu spiritualmente della nobilissima discendente dei Petroni, ossia di Aurelia Petronilla. Ma veniamo colla guida del ch. De Rossi a dire brevemente del celeberrimo mausoleo di s. Petronilla nel Vaticano, di cui nel secolo XVI scomparve ogni traccia.
Narra il Libro pontificale che Stefano II per adempiere la promessa fatta a Pipino, fecit iuxta basilicam beati Petri Apostoli et ab alia parte beati Andreae Apostoli in loco qui Mosileos appellatur basilicam in honorem sanctae Petronillae.
Ora il ch. archeologo ha dimostrato che le parole
in loco qui appellatur Mosileos male furono intese dai
romani scrittori ed archeologi. Il tempio di s. Petronilla nel
Vaticano era un edificio esternamente rotondo, internamente ottagono,
cioè con otto grandi nicchie situate attorno
nel muro; esso era gemello ad altro simile
prossimo edifizio, ambedue insieme congiunti; ma quello dedicato a
s. Petronilla era stimato comunemente un antico tempio di Apollo, presso il
quale, dice il Libro pontificale, fu sepolto l' apostolo s. Pietro.
Pel primo il Cancellieri sospettò che quella
rotonda non fosse stata in origine un tempio profano; ma non seppe egli altro
dire intorno all' origine del predetto mosileo,
che non fu edificato già dal papa Stefano II, ma, come ha dichiarato il ch.
De Rossi, fu solo da quel papa destinato ad accogliere trionfalmente
l' avello di s. Petronilla, essendo quel monumento il mausoleo
degli imperatori cristiani nel Vaticano.
Infatti, fino dal secolo V, vi era un edificio in quel luogo appellato per antonomasia
il mausoleo; poichè si legge che, morto il papa
Simplicio, Basilio prefetto del pretorio nel 483 adunò i principali del clero e
del laicato in mausoleo quod est apud beatissimum
Petrum.
Nel 451 il cronico di Tirone Prospero, nota che
Teodosio II, morto l' anno 450 in Costantinopoli, in mausoleo ad apostolum Petrus depositus est.
Lo stesso abbiamo di Onorio nel 423, il quale
iuxta b. Petri apostoli atrium in mausoleo sepultus
est.
Da ciò si conclude che nel secolo V esisteva già quel monumento detto Mausolaeum ad s. Petrum Apostolum, ove furono sepolti Onorio e Teodosio II, e verosimilmente anche Valentiniano III ed altri della famiglia imperiale. Più tardi il Mausolaeum fu detto Mosileos e poi mausoleo di s. Petronilla, quando Stefano II a questa santa lo dedicò. In quadro era stata anche sepolta Maria sposa di Onorio imperatore, e quell' avello con tutto il proprio corredo di orientale, gemme, vesti e scrigni preiosi fu trovato l' anno 1544.
Dalla relazione che abbiamo nella classica opera
del Cancellieri,
risulta che l' imperatrice giaceva in un
sarcofago di granito rosso d' Egitto. Aveva una veste di drappo
d' oro, un panno di simile drappo avvolto intorno al capo e uno disteso sul
volto e sul petto. Da questi drappi furono tratte, altri dice 35, altri 40
libbre di oro finissimo. Al lato del cadavere vi era una cassetta
d' argento piena di vasi di cristallo, di agata e di altre pietre, in tutto
trenta, alcune delle quali con figurette bellissime incavate nel vetro, ed
inoltre una lucerna d' oro e di cristallo in forma di conchiglia, con mosca
d' oro che ricopriva il buco per infonder l' olio: dei vasi di agata
due erano di mirabile lavoro. Conteneva inoltre quella cassetta quattro vaselli
in oro ed uno con gemme. Seguiva una seconda cassetta coperta di lamina argentea
e dorata. Quivi erano racchiusi oltre a cento cinquanta e più anelli d' oro
con pietre preziose, e pendenti, e crocette, e collane, e bottoni ed aghi
discriminali, tutto in oro, con perle, smeraldi, zaffiri ed altre gemme, insomma
tutto il mondo muliebre dell' imperatrice Maria. Fra le gemme anulari
primeggiava uno smeraldo nel quale era incisa una testa d' Onorio, il cui
prezzo fu stimato, dice il Bosio, oltre a 500 scudi in oro. Sopra alcuni
monili v' erano i nomi degli arcangeli MICHAEL,
GABRIEL, RAPHAEL, VRIEL; in un ago discriminiato si leggeva
l' epigrafe DOMINA NOSTRA MARIA e
dall' altro lato DOMINO NOSTRO HONORIO; in
una bulla d' oro v' era la leggenda: MARIA
DOMINA NOSTRA FLORENTISSIMA e STILICHO
VIVAT.
Tutto quel tesoro immane d' arte e di
storia, fu disperso e distrutto; l' oro fuso per le spese della fabbrica,
ed of solo ne rimane la bulla d' oro che nei principî del secolo fu portata
da Roma a Milano ed ivi acquistata dal marchese Trivulzi per il suo museo. Su
quella, insieme ai monogrammi di Cristo, si leggono i nomi di Onorio, Maria,
Stilicone, Sereno, Eucherio e Termanzia, cioè di tutti i
componenti la famiglia di Maria, conchiusi dall' acclamazione VIVATIS.
Quel trovamento insignissimo, scrive il De Rossi, era stato preceduto da altre simili scoperte, di cui egli ha trovato notizia nella cronaca di Niccolò della Tuccia viterbese, sotto l' anno 1458.
Ivi si legge adunque che nel giugno di
quell' anno: volendo seppellire un penitentiero nella
cappella di s. Petronila, si trovò un avello di marmo bellissimo e
dentro una cassa grande et una piccola di cipresso coperta d' argento fino
d' undici leghe che fa di peso libbre 831. Li corpi ch' erano dentro
erano coperti di drappo fino d' oro fino tanto, che pesò l' oro colato
16 libbre . . . . . . . . . . Tutte queste cose belle
il papa mandolle alla sua zecca.
Sessant' anni dopo, come abbiamo nel diario del michiel, ai 4 dicembre 1519 si rinvennero in quel luogo alcune arche antique, in una delle quali fu trovata una veste d' oro avvolta ad alcune ossa di qualche principe cristiano, con alcune gioie che furono stimate ducati 3000.
Insomma il mausoleo, appellato poi
di s. Petronilla, nasocse sotto il suo piano tombe regali piene
d' oro, d' argento, di gemme, tornate in luce a caso negli anni 1458,
1519 e 1544; ed alcuna forse ne rimane tuttora appiattata in qualche angolo
sotto l' antico pavimento del mausoleo, il sito del quale co precisamente
sotto l' odierna cappella dei ss. Simone e Giude, in fondo alla nave
traversa, nel braccio sinistro rispetto a chi entra nella basilica. Il secondo
edifizio circolare congiunto al mausoleo fu demolito in tempi assai più vicini
ai nostri, cioè sotto Pio IV, per costruire la nuova sagrestia della
basilica; e dalle demolizioni, il cui materiale fu studiato dal sommo Marini,
sembrò a questi che quell' edifizio dovea essere stato in origine un tempio
gentile; in ogni modo un edifizio assai anteriore al secolo VI, che dal papa Simmaco fu dedicato quale ricordo
all' apostolo s. Andrea. Paolo I, come si è accennato, mantenendo
la promessa fatta a Pipino da Stefano II suo predecessore, trasferì
nel Mausoleo del
Vaticano il sarcofago di s. Petronilla. Sappiamo che quel mausoleo era
anche adorno di pitture che vi fece eseguire Paolo I, le quali
nel 1458, come impariamo dalla cronaca di Niccolò del aTuccia, si credeva
rappresentassero la gesta di Costantino. Nel 1463 quei preziosi dipinti
furono distrutti senza che ne sia rimasta a noi veruna descrizione, poichè in quell' anno Pio II fece
nuovamente intonacare le pareti del mausoleo.
Nuovi restauri subì nel 1471 per cura di Ludovico XI re di Francia, ed in quella circostanza tornò a luce il sarcofago che era sepolto sotto l' altare colle reliquie di s. Petronila; la scoperta avvenne nel 1474, e Sisto IV l' annunciò allo stesso re Ludovico. In quel sarcofago si leggeva l' epigrafe:
Sulla fine del secolo XV nuovi lavori furono fatti nel mausoleo che si chiamava allora Capella regum Franciae, ed ivi fu posto il celebre gruppo della Pietà di Michelangiolo.
Nei primi decenni del secolo XVI, quel monumento insigne fu demolito, e lo stesso
venerando sarcofago trasferito da Paolo I dal cimitero di Domitilla,
giacque negletto lungo tempo nella sagrestia vaticana, poi fu portato in una
cappella detta del Crocifisso: nel 1574 vi si tolsero le reliquie
di s. Petronilla, e il sarcofago fatto a pezzi fu usato come materiale
da costruzione nel pavimento della basilica!! È incredibile, ma per vero.
Nel 1606 le reliquie di s. Petronilla furono poste
nell' altare a lei dedicato nella basilica, adorno dello stupendo musaico
ritratto dalla tela del Guercino.
S. Michele Arcangelo
Il Cancellieri dimostra che un oratorio dedicato
a s. Michele Arcangelo era presso l' adito del mausoleo
di s. Petronilla e si appoggia all' autorità di Pietro Mallio, di
Maffeo Vegio ed alla gravissima del Panvinio. Così questi la descrive:
Ante templum sanctae
Petronillae versus murum ecclesiae, fuit sacellum seu aedicula s. Michaelis
Arcangeli dicta in Vaticano, auratis laquearibus ornata, musiveo vitreoque opere
decorata, quae diu ante exolevit, remansit vero totum altare dictum
s. Michaeilis, quod etiam amplius non extat. Dopo ciò non è a dire
se il Cancellieri redarguisce sia quegli autori, i quali vollero che
l' altare di s. Michele stesse nel tempio di s. Andrea,
sia quelli che confusero questo oratorio con l' altro detto dei santi
Michele e Magno in Borgo ancora esistente. Seguì l' oratorio in discorso la
sorte del maggior tempio di s. Petronilla, cui era appoggiato, e con
lui fu uguagliato al suolo; però nella nuova basilica, vicino
all' altare di s. Petronilla, uno ve un' era pure per il
santo arcangelo, affinchè, come conchiude il Cancellieri, quasi venisse
attestata ai posteri l' antica loro congiunzione.
S. Maria in Monasterio
Michaelis
Così il Libro pontificale ricorda quest' ha
chiesolina assai antica, poichè mentovata nella anzidetta biografia di
Leone III, e che io credo esistesse nel Vaticano, benchè non sappia
indicarne il luogo.
S. Giovanni Battista, S. Giovanni Evangelista S. Croce
Il papa SImmaco nel battistero vaticano edificò
tre cubicoli o sacelli, uno dei quali dedicato a s. Giovanni Battista, in
cui si leggevano tre epigrammi composti da quel papa;
l' altro era dedicato
all' Evangelista; il terzo alla s. Croce. Questi tre oratorî
furono restaurati da Leone III.
Nell' ultimo medio evo rimase in piedi quello che sorgeva prel vicino alla fontana della basilica situata entro l' atrio. Era contiguo alla basilica dalla banda del palazzo apostolico, ed avea congiunto un monastero che nella biografia di Leone III, nel libro pontificale s' appella in Hierusalem, ed in quella di Leone IV si dice monasterium venerabile Hierusalem iuxta ecclesiam b. Petri. Per la sua venerazione la chiesa ebbe un clero speciale con un arciprete fino ai tempi di Niccolò V, il quale avendo soppressa quella collegiata, ne applicò i redditi al capitolo di s. Pietro. Ai tempi di Alessandro III cambiò titolo e non più di s. Croce, ma si diceva di s. Vincenzo perchè era vicinissima alla chiesa di questo nome.
Scrive il Severano che la chiesa avea tre navi
con 18 colonne pretiose lunghe 20 palmi; le quali, dopo
che fu profanata, furono coperte di mattoni e fatte servire per pillastri da
sostenere i muri innalzativi sopra dal pontefice Paolo III, e
particolarmente la sale, dove si ricevono i tributi e i censi della Camera aca
il giorno di s. Pietro, ed altre stanze. Poi nell' ultima sua
demolizione fatta da Paolo V l' anno 1611 si scoprirono sette
colonne, le quali ora servono di ornamento degli altari nella
medesima chiesa di s. Pietro, cioè nella parte di essa aggiunta
dall' istesso Paolo V.
Il Grimaldi aggiunge e deplora che era stata
prima delle demolizione del 1611 ridotta a cantina o grotta per serbare il
vino, e le pitture ricoperte di calce.
S. Vincenzo Hierusalem
Vi era nel Vaticano una chiesa, di cui si fa
ricordo da Cencio Camerario a proposito dei diciotto denari di presbiterio, e la
menzionano anche l' Anonimo ed il Signorili. A detta del Martinelli,
si chiamò s. Vincenzo Hierusalem.
Da Pietro Mallio viene collocata presso la nave
del Sudario ed il palazzo apostolico. Certo pure si è che vi fu annesso un
monastero, il cui abate fu da Stefano III mandato ad Aistulfo re dei
Longobardi a pregarlo perchè non infestasse il territorio di Roma; ed in esso,
secondo l' Ughelli, ebbe stanza Pietro vescovo di Selva Candida.
Leone III donò un canestro di argento del peso di due libbre ad un
monastero
detto Hierusalem, quod ponitur
ad beatum Petrum apostolum, ed altri donativi vi fece Leone IV.
Lo stesso Libro pontificale narra che questo
pontefice le fece un donativo di preziosa veste. Solo potrebbe fare difficoltà
l' aggiunta in frascata che si trova data alla
medesima chiesa di s. Vincenzo; ma questa si dilegua, quando si
rifletta che nelle antiche età vi fu una località del Vaticano detta in frascata, ovvero frascatae.
Questa è la mia opinione: ora esporrò l' altra del Cancellieri,
il quale assai nella sua opera De secretariis
basilicae vaticanae che il monastero di s. Tecla, di cui troviamo
menzione in un diploma di Benedetto IX nella nuova edizione del Bollario
Romano ed appresso l' Ughelli,
sia identico a quello detto Hierusalem, quale non è altro che quello
di s. Vincenzo. Così prima di lui avevano scritto gli editori di quel
Bollario,
che cioè il monastero di s. Tecla non
fu mai separato dall' altro detto Hierusalem.
Stava questo monastero e chiesa di s. Vincenzo, al dire del
Martinelli,
sulla fede del Grimaldi, dove anticamente era
l' oratorio della s. Croce, nominato da Simmaco,
cioè a dire ad fontem, al fonte della basilica
vaticana.
Il Cancellieri raccoglie le testimonianze di thi
gli altri icnografi, come Benedetto Canonico, Alfarano, Severano, Bonanni, i
quali tutti posero questa chiesa di s. Vincenzo nello stesso luogo,
cioè alla parte boreale della vecchia basilica, ossia al lato destro dove
abbiamo già veduto la pose il Mallio. È parimente comune sentenza che venisse a
sparire nella fabbrica del nuovo tempio. A me pare piuttosto che fosse
vicina all' oratorio della s. Croce, ma non identica, perocchè
anche l' oratorio rimase in piedi fino ad assai tarda età. Afferma anzi il
Terribilini che fu demolita l' anno 1511. Nel codice di Torino è detto
essere capella papae et habet tres clericos.
S. Marta
Nel 1538 i domestici dei palazzi apostolici chiesero a Paolo III di approvare una loro fratellanza: il papa annuì e con breve del 3 marzo, al vescovo Paolo Capizucchi vicario di Roma, concesse a quella società di erigere un ospedale, una cappella e un cimitero dietro la nuova tribuna della basilica di s. Pietro. La cappella e l' ospedale furono edificati col nome di s. Marta. Clemente VIII, dice il Bruzio, vi fece la tribuna e il soffitto con l' imagine della santa nel mezzo. Sisto V innalzò la facciata di mattoni, ma la porta maggiore fu Gallia dal card.Poli sotto Urbano VIII. Vi erano le cappelle di s. Girolamo di Ludovico canossi, del Crocifisso di Cristoforo Segni, della b. Vergine e di s. Carlo. Avea sette altari. Il maggiore era dedicato a s. Mart, dipinta dal Baglioni, e la volta fu decorata di pitture da Vespasiano Strada.
Le cappelle erano:
1.
Ss. Giacomo e Antonio, dipinta dal Lanfranchi.
2.
S. Orsola, dipinta c. s.
3. Crocifisso, bassorilievo
dell' Algardi.
4. Cappella fuori della cancellata
della chiesa dedicata alla Madonna con s. Carlo.
5.
Nostro Signore che porta la croce sulle spalle.
6.
S. Girolamo, del Muziano.
La chiesa fu restaurata da Paolo V. Sciolta
la confraternita e quasi abbandonato l' ospedale, Benedetto XIII
affidò il luogo ai Trinitarî Scalzi della congregazione di Spagna
l' anno 1726, i quali la ritennero senza interruzione fino
al 1789, in cui la rivoluzione francese, espulsi i frati,
vi rimise un custode; ma passato il turbine, i frati italiani a cui era passata
la chiesa, non ebbero religiosi da mandarvi. Istituita nel 1830 la
congregazione italiana, richiesero la chiesa e vi si mantennero fino
al 21 luglio 1874, nel qual tempo andati dispersi i religiosi, la
chiesolina tornò in proprietà dei palazzi apostolici. Leone XIII
nel 1882 la concesse al seminario vaticano, e ordinò si restaurasse a spese
dei sud palazzi. Nell' archivio dei Brevi trovasi: pro
monasterio s. Martae remissio canonis unius librae piperis.
S. Gregorio de Cortina
La grande basilica vaticana anteriormente al
secolo XIV era preceduta da una piccolissima
piazza di forma rettangolare detta la cortina
di s. Pietro. Presso questa era la nostra chiesa, la quale per
essere vicina al monastero degli armeni, diceasi anche s. Gregorius Armenorum, così il Grimaldi;
e vico e contrada degli Armeni chiamavansi le adiacenze della chiesa.
Questa era pure detta s. Gregorio de area e in platea, e v' era la schola
cantorum istituita dal Magno Gregorio, dove si conservava eziandio il suo
letticciuolo.
La chiesa era in fondo alla cortina, vicino ai
gradini della basilica vaticana. Il codice di Torino l' annovera fra quelle
della prima partita, e nota che a suo tempo habebat unum sacerdotem. Il Libro pontificale nella vita
di s. Gregorio (590‑604) ricorda xenodochium pro
schola cantorum, ove dimoravano, come narra l' Alfarano, non solo i
cantori della basilica, ma eziandio gli uffiziali destinati a distribuire il
cibo ai poveri che si adunavano presso s. Pietro.
Giovanni Diacono, nella biografia del gran papa,
scrive che ai suoi giorni nel xenodochium predetto si
conservava e venerava la ferula con cui il papa
minacciava i fanciulli disattenti alla scuola musicale.
Questa chiesuola, che era presso la basilica
vaticana, fu anche chiamata dell' oratorio. La sua
origine rimonta ai tempi del papa Paolo I, che la edificò, come narra il
Libro pontificale,
infra ecclesiam beati Petri
apostoli foris muros huius civitatis romanae, noviter oraculum in honorem
sanctae Dei Genitricis construxit, iuxta oraculum b. Leonis papae SECVS FORES INTROITVS S. PETRONILLAE.
Il Cancellieri osservò che fu detta dei cancelli
per essere impenetrabile alle donne e munita di
cancellata di bronzo; e che dalle sue piccole proporzioni fu detta de oratorio. Mi sembra che l' ipotesi del Cancellieri
sulla denominazione sia inammissibile, e che debba piuttosto riferirsi alla
posizione dell' oratorio iuxta fores del mausoleo
di s. Petronilla.
S. Bartolomeo de' Cancelli
In un documento di Urbano V si fa menzione
anche di una chiesa dedicata a s. Bartolomeo e chiamata de' Cancelli,
per essere forse contigua a s. Maria:
Collatio canonicatus et praeb. ecclesiae S. Mariae in via lata de urbe alla chiesa ecclesiae S. Mariae de Caneto Sabin. dioecesis per Stephani nati Andreoli de Normandis de urbe resignationem permutationis causa in ecclesiam s. Bartolomaei in Cancellis de eadem urbe vacantium pro Galeoto Andreoli Normandi de urbe (Romae apud s. Petrum 4 kal. febr.).
Si legge nell' Alfarano
che presso s. Maria de' Cancelli vi
era una graziosa cappelluccia dedicata alla ss. Vergine che si chiamava
delle Pregnanti, eo quod muliere praegnantes illi se enixe
commendantes exaudiebantur.
Il Libro pontificale nella biografia di
Gregorio IV ricorda oratorium sanctae Dei Genitricis
Mariae quae Mediana dicitur.
Stava nei portici della basilica vaticana. Forse
quella denominazione significante luogo di mezzo si riferiva alla posizione di
quest' oratorio, che è ricordato anche in Leone III,
ma del quale non so dire altro.
S. Pastore
Nella vita di Leone IV il biografo ci dice
che questi donò una veste all' oratorio di s. Pastore mke presso
la basilica vaticana.
S. Maria ad Ambonem
Anche quest' oratorio è ricordato dal biografo di
Leone IV. Sembra fosse stato eretto da Paolo I, e per conseguenza era
anche chiamato oratorium domni Pauli papae.
S. Martino del Portico detto della
Cortina o S. Martinella
Si disse s. Martino del
portico per essere presso la celebre portica della vaticana basilica
(così la chiamano l' Anonimo e il Signorili, sebbene quivi per errore
de' copisti si legga de pontica), e fu detta
s. Martino in cortina o curtina perchè era situata
vicino all' antica piazza della basilica
vaticana, chiamata cortina, quasi piccola corte od
atrio.
Così Cencio Camerario alla chiesa
di s. Martino de curtina assegnò sei denari
di presbiterio. Esiste ancora questa chiesetta dentro al palazzo degli Armeni,
in addietro del priorato di Malta. Questo s. Martino, siccome riferisce
l' Adinolfi, per l' addietro si disse s. Martinella, e sulla
porta del tempietto leggevasi: DIVAE MARTINELLAE
SACRVM. Sebbene piccola, pure è assai antica, mentre
Leone IX ne favella in una sua bolla, come vuole il lodato autore.
Non così però ammetto che di questa chiesa si faccia menzione dal Libro pontificale in Gregorio IV ed in Leone IV, mentre in Gregorio si parla di una chiesa di s. Martino pontefice e martire, che è quella esistente tuttora e detta ai monti, ed in Leone si favella del monastero di s. Martino, che è aderente alla vaticana basilica.
Nei libri della basilica vaticana
all' anno 1380 trovo nominata: Dña Lucia uxor
Angelelli consoleis de parochia sancti Martini de portica.
S. Silvestro
Presso la porta s. Pietro troviamo questa chiesa, non più ora esistente, la quale ebbe anche il titolo di diaconia.
V' era annesso un ospedale detto
di s. Gregorio; Adriano I la restaurò. Stava quasi dirimpetto
all' antico palazzo della Penitenzieria presso la
Cortina vaticana. Dice il Cancelliere che fu demolita
sotto Pio IV per allargare la piazza.
S. Salvatore in Turrione o de
Ossibus o in Macello
In un diploma di Leone IV
è detta in terrione
perchè era vicina ad una delle torri maggiori d' una delle porte della
città leonina, chiamata perciò porta turrionis, ora
Cavalleggeri. Presso la chiesa v' era il cimitero dei pellegrini che
durante la visita ai luoghi santi in Roma vi morivano, e di questo prese anche i
nomi de ossibus, ovvero in
macello.
L' Adinolfi
scrive che s. Salvatore in altra forma
esisten ancora presso porta Cavalleggeri, la cui tribuna risponde sulla via
del s. Uffizio, e che fu detta iuxta terriones, ad
terrionem, ad terrionem maiorem. In un censuale vaticano del 1395 si
legge: Domus cum signo leonis de parochia s. Salvatoris
de terione.
Nei censuali del 1384 della basilica vaticana trovo che i tedeschi dimoravano in quella contrada, e sotto la parrocchia di s. Salvatore è ricordata fra le altre una Margherita theotonica pro integra resta pensionis domus cum signo aquilae cum duobus capitibus sitam in paroecia s. Salvatoris de terione. Nel codice di Torino la chiesa è detta de turrionis (sic), ed in quello del Camerario de torrionis. Scrive il Lonigo che s. Salvatore del Torrione fu distrutta pochi anni sono per il tribunale del s. Uffizio, onde impariamo che era ben diversa dell' anzidetta di Campo Santo. Aveva annessa la Schola Franconum fondata da Carlo Magno. Il ch. mons. de Waal crede che esiste ancora benchè ridotta a minimi termini e debba riconoscersi nella piccola cappella posta a fianco della chiesa del Campo Santo teutonico: ove rimase una delle absidi ora dedicata al ss. Crocifisso.
Infatti alcuni anni indietro, quel benemerito e dotto prelato, rettore del Campo Santo, fece fare escavazioni in quel luogo e trovò tre absidi appartenenti ad uno stesso edificio cristiano adorne di pitture del secolo XII. Una di queste rappresentava la Deposizione della Croce e nella parte superiore si vedeva la Vergine.
Presso quella nel muro esterno v' era dipinto il Salvatore risorto e all' intorno erano infissi cranî di morti, che potrebbero riferirsi all' appellazione suddetta de Ossibus.
Un falso diploma di Carlo Magno relativo a questa
chiesa, ricorda un fondo donato ala medesima che si estendeva dal portico della
basilica vaticana usque ad s. Agathae.
S. Ivo
Nè il Martinelli, nè altri raccoglitori di notizie delle chiese di Roma accennano ad una chiesa dedicata a s. Ivo presso la basilica vaticana.
Ne ho trovato notizia in un istrumento
dell' archivio della basilica medesima, ove si dice che questa chiesa era
presso s. Salvatore dell' Ossa, i loco qui dicitur
larmeri.
S. Maria della Pietà in Campo
Santo
Questa chiesa è situata a sinistra della basilica vaticana. Sorge nel luogo ove fino dal secolo VIII, fu costituito dai papi presso il sepolcro di s. Pietro un ospizio, dove a tutti i poveri che vi accorrevano, a paracellariis de venerabili patriarchio, si distribuivano crebris diebus alimenti e vesti. Quel luogo, dall' autore delle biografie pontificie, in quella di s. Zaccaria (741‑752) è per antonomasia chiamato ELEEMOSYNA. Nel 1630, come narra uno scrittore contemporaneo, l' Amideno, a quella casa accorrea ancora grandissimo numero di poveri ove quotidianamente ne erano accolti a pranzo tredici, ed in ogni venerdì e lunedì ivi se ne sfamavano oltre a duemila.
Il ch. mons. de Waal, nel suo aureo opuscoletto intitolato I luoghi pii del Vaticano, ha diffusamente trattato di quell' ospizio e riporta un brano dei conti del maestro di casa di quell' ospizio, mons. Fabio Biondi di Montalto, che esercitava quella carica sotto Paolo V. Ecco le parole del documento:
"La Santità di N. Signore (Paolo V) augmentò detta elemosina et ordinò che del tritello che giornalmente si cava dal fondo di palazzo, si distribuisca alla medesima quantità di bocche che se fa il venerdì con la portione del vino come di sopra. Talchè si viene a distribuire ogni settimana l' elemosina a 1800 bocche, che importano cacchiate 895 in circa di pane, e 14 barili di vino."
Il lodato autore ha dimostrato che l' origine della istituzione nella forma suddescritta si deve al papa Niccolò V, il quale modificando un' istituzione locale di Eugenio IV che in quel luogo ave istituito un ospedale per le povere donne, lo convertì in una elemosineria pei pellegrini e per ogni altra sorta di poveri che convenissero presso s. Pietro. La elemosineria pontificia durò in quel luogo fino al 1624, anno in cui Urbano VIII la trasferì nel palazzo Vto. Pio VI, per allargare la via, fece atterrare l' edificio, e sopra parte dell' area eresse l' attuale edifizio, di cui fece cessione alla confraternita del Campo Santo e dell' ospizio teutonico ivi tutt' ora esistente, di icui benemerito rettore è appunto l' illustre monsignor de Waal. Si è creduto che la nostra chiesa fosse in origine denominata s. savat in ossibus, ma ciò è falso essendo ben diversa da questa. Nel 1449 in questo luogo fu stanziata la confraternita di Alemanni, Fiamminghi e Svizzeri, al doppio fine di ospitare i pellegrini, e provvedere alla sepoltura onorata dei defunti.
Nella chiesa, che è di moderna architettura, si ammira sull' altar maggiore un quadro di Polidoro da Caravaggio rappresentante la Deposizione della Croce. Annesso all' ospizio e collegio v' ha il Campo Santo dei Tedeschi.
Dentro l'ámbito del suddetto Campo Santo
teutonico vi è l' oratorio della confraternita di s. Maria della Pietà al Campo Santo, al quale è stato
ora attribuito il titolo di s. Elisabetta, dopo la recente distruzione
della chiesa omonima, che apparteneva ai fornai tedeschi presso s. Andrea
della Valle.
S. Zenone
Nell' area occupata dal palazzo
del s. Uffizio sorgeva non lungi da s. Salvatore in Macello anche un oratorio o chiesa di s. Zenone,
della quale fa menzione una bolla della pontefice Leone IX. Era
parrocchiale
e stava nella contrada detta allora degli Armeni, i quali vi ebbero il loro ospizio fino ai
giorni nostri.
Nel celebre diploma di Leone IV, che
scolpito in marmo si leggeva nel mura della basilica sulla porta che conduce al
monastero di s. Martino, è ricordata una ecclesia
s. Zenonis; restaurata da Niccolò V, è nominata fra le soggette
al suddetto monastero.
S. Giacomo degli Armeni
Settembre tutte le altre cristiane nazioni, così anche gli Armeni ebbero presso il sepolcro di s. Pietro in Vaticano la chiesa con loro ospizio. L' Anonimo di Torino nota che a suo tempo dimoravano presso la chiesa dodici sacerdoti di quella nazione, aggiungendo che secundum ritum suum istituiti Harmeni habent uxores et filios. Nel codice del Signorili la chiesa è appellata di s. Maria: B. Mariae de Harmenis ultra pontem.
Nel monastero del Vaticano albergò
l' anno 1220 il patriarca Giovanni VII insieme a molti suoi
connazionali laici e chierici.
Il monastero esistette fino ai tempi di
Pio IV, il quale ne ordinò la demolizione per l' allargamento della
piazza di s. Pietro, ma gli Armeni sino ai giorni
nostri possedettero in quelle adiacenze un convento situato presso l' ala
sinistra del grande colonnato della piazza vaticana da poco diventato dimora
degli Agostiniani. Nel portico di s. Pietro, ove fu la Poenitentiaria vetus, sorgeva adunque questa chiesa dedicata
a s. Giacomo; onde il volgo chiamava una parte del predetto portico: La Portica deli Armeni, come impara il De Rossi da un
cronista romano del secolo XIV.
Nel museo lateranense si conserva
un' epigrafe armena del 1246 che proviene da questa chiesa, come
risulta dalle schede epigrafiche del Suarez vescovo di Vaison, in cui si nota
che quel marmo si scoprì ai suoi giorni in s. Petri
porticu e Poenitentiaria vetere, epigrafe che ricorda un loro superiore
chiamato Stefano Lazzaro Vanense.
S. Giustino
Antichissima chiesa presso s. Pietro in Vaticano, ma da alcuni secoli distrutta. Era un' antica all' ospizio (schola) dei longobardi istituita da Ansa, moglie dell' ultimo re di quella fedifraga stirpe. L' origine perciò di quell' ospizio è anteriore all' anno 773. Era precisamente situata dietro l' ala sinistra del colonnato odierno della p[iaz di s. Pietro, occupato oggi dal convento dei padri Agostiniani, e sul culmine della collina la quale nel secolo XII di tutti i pellegrini che morivano in Roma.
Circa la predetta denominazione, l' Adinolfi
suppone che provenga da un pio costume del secolo XIII ricordato in una bolla d' Innocenzo III
ai 13 ottobre dell' anno 1205. In quella si legge che
morendo un canonico di s. Pietro lasciava all' ospedale
di s. Niccolò nel distretto del borgo di s. Martino lecteriam, paleas et sacconem, cioè il pagliericcio del
letto, donde, secondo l' Adinolfi, da questo saccone trarrebbe origine il nome del colle. Per essere
presso la famosa portica della basilica, la chiesa diceasi pure s. Giustino in porticu. Non lungi dalla chiesa ai tempi
di Sisto IV, vicino al luogo secolo attuale fontana di sinistra,
v' era un fortilizio appellato la torre
di s. Giustino, destinato per carcere. Nel secolo XIV al nome di Giustino era associato anche quello
di s. Vincenzo; così trovo nei libri cenusali della basilica vaticana:
Domus de parochia sanctorum Vincentii et Iustini a. 1395, die
XXII novembris. Il colle suddetto più comunemente
diceasi anche Palatiolum o palazzolo, forse perchè si vedevano vestigia d' antiche
ruine, delle quali ancora restano non piccole tracce nella villa Cecchini. La
chiesa fu barbaramete demolita nel secolo XVI per
dar luogo ai giardini e ville dei signori Cesi e Vercelli.
S. Gregorio de Palatio, o degli
Armeni
Non lontana, ma diversa dall' anzidetta, era
nel Vaticano un' altra chiesa dedicata a s. Gregorio, ricordata pure
nel codice di Torino nella prima partita, dove è detto che in quell' epoca
era servita da un solo sacerdote. Era presso il portico che guarda a tramontana.
Sotto Innocenzo III è noverata fra le chiese soggette al capitolo
vaticano,
e fu demolita ai tempi di Pio IV. Nel
vestibolo che menava alla medesima fu sepolto il papa Benedetto IV. Si
chiamò talvolta anche degli Armeni, perchè situata
nella contrada di questo nome.
S. Maria in Palatiolo
Palatiolum, Palazzuolo era il nome che si dava nei tempi bassi al piccolo colle, ultimo contrafforte del Gianicolo, che si alza a sinistra della piazza vaticana dietro al colonnato. Ivi infatti si veggono i ruderi di grandi fabbriche dell' età imperiale che nel medio evo si appellavano palatia. Quel nome, benchè alquanto mutilato, si mantiene tuttora, cambiato però in quello di Palazzina; che per esservi la villa annessa all' ospedale dei pazzi è divenuto nel linguaggio comune sinonimo di manicomio.
Il colle è più volte iko durante il pontificato
di s. Gregorio VII, essendosi ivi accampate le soldatesche di
Enrico di Germania.
Fino dal secolo XVI non si vedevano più vestigia della chiesa.
S. Michele e Magno in Borgo
I popoli dell' antica Frisia o Frisoni
convertiti alla fede vollero anche essi la loro scuola
rappresentanza presso il sepolcro dell' apostolo Pietro. Sorgeva sulla
classica collinetta o falda estrema del Gianicolo, di cui
abbiamo già parlato, detta Palatiolum. Nei bollarî di
Giulio II si trovano circa quel palatium lenze
seguenti: Archipresbyter s. Michaelis orisonum seu
Frisonum de porticu s. Petri de Urbe et clerici dicte ecclesie vendiderunt
Latino Ostiensi et Vellitrensi episcopo cardinali, solum quod est prope
ecclesiam s. Michaelis in quo edificatum est palatium dicti cardinalis et
murum qui est secus viam publicam, iuxta quod dicitur aliquando Poza fuisse,
ITEM MVRVM ANTIQVVM qui fuisse dicitur de palatio
neroniano et est ex opposito campanilis dicte ecclesie ex parte
australi ecc.
E veramente in quella collina sotto la villa Cecchini esistono ancora grandiose costruzioni romane che sembrano però d' indole balneare. La chiesa mantiene ancora il tipo basilicale, con portichetto in fronte e campanile del secolo XIII.
Cessata la colonia nazionale dei Frisi, passò sotto la giurisdizione di un capitolo con arciprete e chierici; diventò poi parrocchiale, quindi fu data in commenda da Eugenio IV al cardinale Roverella; finalmente fu assoggettata al capitolo vaticano, che usa della chiesa per i servizî parrocchiali.
Le origini di questa chiesa sono assai antiche:
una tradizione l' attribuisce a Costantino, ma mancano documenti che
provino questa antichità; sembra invece che fosse fatta edificare da
Leone III, il quale dedicolla a s. Michele, e poscia, per le reliquie
di s. Magno trasportatevi da Fondi, fu intitolata anche a questo
santo.
V' ha nella chiesa un' epigrafe che
comincia colle parole: IN NOMINE DOMINI TEMPORE LEONIS
IIII PAPAE CAROLO MAGNO IMPERATORE, ecc. la quale è da giudicare
apocrifa, o, per dir meglio, è della fine del secolo XIII: ivi sono erroneamente dichiarati contemporanei
Leone IV e Carlo Magno; fu chiamata anche s. Michele
in Sassia.
In questa chiesa fu istituito un sodalizio che si dice dei Cento preti e venti chierici, eretto l' anno 1631 con autorità del card. Vicario, il cui scopo è quello di offrire per i fratelli defunti la messa secondo l' uso antichissimo attestato dalle lapidi dei ss. Cosma e Damiano, ss. Giovanni e Paolo, e s. Adriano scolpite in marmo dell' anno 984. Fu eretta sotto l' invocazione dell' Immoacolata Concezione e di s. Michele Archangelo l' anno 1633.
Presso la chiesa v' è l' antica cappelletta alla quale si ascendeva per la Scala Santa in Borgo s. Spirito, oggi ridotta a sagrestia del sodalizio dei suddetti Cento preti.
S. Maria in Saxia
(S. Spirito in
Sassia)
È la chiesa, comunemente detta s. Spirito,
che sorgeva presso la scuola degli Anglo-sassoni
fondata dal re Ina, il quale nell' anno 728 venne a Roma, e
d' accordo dol papa Gregorio II eresse per i pellegrini di sua nazione
un edifizio con chiesa dedicata alla Madonna. Quella schola
Saxonum nel loro patrio idioma detta Burg,
rapidamente fiorì; le sue possessioni, così il ch. de Waal, estendevansi dal
Tevere lungo la portica di s. Pietro. Oggi
ancora quel territorio è chiamato in Sassia, mentre la
voce sassone burg (borgo) è divenuta il nome di tutto
il rione.
La chiesa, coll' unito ospizio, fu distrutta
da un incendio ai tempi di Pasquale I (817‑824), e poco dopo la
riedificazione fu saccheggiata dai Saraceni. Poco prima di Innocenzo III
l' ospizio fu trasformato in nosocomio col nome di s. Spirito,
perchè la cura degli infermi era affidata ai
frati ospitalieri di s. Spirito istituiti da Guido di Montepellier
verso l' anno 1178. Innocenzo III però dette nuova e maggior
ampiezza a quello spedale, facendolo ricostruire coll' opera di Marchionne
d' Arezzo. I successori d' Innocenzo lo arricchirono di
privilegî, e fu dichiarato ospedale pontificio, onde nei documento papali vien
detto hospitale nostrum ovvero apostolicum.
Nel fianco destro della chiesa nel muro esteriore si legge la seguente lapiduccia che ricorda un eroe romano morto ombattendo contro le orde barbariche di Carlo V, che invasero la città sotto Clemente VII:
|
D . O . M . BERNARDINO PASSERIO
IVLII II . LEONIS X ET CLEMENTIS VII PONTTT . MAXXX . AVRIFICI AC GEMMARIO PRAESTANTISS. QVI CVM IN SACRO BELLO PRO PATRIA IN PROX . IANIC . PARTE HOSTIVM PLVREIS PVGNANS OCCIDISSET ATQVE ADVERSO MILITI VEXILLVM ABSTVLISSET FOR TITER OCCVBVIT PR . N . IVLII MDXXVII V . A . XXXVIII . M . VI . D . XI IACOBVS ET OCTAVIANVS PASSERII FRATRES PATRI AMANTISS. POSVERE |
La chiesa fu rinnovata à Innocenzo IV e da Paolo III, con architettura da Antonio da Sangallo; ma la fronte fu rialzata sotto Sisto V con disegno di Ottavio Mascherino.
La prima cappella a destra ha un superbo altare ornato di due colonne di alabastro agatato, ove è il quadro di Giacomo Zucca rappresentante la venuta dello Spirito Santo.
Ancora la tribuna è opera dello stesso Zucca, che
visse ai tempi di Sisto V; ivi egli dipinse parecchi ritratti di letterati
e di artefici illustri del suo tempo. Il ciborio, ricchissimo di marmi, è
attribuito al Palladio. La prima cappella a stra colla Madonna e
s. Giovanni diceasi opera di Pierin del Vaga; la Deposizioe delle croce che
sta in altra cappella è di Pompeo dell' Aquila, la Coronazione della
Vergine nell' ultima cappella è di Cesare Nebbia.
S. Maria Annunziata
Sul principio della via di Borgo s. Spirito, dirimpetto all' ospedale omonimo,
v' ha una chiesolina dedicata alla ss. Annunziata, ove si raccoglie
l' arciconfraternita di s. Spirito.
S. Maria in Traspontina o in Capite
Porticus
Di questa di parla l' Anonimo di Torino:
Ecclesia sanctae Mariae in Traspontina. Il Signorili la
dice in Turrispadina, e Cencio Camerario Traspontina ed in un altro luogo Transpadina. L' Adinolfi
ha raccolto i varî vocaboli sotto i quali viene
conosciuta l' antica chiesa di s. Maria in Traspontina. Egli li
riduce a nove: In capite porticus, in
capite pontis, traspontem, traspontina, traspadina, transpadina, in traspondina, traspondine, ed in cosmedin che vale
ornata. Se però io vi aggiungo la denominazione in
turrispadina datale dal Signorili, saranno non più nove, ma bensì dieci
diverse denominazioni proprie di quell' antica chiesa. Ho detto
dell''antica, perocchè la moderna fu fabbricata in un luogo diverso. Ecco ciò
che ne scrive l' Adinolfi:
"Intorno alla sua vecchia sede più scrittori
convengono nel dire che fosse vicina al castello (certo io aggiungo doveva
essere molto più vicina al ponte che non è oggi, così lo
richiede il suo nome); quasi tutti disconvengono circa chi l' avesse
rimossa di là. Alessandro Donati
la vuole discostata sotto Alessandro papa VI.
Pietro Martire Felini
e l' Alveri
da Pio papa IV, e gli annotatori del Bollario
vaticano da Sisto papa V
..... Deggionsi ritenere per vere le due
concordi opinioni del Felini e dell' Alveri, e le altre come false
rigettare."
Il Torrigio afferma che stava dove sono le fosse
di Castello
e dice che fu gettata a terra da Pio IV
ai 13 luglio del 1564 per rifare i bastioni del fortilizio. Era
vicina all' antica platea Castelli, ricordata nei
documenti dell' età di mezzo.
Presso la chiesa v' era il monumento che
le
Mirabilia appellavano
Therebintus Neronis, dove l' imperatore eletto,
incontrato dal clero, movea alla coronazione, che compievasi un' antica
vicina basilica vaticana. Questo therebintus, che era
il rudere d' un grande sepolcro romano, era vicino ad un altro detto pure
nei secoli di mezzo la Meta Romuli, sepolcro che avea
la forma di piramide, come quella di Cestio sulla via Ostiense, e che il volgo
credeva il sepolcro di Romolo.
S. Angelo de Castro S. Angeli
L' origine di questa chiesa edificata sulla
sommità del castello di s. Angelo Mole Adriana) si rannoda
alla leggendaria apparizione dell' Arcangelo s. Michele nella
terribile pestilenza che afflisse Roma nel 590. La chiesa però non fu edificata
nel secolo VI, bensì da un papa di nome Bonifacio
creduto comunemente il quarto (a. 608‑615). La dedica della medesima è celebrata
anche nel martirologio di Adone. Dalla sua elevata posizione l' oratorio
venne poi chiamato inter nubes, e dagli storici del
medio evo Liutprando
e Rodolfo Glabro fu detto usque ad caelos, ovvero, inter
coelos. Sebbene più vote fina, ed ora profanata, resta ancora quella
chiesuola sulla sommità del castello, e da essa quel mausoleo e il ponte presero
più tardi il nome
Entro il castel sant' Angelo vi era anche una
cappellina detta del santo Rosario. È ricordata in un indulto di
Clemente XIII l' anno 1768, ove si legge: Indultum papae circa missas celebrandas in capella sancti Rosarii
siti in arce sancti Angeli pro defunctis officialibus et militibus.
S. Tommaso di Castel
sant' Angelo
Dopo che l' Anonimo di Torino ha accennato
alla chiesa dell' Angelo nel castello di questo
nome, segue così: ecclesia sancti Thome de castro predicto non
habet servitorem da che impariamo l' esistenza di una chiesa
di s. Tommaso nel castello sant' Angelo. Per quanto sconosciuta, pure
trovo che Cencio Camerario le dà sei denari di presbiterio: sancto Thome de castro VI denarii. Però fin dal
secolo XIII doveva essere in assai cattivo stato,
mentre egli la pone nella lista delle chiese perdute od abbandonate e senza
chierici.
S. Antonio della Mole
Adriana
Una chiesolina sacra al grande Antonio stava
presso il castello, e si mantenea ancora in piedi fino all' epoca di
Paolo IV. Allorquando sotto quel pontificato il castello fu ampliato e
fortificato per la guerra di Napoli, la chiesuola fu abbattuta.
S. Maria Addolorata
È il titolo di una cappellina situata nella via
di Borgo Nuovo, chiusa da cancellata di ferro. Ivi si venera una divota imagine
della Vergine col figlio morto sulle ginocchia, disegnata col carbone.
Sull' edicola sovrasta lo stemma di Pio VI. L' anno 1790 in
questo luogo, che era detto il vicolo della Fontanella
un uomo avvinazzato gettò una buccia di melone contro quella imagine; da questo
fatto atroce cominciò il popolo a venerare quella imagine con
maggior divozione, ed il papa Pio VI ordinò la erezione di questa divota
corpi che è di proprietà dei ss. Palazzi apostolici. Su questa cappellina
il notissimo abata Giannini scrisse una monografia.
S. Giacomo in Portico o
s. Salvatore de Coxa Caballi
(S. Giacomo a Scossacavalli)
Tuttora esiste la chiesa di s. Giacomo del Portico, come ben due volte la chiama l' Anonimo di Torino: ecclesia sancti Iacobi de porticu habet unum sacerdotem; però comunemente viene detta Scossacavalli, del quale nome così dà spiegazione il Nibby:
"Si racconta che l' imperatrice Elena volesse porre queste pietre (una cioè su cui credevasi Abramo avesse posto il figlio Isacco p sacrificarlo a Dio, l' altra su cui fosse stato collocato Gesù Bambino, allora quando la sua madre purissima l' ebbe presentato al tempio) nella basilica vaticana, ma che arrivato innanzi a questa chiesa il carro che le trasportava, i cavalli si fermassero ostinatamente, nè mai per percosse essendosi voluti muover d' un passo, fu forza deporle nella ridetta chiesa a cui da questo avvenimento si diede il nome di Scossacavalli."
Questa leggenda non ha alcun valore, anzi credo che la divozione imaginosa dei pellegrini del medio evo la poggiasse sull' esistenza forse di qualche frammento marmoreo di cavallo (coxa caballi) giacente su quell' area. Notisi che Nibby la dice Scossacavalli, forse per meglio convalidare la medesima leggenda.
Certo si è che prima di essere sacra a
s. Giacomo s' intitolò al Salvatore,
e si disse in Bordonia
o de Bordonia, dai bastoni dei pellegrini che
affluivano alla vaticana basilica, detti bordoni, e si chiamò s. Salvatore del portico, dalla portica della detta
basilica. Anche dopo che fu sacra a s. Giacomo si continuò a dire del
Portico. Era questo il celebre portico o portica che dal ponte s. Angelo si
protraeva fino alla basilica vaticana, fatto per comodo dei pellegrini o dei
venditori di oggetti di divozione, chiamati paternostrari.
A s. Salvatore Coxae caballi, Cencio Camerario concede sei denari. Presso la chiesa v' era un ospedale in cui l' Anonimo di Torino ricorda tres servitores. Eccone la relazione esistente nello Stato temporale del 1662:
"La chiesa parrocchiale
di s. Giacomo Maggiore detto Scossa Cavalli confina a mezzogiorno con
la strada di Borgo Vecchio olim via Sacra. Si chiamò
S. Salvatore Berdonio sì come viene denominato da
Leone IX in una sua bolla, e poi Coxa Cavalli per
bolla d' Urbano III 1186, e d' Urbano IV 1157
e di altri pontefici.
"La
chiesa è di sito quadro e di struttura moderna, la facciata è alta
palmi 130, larga p. 86, l' altezza della volta al lpmt 59
incirca, dalla volta al colmereggio 11, e dall' altar maggiore alla porta
p. 86: la larghezza delle tre navate p. 69. Ha un piccolo campanile
con tre campane, ha sette cappelle et 6 altari: il Santissimo si conserva in uno
tabernacolo tutto di pietra mischia bellissima. Questa chiesa è parrocchia
dipendente da s. Pietro da cui fu concessa alla
ss. arciconfraternita del ss. Corpo di Cristo l' anno 1520
con annuo canone di sc. 7 moneta.
"Ha 323 case, 1067
anime tutte poverissime. La suddetta compagnia hebbe da un atto di pietà di
alcuni buoni christiani principio, li quali del anno 1506 con ocasione che
portando un giorno il curato di s. Maria Traspontina in quel tempo
existente vicino Castel Sant' Angelo il ss. Sacramento ad un infermo con un
solo lume, il quale per il vento si estinse, corsero subito quelli vui huomini
del vicinato et accesi più lumi accompagnarono il ss. Sacramento a casa
dell' infermo et alla chiesa, et così introdussero fare sempre per
l' avvenire, et vi agiunse poi anco il baldachino, provedendo a torce; e
concorrendo a quest' opera di pietà molte altre persone, si accrebbe il numero
de' divoti a segno tale che a loro petitione gli fu concesso dalli d. padri
Carmelitani le cappelle del ss. Sacramento per meglio esercitare questa et
altre opere pie mantenendola di cera, oglio et altro onde l' anno 1510
supplicavano la fel. me. di Leone X per l' erettione della confr. che
dal 1513 alli 21 sett. concesse il breve.
Gregorio XIII la eresse in arciconfraternita l' anno 1568 li
20 ottobre.
Un' isola pregevole di questa
parrocchia è stata occupata (non si sa come) dalli pp. Carmelitani li quali con
pregiuditio notabile di d. parrocchia hanno demolito tutte le case che vi
erano sottoposte alla cura di d. parrocchia et fabricato con sontuosissimo
designo un bellissimo convento per le quali case demolite pare il dovere che li
detti padri dovevano dare il contracambio."
Nella via di Borgo Vecchio a fianco della chiesa di s. Giacomo a Scossacavalli v' ha un oratorio, la cui facciata non è compiuta: fu eretto dalla compagnia detta del ss. Corpo di Cristo l' anno 1601. Ecco la relazione che ne ho trovato nello Stato temporale dell' anno 1662:
"È un oratorio dell' arciconf. del
ss. Corpo di Cristo a Scossa Cavalli. La facciata è in borgo vecchio,
confina a mezzo giorno con d. strada, ad oriente li beni di d. comp. a
tramontana con il vicoletto, a ponente una casa di s. Pietro.
"È di forma longa, sotto alla medesima edificato dalla
compagnia nel 1602, longo p. 73, alto 38, largo 30 di facciata
imperfetta et soffitto rustico.Vi è un altare con l' imagine
di s. Sebastiano e dedicato a detto santo d' ordine di
Clemente VIII che lo mandò a benedire. Vi è una sepoltura per li poveri. La
chiesa è povera e disabitata e la cera è tanto poca che appena basta per
accompagnare il ss. Sacramento agli infermi."
È diversa dalla anzidetta, come diversa era la via papae, che anche oggi chiamiamo via papale, dalla via pontificum, che corrispondeva colla via di Borgo Nuovo, e volgeva a sinistra dopo il ponte sant' Angelo, seguendo l' andamento incirca della strada attuale dell' Orso.
La nostra chiesa sorgeva nella via detta di Borgo Nuovo, che mena alla basilica di s. Pietro, già via Alessandrina, perchè iniziata da Alessandro VI e compiuta da Leone X Quella chiesuola ancora esiste, benchè abbandonata, col nome di s. Maria della Purità presso l' arco omonimo.
Nel catalogo di s. Pio V è
ricordata fra quelle del Borgo, ma era deserta e ruinosa; infatti in quel
catalogo si legge: San Sebastiano — ruinata.
S. Filippo Neri in Borgo
È il bellissimo oratorio moderno nella piazza di s. Giacomo a Scossa Cavalli nel palazzo dei Convertendi. Fu edificato nel secolo XVII. Ha un solo altare.
È la stessa chiesolina del borgo vaticano a
sinistra della via di Borgo Nuovo, anticamente via
Alexandrina, della quale abbiamo già parlato sotto il titolo: S. Sebastiano in via Pontificum. La strada che vi
conduce è coperta da un archetto che congiunge due vicini edifizî, e dicesi
l' arco della purità; e vicolo
della purità appellasi quello in fondo al quale trovasi la chiesolina
fondata sotto Clemente VII. Appartiene al collegio dei caudatarî dei
cardinali.
S. Maria de Virgariis
Fu tanto famosa questa chiesa che di lei, al dire
dell' Adinolfi,
molte bolle e pressochè tutti i vecchi
cerimoniali fanno motto nello stabilire il modo da tenersi per la solenne
coronazione degli imperatori. Giusta una bolla di Leone IX del 1056,
che incomincia: Convenit apostolico moderamini, dat. IX kal.
aprilis anno Dom. Leonis pp. IX. V, verrebbe detta anche in Turre, e dalla piazza in cui era situata, già Cortina, di disse in curtina; come
de virgariis venne appellata da quelli che tenevano le
verghe vicino all' altare di s. Pietro. Così il Martinelli.
Ed io aggiungo che questi vergari formavano una schola, ossia
classe, come si ricava da Pietro Mallio, le cui parole sono pure riferite dal
Martinelli. Prese abbaglio gravissimo questo autore confondendo le due chiese
di s. Maria de virgariis e
di s. Gregorio, detta del portico o della cortina, e facendone una sola. Noi le troviamo
distintissime, tanto nel catalogo dell' Anonimo, quanto in quello del
Signorili.
Giusta i manoscritti di Michele Lonigo,
s. Maria de virgariis guerra buttata a terra al
tempo di Pio IV per allargare la piazza. Sappiamo infine
dall' Adinolfi
che nel Borgo vi furono anche le botteghe dei
vergari, ossia venditori di verghe itinerarie o bordoni, a comprare le quali si
affollavano i pellegrini.
Gettata a terra, le sue rendite furono trasferite all' altare della basilica di s. Marco evangelista nella basilica vaticana; le quali rendite ammontavano alla somma di scudi 460 annui.
Una piazzetta adiacente alla
chiesa prendeva dalla stessa il nome, e la basilica vaticana vi possedea
nel 1384 una casa, cum signo trium columnarum.
era una delle tre chiese situate sulla piazzetta
della Cortina e quasi nel luogo over s' innalza oggi l' obelisco
vaticano.
Questa chiesa è ricordata tra quelle del Borgo
nei regesti di Urbano V.
S. Salvatore in Burgo
È
ricordata dal Lonigo, il quale dice aver trovato
nelle carte dell' ospedale di s. Giovanni memoria d' una
piazza del Salvatore di Castel Sant' Angelo, dalla quale notizia si può
ragionevolmente supporre che esistesse presso quella mole.
S. Maria Regina Coeli
Sulla piazza della basilica vaticana molte
chiesuole nei primordî del secolo XVI erano
tuttora in piedi; fra queste è da ricordarne una detta s. Maria Regina Coeli. Nei libri catastali della
basilica v' ha registrata all' anno 1513 sulla suddetta chiesuola
la notizia seguente:
Domum sitam in burgo et in platea dictae basilicae iuxta ecclesiam S. Mariae de virgariis intra hos fines, cui ab uno latere est ecclesia S. Mariae Regina Coeli, ab alio latere sunt res dñi Bernardi de Rusticis, ante est via publica.
La chiesa è mentovata anche nella vita di Pio IV; ma nei documenti del secolo XVI fu detta de Regina Coeli.
S. Iacomo nel giardino di Flisco (sic)
È ricordata nel catalogo delle chiese di Roma
sotto s. Pio V, ed è annoverata fra quelle del borgo vaticano. Credo
sia la medesima che, per qualche confusione inserita nel suddetto catalogo, è di
nuovo menzionata fra le chiese del Trastevere col nome di s. Iacomo al palazzo de Vlisco. Ignoro dove sorgesse.
S. Lorenzo de Piscibus ovvero dell'
Armellini
(S. Lorenzolo)
Nei libri censuali della basilica vaticana, nei registri dell' anno 1380, trovo così ricordata questa chiesa: Domina Ioanna uxor Aleonti Ypoliti, dicti alias Paduani de parochia sancti Laurentii de piscibus. Benedetto Canonico la nomina fino dal secolo XII, come situata fuori del portico del b. Pietro, e da Cencio Camerario è detta ad pisces. La denominazione provenne alla chiesa dalla contrada che dicevasi già piscina, forse da un mercato del pesce che nel medio evo era situato in quell' area. La chiesa tuttora esiste ed è oggi comunemente detta s. Lorenzo in Borgo o s. Lorenzino, ed è tenuta dai padri delle Scuole Pie. Vi abitarono un tempo monache clarisse, che Leone X trasferì altrove; quindi l' ebbe una compagnia di laici della vicina chiesa di s. Spirito. Nel 1659 fu riedificata dalla famiglia Cesi dei duchi di Acquasparta.
Nel principio del secolo XVI, il mio antenato Fresco Armellini, cardinale
di s. Callisto sotto Leone X, possedendo un palazzetto annesso
alla chiesuola di s.oz de Piscibus, non solo
restaurò la chiesa, ma la racchiuse nel palazzo medesimo da lui con aggiunta di
altre case ampliato, onde fu pure comunemente detta s. Lorenzo
dell' Armellini. Il Panciroli, parlando di questo cld, mal s' appose
chiamandolo Tommaso e non Francesco.
Egli fu camerlengo di Santa Chiesa sotto il papa
Leone X ed i contemporanei lo designavano di ricchissimo censo.
A precipizio si salvò nel sacco di Roma
del 1527, tratto su nel Castello con una fune, e colà morì.
L' ingresso della chiesa ha
una facciata con doppio portico eretta sotto Clemente XII coi disegni di
Domenico Navona. L' interno è diviso in tre navi da dodici colonne antiche
di marmo bigio. Sull' altar maggiore vi è un quadro di Niccolò Bertoni
scolare del Maratta, rappresentante lo sposalizio di Maria.
S. Maria Mater Salutis
È il titolo di una piccola cappella nel vicolo
del Corridoio.
Ospedale e chiesa di
S. NICCOLÒ IN Vaticano
L' Anonimo di Torino nomina fra le chiese
del Vaticano un ospedale di s. Niccolò, il quale per me non v' ha
dubbio prendesse il nome da una chiesa di s. Niccolò che le andava
congiunta. Siccome poi nel Vaticano, per quanto io so, non v' era altra
chiesa di s. Niccolò
che quella detta delle incarcerate, dal
monastero di donne penitenti che in vicinanza vi era stato edificato, così
crederei di poter sostenere che questo ospedale fu vicino alla prelodata chiesa
di s. Niccolò e perciò da lei denominato. Sorgeva presso il palazzo
Rusticucci; nel codice suddetto si dice: hospitale
s. Nicolai habet servitores quinque.
S. Caterina delle CAVALLERÒTTE
Il codice di Torino fra le chiese della prima partita nota presso l'hospitale
sancti Petri un monastero che all' epoca del compilatore del
catalogo contenea moniales VIII. È ricordato anche nel catalogo del Signorili e
in altri documenti dell' epoca. L' Adinolfi
più degli altri descrive minutamente la forma e
la posizione di questa chiesa che era presso il palazzo Rusticucci nel vicolo
detto del Mascherino. Il monastero per la sua vicinanza alla basilica vaticana,
ebbe grande importanza nel medio evo, e il papa Bonifacio IX gli concedette
il vicino luogo coll' orto detto di s. Maria delle
Vergini. Fu pure denominato delle Cavalleròtte
e latinamente de
Cavallerottis, perchè le monache che in esso si
accoglievano erano figlie dei Cavallierotti, il quale
nome davasi al ceto dei poplani ricchi e distinti, che nella civica milizia
servivano a cavallo e partecipavano ai giuochi cavallereschi della città. In
alcuni manoscritti del 1510 chiamavasi anche ad
statuam, e al monastero nel 1677 fu donato un insigne aureo di Costantino trovato nel disfarsi il palazzo
lateranense sotto Sisto V.
Il Cancellieri
attribuisce a questo monastero origine
antichissima, poichè egli dice che vi si ritirò la celebre s. Galla figlia
di Simmaco; notizia che egli tolse dal Grimaldi; ed è appunto in quel claustro,
come narra il Matraia nella sua storia di s. Maria in Portico, che
alla moribonda Galla apparve spiet. Presso il monastero sorgeva il palazzo del
card. Dandini; in un diario vaticano è ricordato il giuramento di fedeltà che
l' abadessa di que' monastero, Girolama de Bocis, prestò al papa
Paolo II.
Dal diario d' Innocenzo VIII del
Burcardo, risulta che ivi erano le cucine dei cardinali durante le vacanze
della s. Sede.
Nella pianta del Bufalini la chiesa è indicata
sulla piazza Rusticucci. Della medesima e del suo monastero ho trovato anche le
seguenti notizie:
In ecclesia sanctae Catherinae
nunc existentis in platea divi Petri de Urbe tempore Innoc. VII erat
monasterium monialium et vocabatur monasterium s. Catherinae de nobilibus
Cavalcarottis idest
de nobilibus civibus romanis prope porticum
s. Petri de urbe ord. s. Benedicti, quae moniales in magno timore
quotidie vivebant propter multitudinem gentium armigerorum illic pro tempore
confluentium .... propterea ab ipso pontifice ann. primo sui pontific. 4 idus
febr. fuerunt translatae in ecclesia S. Mariae Dominae rosae suppresso
primiceriatu et canonicatibus.
Questa chiesina è situata nel recinto del Vaticano a destra del Colonnato presso il quartiere delle guardie svizzere. Fu edf da Pio V nel 1568, affinchè i soldati della detta guardia e le loro famiglie avessero il comodo di sentire la messa nei giorni festivi. La chiesa fu dedicata anche al martire s. Sebastiano.
Questa mirabile cappella tolse il nome da Sisto IV. Fu edificata con i disegni di B. Pintelli. È di forma quadrangolare ed è divisa in due parti da una cancellata, che separa il presbiterio dal luogo destinato ai canonici. I cancelli dorati sostenuti da pilastri di bronzo furono in quest' ultimi tempi rimossi, ma con saggio divisamento di mons. Ruffo Scilla, maggiordomo di Sua Santità, vi sono stati riposti. Mirabile è questa cappella per gli affreschi di cui è adorna, opera dei più celebrati maestri. Nella parete di fondo Michelangelo rappresentò quel celberrimo Giudizio universale che basterebbe da solo a rendere eterna la fama di quel grande: prima di quest' opera senza pari Pietro Perugino v' avea dipinto l' Assunzione della Vergine con Sisto V genuflesso, ai due lati Mosè salvato dalla figlia di Faraone, e la Nascita di Cristo. Questi dipinti furono distrutti sotto Paolo III per l' opera della grande scena del Giudizio, che fu eseguita dal Buonarroti in soli venti mesi sotto il pontificato di Giulio II.
Nelle pareti laterali si veggono scene del vecchio e del nuovo testamento, nelle quali si esercitò il pennello di Luca Signorelli, di Sandro Botticelli, di Cosimo Rosselli, di Cecchino Salviati, di Matteo da Lecce, del Perugino, del Ghirlandaio, di Bartolomeo della Gatta. Anche la volta è opera del Buonarroti, che vi rappresentò la Creazione e i fatti principali del vecchio testamento. Sotto Pio IV si voleva far cancellare quell' affresco per la troppa nudità delle figure; ma, interpositi alcuni cardinali, quelle esterno decenti si fecero coprire con panneggiamenti da Daniele di Volterra, che fu perciò soprannominato braghettone; altre furono ricoperte dal Pozzi sotto Clemente XIII.
I dipinti sono alquanto anneriti dal tempo, più che dal fumo dei ceri nelle solenni funzioni papali che si celebrano in questa cappella, nella quale si fecero anche molte elezioni di pontefici.
Il pavimento è tessellato di opus sectile e marmoreo, formato cioè di porfidi e
serpentini.
Cappella di NICCOLÒ V nel Vaticano
Presso la sala detta dei chiaroscuri v' ha la stupenda cappella fatta innazare da Niccolò V e dedicata a s. Lorenzo.
Le sue pareti e la volta sono ricoperte di stupendi affreschi del b. Angelico da Fiesole: i dipinti sono distribuiti in due piani: nell' inferiore sono rappresentati i fatti principali degli atti di s. Lorenzo, nel superiore quelli di s. Stefano protomartire; le pitture della volta rappresentano gli evangelisti: nel pavimento marmoreo è scolpito quattro volte il nome del papa che fece erigere questa cappella: NICOLAVS PP. QVINTVS. Fu restaurata da Gregorio XIII e poi nel 1712 da Clemente XI; l' altare è moderno, perchè fatto erigere da Benedetto XIII, sul quale v' è una copia della tavola di Giorgio Vasari rappresentante il Martirio di s. Stefano.
Pio VII fece dal Camuccini racconciare
questi inarrivabili affreschi, che rendono questa cappella un monumento
d' inestimabile importanza.
Cappella Paolina nel Vaticano
Fu fatta edificare da Paolo III presso la Sistina, coi disegni di Antonio da Sangalo in luogo di altra cappella maggiore che Niccolò V avea dedicato al ss. Sacramento, la quale fu demolita. Sull' altar maggiore vi erano due colonne di porfido, scoperte nelle terme di Traiano, sul cui fusto sono scolpiti in rilievo due imperatori che si abbracciano: Pio VI le collocò nella biblioteca vaticana. Nelle parti laterali vi sono due grandi affreschi eseguiti dal Buonarroti negli ultimi ani di sua vita. Quello a destra rappresenta con figure più grandi del naturale la Crocifissione di s. Pietro. L' altro a man sinistra esprime la Conversione di s. Paolo. Ivi si vede Cristo in cielo e una moltitudine d' angioli: al disotto è il santo caduto da cavallo. Federico Zuccari sotto Gregorio XIII ne ornò la volta e vi dipinse anche le lunette ove rappresentò la Caduta di Simon Mago e s. Pietro che battezza. Le figure di stucco situate agli angoli della cappella sono del celebre Prospero Bresciano. Benedetto XIII e poi Leone XII la destinarono a cappella parrocchiale della famiglia pontificia nel palazzo vaticano. Gr16 la fece nobilmente restaurare ed abbellire nel 1837, e nuovi ornamenti e lavori vi sono stati recentemente fatti a cura dell' illustre monsignor Ruffo Scilla, maggiordomo di Sua Santità e prefetto dei Sacri Palazzi, che viene rimettendo allo stato primitivo questo insigne monumento cristiano del Vaticano.
La celebre macchina del Bernini, fatta racconciare, si conserva integra in apposito locale presso la cappella.
È stato scoperto l' altare marmoreo che rimaneva nascosto dietro la macchina, e la mensa è stata distaccata ed isolata dalla parete. Il rustico pavimento di mattoni è stato sostituito da altro bellissimo di marmi colorati: nella parete a destra è stata aperta una cantoria, la sagrestia è stata ampliata e restaurata, e ritoccati gli stucchi del presbiterio.
È una chiesa oggi semiabbandonata, presso la quale v' era il cimitero degli Svizzeri del palazzo pontificio. Sta dietro che di s. Anna de' Parafrenieri nella via oggi detta della Cancellata, già si s. Pellegrino a ridosso del muraglione vaticano.
Sulla fronte della chiesa si legge la seguente epigrafe:
ECCLESIA S. PEREGRINI EPISCOPI ANTISIODORENSIS MARTYRIS QVAM S. LEO PP. III AEDIFICAVIT CIRCA ANNVM DNI DCCC VETVSTATE COLLABENTEM CAPITVLVM ET CANONICI SACROS. VATIC. BASILICAE INSTAVRARVNT ANNO MDXC
Che l' origine della divota chiesa risalga al secolo VIII, risulta dalle scoperte recentemente fatte nella chiesa suddetta dal ch. monsignor De Waal rettore del campo santo tedesco presso il Vaticano. L' illustre prelato ha scoperto sotto l' intonaco qua e colà caduto, che ricopriva le pareti della chiesa odierna, le tracce delle pitture contemporanee alla prima edificazione della chiesa medesima, il cui livello era di circa due metri più profondo dell' odierno, e la cui abside è coperta dell' altare moderno. Le pitture scoperte rappresentano Nostro Signore fra i ss. Aph Pietro e Paolo e due altri santi. Il Signore tiene in mano il codice dell' Evangelo, su cui si leggono le parole: EGO SVM RESVRRECTIO ET VITA.
Un' altra serie di pitture adorna la parete vicina all' abside, ma queste sono del secolo XIII e XIV di scuola e maniera giottesca. Ivi spicca la figura della Vergine venerata dagli angioli. Questa chiesa, come abbiamo dalla surriferita lapide, fu edificata da Leone III, e poi da Innocenzo III e Gregorio IX ristaurata. Nel Bollario vaticano si legge che fu restaurata anche da Bonifacio IX, e vi si dice che annesso v' era un hospitale pauperum, cioè per i poveri pellegrini che venivano a visitare i luoghi santi di Roma. È veramente deplorevole che una memoria cristiana così insigne d' arte e di pietà giaccia abbandonata e caduta. Il luogo ove fu edificata diceasi naumachia, e dominicum appellavasi l' ospedale annesso. Vi si legge anche l' epigrafe:
EAMDEM S. PEREGRINI ECCLESIAM CLEMENTIS PONT. X. HELVETICA CVSTODIA DVX OFFICIALES MILITES FORIS FACIE INTVS VARIIS ORNARVNT AN. MDCLXXI
Ora questa chiesa, il cui ultimo restauro rimonta ad oltre due secoli, nobilitata dal nome di tre così grandi pontefici, ricca di tali memorie e per la sua origine tanto notevole, è d' augurarsi che venga presto nuovamente restaurata. Così la iniziativa di alcuni divoi essendo secondata da altri, non verrà condannata a perire e a fare sparire il nome del santo, come già dalla via è scomparso.
Nell' archivio de' Brevi vi è il
seguente di Alessandro VII, del quale mi ha dato gentilmente notizia
l' archivista monsignor Pietro De Romanis:
Eccone un brano:—
Ad futuram ecc...
Exponi nobis nuper fecerunt dilecti filii capitulum et
canonici basilicae principis Apost. de Urbe quod ipsi ecclesiam
s. Peregrini de eadem urbe ad dictam basilicam legittime spectantem ab
aliquot ab hinc annis utendam precario concesserint tunc et pro tempore
existenti capitaneo nec non dilectis filiis officialibus et militibus helvetiis
custodiae corporis nostri, qui eandem ecclesiam propriis eorum sumptibus e
pessimo statu in formam decentiorem redegerunt.
Cum autem
sicut eadem expositio subiungebat modernus capitaneus et aliqui officiales et
milities huiusmodi ecclesiam praedicatm magis in futurum ornare cupientes,
illam, situmque illi adnexuma praedictis exponentibus oblata annua recognitione
perpetuo concedi sibi petierint . . .
. . . . .
. . . . .
. . . . .
. . . . .
. . . . .
. . . . .
. nos . . . .
. . . . .
. . . . .
. . . . .
. . . . .
. . . . piis exponentibus ut
memoratae ecclesiae s. Peregrini situsque illi adnexi usum dictis moderno
capitaneo aliisque officialibus et militibus helvetiis qui nunc sunt ac illis
qui pro tempore ex natione helvetica erunt corporis nostri et romani pontificum
successorum nostrorum respective custodes sub certa recognitione inter partes
convenienda et aliis pactis . . .
. . . concedere libere et licite possint et
valeant, licentiam . . . .
concedimus et impertimur.
Troviamo nel catalogo del XIV secolo, presso la chiesa di s. Pellegrino in Vaticano, anche quella di s. Maria Maddalena, cui era congiunto l' ospedale dell' istessa santa.
Tanto della chiesa come
dell' annesso ospedale null' altro saprei dire che il nome e
l' ubicazione nel Vaticano. Solo trovo in una bolla di Martino papa V farsi
ricordo di un convento o monastero di s. Maria Maddalena, situato nel
portico del beato Pietro, tenuto da monache benedettine. Assai probabile mi
sembra che a questo monastero fosse unita la chiesa di s. Maria
Maddalena che troviamo nel nostro catalogo, e che forse le comunicò il nome,
come lo dette anche al vicino ospedale. In ogni modo il monastero stava, per
detto di Martino V, nel portico di s. Pietro, in porticu s. Petri de Urbe, e qui noto che debbe
intendersi del portico propriamente detto, e non della portica di Borgo, che già
era affatto andata in rovina.
S. Anna de' Parafrenieri
È una chiesa situata nella via di porta Angelica,
la quale fu edificata con disegno del figlio del Vignola. Appartiene alla
confraternita dei Parafrenieri (o staffieri) del papa istituita sotto
Urbano VI nel 1378. La chiesa però fu eretta sotto il pontificato di
Pio IV l' anno 1565. I confratri ebbero per iscopo il culto
della Madre di Maria e il suffragio dell' anime dei defunti: dalla loro
chiesa prese il nome il borgo adiacente. Nel giorno di s. Anna,
innanzi il 20 settembre 1870, essi faceano una solenne processione che
moveva dalla chiesa più vicina alla casa del cardinal protettore della
confraternita, e allorchè l' imagine di s. Anna giungeva sul
ponte sant' Angelo il cannone del castello facea ripetute salve.
S. Egidio
È ricordata da Cencio Camerario fra le moltissime
che ricevevano i sei denari di presbiterio. Anche il nostro Anonimo di Torino e
il Signorili la ricordano fra le chiese della regione vaticana, osservando che
la chiesa habet unum sacerdotem. Il Martinelli la dice
posta alla porta Angelica, avvertendo che era dipendente dalla basilica
vaticana.
Nei manoscritti del Terribilini
ho trovato che si disse pure vicina alla porta
Aurea. Ecclesia sancti Egidii iuxta portam auream. Io
credo però che il Terribilini abbia mal compreso quel nome, scambiando la parola
aenea in quella d'aurea;
poichè non molto lungi dalla nostra chiesa s' apriva una delle porte del
recinto leoniano detta aenea, ovvero s. Petri.
Nel farsi alcune riparazioni a
quella chiesa l' anno 1862 fu rinvenuta sotterra adoperata per
architrave d' una porta la fronte d' un coperchio di sarcofago
cristiano. Nel centro v' ha il cartello coll' iscrizione, ai due lati
della quale sono scolpiti felfini nuotanti sulle onde marine:
|
SALVSTIO YPPO LITO BENE ME RENTI QVI VISI T ANVS XXXIII. M. VIII. D. VIIII IN PACE. |
Questa chiesa era anche detta ad montem Feretulum, iuxta viam Cassiam extra urbem.
Fu fondata dalla religione gerosolimitana e il
papa Bonifacio VIII l' unì al capitolo di s. Pietro in
Vaticano.
Vi si celebrava con gran concorso la festa del santo titolare il 1o di settembre con fuochi, suoni, corse dei barberi per i borghi, come risulta da un diario di Andrea Amici beneficiato di s. Pietro che si conserva nell' archivio capitolare. La congregazione dei cappellari non avendo chiesa, fece supplica al capitolo acciocchè la concedesse loro. Il capitolo annuì e la dette ai medesimi il 24 novembre 1653. Ma pochi anni dopo, per la eccessiva distanza, essi l' abbandonarono.
Allora un' altra congregazione, detta di
Gesù, Maria e Giuseppe, destinata a pregare Dio per le anime
scordate (sic) la chiese e la ottenne ai 21 settembre
del 1680. Ma nel 1689
anche questi fratelli l' abbandonarono e si
trasferirono a s. Biagio della Fossa, ovvero de' Pettini, presso la Pace. Allora i borghigiani vi
istituirono un' altra compagnia sotto l' invocazioni di s. Egidio onde pregare Dio per i poveri febbricitanti,
dopo chiestane licenza al vicario di Roma card. Carpegna, da cui furono
approvati gli statuti ai 5 luglio 1690.
S. Maria delle Grazie
Presso la porta Angelica v' ha una chiesa chiamata di s. Maria delle Grazie, che fu edificata nel 1588 da Albenzio Rossi, eremita calabrese della terra del Cedraro e riedificata nel 1618 dal card. Lante.
Il suddetto Albenzio, venuto a Roma, trovò che molti eremiti, per mancanza di rifugio, dimoravano nelle taverne o in luogo sudici, e molti morivano per le strade. Ottenne egli da Sisto V nel 1587 un motu proprio, col quale si ordinava al card. Vicario che concedesse al medesimo frate di comprare un fondo in Roma per fabbricarvi un ospizio di rifugio per gli eremiti che venivano alla visita dei luoghi santi della città.
Egli construì in quel luogo una cappella cui dette il titolo dell' Ascensione del Signore, ma poi fu detta s. Maria delle Grazie per un' imagine assai divota e miracolosa che avea portato con sè da Terra Santa.
Nelle Acta Visitationis sotto Alessandro VII ne ho trovato la seguente relazione:
"Albentio da Cetrario in Calabria huomo timorato
del Sig. Iddio essendo andato al Monte d' Ancona per ricevere da quei Padri
Camaldoli di Montecorona qualche carità, gli diede il Priore un tonichino bianco
dell' habito loro con il quale venne a Roma l' anno 1586 e prese
l' habito di eremita di lana pura bianca sopra della nuda carne senza
cappuccio, et andava scalzo, digiunava tanti li venerdì dell' anno, tutte
le vigilie della Madonna e l' Advento. Il mercoldì poi non mangiava carne
come nè anco il sabbato latticini, nè ova. Era uomo di grande oratione e
mortificatione: andava gridando per le strade di Roma — facciamo bene adesso che havemo tempo. Ved0 molti eremiti per
le taverne di detta città e per luoghi indegni di loro, come anco molti poveri,
che per non haver rifugio alcuno morivano per le strade, sì che mosso da carità
ottenne da Sisto V un motu proprio sotto la data
in Roma apud s. Marcum a. 1587 tertio calend.
iun., nel quale si ordinava al sig. card. Vic. di quel tempo che
concedesse facoltà al medesimo di poter comprare un edificio o vero un fondo in
Roma et in esso fabbricarvi una casa o vero un hospitio per albergarvi così li
heremiti che con patente del loro Ordinario venissero in Roma per visitarvi i
luochi santi, come anco altre persone povere, ricevendole tutte nel hospitio per
otto giorni o più ad arbitrio di chi aveva cura di quel governo. Esso Albentio
dunque con elemosine di diverse persone fabbricò vicino a porta Angelica una
cappella o chiesa piccola sotto all' invocatione dell' Ascentione del Signore, la quale invocatione perchè in
progresso di tempo fu ivi portata da Gerusalemme una miracolosa imagine
della b. Vergine, fu chiamata
la Madonna delle Gratie delli
Eremiti.
"Oltre di ciò fabbricò il med. Albentio
un convento unito a d.a chiesa, nel quale
alloggiava tutti li eremiti dando loro il vitto necessario per
otto giorni, et alli poveri dava ogni sera da mangiare e da dormire, e se tra
essi poveri vi fossero stati dell' infermi si mettevano per quella notte in
alcuni letti che ivi riteneva in forma di hospitale, facendoli subito confessare
e la mattina seguente ricevuto il ss. Sacramento si mandavano agli
hospedali, e se talvolta erano ributtati da quegli ospitali si ritornavano nel
sud.o hospitio dove con carità erano accettati et
rimessi a letto sin tanto che il Sig. Iddio provvedesse al loro bisogno."
Di questa chiesa tacciono affatto l' Anonimo
di Torino e il catalogo del Signorili, benchè sia vetustissima. Si vuole infatti
che fosse edificata da s. Gregorio il Grande. Tuttavia quest' opinione
non è affatto sostenibile, perchè la chiesa in discorso non fu in origine
dedicata all' Arcangelo s. Michele, bensì a tutti gli angeli santi.
Ai tempi del papa Eugenio IV annesso alla chiesa v' era uno ospedale servito da una confraternita di laici, che diceasi hospitale Angelorum, e nel secolo XVI hospitale s. Angeli. Il titolo di s. Michele credo provennise alla chiesa dalla vicinanza dell' anzidetta sulla sommità del castello.
Dall' epoca d' Alessandro VI fu
chiamata al Corridoio perchè addossata a quel famoso ambulacro coperto, che quel
papa edificò per mettere in comunicazione il castello col palazzo vaticano.
In questa chiesa è il famoso sepolcro di Eugenio
Notaio.
S. Tecla
È la chiesa del conservatorio
di s. Spirito. In un documento dell' ospedale omonimo trovo circa
questa chiesa quanto segue: Anno iubilaei 1675 diei 23 maii
ill
us et r
us d. Febeus praeceptor s. Spiritus benedixit ecclesiam sub nomine
sanctae Teclae monialium eiusdem ordinis s. Spiritus NOVITER FACTAM positam prope ecclesiam veterm ipsarum
monialium in cortile seu platea vulgo dita delle Balie.
Questa chiesa fu edificata da pontefice Clemente VIII per uso delle monache
e delle proiette loro affidate, come si legge nel
seguente documento:
Die 31 mensis augusti 1592
ss
us D. N. Clemens papa VIII solito cardinalium et episcoporum
comitatu contulit se ad ecclesiam et hospitale s. spirito in
Saxia ecc.....
Cum autem
animadvertisset locum ubi puellae ac moniales commorantur non esse ad
monasterium aptum neque opportunum, mandavit ut eae in illas aedium partes
transferantur ubi nunc fratres habitant .... ibique construatur ecclesia, ac in
honorem s. Teclae virginis et martyris dedicetur.
Cappella dell' Immacolata
Concezione
In un grandioso edificio, appositamente costruito nel nuovo quartiere dei Prati di Castello in via Cola di Rienzi, fu testè aperto dalle Dame di nazaret un educandato per convittrici, semi-convittrice ed esterne.
Il grandioso fabbricato, sullo stile del 1200, è sorto per opera del compianto prof. Vincenzo De Rossi Re, defunto in pendenza dei lavori, che vennero poi proseguiti dal figlio Corrado. La fabbrica che si estende per m. q. tremiladuecento, forma isola tra le vie Cola di Rienzo, Orazio, Plinio e Adriano, con un ingresso principale in via Cola di Rienzo ed altro che dà sul cortile annesso.
A sinistra di chi entra è un primo
parlatorio, che serve ora di sagrestia alla attigua cappella provvisoria, di già
ufficiata ed aperta al pubblico, dove nei dì festivi gli abitanti dei dintorni
hanno la comodità della s. messa. Il soffitto della cappella è assai
ben decorato dal Capranesi; nell' altare il quadro rappresentante il
Crocifisso, con appiè la Madonna e s. Giovanni, è opera di Luigi Romagnoli.
Al presente si sta costruendo la grande cappella stabile, che riuscirà magnifica
per disegno e per decorazione, e che verrà dedicata alla Immacolata Concezione.
S. Gioacchino
È il titolo della nuova chiesa da offrirsi come dono dei Cattolici al Santo Padre pel suo giubileo episcopale, e che continua ad essere in Francia l' oggetto delle più belle dimostrazioni di fede e di generosità. La detta chiesa verrà costruita ai Prati di Castello in una delle grandi aree diponibili presso il ponte che metterà a piazza del Popolo.
Il rev. abate Brugidou è l' iniziatore
dell' opera delle chiese nei nuovi quartieri di Roma.
S. Luigi Gonzaga
Questa chiesa si dovrà innalzare ad onore di s. Luigi Gonzaga nel rsesiduo dell' area appartenente al collegio Pio latino americano ai prati di Castello. Essa compie la superficie di tutto l' isolato, che riquadra ben 8000 metri.
Dio voglia che questo desiderio si traduca presto
in ato per aiuto altresì di tante famiglie destituite in questo quartiere di
soccorsi spirituali. Il santissimo nostro Padre Leone XIII, col magnifico e
prezioso dono inviato parecchi mesi fa al collegio, pare abbia voluto farsi
iniziatore di quest' opera, cioè di un magnifico ciborio tjo ornato di marmi
preziosi, lavoro stimato più migliaia di lire e che il papa donò al collegio,
pr la futura chiesa di s. Luigi.
Chiesa dell' Immacolata Concezione ai
Prati di Castello
Questa magnifica chiesa si trova nel primo piano nel collegio suddetto ed è opera dell' illustre architetto romano Temistocle Marucchi di compianta memoria. Essa ha tre navi e otto altari, e dietro parecchie stanze per la sagrestia. È dedicata all' Immacolata Concezione di Maria, e sull' altare maggiore si venera la statua di Lei circondata da una corona di angeli. La statua fu modellata dal valente faentino Giovanni Collina, successore del celebre Graziani di Faenza, e sta chiusa entro la nicchia d' un tempietto, sormontato da ricco timpano a marmi e oro ed o da colonne a lapislazzuli con capitelli contî, lavoro del cesellatore Ettore Brandizzi romano. Ma ciò che colpisce maggiormente l' occhio è il ciborio e l' altare di gran pregio, tutto di metallo dorato, cui contornano altrettanti specchi di malachita, di rosso antico, e di lapislazzuli con sovrapposti arabeschi di finissima cesellatura, opera dei continuatori della rinomata officina Vincenzo Brugo. Di qua e di là della nicchia, come su due veri arazzi, il prof. Capparoni ritrasse al vivo le imagini di s. Stanislao Kostka e s. Giovanni Berchmans.
Opera del Capparoni è pure il
gran quadro che campeggia nel centro della volta rappresentante la gloria di
Maria corteggiata dai santi protettori del collegio e dai santi e beati che
fiorirono nell' America latina o che la illustrarono colle loro faticpapa
apostoliche o colla loro dimora; quali furono s. Rosa da Lima,
s. turibio, s. Francesco Solano, s. Pietro Claver,
s. Lodovico Bertrando, s. Filippo di Gesù; la b. Marianna de
Paredes, i beati Pietro Spinola, Giovanni de Britto, Porres, Massias ed Ignazio
de Azevedo coi trentanove suoi compagni. Esso è riuscito, sotto il pennello del
fecondo dipintore, una vera gloria di paradiso.
S. Giuseppe in Prati
È il titolo d' una chiesolina recentemente
costruita nella casa delle suore Calasanziane.
Volto Santo
Nella via Cavallini ai Prati di Castello, il giorno 19 marzo di quest' anno 1891 si aprì un oratorio dedicato al Volto Santo di Nostro Signore Gesù Cristo, per l' opera riparatrice dei due grandi delitti sociali: la bestemmia e la profanazione delle feste. Il nuovo oratorio è sorto per iniziativa e per opera dell' omonima congregazione religiosa testè stabilitasi in Roma, della quale è procuratore il rev. don Giovanni Battista Fourault.
Meta Romuli: Secondo il Lanciani (Pagan and Christian Rome, p128) negli stessi secoli di mezzo il sepolcro di Caio Cestio presso la porta Ostiense era nominato dal volgo Meta Remi, e si deve a questi due piramidi l' esistenza della chiesa di S. Pietro in Montorio, fondata sul punto che marcava il mezzo esatto della distanza che li separava, considerato il luogo preciso della crocefissione dell' apostolo. Il Lanciani non spiega questa idea fantasiosa, ma si tratta senz' altro di una specie di calcolazione ermetica: equidistante dai sepolcri dei fondatori di Roma sarebbe il posto dove morì S. Pietro, simbolico rifondatore della Città.