Giulio Cesare e la guerra gallica (anno 55 a.C.)
"De bello gallico"

riferimenti cronologici:
la guerra gallica................................................ 58 a.C. - 51 a.C.
la campagna contro i Germani............................ 55 a.C.
prima invasione della Britannia............................ estate 55 a.C.

mappe cronologiche

mappa della Gallia 

lo scenario delle battaglie dell’anno 55 a.C., contro i Germani

Argomenti principali:
La migrazione dei Germani
Il panico si diffonde in Gallia
Cesare contro i Germani
Lo scontro
Il grande ponte sul Reno
Lo sbarco in Britannia
Il primo successo
Un nuovo scontro e un nuovo successo
Il tradimento dei Morini
Conclusione

La migrazione dei Germani

Nell’anno 55 a.C., mentre a Roma erano consoli in carica i due alleati di Cesare,  Crasso e Pompeo, la situazione in Gallia tornò a farsi turbolenta a causa dell’attraversamento del Reno da parte di alcune popolazioni Germaniche.

Si trattava degli Usipeti e dei Tenteri, i quali si andavano inevitabilmente ad insediare nella Gallia Belgica, rischiando di funzionare da detonatore in una realtà già di per sé esplosiva.

Questa migrazione era in realtà una fuga dall’aggressione degli Svevi, una popolazione votata alla guerra e alla conquista al punto che esisteva una vera e propria organizzazione per cui ogni villaggio forniva ogni anno 1000 armati da utilizzare proprio per la guerra.

Cesare aveva già avuto a che fare con questo popolo, quando due anni prima aveva ricacciato Ariovisto oltre il Reno, liberando dalla sua presenza il territorio dei Sequani.

Del resto la loro aggressività era testimoniata dal fatto che intorno ai loro territori si trovavano terre disabitate, proprio perché era loro costume attaccare i proprio confinanti costringendoli alla fuga: solo gli Ubi gli avevano resistito.

Negli ultimi anni Usipeti e Tenteri erano diventati l’obiettivo principale delle razzie e dei saccheggi degli Svevi.

E così anche questi due popoli si erano convinti a fuggire e dopo aver vagato per un po’ di tempo sulla riva destra del Reno, si erano decisi ad attraversarlo, invadendo il territorio dei Menapi.

Questi erano riusciti inizialmente a resistere, ma poi si erano lasciati sorprendere da un’azione notturna e avevano pagato con un massacro la loro resistenza: i Germani si stabilirono nei loro villaggi e passarono l’inverno sfruttando i loro raccolti.

Il panico si diffonde in Gallia

Questo massacro era già arrivato alle orecchie degli altri popoli della Gallia, che, spaventati dalla fine dei Menapi, avevano inviato ambasciatori ai Germani, dichiarando la loro disponibilità ad accoglierli nei loro territori.

Così i Germani si erano già inoltrati nel territorio degli Eburoni e si facevano sempre più intraprendenti.

Giulio Cesare temeva che questa situazione diventasse un’ulteriore elemento di instabilità rispetto ai sottili equilibri sui quali era basata la fragile pace nella Gallia; per questa ragione non si limitò ad osservare gli avvenimenti ma si attivò con la solita energia e determinazione che lo contraddistingueva.

Convocò una riunione con i capi delle diverse popolazioni della Gallia e li informò della sua intenzione di fare la guerra ai Germani, chiedendo proprio ai Galli di fornirgli contingenti di cavalleria.

Cesare contro i Germani

Senza indugio, il proconsole Romano condusse il suo esercito nel territorio degli Eburoni e qui incontrò gli ambasciatori dei Germani, i quali si dimostrarono disponibili a giungere ad un accordo con lui nonostante la loro indole e la loro fierezza che li portava a combattere prima ancora che a cercare accordi di pace.

Loro chiedevano di stabilirsi in un territorio della Gallia, stante l’impossibilità di tornare nei territori di origine, anche diverso da quello che si erano conquistati per diritto di guerra: erano quindi disponibili a valutare eventuali proposte che fossero venute dai Romani con i quali erano pronti a sviluppare dei rapporti di amicizia.

Cesare replicò che non era possibile per loro pensare di stabilirsi in Gallia  e che la loro unica possibilità era rappresentata dai territori al di là del Reno, in particolare quelli abitati dagli Ubi, i quali si erano rivolti proprio ai Romani per chiedere aiuto contro le violenze degli Svevi e che quindi avrebbero visto negli Usipeti e nei Tenteri dei validi alleati in questa loro azione di difesa del territorio.

Gli ambasciatori Germani si riservarono tre giorni per decidere e quindi chiesero a Cesare di fermare il suo esercito in attesa della loro risposta. Questi però interpretò questa richiesta come un diversivo per meglio prepararsi alla guerra e per riunire i loro contingenti di cavalleria, visto che il grosso di questi si era recato nei territori al di là della Mosa, e quindi rispose con un rifiuto alla loro richiesta: in attesa della loro decisione Cesare avrebbe proseguito la sua marcia.

Lo scontro

A modificare la situazione fu un improvviso scontro che avvenne tra le due cavallerie, quella Romana, nettamente più numerosa, e quella Germanica.

Sopratutto a causa dell’effetto sorpresa, i Romani ebbero la peggio nello scontro e persero quasi 70 uomini tra cui il nobile Pisone Aquitano.

Questo episodio diventò la "giusta causa" con la quale Giulio Cesare legittimò la sua intenzione di rifiutare ogni forma di accordo con i Germani e di passare decisamente all’azione.

Così quando il giorno dopo si presentarono a lui gli ambasciatori di Tenteri e Usipeti, il proconsole li fece imprigionare. Poi con un azione fulminea, Cesare schierò il suo esercito e attaccò il campo dei nemici trovandoli assolutamente impreparati. Fu un’autentica strage: Cesare nei suoi commentari parla di quasi 400.000 uomini che persero la vita, alcuni uccisi dalle spade dei Romani animati da un sentimento di vendetta, altri affogati nelle rive della Mosa (dove questa si congiunge con il Reno) mentre tentavano la fuga disperata.

L’attraversamento del Reno

Ma Cesare non si accontentava di questo risultato, capiva che i Germani rappresentavano un pericolo anche quando questi si trovavano al di là del Reno. La loro aggressività avrebbe continuato a rappresentare una fonte di instabilità per la situazione della Gallia: era venuto il momento di far capire ai Germani che la potenza di Roma avrebbe potuto colpirli anche oltre il Reno; si convinse quindi della necessità di passare quel confine che sembrava invalicabile.

Le motivazioni per dare legittimità alla sua scelta erano legate soprattutto alla richiesta d’aiuto che proveniva dagli Ubi, i quali erano stanchi d subire prepotenze da parte degli Svevi.

Inoltre i Sigambri, altro popolo Germanico,  avevano opposto un netto rifiuto alla richiesta di Cesare di consegnargli quel contingente di cavalieri Germani che, trovandosi ancora al di là della Mosa al momento dell’attacco di Cesare, erano riusciti a superare il Reno e a rifugiarsi proprio nel territorio dei Sigambri. Questi avevano detto esplicitamente a Cesare che i Romani non potevano vantare alcun diritto, anche perché la loro sfera di influenza terminava proprio sulle rive del grande fiume.

Proprio in virtù di questo rifiuto, il proconsole Romano si convinse che non era il caso di indugiare oltre, anche se si poneva giustamente il problema di come attraversare il fiume senza esporre le sue truppe ad un’inutile pericolo.

Il grande ponte sul Reno

Nonostante la disponibilità degli Ubi a fornirgli le navi necessarie, Giulio Cesare si era convinto che attraversare il Reno con delle imbarcazioni non fosse la scelta migliore e così concepì l’attraversamento tramite un ponte che sarebbe stato costruito in tempi così brevi da passare alla storia come una delle più grandi opere ingegneristiche dell’uomo.

Dopo appena 10 giorni, l’esercito Romano attraversava il Reno, portandosi sulla riva sinistra del grande fiume e creando in questo modo grande grande sconcerto nelle popolazioni Germaniche che mai avrebbero creduto possibile un’impresa di questo tipo.

Questo sconfinamento in territorio Germanico durò appena 18 giorni anche perché Cesare si era ritrovato senza nemici, visto che sia i Sigambri sia gli Svevi, impressionati dall’audacia e dall’efficienza dell’esercito Romano, avevano preferito darsi alla fuga, abbandonando i loro villaggi e rifugiandosi nelle foreste inespugnabili.

In fondo l’obiettivo del proconsole Romano era proprio quello di incutere terrore nei Germani, ribadendo la superiorità di Roma.

La fuga dei Germani aveva confermato la bontà della sua strategia e ora rendeva inutile la permanenza ulteriore dell’esercito in quelle regioni.

Quindi dopo aver portato devastazione nel territorio dei Sigambri e dopo aver ribadito il suo sostegno agli Ubi, Cesare aveva riattraversato il ponte sul Reno con tutto il suo esercito, demolendo dietro di sé quell’opera che tanto sconcerto aveva creato sulle popolazioni Germaniche.

Lo sbarco in Britannia

Una volta rientrato in Gallia, Giulio Cesare iniziò a materializzare un’altra impresa che lo stuzzicava da tempo: lo sbarco in Britannia.

Aveva intenzione di sfruttare il breve periodo estivo che restava a sua disposizione per prendere contatto con il territorio e con le popolazioni dell’isola rispetto alle quali aveva ricevuto solo scarne informazioni.

Sapeva di non avere il tempo per una guerra di conquista, ma solo per un approccio iniziale con il quale rendersi conto della situazione.

Radunò tutte le navi disponibili, quelle fatte costruire un anno prima per domare la ribellione dei Veneti e nel frattempo mandò in avanscoperta il suo legato Caio Voluseno.

Come i primi mercanti recatisi in Britannia riferirono a quelle popolazioni del possibile arrivo di Cesare, ambasciatori Britannici si recarono in Gallia per incontrare il proconsole, giurando ubbidienza e sottomissione al popolo Romano.

Intanto anche Caio Voluseno aveva completato la sua missione, esplorando la costa meridionale dell’isola, senza sbarcare dalla sua nave.

Con quasi cento navi da carico e con un numero imprecisato di navi da guerra, Cesare partì dalle terre dei Morini, dai quali aveva ottenuto un atto di sottomissione e fedeltà rafforzato dalla consegna di un numero ingente di ostaggi.

Dopo una notte di navigazione raggiunse le coste della Britannia dove trovò però ad attenderlo le popolazioni in armi, pronte ad impedirgli lo sbarco sull’isola.

La situazione non era certamente delle migliori, lo sbarco era oggettivamente difficile, ma l’uso delle navi da guerra, con le loro armi da getto, permise alle truppe Romane di ribaltare lo svantaggio e di costringere i nemici a ripiegare lasciando la spiaggia libera.

Il primo successo

I Romani riuscirono a sbarcare, ma una volta messo piede sull’isola vennero impegnati in duri scontri il cui esito restò in certo per lungo tempo fino a che le legioni Romane riuscirono a prevalere e i nemici si diedero alla fuga sottraendosi dal combattimento.

Cesare rinunciò a farli inseguire anche perché all’appello mancava ancora la cavalleria che aveva avuto problemi di navigazione e non era ancora riuscita a raggiungere le coste Britanniche.

In ogni caso i Britannici, provati dal combattimento ed impressionati dalle capacità militari dei Romani, mandarono nuovamente ambasciatori per trattare la pace. 

Cesare accettò le proposte benché si lamentò del comportamento infido dei Britanni, che prima avevano mandato degli ambasciatori in Gallia promettendo ubbidienza e sottomissione e poi li avevano attaccati in questo modo.

Con loro c’era anche Commio, Re degli Atrebati, alleato di Cesare, il quale si era recato sull’isola per preparare la strada allo sbarco dei Romani. Una volta arrivato in Britannia, lo stesso era stato imprigionato, ma ora, anche per riparare allo sgarbo fatto ai Romani, i Britanni lo avevano liberato.

Mentre sembrava che nessuna forza umana fosse in grado di resistere alla forza delle legioni Romane, la natura sembrava non volersi sottomettere al volere di Cesare e così fu una tempesta a sconvolgere i piani del grande Caio Giulio. 

Una tempesta che aveva impedito l’attracco della cavalleria (alcune navi erano state addirittura costrette a tornare in Gallia) e che distrusse molte delle navi da carico che erano state utilizzate da Cesare per trasportare le legioni e che erano ancorate sulle coste dell’isola.

Cesare si ritrovò isolato sulle coste della Britannia, senza l’importante appoggio della sua cavalleria e senza sufficienti mezzi di trasporto per tornarsene indietro in quelle condizioni.

Questo stato di difficoltà venne recepito anche dai Britanni che abbandonarono i loro propositi di pace e cominciarono a studiare il modo per annientare i Romani presenti sull’isola.

Un nuovo scontro e un nuovo successo

Cesare però aveva subodorato che qualcosa non stava andando per il verso giusto e si era fatto più guardingo. Quando una legione incaricata di rifornirsi di frumento venne attaccata dai nemici, la reazione dell’esercito Romano fu pronta ed immediata.  La sua legione si trovava in seria difficoltà anche perché i legionari erano poco preparati a contrapporre adeguate contromisure per la tecnica applicata dai Britanni, i quali utilizzavano in modo mirabile i loro carri da guerra.

L’intervento di Cesare e delle sue truppe permise alla sua legione di uscire da questo stato di difficoltà e di rientrare nell’accampamento.

Per un po’ di giorni le avverse condizioni meterologiche bloccarono le velleità dei Britanni che però dopo pochi giorni si presentarono di fronte all’accampamento dei Romani decisi a chiudere il conto.

Ma la reazione dell’esercito Romano fu così violenta e determinata da creare scompiglio nel nemico che si diede alla fuga, inseguito e decimato dai legionari.
Ancora una volta i Britanni si presentarono a Cesare per tentare di stabilire un nuovo trattato di pace, il quale la concesse in cambio di un consistente numero di ostaggi.

Se li fece inviare però nel continente dove sarebbe rientrato dopo pochi giorni, stipando le sue truppe nelle poche navi ancora integre e in quelle che nel frattempo era riuscito a riparare.

L’operazione di rientro riuscì in modo quasi indolore, solo due navi rimasero isolate dal resto del gruppo e sbarcarono in un porto diverso da quello in cui erano approdate le altre.

Il tradimento dei Morini

Questi soldati furono attaccati dai Morini, anche loro pronti a tradire i loro giuramenti di fedeltà fatti a Cesare prima della partenza. I legionari non si fecero sorprendere e si difesero con estrema energia, dando il tempo necessario al grosso dell’esercito Romano di venire in loro aiuto. La reazione di Cesare al comportamento dei Morini fu come sempre molto dura e il loro territorio venne devastato senza pietà, mentre le popolazioni della regione furono costrette a rifugiarsi nei boschi per sfuggire alla vendetta dei Romani.

La maggior parte delle truppe Romane vennero acquartierate nella Gallia Belgica per l’inverno, mentre a Roma il Senato decretava un ulteriore ringraziamento per le imprese del suo proconsole.

Conclusione

Era passato un altro anno e la Gallia era ben lungi dall’essere pacificata, ma Giulio Cesare era riuscito a sfruttare quella situazione di difficoltà per continuare ad allargare la sua sfera di azione aggiungendo due nuovi tasselli alla sua strategia: il passaggio del Reno e lo sbarco in Britannia.

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