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Giulio Cesare e la guerra gallica (anno 55 a.C.)
riferimenti cronologici:
mappe cronologiche
mappa della
Gallia lo scenario
delle battaglie dell’anno 55 a.C., contro i Germani
Argomenti principali:
Nell’anno 55 a.C., mentre a Roma erano consoli in carica i
due alleati di Cesare, Crasso e Pompeo, la situazione in
Gallia tornò a farsi turbolenta a causa dell’attraversamento del
Reno da parte di alcune popolazioni Germaniche.
Si trattava degli Usipeti e dei Tenteri, i quali si
andavano inevitabilmente ad insediare nella Gallia Belgica,
rischiando di funzionare da detonatore in una realtà già di per sé
esplosiva.
Questa migrazione era in realtà una fuga dall’aggressione degli
Svevi, una popolazione votata alla guerra e alla conquista al punto
che esisteva una vera e propria organizzazione per cui ogni villaggio
forniva ogni anno 1000 armati da utilizzare proprio per la
guerra.
Cesare aveva già avuto a che fare con questo popolo, quando due
anni prima aveva ricacciato Ariovisto oltre il Reno, liberando
dalla sua presenza il territorio dei Sequani.
Del resto la loro aggressività era testimoniata dal fatto che
intorno ai loro territori si trovavano terre disabitate, proprio perché
era loro costume attaccare i proprio confinanti costringendoli alla fuga:
solo gli Ubi gli avevano resistito.
Negli ultimi anni Usipeti e Tenteri erano diventati l’obiettivo
principale delle razzie e dei saccheggi degli Svevi.
E così anche questi due popoli si erano convinti a fuggire e dopo
aver vagato per un po’ di tempo sulla riva destra del Reno, si erano
decisi ad attraversarlo, invadendo il territorio dei
Menapi.
Questi erano riusciti inizialmente a resistere, ma poi si erano
lasciati sorprendere da un’azione notturna e avevano pagato con un
massacro la loro resistenza: i Germani si stabilirono nei loro villaggi
e passarono l’inverno sfruttando i loro raccolti.
Questo massacro era già arrivato alle orecchie degli altri popoli
della Gallia, che, spaventati dalla fine dei Menapi, avevano inviato
ambasciatori ai Germani, dichiarando la loro disponibilità ad accoglierli
nei loro territori.
Così i Germani si erano già inoltrati nel territorio degli
Eburoni e si facevano sempre più intraprendenti.
Giulio Cesare temeva che questa situazione diventasse un’ulteriore
elemento di instabilità rispetto ai sottili equilibri sui quali era basata
la fragile pace nella Gallia; per questa ragione non si limitò ad
osservare gli avvenimenti ma si attivò con la solita energia e
determinazione che lo contraddistingueva.
Convocò una riunione con i capi delle diverse popolazioni della
Gallia e li informò della sua intenzione di fare la guerra ai Germani,
chiedendo proprio ai Galli di fornirgli contingenti di
cavalleria.
Senza indugio, il proconsole Romano condusse il suo esercito nel
territorio degli Eburoni e qui incontrò gli ambasciatori dei
Germani, i quali si dimostrarono disponibili a giungere ad un accordo con
lui nonostante la loro indole e la loro fierezza che li portava a
combattere prima ancora che a cercare accordi di pace.
Loro chiedevano di stabilirsi in un territorio della Gallia,
stante l’impossibilità di tornare nei territori di origine, anche
diverso da quello che si erano conquistati per diritto di guerra: erano
quindi disponibili a valutare eventuali proposte che fossero venute dai
Romani con i quali erano pronti a sviluppare dei rapporti di
amicizia.
Cesare replicò che non era possibile per loro pensare di stabilirsi
in Gallia e che la loro unica possibilità era rappresentata dai
territori al di là del Reno, in particolare quelli abitati dagli
Ubi, i quali si erano rivolti proprio ai Romani per chiedere aiuto
contro le violenze degli Svevi e che quindi avrebbero visto negli Usipeti
e nei Tenteri dei validi alleati in questa loro azione di difesa del
territorio.
Gli ambasciatori Germani si riservarono tre giorni per decidere
e quindi chiesero a Cesare di fermare il suo esercito in attesa della loro
risposta. Questi però interpretò questa richiesta come un diversivo
per meglio prepararsi alla guerra e per riunire i loro contingenti di
cavalleria, visto che il grosso di questi si era recato nei territori al
di là della Mosa, e quindi rispose con un rifiuto alla loro
richiesta: in attesa della loro decisione Cesare avrebbe proseguito la
sua marcia.
A modificare la situazione fu un improvviso scontro che avvenne tra
le due cavallerie, quella Romana, nettamente più numerosa, e quella
Germanica.
Sopratutto a causa dell’effetto sorpresa, i Romani ebbero la
peggio nello scontro e persero quasi 70 uomini tra cui il nobile Pisone
Aquitano.
Questo episodio diventò la "giusta causa" con la quale Giulio
Cesare legittimò la sua intenzione di rifiutare ogni forma di accordo con
i Germani e di passare decisamente all’azione.
Così quando il giorno dopo si presentarono a lui gli ambasciatori
di Tenteri e Usipeti, il proconsole li fece imprigionare. Poi con un
azione fulminea, Cesare schierò il suo esercito e attaccò il campo dei
nemici trovandoli assolutamente impreparati. Fu un’autentica strage:
Cesare nei suoi commentari parla di quasi 400.000 uomini che persero la
vita, alcuni uccisi dalle spade dei Romani animati da un sentimento di
vendetta, altri affogati nelle rive della Mosa (dove questa si congiunge
con il Reno) mentre tentavano la fuga disperata.
Ma Cesare non si accontentava di questo risultato, capiva che i
Germani rappresentavano un pericolo anche quando questi si trovavano al di
là del Reno. La loro aggressività avrebbe continuato a rappresentare una
fonte di instabilità per la situazione della Gallia: era venuto il
momento di far capire ai Germani che la potenza di Roma avrebbe potuto
colpirli anche oltre il Reno; si convinse quindi della necessità di
passare quel confine che sembrava invalicabile.
Le motivazioni per dare legittimità alla sua scelta erano legate
soprattutto alla richiesta d’aiuto che proveniva dagli Ubi, i quali
erano stanchi d subire prepotenze da parte degli
Svevi.
Inoltre i Sigambri, altro popolo Germanico, avevano
opposto un netto rifiuto alla richiesta di Cesare di consegnargli quel
contingente di cavalieri Germani che, trovandosi ancora al di là della
Mosa al momento dell’attacco di Cesare, erano riusciti a superare il Reno
e a rifugiarsi proprio nel territorio dei Sigambri. Questi avevano detto
esplicitamente a Cesare che i Romani non potevano vantare alcun diritto,
anche perché la loro sfera di influenza terminava proprio sulle rive del
grande fiume.
Proprio in virtù di questo rifiuto, il proconsole Romano si
convinse che non era il caso di indugiare oltre, anche se si poneva
giustamente il problema di come attraversare il fiume senza esporre le sue
truppe ad un’inutile pericolo.
Nonostante la disponibilità degli Ubi Dopo appena 10 giorni, l’esercito Romano attraversava il
Reno, portandosi sulla riva sinistra del grande fiume e creando in questo
modo grande grande sconcerto nelle popolazioni Germaniche che mai
avrebbero creduto possibile un’impresa di questo tipo.
Questo sconfinamento in territorio Germanico durò appena 18
giorni anche perché Cesare si era ritrovato senza nemici, visto che
sia i Sigambri sia gli Svevi, impressionati dall’audacia e dall’efficienza
dell’esercito Romano, avevano preferito darsi alla fuga, abbandonando i
loro villaggi e rifugiandosi nelle foreste inespugnabili.
In fondo l’obiettivo del proconsole Romano era proprio quello di
incutere terrore nei Germani, ribadendo la superiorità di
Roma.
La fuga dei Germani aveva confermato la bontà della sua strategia e
ora rendeva inutile la permanenza ulteriore dell’esercito in quelle
regioni.
Quindi dopo aver portato devastazione nel territorio dei Sigambri e
dopo aver ribadito il suo sostegno agli Ubi, Cesare aveva
riattraversato il ponte sul Reno con tutto il suo esercito, demolendo
dietro di sé quell’opera che tanto sconcerto aveva creato sulle
popolazioni Germaniche.
Una volta rientrato in Gallia, Giulio Cesare iniziò a
materializzare un’altra impresa che lo stuzzicava da tempo: lo sbarco
in Britannia.
Aveva intenzione di sfruttare il breve periodo estivo che restava a
sua disposizione per prendere contatto con il territorio e con le
popolazioni dell’isola rispetto alle quali aveva ricevuto solo scarne
informazioni.
Sapeva di non avere il tempo per una guerra di conquista, ma solo
per un approccio iniziale con il quale rendersi conto della
situazione.
Radunò tutte le navi disponibili, quelle fatte costruire un
anno prima per domare la ribellione dei Veneti e nel frattempo
mandò in avanscoperta il suo legato Caio Voluseno.
Come i primi mercanti recatisi in Britannia riferirono a quelle
popolazioni del possibile arrivo di Cesare, ambasciatori Britannici si
recarono in Gallia per incontrare il proconsole, giurando ubbidienza e
sottomissione al popolo Romano.
Intanto anche Caio Voluseno aveva completato la sua
missione, esplorando la costa meridionale dell’isola, senza sbarcare dalla
sua nave.
Con quasi cento navi da carico e con un numero imprecisato di
navi da guerra, Cesare partì dalle terre dei Morini, dai quali aveva
ottenuto un atto di sottomissione e fedeltà rafforzato dalla consegna di
un numero ingente di ostaggi.
Dopo una notte di navigazione raggiunse le coste della
Britannia dove trovò però ad attenderlo le popolazioni in armi, pronte
ad impedirgli lo sbarco sull’isola.
La situazione non era certamente delle migliori, lo sbarco era
oggettivamente difficile, ma l’uso delle navi da guerra, con le loro
armi da getto, permise alle truppe Romane di ribaltare lo svantaggio e
di costringere i nemici a ripiegare lasciando la spiaggia
libera.
I Romani riuscirono a sbarcare, ma una volta messo piede
sull’isola vennero impegnati in duri scontri il cui esito restò in certo
per lungo tempo fino a che le legioni Romane riuscirono a prevalere e i
nemici si diedero alla fuga sottraendosi dal
combattimento.
Cesare rinunciò a farli inseguire anche perché all’appello mancava
ancora la cavalleria che aveva avuto problemi di navigazione e non era
ancora riuscita a raggiungere le coste Britanniche.
In ogni caso i Britannici, provati dal combattimento ed
impressionati dalle capacità militari dei Romani, mandarono nuovamente
ambasciatori per trattare la pace.
Cesare accettò le proposte benché si lamentò del comportamento
infido dei Britanni, che prima avevano mandato degli ambasciatori in
Gallia promettendo ubbidienza e sottomissione e poi li avevano attaccati
in questo modo.
Con loro c’era anche Commio, Re degli Atrebati, alleato di
Cesare, il quale si era recato sull’isola per preparare la strada allo
sbarco dei Romani. Una volta arrivato in Britannia, lo stesso era stato
imprigionato, ma ora, anche per riparare allo sgarbo fatto ai Romani, i
Britanni lo avevano liberato.
Mentre sembrava che nessuna forza umana fosse in grado di resistere
alla forza delle legioni Romane, la natura sembrava non volersi
sottomettere al volere di Cesare e così fu una tempesta a sconvolgere i
piani del grande Caio Giulio.
Una tempesta che aveva impedito l’attracco della cavalleria (alcune
navi erano state addirittura costrette a tornare in Gallia) e che
distrusse molte delle navi da carico che erano state utilizzate da Cesare
per trasportare le legioni e che erano ancorate sulle coste
dell’isola.
Cesare si ritrovò isolato sulle coste della Britannia, senza
l’importante appoggio della sua cavalleria e senza sufficienti mezzi di
trasporto per tornarsene indietro in quelle condizioni.
Questo stato di difficoltà venne recepito anche dai Britanni che
abbandonarono i loro propositi di pace e cominciarono a studiare il modo
per annientare i Romani presenti sull’isola.
Cesare però aveva subodorato che qualcosa non stava andando per il
verso giusto e si era fatto più guardingo. Quando una legione
incaricata di rifornirsi di frumento venne attaccata dai nemici, la
reazione dell’esercito Romano fu pronta ed immediata. La sua
legione si trovava in seria difficoltà anche perché i legionari erano poco
preparati a contrapporre adeguate contromisure per la tecnica applicata
dai Britanni, i quali utilizzavano in modo mirabile i loro carri da
guerra.
L’intervento di Cesare e delle sue truppe permise alla sua legione
di uscire da questo stato di difficoltà e di rientrare
nell’accampamento.
Per un po’ di giorni le avverse condizioni meterologiche bloccarono
le velleità dei Britanni che però dopo pochi giorni si presentarono di
fronte all’accampamento dei Romani decisi a chiudere il conto.
Ma la reazione dell’esercito Romano fu così violenta e
determinata da creare scompiglio nel nemico che si diede alla fuga,
inseguito e decimato dai legionari. Se li fece inviare però nel continente dove sarebbe rientrato
dopo pochi giorni, stipando le sue truppe nelle poche navi ancora integre
e in quelle che nel frattempo era riuscito a riparare.
L’operazione di rientro riuscì in modo quasi indolore, solo due
navi rimasero isolate dal resto del gruppo e sbarcarono in un porto
diverso da quello in cui erano approdate le altre.
Questi soldati furono attaccati dai Morini, anche loro
pronti a tradire i loro giuramenti di fedeltà fatti a Cesare prima della
partenza. I legionari non si fecero sorprendere e si difesero con
estrema energia, dando il tempo necessario al grosso dell’esercito Romano
di venire in loro aiuto. La reazione di Cesare al comportamento dei
Morini fu come sempre molto dura e il loro territorio venne devastato
senza pietà, mentre le popolazioni della regione furono costrette a
rifugiarsi nei boschi per sfuggire alla vendetta dei Romani.
La maggior parte delle truppe Romane vennero acquartierate nella
Gallia Belgica per l’inverno, mentre a Roma il Senato decretava un
ulteriore ringraziamento per le imprese del suo proconsole.
Era passato un altro anno e la Gallia era ben lungi dall’essere
pacificata, ma Giulio Cesare era riuscito a sfruttare quella situazione di
difficoltà per continuare ad allargare la sua sfera di azione aggiungendo
due nuovi tasselli alla sua strategia: il passaggio del Reno e lo
sbarco in Britannia.
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