Giulio Cesare e la guerra gallica (anno 54-53 a.C.)
"De bello gallico"

Seconda invasione della Britannia
Rivolte e ribellioni delle popolazioni galliche
Gli Eburoni di Ambiorige
I Treveri di Indutiomaro
Cesare attraversa nuovamente il Reno

riferimenti cronologici:
La guerra gallica...................................................................... 58 a.C. - 51 a.C.
Prima crisi con i Treveri........................................................... 54 a.C.
Seconda spedizione della Britannia.......................................... 54 a.C.
Rivolta dei Canuti e uccisione del loro Re Tasgezio.................... ottobre 54 a.C.
Rivolta degli Eburoni di Ambiorige e strage di romani.................. ottobre 54 a.C.
Rivolta dei Treveri; vittoria di Labieno e morte di Indutiomaro........ novembre 54 a.C.
Pompeo invia 3 legioni a Cesare............................................... inverno 54 a.C.
Repressione dei Treveri............................................................ marzo 53 a.C.
Assemblea dei Galli convocata da Cesare a Samarobriva............ primavera 53 a.C.
Repressione dei Senoni........................................................... primavera 53 a.C.
Repressione dei Canuti............................................................ aprile 53 a.C.
Repressione di Menapi e Treveri............................................... primavera 53 a.C.
Cesare passa ancora il Reno................................................... estate del 53 a.C.
Nuovo attacco ad Ambiorige.................................................... settembre 53 a.C.
Assemblea autunnale dei Galli................................................. autunno 53 a.C.

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mappa della Gallia

lo scenario delle vicende degli anni 54-53 a.C.

Argomenti principali:
Seconda spedizione in Britannia
Il ritorno in Gallia
La rivolta degli Eburoni di Ambiorige
Rivolte dei Treveri e dei Senoni
La morte di Indutiomaro
Cesare reprime Nervi, Senoni e Canuti
Tocca a Treveri e Menapi
Nuovo attraversamento del Reno
Attacco ad Ambiorige
Conclusioni

Nell’inverno tra l’anno 55 e 54 a.C., Cesare, prima di recarsi nella Gallia Cisalpina e nell’Illirico per assolvere alle sue funzioni di proconsole, diede ordine ai suoi legati di costruire navi da trasporto secondo un disegno che fosse più adatto per affrontare l’oceano e quindi la traversata verso le coste della Britannia.

Quando tornò nella Gallia Transalpina apprese che i suoi soldati,  presi dall’entusiasmo, di queste navi da trasporto ne avevano costruite ben 600 e in più ne avevano costruite anche 28 da guerra.

Prima di affrontare l’impresa britannica, Cesare dovette occuparsi di una situazione critica che riguardava il popolo dei Treveri, sempre più irrequieto e diviso dalla rivalità di due nobili che si contendevano la supremazia interna: Cingetorige e Indiotumaro. Il primo era molto disponibile nei confronti di Roma, il secondo si preparava invece alla guerra.

L’arrivo di Cesare e dei suoi legionari fu sufficiente a ricomporre la situazione visto che la maggior parte dei Treveri si schierò dalla parte di Cingetorige, che si rivolse direttamente a Cesare con un atto di sottomissione, isolando di fatto Indiotumaro il quale rinunciò alle sue velleità belliche. La consegna di 200 ostaggi tra i quali il figlio dello stesso Indiotumaro misero fine alla crisi, anche perché Giulio Cesare aveva fretta di partire per la Britannia.

Seconda spedizione in Britannia

E così il proconsole insieme alle sue legioni prese la via di Porto Izio, da dove si sarebbe imbarcato per la Britannia facendosi accompagnare anche dalla maggior parte dei cavalieri e dei nobili della Gallia, specialmente quelli che temeva di più.  Durante l’attesa di quasi un mese dovuta alle avverse condizioni metereologiche, Cesare dovette fronteggiare l’ostilità di alcuni tra questi nobili che si rifiutavano di partire per la Britannia. Il più ostico si rivelò il solito Dumnorige, personaggio influente tra gli Edui, che già in passato aveva cospirato contro Cesare. Questi al momento della partenza si diede alla fuga, ma raggiunto dai legionari venne ucciso secondo gli ordini del proconsole. Gli altri cavalieri Edui che erano con lui tornarono indietro e si aggregarono alla spedizione.

E così Giulio Cesare poté affrontare la traversata per raggiungere le coste della Britannia, lasciando il fedele Labieno, alla guida di 3 legioni, a presidiare la Gallia. 

La traversata iniziata da Porto Izio si svolse in modo tranquillo e la flotta di Cesare raggiunse le coste britanniche presso la località di Sandwich; lo stesso comandante, insieme al grosso delle forze, si avviò immediatamente verso l’interno dove si erano attestati i Britanni che erano rimasti impressionati dall’enorme flotta romana.

Il primo scontro tra i due eserciti avvenne a una ventina di chilometri dalla costa e provocò la fuga dei britanni che si ripararono nei boschi, da dove erano in grado di colpire i romani senza grossi rischi. Ma la settima legione, protetta da un tetto di scudi, sfidò i dardi degli avversari e li costrinse ad abbandonare la posizione.

Il primo parziale successo fu però turbato da una notte di tempesta che provocò seri danni alle navi al punto da indurre Cesare ad abbandonare l’inseguimento dei suoi avversari e a tornare sulla costa per occuparsi del problema. 
Ci vollero all’incirca 10 giorni per tirare le navi in secco e per predisporre le fortificazioni che le avrebbero protette durante le operazioni di riparazione. In quei 10 giorni i Britanni si ricompattarono e affidarono il comando a Cassivelauno, una capo di una tribù autoctona che risiedeva sulle rive del Tamigi, a più di 100 km dalla costa (non lontano dall’attuale città di Londra).

Quando l’esercito romano riprese le operazioni trovò una situazione più difficile della precedente e i primi scontri tra i due eserciti furono dall’esito incerto, provocando numerose perdite nelle file romane ed evidenziando una certa impreparazione dei legionari di fronte alla tattica "mordi e fuggi" adottata dai Britanni.

Ma i Britanni non seppero sfruttare la situazione di vantaggio e alla prima sconfitta la loro compattezza si disciolse come "neve al sole": ogni tribù tornò nel proprio territorio, compresa la tribù di Cassivelauno.

Ma Cesare non aveva intenzione di mollare la presa e inseguì il suo nemico fin dentro il suo territorio, sulle rive del Tamigi. E fu proprio con uno spettacolare attraversamento del grande fiume, che le legioni riuscirono a sbaragliare le truppe nemiche. Cassivelauno riuscì a fuggire insieme ad un contingente di 4000 uomini.

La caccia continuava, mentre la maggior parte delle tribù della regione dichiaravano la propria sottomissione a Giulio Cesare, isolando il ribelle. Stanato dalla sua ultima fortezza Cassivelauno cercò l’aiuto di altri Re, tra i quali Cingetorice, Carvilio, Tassimagulo, Segovace.

Ma i Romani erano ormai inarrestabili e sbaragliarono anche questi nuovi nemici.

Cassivelauno allora cambiò strategia e cercò di negoziare la resa con Giulio Cesare, il quale decise di accettarla rappresentando questa un’occasione per disimpegnarsi e per tornare nel continente. Chiaramente pose delle condizioni molto dure al suo nemico, ma nella sostanza stava accettando la scappatoia proposta.

Il ritorno in Gallia

Cesare tornò in Gallia dopo un viaggio travagliato, e lì trovò una situazione tutt’altro che tranquilla, a dimostrazione che quella regione non era pacificata.

Questo accadeva in un momento cui Cesare avrebbe preferito occuparsi delle vicende politiche dell’Urbe, cosa che avrebbe potuto fare anche dalla Gallia Cisalpina dove normalmente Cesare andava a svernare, esercitando il suo legittimo ruolo di proconsole.

Ma nell’autunno del 54 a.C, mentre Cesare si preparava a partire  venne a sapere che i Canuti si erano ribellati e avevano ucciso il loro Re Tasgezio, considerato espressione dell’alleanza con i romani.

Il tentativo di ribellione venne prontamente domata dall’invio in quei territori di una legione alla guida di Lucio Manuzio Planco, al quale vennero consegnati gli assassini del Re.

La rivolta degli Eburoni di Ambiorige

Ma la situazione era ormai in ebollizione e anche gli Eburoni, agli ordini del Re Ambiorige, si erano ribellati e avevano messo sotto assedio il campo romano presso Aduatuca (ottobre del 54 a.C.), dove una legione, rafforzata da 5 coorti supplementari, si era acquartierate per l’inverno agli ordini di Quinto Titurio Sabino e Lucio Arunculeio Cotta.

Il primo tentativo di attacco andò fallito, ma allora gli Eburoni cambiarono strategia e attrassero i legionari romani in una trappola. Chiesero infatti di parlamentare con i comandanti romani e spiegarono loro che la situazione della Gallia era in fiamme e che le popolazioni Galliche sostenute dai Germani si stavano ribellando ai romani. Loro erano stati costretti ad attaccare i romani per evitare rappresaglie da parte degli altri Galli e soprattutto da parte dei germani, ma ora erano pentiti e per discolparsi erano disposti ad aiutare quelle 15 coorti a riunirsi con la legione di Labieno, scortandole fino al suo accampamento.

A questo punto entrò in gioco la rivalità e lo scarso affiatamento dei due comandanti e purtroppo prevalse la decisione di Sabino di accettare l’offerta di Ambiorige.

Fu una strage, le coorti romane vennero annientate e nello scontro persero la vita anche Sabino e Cotta. Solo alcuni legionari riuscirono a salvarsi e a raggiungere l’accampamento di Labieno.

Eccitato dal facile successo, Ambiorige convinse le popolazioni confinanti, Aduatici e Nervi, a dare continuità alla loro ribellione e ad attaccare anche l’accampamento di Quinto Cicerone sulla Sambre, proprio nel territorio dei Nervi.

L’attacco fu molto duro e più di una volta l’accampamento romano fu sul punto di vacillare, anche perché i Galli avevano imparato dai romani molte delle tecniche di assedio. Il valore dei difensori riuscì però ad avere la meglio sugli assalitori e l’accampamento resistette fino all’arrivo di Giulio Cesare al comando di 2 legioni.

I nemici dopo avere tentato un attacco nei confronti dello stesso Cesare, desisterono dai loro propositi e si ritirarono, dando la possibilità alle truppe romane di riunirsi.

Rivolte dei Treveri e dei Senoni

La notizia della vittoria ottenuta da Giulio Cesare spense gli entusiasmi delle altre popolazioni galliche, compresi i Treveri di Indutiomaro. Questi infatti aveva deposto Cingetorige e aveva posto assedio l’accampamento di Labieno. Ma una volta appreso che Ambiorige si era ritirato anche lui rinunciò a sferrare l’attacco.

Ma la situazione restava esplosiva (anche i Senoni avevano deposto il Re Cavarino, amico dei romani) al punto che Cesare decise di passare l’inverno con il suo esercito, evitando di tornare nella Gallia Cisalpina e quindi restando lontano dalle vicende politiche dell’Urbe.

Era necessario mantenere alto il livello di guardia visto che i galli continuavano a cospirare contro Roma e le sue legioni.

Il proconsole poteva ormai solo contare sulla fedeltà degli Edui e dei Remi, mentre le altre popolazioni galliche si mostravano sensibili alle sollecitazioni che venivano dai Treveri, i più decisi a liberarsi della dominazione romana.

La morte di Indutiomaro

Indutiomaro cercò di coinvolgere anche le popolazioni germaniche, richiamandole al di qua del Reno, ma queste non si mostrarono disponibili, anche perché avevano già potuto saggiare le capacità militari delle legioni romane.

Indutiomaro non si arrendeva e cercava di coalizzare intorno a se tutte i galli che non si erano rassegnati ad essere sottomessi ai romani; raggiunse in poco tempo un tale prestigio che molti si presentavano spontaneamente a lui per sposarne la causa.

Il capo dei Treveri convocò un un consiglio di guerra a cui parteciparono anche Senoni, Canuti, Nervi e Aduatici. Durante la riunione Indutiomaro espose il suo piano che prevedeva l’attacco all’accampamento di Labieno e poi l’occupazione e la devastazione del territorio dei Remi, rei di essere amici dei romani.

I Treveri si scagliarono subito sul campo di Labieno, il quale evitò di rispondere e si mantenne al riparo delle solide fortificazione con cui aveva protetto l’accampamento.

Labieno aspettò il momento giusto per contrattaccare, quando cioè si rese conto che i suoi nemici avevano abbassato il livello di attenzione, e questo perché si erano convinti che i romani mai e poi mai sarebbero usciti  dal loro accampamento.
Lanciò i suoi cavalieri all’attacco con l’obiettivo di uccidere proprio Indutiomaro, obiettivo che venne conseguito visto che il capo gallico si fece sorprendere mentre guadava un fiume. Dopo aver decapitato Indutiomaro, i cavalieri romani si dedicarono a colpire con durezza i suoi uomini, provocando gravi perdite nello schieramento avversario.

La morte di Indutiomaro fu un duro colpo per le rivendicazioni dei Galli e per un breve periodo la situazione tornò tranquilla.

Cesare ne approfittò per rinforzare le sue truppe convinto che nonostante la calma apparente, il fuoco covava ancora sotto la cenere.

Non potendo andare direttamente nella Gallia Cisalpina ad effettuare l’arruolamento, Cesare chiese a Pompeo, con il quale era ancora in buone relazioni, di farlo per lui. Pompeo accettò la richiesta e in breve tempo inviò al proconosole 3 legioni di reclute, quindi il doppio degli uomini persi nell’attacco di Ambiorige; queste truppe rappresentavano un rinforzo concreto per l’esercito a disposizione di Cesare e nello stesso tempo rappresentavano un chiaro segnale per i Galli che dovevano accettare la superiorità dei romani in grado di schierare risorse militari infinite e quindi in grado di vanificare ogni loro eventuale successo militare.

La situazione però restava esplosiva, alcune popolazioni continuavano a dare chiari segni di insofferenza e continuavano a prepararsi alla guerra.

Tra queste popolazioni le più attive erano quelle dei Nervi, degli Aduatici, dei Senoni, dei Canuti, dei Menapi e in modo particolare dei Treveri che, orfani di Indutiomaro, continuavano a istigare i Germani proponendo loro un’alleanza in funzione anti-romana.

Cesare reprime Nervi, Senoni e Canuti

Giulio Cesare adottò la tattica della guerra preventiva, inizialmente contro i Nervi dei quali devastò il territorio (marzo 53 a.C.) e poi contro i Senoni, rei di di non aver preso parte insieme ai Nervi e ai Treveri, all’assemblea dei popoli galli convocata da Cesare presso Samarobriva.

All’avvicinarsi dei soldati romani questi rinunciarono ad ogni velleità di ribellione e mandarono ambasciatori nel tentativo di convincere Cesare a fermarsi. Utilizzarono anche la mediazione degli Edui, fedeli amici dei romani, e ottennero il risultato sperato: Cesare infatti accettò ostaggi in cambio della pace, anche se imprigionò il pastore Accone che era stato il responsabile della rivolta che aveva portato alla destituzione del Re Cavarino.

Un accordo simile venne concluso anche con i Canuti che avevano utilizzato la mediazione dei Remi.

Tocca a Treveri e Menapi

L’attenzione di Cesare a questo punto si diresse verso le popolazioni che si dimostravano veramente ostili: Treveri, Menapi e gli Eburoni di Ambiorige.

Incaricò Labieno di occuparsi dei Treveri, mentre lui si dedicò ai Menapi: colpendo per prime queste due popolazioni pensava di isolare Ambiorige e quindi di lasciarlo per ultimo.

L’attacco contro i Menapi venne condotto con grande decisione e in poco tempo le truppe romane (divise in tre tronconi uno dei quali comandato dallo stesso Cesare e gli altri due da Marco Crasso e Caio Fabio) presero il controllo del territorio, costringendo gli stessi Menapi a chiedere la pace. Cesare accettò la richiesta, ricevendo ostaggi in cambio di un trattato di pace che impediva ai Menapi di mantenere qualsiasi tipo di relazione con Ambiorige.

Labieno invece doveva occuparsi dei Treveri e anche lui lo fece con grande decisione, temeva infatti l’arrivo dei Germani in soccorso dei suoi nemici.

Ad un certo punto però venne a trovarsi in una situazione di stallo: il fiume Mosella separava il suo esercito da quello nemico. Labieno non voleva attraversarlo, per paura di trovarsi in una situazione di eccessivo svantaggio, ma al contempo sapeva che anche i suoi nemici non lo avrebbero attraversato, considerato che il tempo giocava a loro favore.

Labieno allora studiò una stratagemma: fece sapere ai suoi nemici che, spaventato dall’imminente arrivo dei Germani, aveva deciso di ritirarsi. Preparò la fuga in fretta e furia, provocando in questo modo i suoi nemici che pensarono di trovarsi di fronte ad una grande occasione. I Treveri attraversarono il fiume e attaccarono le retroguardie romane, scoprendo però che non si trattava di retroguardie ma di un’esca preparata appositamente.

Le legioni romane ebbero gioco facile e provocarono forti perdite nello schieramento nemico: alcuni superstiti fuggirono al di là del Reno insieme ai Germani che, di fronte alla netta vittoria dei Romani preferirono fare marcia indietro per tornarsene nelle loro terre. I Treveri rimasti furono posti nuovamente sotto il controllo del Re Cingetorige.

La situazione in Gallia ora sembrava più tranquilla, ma Cesare voleva evitare che l’alleanza anti-romana tra Treveri, Eburoni e Germani potesse riorganizzarsi e quindi ricorse ancora una volta alla guerra preventiva.

Nuovo attraversamento del Reno

Decise di portare la guerra ancora una volta al di là del Reno, che attraversò nuovamente costruendo un ponte in pochi giorni, come aveva già fatto due anni prima.

Una volta attraversato il Reno venne a sapere che erano stati unicamente gli Svevi ad aver risposto agli appelli dei Treveri e quindi il proconsole rivolse la sua attenzione contro quelli che ormai erano suoi tradizionali nemici: con un’avanzata fulminea li costrinse a fuggire nelle selve.

Cesare si accontentò di questo risultato e decise di tornare indietro per attaccare Ambiorige, rimasto senza alleati. Questa volta però non distrusse il ponte sul Reno, pensando di poterlo riutilizzare in caso di emergenza; lo accorciò solamente per evitare che potesse essere usato dagli stessi Germani per dare appoggio ad Ambiorige.

Attacco ad Ambiorige

Il ritorno in Gallia fu molto rapido e sorprese gli Eburoni con in testa il loro capo. Un contingente di cavalleria, comandato da Lucio Minucio Basilio, mandato in avanscoperta, si avvicinò senza incontrare resistenze alla fortezza dove risiedeva Ambiorige, che solo per una combinazione fortunata riuscì a salvarsi.

Mentre Cesare tentava di stanare il suo avversario un gruppo di Germani attraversava il Reno e attaccava il campo di Aduatuca, presidiato da Quinto Cicerone. Fu un momento terribile e in alcuni momenti la sorte sembrava segnata, ma alla fine le difese del campo resistettero e i Germani abbandonarono la presa.

Conclusioni

In autunno Cesare riunì nuovamente i Galli in assemblea e molte popolazioni vennero sottoposte a pesanti sanzioni per i loro comportamenti anti-romani.

Come segnale inequivocabile della sua ferrea determinazione, Cesare condannò a morte il pastore Accone.

Giulio Cesare finita l’assemblea preparò il suo esercito a passare un altro inverno, disponendo le sue truppe nei quartieri invernali.

Fatto questo si preparò a partire per la Gallia Cisalpina non sapendo che l’anno successivo sarebbe stato il più terribile per la sua avventura gallica.

  

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