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Giulio Cesare e la guerra gallica (anno 54-53 a.C.)
Seconda invasione della Britannia
riferimenti cronologici:
mappe cronologiche
mappa della Gallia lo scenario delle
vicende degli anni 54-53 a.C. Argomenti principali:
Nell’inverno tra l’anno 55 e 54 a.C., Cesare, prima di
recarsi nella Gallia Cisalpina e nell’Illirico per assolvere
alle sue funzioni di proconsole, diede ordine ai suoi legati di costruire
navi da trasporto secondo un disegno che fosse più adatto per
affrontare l’oceano e quindi la traversata verso le coste della
Britannia.
Quando tornò nella Gallia Transalpina apprese che i suoi
soldati, presi dall’entusiasmo, di queste navi da trasporto
ne avevano costruite ben 600 e in più ne avevano costruite anche
28 da guerra.
Prima di affrontare l’impresa britannica, Cesare dovette occuparsi
di una situazione critica che riguardava il popolo dei Treveri,
sempre più irrequieto e diviso dalla rivalità di due nobili che si
contendevano la supremazia interna: Cingetorige e
Indiotumaro. Il primo era molto disponibile nei confronti di Roma,
il secondo si preparava invece alla guerra.
L’arrivo di Cesare e dei suoi legionari fu sufficiente a ricomporre
la situazione visto che la maggior parte dei Treveri si schierò dalla
parte di Cingetorige, che si rivolse direttamente a Cesare con un
atto di sottomissione, isolando di fatto Indiotumaro il quale
rinunciò alle sue velleità belliche. La consegna di 200 ostaggi tra
i quali il figlio dello stesso Indiotumaro misero fine alla crisi, anche
perché Giulio Cesare aveva fretta di partire per la
Britannia.
E così il proconsole insieme alle sue legioni prese la via di
Porto Izio, da dove si sarebbe imbarcato per la Britannia
facendosi accompagnare anche dalla maggior parte dei cavalieri e dei
nobili della Gallia, specialmente quelli che temeva di più.
Durante l’attesa di quasi un mese dovuta alle avverse condizioni
metereologiche, Cesare dovette fronteggiare l’ostilità di alcuni tra
questi nobili che si rifiutavano di partire per la Britannia. Il più
ostico si rivelò il solito Dumnorige, personaggio influente tra gli
Edui, che già in passato aveva cospirato contro Cesare. Questi al
momento della partenza si diede alla fuga, ma raggiunto dai legionari
venne ucciso secondo gli ordini del proconsole. Gli altri cavalieri Edui
che erano con lui tornarono indietro e si aggregarono alla
spedizione.
E così Giulio Cesare poté affrontare la traversata per
raggiungere le coste della Britannia, lasciando il fedele
Labieno, alla guida di 3 legioni, a presidiare la
Gallia.
La traversata iniziata da Porto Izio si svolse in modo tranquillo e
la flotta di Cesare raggiunse le coste britanniche presso la località di
Sandwich; lo stesso comandante, insieme al grosso delle forze, si
avviò immediatamente verso l’interno dove si erano attestati i Britanni
che erano rimasti impressionati dall’enorme flotta romana.
Il primo scontro tra i due eserciti avvenne a una ventina di
chilometri dalla costa e provocò la fuga dei britanni che si
ripararono nei boschi, da dove erano in grado di colpire i romani senza
grossi rischi. Ma la settima legione, protetta da un tetto di
scudi, sfidò i dardi degli avversari e li costrinse ad abbandonare la
posizione.
Il primo parziale successo fu però turbato da una notte di
tempesta che provocò seri danni alle navi al punto da indurre Cesare
ad abbandonare l’inseguimento dei suoi avversari e a tornare sulla costa
per occuparsi del problema. Quando l’esercito romano riprese le operazioni trovò una situazione
più difficile della precedente e i primi scontri tra i due eserciti furono
dall’esito incerto, provocando numerose perdite nelle file romane ed
evidenziando una certa impreparazione dei legionari di fronte alla
tattica "mordi e fuggi" adottata dai Britanni.
Ma i Britanni non seppero sfruttare la situazione di vantaggio e
alla prima sconfitta la loro compattezza si disciolse come "neve al sole":
ogni tribù tornò nel proprio territorio, compresa la tribù di
Cassivelauno.
Ma Cesare non aveva intenzione di mollare la presa e inseguì il suo
nemico fin dentro il suo territorio, sulle rive del Tamigi. E fu
proprio con uno spettacolare attraversamento del grande fiume, che
le legioni riuscirono a sbaragliare le truppe nemiche. Cassivelauno
riuscì a fuggire insieme ad un contingente di 4000
uomini.
La caccia continuava, mentre la maggior parte delle tribù della
regione dichiaravano la propria sottomissione a Giulio Cesare, isolando il
ribelle. Stanato dalla sua ultima fortezza Cassivelauno cercò l’aiuto
di altri Re, tra i quali Cingetorice, Carvilio, Tassimagulo,
Segovace.
Ma i Romani erano ormai inarrestabili e sbaragliarono anche questi
nuovi nemici.
Cassivelauno allora cambiò strategia e cercò di negoziare la
resa con Giulio Cesare, il quale decise di accettarla rappresentando
questa un’occasione per disimpegnarsi e per tornare nel continente.
Chiaramente pose delle condizioni molto dure al suo nemico, ma nella
sostanza stava accettando la scappatoia proposta.
Cesare tornò in Gallia dopo un viaggio travagliato, e lì
trovò una situazione tutt’altro che tranquilla, a dimostrazione che quella
regione non era pacificata.
Questo accadeva in un momento cui Cesare avrebbe preferito
occuparsi delle vicende politiche dell’Urbe, cosa che avrebbe potuto fare
anche dalla Gallia Cisalpina dove normalmente Cesare andava a svernare,
esercitando il suo legittimo ruolo di proconsole.
Ma nell’autunno del 54 a.C, mentre Cesare si preparava a
partire venne a sapere che i Canuti si erano ribellati e avevano
ucciso il loro Re Tasgezio, considerato espressione dell’alleanza con
i romani.
Il tentativo di ribellione venne prontamente domata dall’invio in
quei territori di una legione alla guida di Lucio Manuzio Planco,
al quale vennero consegnati gli assassini del Re.
Ma la situazione era ormai in ebollizione e anche gli Eburoni,
agli ordini del Re Ambiorige, si erano ribellati e avevano messo sotto
assedio il campo romano presso Aduatuca (ottobre del 54 a.C.), dove
una legione, rafforzata da 5 coorti supplementari, si era
acquartierate per l’inverno agli ordini di Quinto Titurio Sabino e
Lucio Arunculeio Cotta.
Il primo tentativo di attacco andò fallito, ma allora gli
Eburoni cambiarono strategia e attrassero i legionari romani in una
trappola. A questo punto entrò in gioco la rivalità e lo scarso affiatamento
dei due comandanti e purtroppo prevalse la decisione di Sabino di
accettare l’offerta di Ambiorige.
Fu una strage, le coorti romane vennero annientate e nello
scontro persero la vita anche Sabino e Cotta. Solo alcuni legionari
riuscirono a salvarsi e a raggiungere l’accampamento di Labieno.
Eccitato dal facile successo, Ambiorige convinse le popolazioni
confinanti, Aduatici e Nervi, a dare continuità alla loro ribellione e
ad attaccare anche l’accampamento di Quinto Cicerone sulla Sambre,
proprio nel territorio dei Nervi.
L’attacco fu molto duro e più di una volta l’accampamento romano fu
sul punto di vacillare, anche perché i Galli avevano imparato dai romani
molte delle tecniche di assedio. Il valore dei difensori riuscì però ad avere la meglio sugli
assalitori e l’accampamento resistette fino all’arrivo di Giulio Cesare
al comando di 2 legioni.
I nemici dopo avere tentato un attacco nei confronti dello stesso
Cesare, desisterono dai loro propositi e si ritirarono, dando la
possibilità alle truppe romane di riunirsi.
La notizia della vittoria ottenuta da Giulio Cesare spense gli
entusiasmi delle altre popolazioni galliche, compresi i Treveri di
Indutiomaro. Questi infatti aveva deposto Cingetorige e aveva
posto assedio l’accampamento di Labieno. Ma una volta appreso che
Ambiorige si era ritirato anche lui rinunciò a sferrare
l’attacco.
Ma la situazione restava esplosiva (anche i Senoni avevano
deposto il Re Cavarino, amico dei romani) al punto che Cesare
decise di passare l’inverno con il suo esercito, evitando di tornare
nella Gallia Cisalpina e quindi restando lontano dalle vicende
politiche dell’Urbe.
Era necessario mantenere alto il livello di guardia visto che i
galli continuavano a cospirare contro Roma e le sue legioni.
Il proconsole poteva ormai solo contare sulla fedeltà degli
Edui e dei Remi, mentre le altre popolazioni galliche si
mostravano sensibili alle sollecitazioni che venivano dai Treveri,
i più decisi a liberarsi della dominazione romana.
Indutiomaro cercò di coinvolgere anche le popolazioni
germaniche, richiamandole al di qua del Reno, ma queste non si
mostrarono disponibili, anche perché avevano già potuto saggiare le
capacità militari delle legioni romane.
Indutiomaro non si arrendeva e cercava di coalizzare intorno a se
tutte i galli che non si erano rassegnati ad essere sottomessi ai romani;
raggiunse in poco tempo un tale prestigio che molti si presentavano
spontaneamente a lui per sposarne la causa.
Il capo dei Treveri convocò un un consiglio di guerra a cui
parteciparono anche Senoni, Canuti, Nervi e Aduatici. Durante la
riunione Indutiomaro espose il suo piano che prevedeva l’attacco
all’accampamento di Labieno e poi l’occupazione e la devastazione del
territorio dei Remi, rei di essere amici dei romani.
I Treveri si scagliarono subito sul campo di Labieno, il
quale evitò di rispondere e si mantenne al riparo delle solide
fortificazione con cui aveva protetto l’accampamento.
Labieno aspettò il momento giusto per contrattaccare, quando
cioè si rese conto che i suoi nemici avevano abbassato il livello di
attenzione, e questo perché si erano convinti che i romani mai e poi mai
sarebbero usciti dal loro accampamento. La morte di Indutiomaro fu un duro colpo per le
rivendicazioni dei Galli e per un breve periodo la situazione tornò
tranquilla.
Cesare ne approfittò per rinforzare le sue truppe convinto che
nonostante la calma apparente, il fuoco covava ancora sotto la
cenere.
Non potendo andare direttamente nella Gallia Cisalpina ad
effettuare l’arruolamento, Cesare chiese a Pompeo, con il quale era
ancora in buone relazioni, di farlo per lui. Pompeo accettò la
richiesta e in breve tempo inviò al proconosole 3 legioni di reclute,
quindi il doppio degli uomini persi nell’attacco di Ambiorige; queste
truppe rappresentavano un rinforzo concreto per l’esercito a disposizione
di Cesare e nello stesso tempo rappresentavano un chiaro segnale per i
Galli che dovevano accettare la superiorità dei romani in grado di
schierare risorse militari infinite e quindi in grado di vanificare ogni
loro eventuale successo militare.
La situazione però restava esplosiva, alcune popolazioni
continuavano a dare chiari segni di insofferenza e continuavano a
prepararsi alla guerra.
Tra queste popolazioni le più attive erano quelle dei Nervi,
degli Aduatici, dei Senoni, dei Canuti, dei Menapi e in modo particolare
dei Treveri che, orfani di Indutiomaro, continuavano a istigare i Germani
proponendo loro un’alleanza in funzione anti-romana.
Giulio Cesare adottò la tattica della guerra preventiva,
inizialmente contro i Nervi dei quali devastò il territorio
(marzo 53 a.C.) e poi contro i Senoni, rei di di non aver
preso parte insieme ai Nervi e ai Treveri, all’assemblea dei popoli
galli convocata da Cesare presso Samarobriva.
All’avvicinarsi dei soldati romani questi rinunciarono ad ogni
velleità di ribellione e mandarono ambasciatori nel tentativo di
convincere Cesare a fermarsi. Utilizzarono anche la mediazione degli
Edui, fedeli amici dei romani, e ottennero il risultato sperato:
Cesare infatti accettò ostaggi in cambio della pace, anche se
imprigionò il pastore Accone che era stato il responsabile della
rivolta che aveva portato alla destituzione del Re
Cavarino.
Un accordo simile venne concluso anche con i Canuti che
avevano utilizzato la mediazione dei Remi.
L’attenzione di Cesare a questo punto si diresse verso le
popolazioni che si dimostravano veramente ostili: Treveri, Menapi e gli
Eburoni di Ambiorige.
Incaricò Labieno di occuparsi dei Treveri, mentre lui si dedicò
ai Menapi: colpendo per prime queste due popolazioni pensava di
isolare Ambiorige e quindi di lasciarlo per ultimo.
L’attacco contro i Menapi venne condotto con grande decisione e in
poco tempo le truppe romane (divise in tre tronconi uno dei quali
comandato dallo stesso Cesare e gli altri due da Marco Crasso e
Caio Fabio) presero il controllo del territorio, costringendo gli
stessi Menapi a chiedere la pace. Cesare accettò la richiesta,
ricevendo ostaggi in cambio di un trattato di pace che impediva ai Menapi
di mantenere qualsiasi tipo di relazione con Ambiorige.
Labieno invece doveva occuparsi dei Treveri e anche lui lo fece con
grande decisione, temeva infatti l’arrivo dei Germani in soccorso dei suoi
nemici.
Ad un certo punto però venne a trovarsi in una situazione di
stallo: il fiume Mosella separava il suo esercito da quello
nemico. Labieno non voleva attraversarlo, per paura di trovarsi in una
situazione di eccessivo svantaggio, ma al contempo sapeva che anche i suoi
nemici non lo avrebbero attraversato, considerato che il tempo giocava a
loro favore.
Labieno allora studiò una stratagemma: fece sapere ai suoi
nemici che, spaventato dall’imminente arrivo dei Germani, aveva deciso di
ritirarsi. Preparò la fuga in fretta e furia, provocando in questo
modo i suoi nemici che pensarono di trovarsi di fronte ad una grande
occasione. I Treveri attraversarono il fiume e attaccarono le
retroguardie romane, scoprendo però che non si trattava di retroguardie ma
di un’esca preparata appositamente.
Le legioni romane ebbero gioco facile e provocarono forti perdite
nello schieramento nemico: alcuni superstiti fuggirono al di là del
Reno insieme ai Germani che, di fronte alla netta vittoria dei Romani
preferirono fare marcia indietro per tornarsene nelle loro terre. I
Treveri rimasti furono posti nuovamente sotto il controllo del Re
Cingetorige.
La situazione in Gallia ora sembrava più tranquilla, ma
Cesare voleva evitare che l’alleanza anti-romana tra Treveri, Eburoni e
Germani potesse riorganizzarsi e quindi ricorse ancora una volta alla
guerra preventiva.
Decise di portare la guerra ancora una volta al di là del Reno,
che attraversò nuovamente costruendo un ponte in pochi giorni, come
aveva già fatto due anni prima.
Una volta attraversato il Reno venne a sapere che erano
stati unicamente gli Svevi ad aver risposto agli appelli dei
Treveri e quindi il proconsole rivolse la sua attenzione contro quelli che
ormai erano suoi tradizionali nemici: con un’avanzata fulminea li
costrinse a fuggire nelle selve.
Cesare si accontentò di questo risultato e decise di tornare
indietro per attaccare Ambiorige, rimasto senza alleati. Questa volta
però non distrusse il ponte sul Reno, pensando di poterlo riutilizzare in
caso di emergenza; lo accorciò solamente per evitare che potesse essere
usato dagli stessi Germani per dare appoggio ad Ambiorige.
Il ritorno in Gallia fu molto rapido e sorprese gli Eburoni con
in testa il loro capo. Un contingente di cavalleria, comandato da
Lucio Minucio Basilio, mandato in avanscoperta, si avvicinò senza
incontrare resistenze alla fortezza dove risiedeva Ambiorige, che solo per
una combinazione fortunata riuscì a salvarsi.
Mentre Cesare tentava di stanare il suo avversario un gruppo di
Germani attraversava il Reno e attaccava il campo di Aduatuca, presidiato
da Quinto Cicerone. Fu un momento terribile e in alcuni momenti la
sorte sembrava segnata, ma alla fine le difese del campo resistettero e i
Germani abbandonarono la presa.
In autunno Cesare riunì nuovamente i Galli in assemblea e
molte popolazioni vennero sottoposte a pesanti sanzioni per i loro
comportamenti anti-romani.
Come segnale inequivocabile della sua ferrea determinazione,
Cesare condannò a morte il pastore Accone.
Giulio Cesare finita l’assemblea preparò il suo esercito a passare
un altro inverno, disponendo le sue truppe nei quartieri
invernali.
Fatto questo si preparò a partire per la Gallia Cisalpina non
sapendo che l’anno successivo sarebbe stato il più terribile per la sua
avventura gallica.
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