Giulio Cesare e la guerra gallica (anni 52-51-50 a.C.)
"De bello gallico"

La rivolta guidata da Vercingetorige
La grande e decisiva battaglia di Alesia

riferimenti cronologici:
La guerra gallica................................................................... 58 a.C. - 51 a.C.
La rivolta di Vercingetorige..................................................... 52 a.C.
Strage di romani a Cenabo...................................................... febbraio 52 a.C.
Lucterio Cadurco viaggia verso Narbona.................................... febbraio 52 a.C.
Cesare raggiunge la Gallia Narbonese........................................ febbraio 52 a.C.
Cesare raggiunge il suo esercito nel territorio dei Lingoni.............. febbraio 52 a.C.
Cesare riconquista Cenabo..................................................... aprile 52 a.C.
Cesare conquista e distrugge Avarico capitale dei Biturigi............. aprile 52 a.C.
Cesare si ritira da Gergovia..................................................... fine giugno 52 a.C.
La spedizione di Labieno a Lutetia............................................ giugno 52 a.C.
Cesare in marcia verso la Provincia.......................................... agosto 52 a.C.
Attacco di Vercingetorige e fuga verso Alesia............................ agosto 52 a.C.
Il trionfo di Cesare e la disfatta dell’esercito Gallico.................... 25 settembre 52 a.C.
Uccisione del prigioniero Vercingetorige.................................... 46 a.C.
Campagne di repressione....................................................... 51 a.C.
Presa di Uxellodunum............................................................ autunno 51 a.C.
Pacificazione della Gallia........................................................ 50 a.C.

mappe cronologiche

mappa della Gallia

lo scenario delle vicende dell’anno 52 a.C.

l’assedio della città di Alesia

Argomenti principali:
Vercingetorige
Nasce la grande alleanza antiromana
La strage di Cenabo
Cesare marcia verso la provincia romana
La reazione di Giulio Cesare
Cesare riconquista Cenabo
Verso Avarico
Obiettivo Gergovia
La ritirata da Gergovia
La spedizione di Labieno
Si sviluppa l’alleanza tra i Galli
Cesare in marcia verso la Provincia
L’attacco di Vercingetorige e la fuga ad Alesia
Comincia l’assedio
La battaglia decisiva
Il trionfo
Conclusioni

Partendo dal presupposto che la situazione fosse tornata tranquilla dopo le numerose ribellioni delle popolazioni galliche (anni 54 e 53 a.C.), Caio Giulio Cesare andò a passare l’inverno tra l’anno 53 e l’anno 52 a.C., nella Gallia Cisalpina, da dove avrebbe potuto controllare meglio la situazione politica dell’Urbe, in quel periodo particolarmente turbolenta.

L’anno 52 a.C. si aprì con la tragica morte di Publio Clodio colpito dalle bande di Milone. Un episodio molto grave che avrebbe avuto conseguenze drammatiche sulla politica romana e che rappresentava un oscuro presagio rispetto a quello che sarebbe accaduto in quel terribile anno.

La morte di Publio Clodio provocò una serie di disordini che costrinsero il Senato a dichiarare la mobilitazione generale, chiamando tutti i giovani dell’Italia a prestare giuramento alla repubblica romana.

Le notizie dei disordini scoppiati a fecero presto il giro delle genti galliche, soprattutto quelle della Gallia Celtica, che lo interpretarono come un segno di speranza per potersi liberare dalla dominazione romana. La distanza di Cesare favoriva questo clima di ribellione generale e tra le popolazioni galliche si sparse la convinzione che il proconsole fosse così coinvolto dalla situazione di Roma, da trascurare quello che succedeva nella Gallia Celtica.

La sua assenza era un elemento che conferiva maggiore coraggio in quelle popolazioni che identificavano la potenza romana con la figura di Giulio Cesare: senza la presenza del loro comandante le legioni perdevano quell’aurea di invincibilità e nell’immaginario gallico diventavano una forza che poteva essere affrontata e sconfitta.

Vercingetorige

Questa voglia di ribellione si catalizzò intorno ad un giovane nobile arverno di nome Vercingetorige, che, non ancora trentenne, aveva conquistato con la forza la corona dell’Arvernia.

Era figlio di Celtill Arverno che a suo tempo aveva ambito a diventare re di tutte le Gallie e da lui il giovane Vercingetorige aveva ereditato la smodata ambizione.

Per assumere il comando dell’Arvernia non aveva esitato a scontarsi con il proprio zio Gobannitione il quale, apprese le sue ambizioni, aveva avuto l’ardire di scacciarlo dalla capitale Gergovia.

Da quel momento Vercingetorige cominciò a perseguire il suo obiettivo, quello di riunire le popolazioni galliche in una grande alleanza anti-romana.

Nasce la grande alleanza antiromana

I suoi ambasciatori riuscirono a ottenere l’adesione al suo progetto da parte di molte popolazioni e in particolare: dei Senoni, dei Carnuti, dei Pictoni, dei Turoni, degli Aulerci, dei Parisi e dei Lemovici. Tutti quanti gli inviarono ostaggi e soldati con i quali formare una grande armata, della quale Vercingetorige venne nominato "il generalissimo".

Vercingetorige convinse con la forza i Ruteni e i Biturigi ad aderire alla grande coalizione.

I Biturigi di fronte alla sua aggressione avevano chiesto aiuto agli Edui, ma le truppe inviate da quest’ultimi si fermarono sulle rive della Loira e tornarono indietro. In assenza di quest’aiuto anche i Biturigi si assoggettarono al potere degli Arverni.

La strage di Cenabo

La vera scintilla della rivolta fu rappresentata da un’azione dei Carnuti che fecero una grande strage funzionari e commercianti romani residenti nella città di Cenabo (moderna Orleans).

Contemporaneamente un luogotenente di Vercingetorige, Lucterio Cadurco, dopo aver ottenuto l’alleanza dei Ruteni si diresse verso la Provincia romana, in direzione di Narbona.

Era il mese di febbraio del 52 a.C. e la situazione assumeva contorni drammatici.

Cesare marcia verso la Provincia romana

Ma il piano di Vercingetorige non aveva tenuto conto delle capacità di Giulio Cesare e della velocità con cui il proconsole sapeva reagire alle situazioni critiche.

I Galli non immaginavano che, appena raggiunto da queste notizie, il comandante romano si era immediatamente messo in marcia verso la Provincia romana.

In pochi giorni Cesare raggiunse il territorio degli Allobrogi e ottenne da loro i rinforzi necessari per affrontare le truppe Arverne, ma quando Lucterio venne a conoscenza dell’arrivo del proconsole tornò in fretta sui passi.

Mentre Cesare raggiungeva la Provincia, Vercingetorige era ancora impegnato nella sua operazione contro i Biturigi e quindi l’Arvernia risultava sguarnita, anche perché il generalissimo non aveva previsto il fulmineo arrivo del proconsole romano.

La reazione di Giulio Cesare

Cesare allora puntò direttamente ai territori degli Arverni, mettendoli a ferro e fuoco e quindi costringendo Vercingetorige a tornare indietro portando aiuto dei suoi sudditi.

Ma Cesare si disimpegnò immediatamente e si diresse verso il territorio dei Lingoni, considerato un popolo affidabile, dove si riunì alle due legioni ivi acquartierate. Era la fine del mese di febbraio del 52 a.C., quando il piano di Vercingetorige, che voleva impedire che Cesare si ricongiungesse con il suo esercito, era fallito. Le legioni di Roma, con il loro comandante in testa, tornavano ad essere temibili per i popoli gallici, ma ormai la macchina della guerra si era messa in moto e non si sarebbe potuta fermare se non con la resa dei conti definitiva.

Cesare riconquista Cenabo

Del resto Vercingetorige non si lasciò scoraggiare da queste notizie e passò addirittura all’offensiva e pose sotto assedio la città di Gorgobina che era stata posta sotto la protezione dei Boi.

Giulio Cesare reagì a questa scelta con una mossa a sorpresa: dopo aver rassicurato i Boi sulla sua protezione, si diresse verso Cenabo, dove aveva intenzione di vendicare il massacro di romani avvenuto poco tempo prima.

Sulla strada si fermò giusto il tempo per porre sotto assedio Vellaunoduno, una ricca città dei Senoni. Quando questi si arresero, lasciò Trebonio a negoziare le condizioni della resa, e riprese la sua marcia verso Cenabo, che raggiunse in poco tempo.

La pose sotto assedio e poi, dopo un fallito tentativo di fuga da parte dei suoi abitanti, la conquistò con decisione e la rase al suolo, dopo averla opportunamente saccheggiata.

Verso Avarico

Dopo questa azione che faceva "giustizia" dell’offesa dei Carnuti, attraversò la Loira e si diresse a sud verso Avarico, capitale dei Biturigi.

Vergingetorige, sconcertato dalla tattica di Cesare e da questa marcia fulminea e inarrestabile, tentò di intercettare le legioni romane, che incontrò mentre le stesse conquistavano la città di Novioduno che si trovava sul percorso verso Avarico. I cittadini di Novioduno non avevano opposto alcuna resistenza e avevano accolto fra le mura della città i soldati romani.

Quando però si accorsero dell’arrivo della cavalleria arverna, tentarono una reazione che rischiò di mettere in seria difficoltà i soldati che già erano entrati in città. Il tentativo dei cavalieri arverni venne facilmente respinto dalla cavalleria romana e quindi gli abitanti di Novioduno non poterono fare altro che arrendersi nuovamente, consegnando a Cesare i responsabili della reazione.

Cesare riprese il suo cammino verso Avarico senza preoccuparsi troppo della presenza delle truppe arverne.

Vercingetorige comprese che era impossibile fronteggiare Cesare e allora decise di cambiare tattica, facendo terra bruciata sul percorso delle truppe romane, nella vana speranza di lasciarle senza rifornimenti.

La maggior parte delle città e dei campi venne distrutto e in più gruppi di cavalieri arverni cercavano di distrubare le operazioni di rifornimento dell’esercito capitolino.

Una tattica che si rivelò inutile anche perché non era in grado di produrre effetti nel breve periodo soprattutto su un esercito organizzato come quello romano.

Le legioni di Cesare misero sotto assedio Avarico e dopo 25 giorni (aprile 52 a.C.) la conquistarono, distruggendola completamente e facendo strage dei suoi abitanti. Solo pochi di loro riuscirono a sfuggire al triste destino e a rifugiarsi nell’accampamento di Vercingetorige.

La vittoria ottenuta contro una città così grande e così ricca e l’annientamento completo della sua popolazione costituita da quasi 40.000 abitanti, assumeva un valore simbolico particolarmente importante e sembrava ribaltare completamente le sorti di quella guerra.

Forse Giulio Cesare pensò di poter risolvere la questione velocemente, forse si lasciò condizionare dal timore che altre popolazioni galliche si ribellassero e si unissero alla grande alleanza anti-romana.

Obiettivo Gergovia

Così cercò di forzare la situazione, cercando di colpire il cuore della rivolta: Gergovia la capitale degli Arverni.

Contemporaneamente chiese a Labieno di condurre operazioni nei territori dei Senoni e dei Parisi e di conquistare la città di Lutetia (dove oggi sorge Parigi) alla confluenza tra i fiumi Senna e Marna.

Ma le cose si rivelarono meno semplici di quello che Cesare avesse immaginato. Prima di tutto Gergovia era una città ben protetta sia naturalmente che artificialmente e quindi si dimostrava particolarmente difficile da espugnare, inoltre i Romani dovettero fare fronte ad un’altra emergenza: il tradimento degli Edui.

Cesare, prima di recarsi a Gergovia, aveva dovuto affrontare un conflitto interno agli Edui, dove due nobili magistrati, Coto e Convictolitave, si contendevano la supremazia su quel popolo.

Il proconsole si recò presso la città di Decevia e dopo aver valutato la situazione confermò Convictolitave alla carica di re.

Questi, in cambio di questo intervento, aveva garantito sostegno militare all’azione dei romani contro Vercingetorige e in particolare nell’azione contro Gergovia.

Ma una volta che il proconsole aveva iniziato le operazioni di assedio, il re eduo aveva modificato il suo orientamento e, appoggiato dal capo militare Litavicco, si era schierato con Vercingetorige; i 10.000 uomini destinati a rinforzare il contingente romano, diventavano a quel punto una grande minaccia.

Questo voltafaccia era stato sostenuto da una serie di menzogne con le quali Litavicco aveva convinto i suoi cavalieri a cambiare schieramento.

Fortunatamente due cavalieri edui, Eporedorige e Viridomaro, si ricordarono della loro amicizia dei romani e misero in guardia il proconsole rispetto alla piega che avevano preso gli avvenimenti.

Con un’operazione notturna Cesare condusse ben 4 legioni presso l’accampamento del contingente eduo e grazie all’azione di Eporedorige e Viridomaro, aveva sconfessato Litavicco, che, considerata la situazione, aveva preferito fuggire per rifugiarsi a Gergovia.

Ottenuta nuovamente la fedeltà degli Edui, prima di disimpegnarsi da Gergovia, Cesare tentò un ulteriore assalto alla città e ai suoi difensori, soprattutto al contingente arverno che era accampato su un colle nei pressi delle mura cittadine.

Ma dopo un parziale successo, Cesare dovette faticare a disimpegnare i suoi uomini dalla battaglia che, entusiasmati dalle possibile vittoria, si esposero alla reazione di Vercingetorige, lasciando sul campo 700 uomini e 46 centurioni.

La ritirata da Gergovia

Questo ulteriore insuccesso convinse Cesare dell’impossibilità di conquistare Gergovia e della pericolosità della sua posizione troppo esposta, in una zona della Gallia che ormai era completamente anti-romana. Se anche gli Edui fossero definitivamente passati dalla parte di Vercingetorige, le legioni romane sarebbero state stritolate in una morsa letale.

Così il proconsole romano trasportò il suo esercito al di là del fiume Allier, con l’intenzione di recarsi nel territorio degli edui, dove però ebbe conferma che la situazione era tutt’altro che stabile. Convictoclave e Litavicco continuavano a fomentare quelle genti in funzione anti-romana e gravi fenomeni di ribellione si erano verificati nelle città di Novioduno, in cui Cesare aveva lasciato gran parte dei suoi rifornimenti, e di Bibracte.

Questa situazione convinse Cesare dell’utilità di non fermarsi in quel territorio ostile e così attraversata la Loira a sorpresa, nonostante la distruzione dei ponti ad opera dei ribelli Edui, si diresse velocemente a nord nel territorio dei Senoni.

La spedizione di Labieno

Nel frattempo le cose non erano andate benissimo neanche a Labieno, spedito alla conquista di Lutetia, nel territorio dei Parisi, a capo di 4 legioni.

La spedizione, che prese il via dall’accampamento di Agedinco, aveva lo scopo di colpire proprio i Parisi, una delle popolazioni che faceva parte dell’alleanza anti-romana, occupare una posizione strategica all’incrocio di 4 importanti vie di comunicazione, ma anche di dare un segnale chiaro alle popolazioni della Gallia Belgica, che fino a quel momento avevano mantenuto una posizione neutra, ma che, anche a causa della latitanza di Ambiorige, costituivano sempre un potenziale pericolo.

Quando nella regione si sparse la voce rispetto alle intenzioni di Labieno, le popolazioni della zona si organizzarono per resistere e affidarono il comando supremo della resistenza ad un anziano capo degli Aulerchi, di nome Camulogeno, che si attestò all’interno di una palude inaccessibile, formata dalle acque della Senna.

Lutetia sorgeva su un’isola formata dalla congiunzione della Senna con la Marna e quindi era particolarmente difficile da conquistare con le normali tecniche di assedio. Allora Labieno preferì conquistare prima Metiosedo, impadronendosi di ben 50 navi che avrebbe utilizzato per avvicinarsi alle mura di Lutetia.

Gli abitanti della città dei Parisi, appresa la notizia della conquista di Metiosedo, preferirono bruciare la loro città piuttosto che lasciarla in mano ai romani.

Intanto le notizie che giungevano da Gergovia e soprattutto la notizia della ribellione degli Edui, indussero i Bellovaci, popolo legato proprio agli Edui da un trattato di amicizia, a prendere le armi e a prepararsi alla guerra contro Labieno.

Il comandante romano, valutata l’evoluzione della situazione, decise che era il momento di invertire la rotta, per evitare di trovarsi schiacciato, in un territorio difficile, tra le truppe comandate da Camulogeno e quelle dei Bellovaci.

Durante la ritirata, le legioni romane vennero attaccate dalle truppe di Camulogeno, ma riuscirono a cavarsela brillantemente, con una vittoria netta che provocò numerose vittime nello schieramento avversario; tra le vittime anche il comandante aulerco.

Labieno tornò con tutti i suoi effettivi nel campo di Agedinco, per poi riunirsi dopo appena 3 giorni con le legioni comandate da Cesare in un luogo che non è dato a sapersi, perché non riportato nel "de bello gallico".

Si sviluppa l’alleanza tra i Galli

Era un momento molto difficile per il proconsole, la sconfitta di Gergovia e l’ambiguo risultato della spedizione di Labieno, rappresentavano solo degli episodi negativi, ma rischiavano di avere un peso notevole sulle sorti della guerra.

La notizia della ritirata da Gergovia, si era sparsa velocemente in tutta la Gallia e aveva scatenato gli entusiasmi sopiti di tutti coloro che non avevano mai accettato la dominazione romana: la defezione degli Edui poi aveva un significato particolare, perché dagli Edui era iniziato tutto: Cesare era arrivato in Gallia proprio con la scusa di proteggere gli Edui dal progetto migratorio degli Elvezi.

In passato poi gli Edui avevano avuto seri problemi proprio con gli Arverni e quindi questa nuova alleanza in funzione anti-romana assumeva un valore simbolico di enorme portata.

Ma la vecchia rivalità tra Edui e Arverni si fece subito sentire, visto che gli Edui chiesero il comando dell’alleanza che fino a quel momento era stato indiscutibilmente nelle mani di Vercingetorige.

Per derimere il conflitto venne convocata a Bibracte, una grande assemblea dei Galli. Tra i popoli che non vi presero parte c’erano Remi e Lingoni, legati da una solida alleanza con Roma, ma anche i Treveri, che in quel momento erano così preoccupati da una possibile invasione da parte dei Germani, da non curarsi delle grande guerra contro Roma.

Alla fine dell’assemblea il comando venne confermato al generalissimo Vercingetorige, provocando nervosismi e rimpianti tra gli Edui specialmente di giovani ambiziosi come Eporedorige e Viridomaro, che comunque si adattarono a ubbidire al generalissimo.

L’esercito venne ulteriormente rafforzato con almeno 15000 cavalieri che sarebbero stati utilizzati soprattutto per disturbare le operazioni di foraggiamento delle legioni romane.

Vercingetorige aveva comunque intenzione di portare la guerra anche a quei popoli che non si erano schierati con l’alleanza, tra questi gli Allobrogi, gli Elvi, i Ruteni, i Cadurci e i Volci Arecomici. Nei confronti degli Allobrogi però il generalissimo tenne un atteggiamento ambiguo: se da una parte li contrastava ferocemente, dall’altra tentava accordi segreti con loro cercando di portarli dalla sua parte.

Cesare in marcia verso la Provincia

Intanto Cesare, a causa delle numerose defezioni di cavalieri celti, ricorreva all’arruolamento di cavalieri mercenari germanici.

A metà agosto poi prese la via della Provincia, per proteggerla dalla ribellione dei Sequani.

Quest’azione risultò decisiva perché fu l’inizio di una catena di eventi che culminarono con la decisiva battaglia di Alesia.

Jerome Carcopino, nel suo libro intitolato dedicato a Giulio Cesare, giudica il comportamento del proconsole dal momento della ritirata di Gergovia fino alla battaglia di Alesia, come il frutto di un piano preordinato dallo stesso Cesare.
Secondo l’autore il comandante romano avrebbe individuato da tempo Alesia come luogo ideale dello scontro da molto tempo e avrebbe agito di conseguenza.
Anche la marcia verso la Provincia avrebbe avuto solamente lo scopo di provocare Vercingetorige e i dispacci inviati al Senato in cui Cesare ufficializzava la sua intenzione di marciare sulla Narbonese, servivano proprio per convincere il generalissimo delle sue intenzione: infatti era noto a Cesare come alcuni dei suoi messaggi venissero intercettati dal nemico.
Del resto Cesare non aveva ragione di temere per la Provincia romana ben protetta da almeno 22 coorti (più di diecimila uomini) poste sotto il comando del legato Lucio Cesare.
Non sappiamo se questa interpretazione sia corretta, ma le rinomate qualità strategiche di questo grande comandante la rendono comunque credibile.

L’attacco di Vercingetorige e la fuga ad Alesia

In ogni caso, mentre Cesare marciava verso la Provincia, subì l’attacco della cavalleria di Vercingetorige che si era mosso rapidamente da Bibracte per intercettare le legioni Romane.

Fu un attacco ben organizzato, con tre azioni ripetitive volte ad indebolire le difese dell’esercito romano, sfruttando la scarsa mobilità dello stesso dovuta al trasporto delle salmerie.

Ma la capacità organizzativa e la disciplina dell’esercito romano seppero fare fronte a questa oggettiva difficoltà: le legioni adottarono la classica formazione a quadrato, con le salmerie al centro, assorbendo con relativa facilità l’impatto della cavalleria gallica.

Il contrattacco della cavalleria germanica, che si era disposta sopra una collina, portò scompiglio tra i cavalieri gallici che si ritirarono con qualche difficoltà, inseguiti fino in prossimità dell’accampamento di Vercingetorige ben protetto dalla fanteria.

Si trattò di una disfatta per la cavalleria gallica indotta dal comportamento perfetto dell’esercito romano.

Un comportamento che sembrerebbe avvalorare la tesi di Carcopino secondo la quale Giulio Cesare aveva previsto tutto, anche l’attacco di Vercingetorige.

Il generalissimo, sentendo la pressione dell’esercito romano, preferì smobilitare il campo e trovarsi una posizione più difendibile che individuò proprio nella città di Alesia, posta a nord-ovest rispetto al luogo dello scontro.

Durante il tragitto verso la città della Borgogna che sarebbe stata teatro di una delle battaglie più famose della storia, la retroguardia gallica venne continuamente attaccata dagli ausiliari germanici, lasciando sul campo altri 3000 uomini.

La scelta di Vercingetorige era legata alle caratteristiche naturali che rendevano Alesia una città difficile da espugnare, sia per il fatto di trovarsi su un colle di oltre 400 metri che dominava la pianura circostante sia per il fatto di essere protetta sui lati da ben due fiumi (Ose, Oserain). Il generalissimo si accampò in una posizione simile a quella che aveva assunto a Gergovia, e cioè ai piedi della mura della città, costruendo poi intorno al campo un muro difensivo altro 2 metri; il tutto protetto da un fossato.

Comincia l’assedio

Cesare invece si dispose all’assedio creando una struttura imponente con due anelli di fortificazioni che avevano un doppio scopo: quello di assediare la città (anello interno) e quello di proteggersi le spalle (anello esterno). Quindi le truppe romane si disposero nello spazio ricavato tra i due anelli (quello interno misurava più di 16 Km, mentre quello esterno superava i 21), costruzioni imponenti, intervallate da fortini e torrette.

Le palizzate, praticamente inespugnabili, erano protette da spuntoni a forma di corna di cervo, da fossati larghi oltre 5 metri e profondi quasi 2, riempiti con le acque dei fiumi.

Nello spazio protetto le truppe si muovevano in grande libertà potendo spostarsi rapidamente dalla zona di operazioni assegnata agli accampamenti: ben 8, di cui 4 per la fanteria e 4 per la cavalleria.

Altri sistemi vennero studiati dallo stesso Cesare per rendere vano ogni tentativo di attacco alle sue fortificazioni, con una serie di linee di difesa costituite da rami appuntiti (cippi); da pali appuntiti posti all’interno di buche nascoste e altri che fuoriuscivano da buche profonde un metro (gigli); una striscia di terreno cosparsa di pioli muniti di uncini di ferro (stimoli).

Un’opera senza precedenti con due milioni di metri cubi di terra rimossa in pochi giorni; un’opera che sarebbe stata oggetto di studi approfonditi fino ai giorni nostri; un’opera descritta nei minimi particolari nei "commentarii" scritti dallo stesso Cesare, ma che è stata avvalorata dai successivi rilevamenti archeologici.

Mentre queste imponenti fortificazioni venivano costruite, la cavalleria nemica, preoccupata delle conseguenze che ne sarebbero derivate, tentò di bloccare i lavori con frequenti assalti che però venivano facilmente neutralizzate dall’intervento della cavalleria romana.

In uno di questi scontri i cavalieri gallici furono inseguiti fin sotto le mura di Alesia.

Lo sconforto cominciò a serpeggiare tra i Galli, lo stesso Vercingetorige si era reso conto che non avrebbe mai potuto avere ragione delle opere di assedio costruite da Cesare e che le sue scorte di frumento non avrebbero potuto resistere per più di un mese.

Tentò quindi di cercare aiuto all’esterno, mandando un contingente di cavalieri a cercare viveri e sostegno militare presso le altre tribù della Gallia. Questi approfittarono dei "lavori in corso" per trovare un varco tra le difese romane.

Ci volle tempo per organizzare gli aiuti e allora Vercingetorige fece evacuare parte degli abitanti della città, in modo da sfruttare al meglio le scorte di cibo.

Ma la macchina degli aiuti nei confronti dell’assediato, si era messa in moto, producendo un risultato straordinario in termini di uomini: la voglia di riconquistare la libertà perduta, l’entusiasmo prodotto dalla vittoria di Gergovia, avevano superato le antiche rivalità tribali.

La battaglia decisiva

Sulle alture che dominavano le fortificazioni romane comparvero 240.000 fanti e 8000 cavalieri che si accamparono a poco più di un chilometro di distanza dall’anello esterno di protezione.

Il giorno dopo scattò l’attacco a tenaglia con le truppe di Vercingetorige che attaccavano le fortificazioni interne, cercando di superare le numerose linee di difesa che le proteggevano, e con le truppe della coalizione, guidate da Commio (che era stato alleato di Cesare) e Vercassivellauno (che era il cugino di Vercingetorige), che attaccavano le fortificazioni esterne con rapide azioni della cavalleria.

Ma le truppe romane ressero l’urto, la cavalleria nemica venne attaccata dai Germani e fu costretta a ritirarsi dallo scontro, pagando un pesante tributo di vite umane, mentre le truppe di Vercingetorige furono prese dallo scoramento non riuscendo a creare problemi al sistema difensivo romano.

Rimaneva l’imponente forza della fanteria gallica, schierata sulle alture inorno alla città e che durante il giorno rimase a osservare la situazione e a prepararsi all’assalto che venne lanciato a mezzanotte.

Le urla degli assalitori costituirono una sorta di richiamo anche per Vercingetorige che lanciò un nuovo attacco contro le difese romane.

La notte rendeva complicata l’azione difensiva dei romani, l’impossbilità di vedere il nemico e le sue mosse, impediva di concentrare le forze nei punti dove maggiore era la pressione del nemico e rendeva difficile la comunicazione tra i reparti.

Comunque anche i Galli non avevano vita facile, anche perché con il buio non era certo semplice superare le terribili linee difensive romane.

Così l’attacco non subì particolari effetti e all’alba i Galli dovettero prendere atto dell’inutilità della loro azione che era costata gravi perdite senza produrre alcun danno sostanziale al sistema difensivo romano.

La notte successiva riprovarono ancora concentrando 60.000 uomini contro uno degli accampamenti romani dal quale la notte precedente erano partiti molti attacchi.

Ancora una volta Vercingetorige tentò di sostenere l’attacco esterno con un attacco dall’interno stavolta portato con maggiore convinzione rispetto alla notte precedente.

L’attacco nei confronti dell’accampamento meridionale fu imponente e rischaiva di mettere in crisi il sistema difensivo romano: se i nemici fossero riusciti ad aprirsi un varco nelle difese la loro superiorità numerica avrebbe deciso le sorti di questa battaglia.

Cesare inviò prima Labieno in soccorso dell’accampamento, ma poi comprese che era necessaria la sua presenza anche per caricare i suoi soldati.

E in effetti l’arrivo di Cesare sulla scena della battaglia, diede ai suoi legionari la forza di contrattaccare e di far volgere le sorti della battaglia a loro favore.

I Galli colti dallo scoramento si diedero alla fuga, lasciando sul campo morti, feriti e una grande quantità di prigionieri tra i quali lo stesso Vercassivellauno.

Il trionfo

Era il 25 settembre del 52 a.C. quando la più imponente armata gallica di tutti i tempi si dissolse in un baleno.

Tutti coloro che si erano salvati dalla strage abbandonarono le alture intorno ad Alesia per tornare nei propri territori rassegnandosi alla dominazione romana.

Anche Vercingetorige prese atto della sconfitta e il giorno successivo dopo aver convocato un’assemblea, accolse l’invito ad arrendersi che gli proveniva da Giulio Cesare.

Si presentò a cavallo al cospetto del proconsole Romano, che lo attendeva fuori del suo accampamento e giunto in sua presenza, gettò l’armatura ai suoi piedi in un inequivocabile segno di resa.

La sua prigionia sarebbe durata 6 anni, fino al 46 a.C., quando Cesare, dopo aver celebrato il suo trionfo nell’Urbe, lo avrebbe messo a morte.

Cesare consegnò ai suoi legionari, come bottino di guerra, un prigioniero a testa; un dato che mette in luce la grande massa di Galli fatta prigioniera.

Conclusioni

Questa vittoria decretò la fine "de facto" della grande guerra Gallica e della lunga campagna condotta da Giulio Cesare.

Nei due anni successivi ci furono altri episodi di ribellione, ma di poco conto: i Galli non riuscirono più a coalizzarsi contro il nemico romano, accettando la loro condizione di popoli sottomessi.

Nel 51 a.C. Cesare completò la sua opera di repressione con le sue campagne contro i Biturigi, Carnuti, Bellovaci, Eburoni e Treveri.

L’ultima roccaforte conquistata fu quella di Uxellodunum, nell’autunno del 51 a.C.. Ai loro abitanti venne riservata una pesante punizione: il taglio della mano destra, quella con cui avevano impugnato le armi.

Dopo Alesia, Cesare aveva ormai completato di fatto la sua opera anche se poi ebbe bisogno dei due anni successivi (51 e 50 a.C.) per completare l’opera di pacificazione.

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