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Giulio Cesare e la guerra gallica (anni 52-51-50 a.C.)
La rivolta guidata da Vercingetorige
riferimenti cronologici:
mappe cronologiche mappa della Gallia lo scenario delle vicende dell’anno 52 a.C. Argomenti principali:
Partendo dal presupposto che la situazione fosse tornata tranquilla
dopo le numerose ribellioni delle popolazioni galliche (anni 54 e 53
a.C.), Caio Giulio Cesare andò a passare l’inverno tra
l’anno 53 e l’anno 52 a.C., nella Gallia Cisalpina, da dove
avrebbe potuto controllare meglio la situazione politica dell’Urbe, in
quel periodo particolarmente turbolenta.
L’anno 52 a.C. si aprì con la tragica morte di Publio
Clodio colpito dalle bande di Milone. Un episodio molto grave
che avrebbe avuto conseguenze drammatiche sulla politica romana e che
rappresentava un oscuro presagio rispetto a quello che sarebbe accaduto in
quel terribile anno.
La morte di Publio Clodio provocò una serie di disordini che
costrinsero il Senato a dichiarare la mobilitazione generale, chiamando
tutti i giovani dell’Italia a prestare giuramento alla repubblica
romana.
Le notizie dei disordini scoppiati a fecero presto il giro delle
genti galliche, soprattutto quelle della Gallia Celtica, che lo
interpretarono come un segno di speranza per potersi liberare dalla
dominazione romana. La distanza di Cesare favoriva questo clima di
ribellione generale e tra le popolazioni galliche si sparse la convinzione
che il proconsole fosse così coinvolto dalla situazione di Roma, da
trascurare quello che succedeva nella Gallia Celtica.
La sua assenza era un elemento che conferiva maggiore coraggio in
quelle popolazioni che identificavano la potenza romana con la figura di
Giulio Cesare: senza la presenza del loro comandante le legioni perdevano
quell’aurea di invincibilità e nell’immaginario gallico diventavano una
forza che poteva essere affrontata e sconfitta.
Questa voglia di
ribellione si catalizzò intorno ad un giovane nobile arverno di nome
Vercingetorige, che, non ancora trentenne, aveva conquistato con la
forza la corona dell’Arvernia.
Era figlio di Celtill Arverno che a suo tempo aveva ambito a
diventare re di tutte le Gallie e da lui il giovane Vercingetorige aveva
ereditato la smodata ambizione.
Per assumere il comando dell’Arvernia non aveva esitato a scontarsi
con il proprio zio Gobannitione il quale, apprese le sue ambizioni,
aveva avuto l’ardire di scacciarlo dalla capitale Gergovia.
Da quel momento Vercingetorige cominciò a perseguire il suo
obiettivo, quello di riunire le popolazioni galliche in una grande
alleanza anti-romana.
I suoi ambasciatori riuscirono a ottenere l’adesione al suo
progetto da parte di molte popolazioni e in particolare: dei
Senoni, dei Carnuti, dei Pictoni, dei Turoni,
degli Aulerci, dei Parisi e dei Lemovici. Tutti
quanti gli inviarono ostaggi e soldati con i quali formare una grande
armata, della quale Vercingetorige venne nominato "il
generalissimo".
Vercingetorige convinse con la forza i Ruteni e i
Biturigi ad aderire alla grande coalizione.
I Biturigi di fronte alla sua aggressione avevano chiesto aiuto
agli Edui, ma le truppe inviate da quest’ultimi si fermarono sulle
rive della Loira e tornarono indietro. In assenza di quest’aiuto
anche i Biturigi si assoggettarono al potere degli Arverni.
La vera scintilla della rivolta fu rappresentata da un’azione
dei Carnuti che fecero una grande strage funzionari e commercianti romani
residenti nella città di Cenabo (moderna Orleans).
Contemporaneamente un luogotenente di Vercingetorige, Lucterio
Cadurco, dopo aver ottenuto l’alleanza dei Ruteni si diresse
verso la Provincia romana, in direzione di
Narbona.
Era il mese di febbraio del 52 a.C. e la situazione assumeva
contorni drammatici.
Ma il piano di Vercingetorige non aveva tenuto conto delle capacità
di Giulio Cesare e della velocità con cui il proconsole sapeva reagire
alle situazioni critiche.
I Galli non immaginavano che, appena raggiunto da queste notizie,
il comandante romano si era immediatamente messo in marcia verso la
Provincia romana.
In pochi giorni Cesare raggiunse il territorio degli
Allobrogi e ottenne da loro i rinforzi necessari per affrontare
le truppe Arverne, ma quando Lucterio venne a conoscenza
dell’arrivo del proconsole tornò in fretta sui passi.
Mentre Cesare raggiungeva la Provincia, Vercingetorige era
ancora impegnato nella sua operazione contro i Biturigi e quindi
l’Arvernia risultava sguarnita, anche perché il generalissimo non
aveva previsto il fulmineo arrivo del proconsole romano.
Cesare allora puntò direttamente ai territori degli Arverni,
mettendoli a ferro e fuoco e quindi costringendo Vercingetorige a tornare
indietro portando aiuto dei suoi sudditi.
Ma Cesare si disimpegnò immediatamente e si diresse verso il
territorio dei Lingoni, considerato un popolo affidabile,
dove si riunì alle due legioni ivi acquartierate. Era la fine
del mese di febbraio del 52 a.C., quando il piano di Vercingetorige,
che voleva impedire che Cesare si ricongiungesse con il suo
esercito, era fallito. Le legioni di Roma, con il loro comandante in
testa, tornavano ad essere temibili per i popoli gallici, ma ormai la
macchina della guerra si era messa in moto e non si sarebbe potuta fermare
se non con la resa dei conti definitiva.
Del resto Vercingetorige non si lasciò scoraggiare da queste
notizie e passò addirittura all’offensiva e pose sotto assedio la città di
Gorgobina che era stata posta sotto la protezione dei
Boi.
Giulio Cesare reagì a questa scelta con una mossa a sorpresa:
dopo aver rassicurato i Boi sulla sua protezione, si diresse verso
Cenabo, dove aveva intenzione di vendicare il massacro di romani avvenuto
poco tempo prima.
Sulla strada si fermò giusto il tempo per porre sotto assedio
Vellaunoduno, una ricca città dei Senoni. Quando questi si
arresero, lasciò Trebonio a negoziare le condizioni della resa, e
riprese la sua marcia verso Cenabo, che raggiunse in poco
tempo.
La pose sotto assedio e poi, dopo un fallito tentativo di
fuga da parte dei suoi abitanti, la conquistò con decisione e la rase
al suolo, dopo averla opportunamente
saccheggiata.
Dopo questa azione che faceva "giustizia" dell’offesa dei
Carnuti, attraversò la Loira e si diresse a sud verso
Avarico, capitale dei Biturigi.
Vergingetorige, sconcertato dalla tattica di Cesare e da questa
marcia fulminea e inarrestabile, tentò di intercettare le legioni romane,
che incontrò mentre le stesse conquistavano la città di Novioduno
che si trovava sul percorso verso Avarico. I cittadini di Novioduno
non avevano opposto alcuna resistenza e avevano accolto fra le mura della
città i soldati romani.
Quando però si accorsero dell’arrivo della cavalleria arverna,
tentarono una reazione che rischiò di mettere in seria difficoltà i
soldati che già erano entrati in città. Il tentativo dei cavalieri
arverni venne facilmente respinto dalla cavalleria romana e quindi gli
abitanti di Novioduno non poterono fare altro che arrendersi
nuovamente, consegnando a Cesare i responsabili della
reazione.
Cesare riprese il suo cammino verso Avarico senza preoccuparsi
troppo della presenza delle truppe arverne.
Vercingetorige comprese che era impossibile fronteggiare Cesare e
allora decise di cambiare tattica, facendo terra bruciata sul percorso delle truppe romane, nella vana
speranza di lasciarle senza rifornimenti.
La maggior parte delle città e dei campi venne distrutto e in più
gruppi di cavalieri arverni cercavano di distrubare le operazioni di
rifornimento dell’esercito capitolino.
Una tattica che si rivelò inutile anche perché non era in grado di
produrre effetti nel breve periodo soprattutto su un esercito organizzato
come quello romano.
Le legioni di Cesare misero sotto assedio Avarico e dopo 25
giorni (aprile 52 a.C.) la conquistarono, distruggendola completamente e
facendo strage dei suoi abitanti. Solo pochi di loro riuscirono a
sfuggire al triste destino e a rifugiarsi nell’accampamento di
Vercingetorige.
La vittoria ottenuta contro una città così grande e così ricca e
l’annientamento completo della sua popolazione costituita da quasi
40.000 abitanti, assumeva un valore simbolico particolarmente
importante e sembrava ribaltare completamente le sorti di quella
guerra.
Forse Giulio Cesare pensò di poter risolvere la questione
velocemente, forse si lasciò condizionare dal timore che altre popolazioni
galliche si ribellassero e si unissero alla grande alleanza
anti-romana.
Così cercò di forzare la situazione, cercando di colpire il
cuore della rivolta: Gergovia la capitale degli Arverni.
Contemporaneamente chiese a Labieno di condurre operazioni
nei territori dei Senoni e dei Parisi e di conquistare la
città di Lutetia (dove oggi sorge Parigi) alla confluenza tra i
fiumi Senna e Marna.
Ma le cose si rivelarono meno semplici di quello che Cesare avesse
immaginato. Prima di tutto Gergovia era una città ben protetta sia
naturalmente che artificialmente e quindi si dimostrava particolarmente
difficile da espugnare, inoltre i Romani dovettero fare fronte ad
un’altra emergenza: il tradimento degli Edui.
Cesare, prima di recarsi a Gergovia, aveva dovuto affrontare un
conflitto interno agli Edui, dove due nobili magistrati, Coto e
Convictolitave, si contendevano la supremazia su quel
popolo.
Il proconsole si recò presso la città di Decevia e dopo aver
valutato la situazione confermò Convictolitave alla carica di
re.
Questi, in cambio di questo intervento, aveva garantito sostegno
militare all’azione dei romani contro Vercingetorige e in particolare
nell’azione contro Gergovia.
Ma una volta che il proconsole aveva iniziato le operazioni di
assedio, il re eduo aveva modificato il suo orientamento e,
appoggiato dal capo militare Litavicco, si era schierato con
Vercingetorige; i 10.000 uomini destinati a rinforzare il
contingente romano, diventavano a quel punto una grande
minaccia.
Questo voltafaccia era stato sostenuto da una serie di menzogne con
le quali Litavicco aveva convinto i suoi cavalieri a cambiare
schieramento.
Fortunatamente due cavalieri edui, Eporedorige e Viridomaro,
si ricordarono della loro amicizia dei romani e misero in guardia il
proconsole rispetto alla piega che avevano preso gli
avvenimenti.
Con un’operazione notturna Cesare condusse ben 4 legioni
presso l’accampamento del contingente eduo e grazie all’azione di
Eporedorige e Viridomaro, aveva sconfessato Litavicco, che,
considerata la situazione, aveva preferito fuggire per rifugiarsi a
Gergovia.
Ottenuta nuovamente la fedeltà degli Edui, prima di disimpegnarsi
da Gergovia, Cesare tentò un ulteriore assalto alla città e ai suoi
difensori, soprattutto al contingente arverno che era accampato su un
colle nei pressi delle mura cittadine.
Ma dopo un parziale successo, Cesare dovette faticare a
disimpegnare i suoi uomini dalla battaglia che, entusiasmati dalle
possibile vittoria, si esposero alla reazione di Vercingetorige,
lasciando sul campo 700 uomini e 46 centurioni.
Questo ulteriore insuccesso convinse Cesare dell’impossibilità
di conquistare Gergovia e della pericolosità della sua posizione troppo
esposta, in una zona della Gallia che ormai era completamente
anti-romana. Se anche gli Edui fossero definitivamente passati dalla parte
di Vercingetorige, le legioni romane sarebbero state stritolate in una
morsa letale.
Così il proconsole romano trasportò il suo esercito al di là del
fiume Allier, con l’intenzione di recarsi nel territorio degli edui,
dove però ebbe conferma che la situazione era tutt’altro che stabile.
Convictoclave e Litavicco continuavano a fomentare quelle genti in
funzione anti-romana e gravi fenomeni di ribellione si erano
verificati nelle città di Novioduno, in cui Cesare aveva lasciato
gran parte dei suoi rifornimenti, e di Bibracte.
Questa situazione convinse Cesare dell’utilità di non fermarsi in
quel territorio ostile e così attraversata la Loira a sorpresa,
nonostante la distruzione dei ponti ad opera dei ribelli Edui, si
diresse velocemente a nord nel territorio dei Senoni.
Nel frattempo le cose non erano andate benissimo neanche a
Labieno, spedito alla conquista di Lutetia, nel territorio
dei Parisi, a capo di 4 legioni.
La spedizione, che prese il via dall’accampamento di
Agedinco, aveva lo scopo di colpire proprio i Parisi, una
delle popolazioni che faceva parte dell’alleanza anti-romana, occupare
una posizione strategica all’incrocio di 4 importanti vie di
comunicazione, ma anche di dare un segnale chiaro alle popolazioni della
Gallia Belgica, che fino a quel momento avevano mantenuto una
posizione neutra, ma che, anche a causa della latitanza di
Ambiorige, costituivano sempre un potenziale pericolo.
Quando nella regione si sparse la voce rispetto alle intenzioni di
Labieno, le popolazioni della zona si organizzarono per resistere e
affidarono il comando supremo della resistenza ad un anziano capo degli
Aulerchi, di nome Camulogeno, che si attestò all’interno di una palude
inaccessibile, formata dalle acque della Senna.
Lutetia sorgeva su un’isola formata dalla congiunzione della Senna
con la Marna e quindi era particolarmente difficile da conquistare con le
normali tecniche di assedio. Allora Labieno preferì conquistare prima
Metiosedo, impadronendosi di ben 50 navi che avrebbe utilizzato per
avvicinarsi alle mura di Lutetia.
Gli abitanti della città dei Parisi, appresa la notizia
della conquista di Metiosedo, preferirono bruciare la loro città
piuttosto che lasciarla in mano ai romani.
Intanto le notizie che giungevano da Gergovia e soprattutto la
notizia della ribellione degli Edui, indussero i Bellovaci, popolo
legato proprio agli Edui da un trattato di amicizia, a prendere le armi
e a prepararsi alla guerra contro Labieno.
Il comandante romano, valutata l’evoluzione della situazione,
decise che era il momento di invertire la rotta, per evitare di
trovarsi schiacciato, in un territorio difficile, tra le truppe comandate
da Camulogeno e quelle dei Bellovaci.
Durante la ritirata, le legioni romane vennero attaccate dalle
truppe di Camulogeno, ma riuscirono a cavarsela brillantemente, con una
vittoria netta che provocò numerose vittime nello schieramento
avversario; tra le vittime anche il comandante aulerco.
Labieno tornò con tutti i suoi effettivi nel campo di Agedinco,
per poi riunirsi dopo appena 3 giorni con le legioni comandate da Cesare
in un luogo che non è dato a sapersi, perché non riportato nel "de
bello gallico".
Era un momento molto difficile per il proconsole, la sconfitta di
Gergovia e l’ambiguo risultato della spedizione di Labieno,
rappresentavano solo degli episodi negativi, ma rischiavano di avere un
peso notevole sulle sorti della guerra.
La notizia della ritirata da Gergovia, si era sparsa velocemente in
tutta la Gallia e aveva scatenato gli entusiasmi sopiti di tutti coloro
che non avevano mai accettato la dominazione romana: la defezione degli
Edui poi aveva un significato particolare, perché dagli Edui era iniziato
tutto: Cesare era arrivato in Gallia proprio con la scusa di proteggere
gli Edui dal progetto migratorio degli Elvezi.
In passato poi gli Edui avevano avuto seri problemi proprio con
gli Arverni e quindi questa nuova alleanza in funzione anti-romana
assumeva un valore simbolico di enorme portata.
Ma la vecchia rivalità tra Edui e Arverni si fece subito sentire,
visto che gli Edui chiesero il comando dell’alleanza che fino a quel
momento era stato indiscutibilmente nelle mani di
Vercingetorige.
Per derimere il conflitto venne convocata a Bibracte, una grande
assemblea dei Galli. Tra i popoli che non vi presero parte c’erano
Remi e Lingoni, legati da una solida alleanza con Roma, ma anche i
Treveri, che in quel momento erano così preoccupati da una
possibile invasione da parte dei Germani, da non curarsi delle grande
guerra contro Roma.
Alla fine dell’assemblea il comando venne confermato al
generalissimo Vercingetorige, provocando nervosismi e rimpianti tra
gli Edui specialmente di giovani ambiziosi come Eporedorige e
Viridomaro, che comunque si adattarono a ubbidire al
generalissimo.
L’esercito venne ulteriormente rafforzato con almeno 15000
cavalieri che sarebbero stati utilizzati soprattutto per disturbare le
operazioni di foraggiamento delle legioni romane.
Vercingetorige aveva comunque intenzione di portare la guerra
anche a quei popoli che non si erano schierati con l’alleanza, tra questi
gli Allobrogi, gli Elvi, i Ruteni, i Cadurci e i Volci Arecomici. Nei
confronti degli Allobrogi però il generalissimo tenne un atteggiamento
ambiguo: se da una parte li contrastava ferocemente, dall’altra tentava
accordi segreti con loro cercando di portarli dalla sua parte.
Intanto Cesare, a causa delle numerose defezioni di cavalieri
celti, ricorreva all’arruolamento di cavalieri mercenari
germanici.
A metà agosto poi prese la via della Provincia, per
proteggerla dalla ribellione dei Sequani.
Quest’azione risultò decisiva perché fu l’inizio di una catena di
eventi che culminarono con la decisiva battaglia di Alesia.
Jerome Carcopino, nel suo libro intitolato dedicato a Giulio
Cesare, giudica il comportamento del proconsole dal momento della ritirata
di Gergovia fino alla battaglia di Alesia, come il frutto di un piano
preordinato dallo stesso Cesare.
In ogni caso, mentre Cesare marciava verso la Provincia, subì
l’attacco della cavalleria di Vercingetorige che si era mosso rapidamente
da Bibracte per intercettare le legioni Romane.
Fu un attacco ben organizzato, con tre azioni ripetitive volte ad
indebolire le difese dell’esercito romano, sfruttando la scarsa mobilità
dello stesso dovuta al trasporto delle salmerie.
Ma la capacità organizzativa e la disciplina dell’esercito romano
seppero fare fronte a questa oggettiva difficoltà: le legioni
adottarono la classica formazione a quadrato, con le salmerie al centro,
assorbendo con relativa facilità l’impatto della cavalleria
gallica.
Il contrattacco della cavalleria germanica, che si era disposta
sopra una collina, portò scompiglio tra i cavalieri gallici che si
ritirarono con qualche difficoltà, inseguiti fino in prossimità
dell’accampamento di Vercingetorige ben protetto dalla
fanteria.
Si trattò di una disfatta per la cavalleria gallica indotta dal
comportamento perfetto dell’esercito romano.
Un comportamento che sembrerebbe avvalorare la tesi di Carcopino
secondo la quale Giulio Cesare aveva previsto tutto, anche l’attacco di
Vercingetorige.
Il generalissimo, sentendo la pressione dell’esercito romano,
preferì smobilitare il campo e trovarsi una posizione più difendibile che
individuò proprio nella città di Alesia, posta a nord-ovest rispetto al
luogo dello scontro.
Durante il tragitto verso la città della Borgogna che
sarebbe stata teatro di una delle battaglie più famose della storia, la
retroguardia gallica venne continuamente attaccata dagli ausiliari
germanici, lasciando sul campo altri 3000
uomini.
La scelta di Vercingetorige era legata alle caratteristiche
naturali che rendevano Alesia una città difficile da espugnare, sia
per il fatto di trovarsi su un colle di oltre 400 metri che dominava la
pianura circostante sia per il fatto di essere protetta sui lati da ben
due fiumi (Ose, Oserain). Il generalissimo si accampò in una posizione
simile a quella che aveva assunto a Gergovia, e cioè ai piedi della mura
della città, costruendo poi intorno al campo un muro difensivo altro 2
metri; il tutto protetto da un fossato.
Cesare invece si dispose all’assedio creando una struttura
imponente con due anelli di fortificazioni che avevano un doppio
scopo: quello di assediare la città (anello interno) e quello di
proteggersi le spalle (anello esterno). Quindi le truppe romane si
disposero nello spazio ricavato tra i due anelli (quello interno misurava
più di 16 Km, mentre quello esterno superava i 21),
costruzioni imponenti, intervallate da fortini e
torrette.
Le palizzate, praticamente inespugnabili, erano protette da
spuntoni a forma di corna di cervo, da fossati larghi oltre 5
metri e profondi quasi 2, riempiti con le acque dei fiumi.
Nello spazio protetto le truppe si muovevano in grande libertà
potendo spostarsi rapidamente dalla zona di operazioni assegnata agli
accampamenti: ben 8, di cui 4 per la fanteria e 4 per la
cavalleria. Altri sistemi vennero studiati dallo stesso Cesare per rendere vano
ogni tentativo di attacco alle sue fortificazioni, con una serie di
linee di difesa costituite da rami appuntiti (cippi); da pali
appuntiti posti all’interno di buche nascoste e altri che fuoriuscivano da
buche profonde un metro (gigli); una striscia di terreno cosparsa
di pioli muniti di uncini di ferro (stimoli).
Un’opera senza precedenti con due milioni di metri cubi di terra
rimossa in pochi giorni; un’opera che sarebbe stata oggetto di studi
approfonditi fino ai giorni nostri; un’opera descritta nei minimi
particolari nei "commentarii" scritti dallo stesso Cesare, ma che è stata
avvalorata dai successivi rilevamenti archeologici.
Mentre queste imponenti fortificazioni venivano costruite, la
cavalleria nemica, preoccupata delle conseguenze che ne sarebbero
derivate, tentò di bloccare i lavori con frequenti assalti che però
venivano facilmente neutralizzate dall’intervento della cavalleria
romana.
In uno di questi scontri i cavalieri gallici furono inseguiti
fin sotto le mura di Alesia.
Lo sconforto cominciò a serpeggiare tra i Galli, lo stesso
Vercingetorige si era reso conto che non avrebbe mai potuto avere ragione
delle opere di assedio costruite da Cesare e che le sue scorte di frumento
non avrebbero potuto resistere per più di un mese.
Tentò quindi di cercare aiuto all’esterno, mandando un
contingente di cavalieri a cercare viveri e sostegno militare presso le
altre tribù della Gallia. Questi approfittarono dei "lavori in corso" per
trovare un varco tra le difese romane.
Ci volle tempo per organizzare gli aiuti e allora Vercingetorige
fece evacuare parte degli abitanti della città, in modo da sfruttare
al meglio le scorte di cibo.
Ma la macchina degli aiuti nei confronti dell’assediato, si era
messa in moto, producendo un risultato straordinario in termini di uomini:
la voglia di riconquistare la libertà perduta, l’entusiasmo prodotto dalla
vittoria di Gergovia, avevano superato le antiche rivalità
tribali.
Sulle alture che dominavano le fortificazioni romane comparvero
240.000 fanti e 8000 cavalieri che si accamparono a poco più di un
chilometro di distanza dall’anello esterno di protezione.
Il giorno dopo scattò l’attacco a tenaglia con le truppe di
Vercingetorige che attaccavano le fortificazioni interne, cercando di
superare le numerose linee di difesa che le proteggevano, e con le
truppe della coalizione, guidate da Commio (che era stato alleato di
Cesare) e Vercassivellauno (che era il cugino di Vercingetorige), che
attaccavano le fortificazioni esterne con rapide azioni della
cavalleria.
Ma le truppe romane ressero l’urto, la cavalleria nemica
venne attaccata dai Germani e fu costretta a ritirarsi dallo scontro,
pagando un pesante tributo di vite umane, mentre le truppe di
Vercingetorige furono prese dallo scoramento non riuscendo a creare
problemi al sistema difensivo romano.
Rimaneva l’imponente forza della fanteria gallica, schierata sulle
alture inorno alla città e che durante il giorno rimase a osservare la
situazione e a prepararsi all’assalto che venne lanciato a
mezzanotte.
Le urla degli assalitori costituirono una sorta di richiamo anche
per Vercingetorige che lanciò un nuovo attacco contro le difese
romane.
La notte rendeva complicata l’azione difensiva dei romani,
l’impossbilità di vedere il nemico e le sue mosse, impediva di concentrare
le forze nei punti dove maggiore era la pressione del nemico e rendeva
difficile la comunicazione tra i reparti.
Comunque anche i Galli non avevano vita facile, anche perché con il
buio non era certo semplice superare le terribili linee difensive
romane.
Così l’attacco non subì particolari effetti e all’alba i Galli
dovettero prendere atto dell’inutilità della loro azione che era costata
gravi perdite senza produrre alcun danno sostanziale al sistema difensivo
romano.
La notte successiva riprovarono ancora concentrando 60.000
uomini contro uno degli accampamenti romani dal quale la notte
precedente erano partiti molti attacchi.
Ancora una volta Vercingetorige tentò di sostenere l’attacco
esterno con un attacco dall’interno stavolta portato con maggiore
convinzione rispetto alla notte precedente.
L’attacco nei confronti dell’accampamento meridionale fu imponente
e rischaiva di mettere in crisi il sistema difensivo romano: se i nemici
fossero riusciti ad aprirsi un varco nelle difese la loro superiorità
numerica avrebbe deciso le sorti di questa battaglia.
Cesare inviò prima Labieno in soccorso dell’accampamento, ma poi
comprese che era necessaria la sua presenza anche per caricare i suoi
soldati.
E in effetti l’arrivo di Cesare sulla scena della battaglia,
diede ai suoi legionari la forza di contrattaccare e di far volgere le
sorti della battaglia a loro favore.
I Galli colti dallo scoramento si diedero alla fuga, lasciando sul
campo morti, feriti e una grande quantità di prigionieri tra i quali lo
stesso Vercassivellauno.
Era il 25 settembre del 52 a.C. quando la più imponente armata
gallica di tutti i tempi si dissolse in un baleno.
Tutti coloro che si erano salvati dalla strage abbandonarono le
alture intorno ad Alesia per tornare nei propri territori rassegnandosi
alla dominazione romana.
Anche Vercingetorige prese atto della sconfitta e il giorno
successivo dopo aver convocato un’assemblea, accolse l’invito ad
arrendersi che gli proveniva da Giulio Cesare.
Si presentò a cavallo al cospetto del proconsole Romano, che lo
attendeva fuori del suo accampamento e giunto in sua presenza, gettò
l’armatura ai suoi piedi in un inequivocabile segno di resa.
La sua prigionia sarebbe durata 6 anni, fino al 46 a.C.,
quando Cesare, dopo aver celebrato il suo trionfo nell’Urbe, lo avrebbe
messo a morte.
Cesare consegnò ai suoi legionari, come bottino di guerra, un
prigioniero a testa; un dato che mette in luce la grande massa di Galli
fatta prigioniera.
Questa vittoria decretò la fine "de facto" della grande guerra
Gallica e della lunga campagna condotta da Giulio Cesare.
Nei due anni successivi ci furono altri episodi di ribellione, ma
di poco conto: i Galli non riuscirono più a coalizzarsi contro il
nemico romano, accettando la loro condizione di popoli sottomessi.
Nel 51 a.C. Cesare completò la sua opera di repressione con
le sue campagne contro i Biturigi, Carnuti, Bellovaci, Eburoni e
Treveri.
L’ultima roccaforte conquistata fu quella di Uxellodunum,
nell’autunno del 51 a.C.. Ai loro abitanti venne riservata una pesante
punizione: il taglio della mano destra, quella con cui avevano impugnato
le armi.
Dopo Alesia, Cesare aveva ormai completato di fatto la sua opera
anche se poi ebbe bisogno dei due anni successivi (51 e 50 a.C.)
per completare l’opera di pacificazione.
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