Nell'anno 136 d.C. l'imperatore Publio Elio Adriano affidò all'architetto Demetriano il compito di edificare un ponte che permettesse l’accesso al proprio mausoleo. L'opera si articolava in tre arcate centrali, tuttora esistenti, e due rampe inclinate sostenute da tre archetti a sinistra e due a destra. Al ponte venne dato il nome di Ponte Elio dal prenome dell’imperatore, e come tale fu conosciuto fino al medioevo quando, seguendo il destino del mausoleo, venne chiamato Ponte Sant’Angelo. PONTE SANT’ANGELODi eccezionale solidità, non necessitò di restauri,
nonostante le disastrose piene del fiume, fino al 1450, quando le sue
sponde cedettero per la calca dei fedeli che tornavano da San Pietro dopo la
benedizione di papa Nicolò V.
Un anno dopo Raffaello di Montelupo aggiunse, dalla
parte di San Pietro, le statue dei quattro Evangelisti e, dalla parte di San
Paolo, quelle dei patriarchi Adamo, Noè, Abramo e Mosè.
Dal sedicesimo secolo il ponte venne utilizzato per
esporvi a monito i cadaveri dei condannati a morte.
La prima esposizione avvenne proprio nell'Anno Santo
del 1500, quando vi furono appesi nove impiccati per ogni ingresso al ponte.
Forche e teste mozze divennero presto all'ordine del giorno, tanto da far dire
al popolo: "Ce so' più teste mozze su le spallette che meloni al mercato".
Nel 1668 Clemente IX sostituì le dieci esistenti
statue con quelle di altrettanti angeli, cinque per balaustrata, e fece
costruire alle estremità del ponte due arcate minori, rese necessarie dai
lavori di ampliamento delle strutture difensive del castello.
La costruzione dei muraglioni del Tevere del 1892
fece assumere al ponte l’attuale aspetto con l’edificazione di due archi
simmetrici al posto di quelli minori.
Il ponte misura 130 metri di lunghezza e nove dilarghezza.
La visita al Ponte inizia incontrando le
classicheggianti statue degli Apostoli Pietro e Paolo, i Santi Protettori della
Città Eterna. Sui rispettivi
piedistalli si legge:
"Hinc humilibus venia" (di qui il perdono per gli umili) e
"Hinc retributio superbis" (di qui il castigo per i superbi).
Sembra quasi la traduzione
cristiana del "perdonare ai vinti e punire i superbi" con cui Orazio aveva
sintetizzato la funzione di Roma.
Erano queste le sole statue che ornavano il ponte fino al 1667, quando,
salito al soglio pontificio il pistoiese Cardinal Rospigliosi col nome di
Clemente IX, fu conferito il titolo di Supervisore di Castel S. Angelo
all’allora settantenne Cavalier Bernini. Prese
così l’avvio una delle avventure più avvincenti della Storia dell’Arte, uno
dei cantieri più entusiasmanti e
coinvolgenti della Roma Barocca . L’idea di Bernini è quella di amplificare,
nella cornice scenograficamente più esaltante, la valenza simbolica del ponte,
obbligatoria via di unione tra la Roma laica e quella religiosa, giocando sul
tema degli Angeli, intermediari tra Dio
e gli uomini, per realizzare una Via Crucis mozzafiato, senza precedenti
nella storia dell’arte.
Dieci meravigliosi Angeli con i simboli della Passione di Cristo,
arresteranno il battito delle loro ali e, sospesi sul fiume, accompagneranno,
ora con espressioni di posata
malinconia, ora di dolente partecipazione, il cammino di espiazione e di
meditazione spirituale dei pellegrini giunti ormai in prossimità del Vaticano.
"Io non voglio altro da te Cristiano,
se non che tu tenghi a memoria quanto ho fatto, e patito per te. Questo sia
l’unico segno di gratitudine che ricerco da te, per tanti benefici che t’ho
fatti, fino a dare il sangue, e la vita per te, che ti ricordi della mia
passione": così recitava un libretto devozionale
molto diffuso tra i fedeli nella Roma seicentesca.
Bernini fu ideatore, progettista e regista dell’intera impresa ed
esecutore personale di due angeli (quello con il titolo della croce e quello
con la corona di spine), ma la realizzazione degli altri otto fu affidata ad un
gruppo di collaboratori, incaricati ciascuno di tradurre il progetto del
Maestro (poco più di un rapido disegno o qualche bozzetto) in una scultura
monumentale in marmo, alta più di tre metri.
La personalità storico-artistica di questi collaboratori è stata spesso
trascurata, il loro nome destinato ad essere presto dimenticato ed il loro
stile considerato semplicemente come "scuola berniniana"; eppure si trattava di
una squadra di artisti di valore, consapevoli del proprio talento ed orgogliosi
di partecipare ad un’impresa storica; non solo dei semplici artigiani o
esecutori dell’opera altrui, ma veri e propri solisti ed interpreti dei disegni
del Bernini, in grado, ciascuno con il proprio temperamento e la propria
espressività, di rendere unici e personali gli angeli loro commissionati.
A questa squadra di giovani scultori, al loro slancio creativo e alla
febbrile operosità di quella stagione irripetibile, è dedicata questa
testimonianza, oltre che alla genialità del Cavalier Bernini e al suo
illuminato modo di scolpire e lasciar scolpire, in termini di assoluta
originalità e libertà esecutiva.
Era la primavera del 1668 quando i preziosi blocchi di marmo statuario,
provenienti dalle cave di Carrara e scaricati via mare al porto di Ripa,
cominciarono ad essere trasportati su carri trainati da buoi negli studi degli
scultori prescelti.
700 scudi fu l’onorario
concesso dalle casse di Sua Santità ai singoli artisti, ma la posta in gioco
era di gran lunga maggiore: la consapevolezza di partecipare ad una impresa che
avrebbe sfidato i secoli !
Intorno al 1670 furono questi gli scultori impegnati nel cantiere del Ponte:
Quando il Papa vide le due sculture ne fu
talmente affascinato che ne proibì la collocazione sul ponte, temendo l’usura
degli agenti atmosferici e ne
decise il trasferimento a Pistoia, sua città natale (in realtà, a causa della
sua morte, le sculture rimasero per molti anni in casa Bernini, in Via della
Mercede, finché il nipote Prospero, dopo più di sessanta anni, non decise di
farne dono alla Chiesa di S. Andrea delle Fratte, sita proprio davanti casa,
dove sono tutt’ora visibili nel loro nitore originale). Ma Bernini capisce che il Ponte sarà una
passerella privilegiata per le moltitudini di visitatori e pellegrini che vi
transiteranno e
Seguendo la narrazione evangelica, percorreremo il ponte zig-zagando
da un angelo all’altro.
Gesù è condotto alla colonna (1° Angelo: Tronus meus in columna - Il mio trono su una
colonna) per essere sottoposto alla flagellazione (2° Angelo:
In flagello paratus sum - Sono pronto per il
flagello). Il flagellum romano era costituito da un mazzo di strisce
di cuoio o di corde terminanti all’estremità con palline di piombo o
frammenti acuminati di ferro (il supplizio prevedeva secondo la legge mosaica 40 colpi
ed era tale da mettere a repentaglio la sopravvivenza del
condannato).
Narra il vangelo che Cristo fu poi incoronato di spine (3°
Angelo : In aerumna mea dum configitur spina - Nella mia tribolazione si conficca
pure una spina) prima di
intraprendere la salita al Golgota. Durante l’ascesa al luogo della
crocifissione avvenne, secondo una pia tradizione, l’incontro con Veronica, la
coraggiosa donna che, corsa incontro a Gesù, ne asciugò il volto sudato e
insanguinato: miracolosamente sul panno
usato si sarebbero impresse le sembianze del Santo Volto.
Siamo dunque alla 4a stazione: l’angelo ostenta il panno della Veronica
(Respice faciem Christi tui - Volgiti
a guardare il volto del tuo Gesù -, recitava l’iscrizione originariamente).
Non possiamo a questo punto non pensare alla meravigliosa Veronica di
Francesco Mochi, sotto uno dei quattro pilastri della cupola michelangiolesca,
scultura potente ed inquieta, investita dal sacro vento della passione.
Giunti al Golgota i soldati tirarono a sorte la tunica di Cristo
(5a stazione, l’ Angelo con la veste e i
dadi : Super vestem meam miserunt sortem) e poi lo inchiodarono al legno
della croce (6a stazione, l’Angelo con i chiodi: Aspiciant ad me quem confixerunt
- Volgono lo sguardo su colui che hanno crocifisso).
Inizia l’agonia di Gesù
(7a stazione, l’ Angelo con la croce: Cuius principatus
super humerum eius - Il suo regno è caricato sulle sue
spalle). Per atto estremo di derisione si pose sulla croce la scritta
I.N.R.I. (dalle iniziali Gesù Nazzareno Re dei Giudei): è l’8a
stazione, quella con l’Angelo con il titolo della croce (Regnavit a ligno deus -
Regnava Dio appeso al legno della croce).
Prima di spirare Gesù, assetato, chiede da bere; gli viene
offerta una spugna imbevuta di aceto posta sulla cima di una canna (9a stazione,
l’Angelo con la spugna : Potaverunt me aceto).
Per sincerarsi dell’avvenuto decesso un centurione vibrò un colpo di
lancia al costato di Cristo morto e dalla ferita apertasi sgorgarono
sangue ed acqua (10a e ultima stazione, l’Angelo con la lancia: Vulnerasti cor meum).
Secondo la tradizione quel
centurione si sarebbe successivamente convertito al cristianesimo e sarebbe
diventato santo! E’ il San Longino, immortalato da Bernini con la sua lancia,
all’interno della Basilica di S. Pietro, proprio di fronte alla statua della
Veronica.
A questo punto, oltrepassato il Tevere, il pellegrino si inoltrava
nell’intreccio dei vicoli di Borgo, per giungere finalmente nell’anfiteatro di
Piazza S. Pietro, accolto dai Santi posti a coronamento del colonnato, per
l’ultima tappa del suo itinerario di penitenza: la preghiera sulla tomba
dell’Apostolo Pietro.
E’ naturale pensare che tra gli artisti si fosse instaurata una
sorta di cavalleresca competizione per la realizzazione dell’angelo più bello,
e sicuramente non mancarono giudizi e critiche tra i contemporanei. Si ritenne
l'angelo con i chiodi il meno riuscito, mentre i più ammirati, oltre a quelli
del Bernini, furono l'angelo di Giorgetti (con la spugna), quello di Guidi (con
la lancia) e quello di Raggi (con la colonna).
A proposito di questa ultima scultura conviene senz’altro prolungare un
po’ la nostra osservazione. E’ una scultura concepita e realizzata con grande
disinvoltura e audacia tecnica, con una impostazione realmente tridimensionale.
Il panneggio agitato dal vento è il protagonista assoluto della materia
scolpita, il suo risalto è tale da concretizzarsi in una vera e propria
scultura astratta, nel suo avvinghiarsi vorticosamente attorno al corpo
dell’angelo, nel suo gonfiarsi e spalancarsi in una specie di grido angosciato,
per poi fluire mestamente in uno svolazzo obliquo, come un flebile sospiro.
L’angelo fu posto sul ponte mentre Bernini era avanti nella replica del suo
angelo col titolo della croce; sicuramente il Maestro dovette apprezzare
grandemente l’opera dell’allievo, soprattutto quell’effetto di diagonale nello
spazio, se è vero che, pur trovandosi a lavoro inoltrato, non esitò a
modificare il progetto del proprio angelo e ad aggiungere addirittura dei pezzi
di marmo al suo blocco, per poter ottenere un analogo effetto tridimensionale
nel panneggio tra le gambe del suo angelo (il tutto fu abilmente mascherato
nell’attaccatura delle nuvole al drappeggio).
Si chiedeva nell’estate del 1999: ridare dignità estetica e apostolica alla spada di S. Paolo, ridotta a
poco più di uno spezzone; di reinserire la scritta sul basamento
dell’Angelo col sudario, come in origine: Respice faciem Christi tui,
ormai definitivamente perduta. Le lacune procurate dallo scoppio di un proiettile nel
secolo scorso e le successive stuccature hanno cancellato completamente
l’iscrizione. E’ vero che trattandosi di un colpo sparato da un’arma del XIX
secolo, si potrebbe discettare sulla sua valenza storico/antiquariale, ma
tramandarla ai posteri, invece dell’accorato invito a guardare il volto di
Nostro Signore, sembra per lo meno discutibile.
L’iscrizione commemorativa posta sul retro del basamento dell’Angelo
con la lancia, è stata distrattamente restaurata: invece di recare la data corretta MDCLXXII
(=1672), c’è scritto MDCIXXII
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