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Antonio e Cleopatra
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Con le navi avute da Marco Antonio e con quelle varate nel porto Julio, nel luglio del 36 a.C., Ottaviano potè definitivamente dichiarare guerra a Sesto Pompeo. Il suo piano era quello di accerchiare in una morsa la Sicilia, da sempre base del nemico, e per farlo divise in tre parti il suo potenziale bellico, contando anche sugli eserciti di Lepido, proveniente dall’Africa, e di Statilio Tauro che scese da Taranto. Nonostante un inizio di ostilità in favore di Sesto Pompeo, che venne aiutato ancora una volta dalle condizioni atmosferiche (una burrasca fece colare a picco altre 50 navi di Ottaviano), dopo due mesi di ostilità, il 3 settembre tra Milazzo e Nauloco, si combatté la battaglia finale. L’esito della lotta rimase per molto tempo in bilico, ma poi cominciò a volgere sempre più in favore di Ottaviano, a tal punto che lo stesso generale nemico, vistosi perduto, abbandonò con 17 navi il resto della flotta e si diede alla fuga verso l’Asia. Alla sconfitta della flotta, fece seguito nel giro di pochi giorni anche quello delle truppe pompeiane intrappolate a Messina, che rimaste senza un capo e senza nessuna prospettiva di vincere, si arresero a Ottaviano. Fuggito dalla Sicilia, Sesto Pompeo cercò di riparare presso Marco Antonio, sperando in un suo appoggio contro Ottaviano, ma i rovesci ottenuti in Asia dal triumviro, portarono quest’ultimo a negargli ogni aiuto. Marco Antonio aveva in quei giorni, decisamente altre cose a cui pensare. A questo punto, il giovane Pompeo, comprendendo che da parte romana non avrebbe ricevuto più nessun aiuto, non ci pensò neanche più di tanto a vendere i suoi servigi al nuovo re dei Parti, Fraate. Il tradimento, però, venne scoperto quasi subito dai suoi subalterni che non se la sentirono di seguirlo in quest’ultima impresa; solo, con pochissime probabilità di sopravvivere, Pompeo decise di giocarsi l’ultima carta e si arrese a Marco Tizio in quel di Aminta, sperando nella clemenza di Antonio. Invece, pochi giorni dopo veniva giustiziato, per ordine dello stesso Tizio, perdendo così la vita a soli 40 anni. Secondo Patercolo (II,79,6), il troppo zelo con cui Tizio dette l’ordine di uccidere Pompeo, gli procurò un tale odio che egli, molti mesi dopo a Roma, nonostante avesse dato a proprie spese degli spettacoli pubblici nel Teatro di Pompeo, davanti al rumoreggiare della folla, si trovò costretto a fuggirsene di corsa, pur di salvare la pelle. Mentre si concludevano le vicende terrene di Sesto Pompeo, Marco Antonio si era impelagato come non mai nella guerra contro i Parti; infatti al suo ritorno ad Alessandria dopo il patto di Taranto, Antonio era nuovamente sprofondato nel mondo di lusso e di agio tipico di quella corte, pensando più a Cleopatra che al re Orode. E così facendo aveva perso il momento più propizio che gli potesse capitare per chiudere definitivamente la partita, ossia il periodo di caos susseguito all’uccisione di Orode da parte del figlio Fraate IV°. Per diversi mesi il regno partico era rimasto così in balia delle lotte interne alla famiglia regnante, che sarebbe stato un gioco da ragazzi attaccarlo e farne un sol boccone, ma Marco Antonio, in quel periodo, aveva preferito rimanersene tra le braccia della sua bella Cleopatra, decidendo, solo dopo molto tempo, di offrire a Fraate IV° una pace che invece il nuovo re rifiutò. Costretto, suo malgrado, a riaprire le ostilità, Antonio era andato incontro ad un paio di insuccessi, che gli costarono la perdita di oltre 30 mila uomini. In Italia, nel frattempo, Lepido che da tempo aveva ormai compreso di essere stato messo in minoranza nel triumvirato, volle giocarsi la possibilità di rimanere al potere con la carta della forza. Prese con sé le legioni di Sesto Pompeo arresesi a Messina, arrivando ad avere così, sotto il proprio comando un mastodontico esercito formato da oltre 100 mila uomini, molto diviso, però, tra rivalità e gelosie. Si narra che, prima di muovere guerra, Ottaviano si recò da solo nel campo di Lepido per dargli la responsabilità di una nuova guerra, che invece non ci fu, perché a poco a poco tantissimi pompeiani che militavano sotto Lepido decisero di disertare a di passare nelle fila di Ottaviano. Alla fine di novembre il poderoso esercito di Lepido era diventato così esiguo che lo stesso triumviro decise di consegnarsi al rivale. Ottaviano fu molto magnanime; tolse a Lepido il governo dell’Africa e l’imperium militare, salvandogli però la vita, decidendo alla fine di confinarlo con la dignità di Pontefice Maximo a Circeo (Svetonio, vita di augusto, XVI). A questo punto Ottaviano comprese che era arrivato il momento del consenso; si trovava in mano, con tutti i problemi che ne conseguivano, l’intero occidente controllato da un esercito formato da 45 legioni, con veterani da congedare e quindi terre da conferire e, soprattutto, con l’ordine pubblico da far tornare alla normalità (c’erano stati migliaia di schiavi che erano fuggiti dalle loro case per seguire Pompeo). Non erano certo imprese facili da realizzare, ma Ottaviano vi riuscì grazie a tutta una sapiente opera di persuasione. Visto che era difficile poter congedare tutti coloro che lo volevano, decise di limitarsi a mandare in "pensione" solo 20.000 legionari, regalando a tutti coloro che decidevano di rimanere in servizio la somma di 2.000 sesterzi, attingendo i soldi da una nuova tassa che colpì la Sicilia, rea di aver "flirtato" con Pompeo. In pochi mesi, poi, riuscì anche a restituire oltre 30 mila schiavi ai legittimi proprietari, facendo giustiziare, come esempio, i circa 6.000 che si erano rifiutati di dare le generalità dei propri padroni. Infine in Senato con un discorso "da altri tempi" promise un periodo di pace e di serenità e, soprattutto, vettovagliamenti alimentari sicuri, ora che non c’erano più le navi di Pompeo a bloccarne la spedizione a Roma. Conseguentemente a questi atti, il Senato tributò ad Ottaviano una statua nel Foro con la scritta “Ad Ottaviano restitutore della pace per terra e per mare”. In realtà di pace se ne vide ben poca, perché ai confini c’era sempre qualche popolo pronto a prendere le armi contro Roma, ma quello che più contava nell’opinione pubblica era che non vi fossero eserciti romani in lotta tra loro e per il momento tutto ciò era scongiurato, anche perché in Asia Marco Antonio era sempre alle prese coi Parti. Della dura sconfitta di Fraaspa Antonio aveva addossato la colpa al re d’Armenia, che l’aveva lasciato da solo, ritirandosi con tutta la cavalleria. Per punirlo decise allora di allearsi segretamente con il rivale di questi, il re dei Medi, Artavasde, e insieme lo attaccarono a Nicopoli nel 34 a.C. In quell’occasione, Antonio poté disporre anche dei 200 fanti scelti, arrivati dall’Italia e concessi da Ottaviano a sua sorella Ottavia per consegnarli al marito. Giunta ad Atene, la donna, felice di poter riabbracciare il marito, ebbe invece l’ordine perentorio da parte del coniuge di tornarsene a casa, lasciando, però, i soldati a sua disposizione. Per Ottavia si trattava dell’ennesimo smacco visto, che pur facendo finta di niente, sapeva benissimo (come lo sapeva tutta Roma) della tresca del marito con Cleopatra. Se ne sono dette e scritte tante su questo amore all’ombra delle Piramidi (anche se poi i due risiedevano sulla costa mediterranea, ad Alessandria); ma fu vero amore o solo interesse politico? Plutarco, in una capitolo della sua vita di Antonio (53), racconta alcuni aneddoti da cui emerge una figura non certo limpida della regina egiziana, che per paura di perdere il generale romano, più volte finse di sentirsi male, se non addirittura di suicidarsi, se lui fosse tornato dalla moglie, una moglie (Ottavia) di cui Cleopatra parlava malissimo asserendo, tra l’altro, che il suo era stato solo un matrimonio politico voluto da Ottaviano per far pace con Antonio, decisamente lontano da quel sentimento che lei nutriva, invece, per il suo "bell’Antonio". Invece, nonostante le brutte parole di Cleopatra, Ottavia si comportò sempre da moglie modello, come una matrona romana d’altri tempi. Anche dopo la sua cacciata da Atene, benché il fratello insistette non poco, lei non volle mai tornare nella casa materna, rimanendosene in quella coniugale, come se niente fosse accaduto, ad accudire i figli, sia i suoi che quello che il marito aveva avuto, nel suo precedente matrimonio, da Fulvia. Da Nicopoli, Antonio marciò con il re dei Medi e riuscì a catturare il re Armeno Artavaade, che portò ad Alessandria per mostrarlo nel trionfo che si autocelebrò, legato a delle catene d’oro. In quell’occasione il triunviro si mostrò sul carro vestito all’orientale, con il capo cinto di edera e con la corona aurea in testa, facendosi chiamare "Padre libero" (Patercolo II, 82,4) Era l’inizio della fase alessandrina di Antonio e, in un certo senso, anche l’inizio della sua parabola discendente. Volendo creare un Oriente a "sua immagine", Antonio con degli atti segreti preparò la successione sui troni orientali, di tutti i figli di Cleopatra, sia dei 3 avuti da lui, che di Cesarione che la regina d’Egitto aveva avuto da Giulio Cesare, durante la sua permanenza alessandrina. Ai primi del 33 a.C. le prime voci su questo atto cominciarono ad arrivare a Roma, mettendo in agitazione sia il Senato che la popolazione; era ormai chiaro che Antonio aveva abbandonato il suo mondo romano per darsi anima e corpo alla sua "concubina egiziana", a cui avrebbe (correva per la città la voce) regalato prima o poi anche l’Urbe. In Senato, l’inevitabile guerra armata venne anticipata da una serie di discussioni che videro i tanti partigiani di Antonio cercare in tutti i modi di difendere il "loro triumviro", ma essi non poterono fare più nulla quando giunse l’atto di ripudio di Ottavia da parte di Antonio, e soprattutto quando, grazie a Munazio Planco e Marco Tizio, Ottaviano riuscì ad entrare in possesso del testamento segreto di Antonio depositato nel Tempio di Vesta. Da quel testamento tutta Roma venne a sapere che a Cesarione, Antonio aveva conferito il titolo di "Re dei Re", con il governo (insieme alla madre) dell’Egitto, di Cipro e della Libia, che ad Alessandro era stato assegnato, invece, il regno d’Armenia, la Media e la Partia, e a Tolomeo la Fenicia, la Siria e la Cilicia. Era decisamente troppo! Il Senato in una convulsa riunione decise di togliere a Marco Antonio il consolato assegnatogli per l’anno dopo (31 a.C.) e il potere triumvirale, dichiarando guerra a Cleopatra (stando molto attento a non far comparire nell’atto di guerra, qualunque connessione alla figura di Antonio). La voce di Ottaviano risuonò, in quell’occasione, per accusare il rivale di essere posseduto da una maga, o sotto l’influsso di qualche droga, tant’è che i romani dovevano combattere non contro un generale, ma contro l’eunuco Marpione, Polito e la pettinatrice di Cleopatra, Itra, che maneggiavano gli affari dello Stato al posto di Antonio. Ottaviano, che assunse il primo gennaio il consolato, con Messala Corvino (nominato all’ultimo momento al posto di Antonio), dovette affrontare i preparativi della guerra, tra mille difficoltà; come al solito il problema più grosso era quello dei fondi. Le varie guerre degli ultimi anni avevano sempre più prosciugato le casse dello Stato e ridotto al lastrico l’economia italica, ma di quei soldi c’era bisogno e lui, "il restitutore della pace" dovette trovarli con una nuova tassa che colpì tutti coloro che avevano un reddito, nella misura di ¼ e con una che andò a colpire miratamene la nuova fascia sociale che stava arricchendosi a sproposito in quel periodo, quella dei liberti, che dovettero sborsare 1/8 del loro patrimonio. Inutile dire che la nuova tassa portò a nuovi malcontenti sia tra i proprietari terrieri che tra i liberti, aizzati, pare, anche da emissari di Antonio (Plutarco, 58). Quest’ultimo, invece, poteva disporre di un esercito davvero ingente e sulla carta decisamente più forte di quello occidentale. Oltre alle 800 navi egiziane da guerra, Antonio riuscì a farsi dare ingenti truppe anche dal re di Media e da quello della Tracia, fino ad arrivare a poter contare su circa 100 mila legionari e 22 mila cavalieri (Plutarco, 61), a cui Ottaviano arrivò a contrapporre (con grande fatica) 250 navi, 80.000 legionari e 20 mila cavalieri. Con queste due mastodontiche "macchine da guerra" contrapposte, iniziò l’ultima battaglia civile del primo secolo avanti Cristo, quella che portò alla conquista dell’Impero. |