La letteratura Romana

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una ricerca di Enrico Molinari
bibliografia:
- “Storia illustrata di Roma Antica”,Gruppo Editoriale Giunti, Prato, maggio 2000.
- “Storia di Roma Antica”, Newton & Compton Editori, Roma, settembre 1997.
- “Gli Antichi Romani”, Gruppo Editoriale Giunti, Prato, marzo 1999.
- “Storia di Roma” (di Indro Montanelli), Gruppo Editoriale BUR, Roma, novembre 2000.

sintesi della ricerca:
>- Roma nacque come un piccolo centro di pastori, nel punto del Tevere dove esso poteva essere attraversato meglio, in un epoca in cui l’Italia non aveva ancora conosciuto un’importante civiltà in grado di unirla e renderla grande. Roma con piccoli e lenti passi, non senza conoscere carestie, epidemie e brucianti sconfitte militari, riuscì ad estendersi e ad imporre la propria civiltà e le proprie leggi, in un mondo che incominciava a diventare sempre più suo. Ma accanto all’esercito delle legioni, che cavalcava in lungo e in largo il mondo allora conosciuto, e accanto ai grandi uomini politici, che si battevano a forza di orazioni per l’affermarsi della romanità ovunque ciò fosse possibile, c’erano i letterati, i poeti, gli storici e tutti coloro che con le loro parole riuscirono a fare di Roma un imponente centro di cultura e di sapere, oltre che di comando. Vedremo come l’Urbe sia riuscita in tutto ciò, in un’incessante crescita durata per più di mille anni, che la consegnerà ai libri di storia di ogni epoca.

indice della ricerca:
La situazione di Roma ai suoi primordi
Il tardivo sviluppo della letteratura
Forme preletterarie arcaiche
Il teatro a Roma
Testimonianze e reperti del periodo arcaico
I primi nomi della letteratura latina
Altri "Auctores" dell'età repubblicana
Cesare e la fine della repubblica
L'età Augustea
Divertimenti nell'età Imperiale
Conclusione

 

la ricerca:

La situazione di Roma ai suoi primordi

Povere capanne di canne e terra, col tetto di rami e stoppie; tombe dai corredi modesti: questo è tutto ciò che l’archeologia documenta delle origini di Roma. Piccolissimi villaggi sparpagliati sui sette colli, abitati da primitive tribù di contadini e pastori divise fra loro; riti funerari e usanze diverse, diverse culture: in base alle testimonianze del passato, questo è quanto ci è dato immaginare dei primi passi della “città eterna”.

A poco a poco le relazioni tra i villaggi dei colli romani si intensificano. Si condividono pascoli e vie di comunicazione, circolano prodotti e tecniche, si praticano riti in comune. Le cerimonie religiose diventano occasioni di incontro, e leghe di più villaggi si formano intorno ad alcuni centri di culto emergenti. Il lento prosciugamento degli acquitrini, causati dalle inondazioni del Tevere, permette l’incremento dell’agricoltura e l’occupazione delle pianure tra colle e colle. Gli abitanti ampliano i loro confini: talvolta i più potenti inglobano quelli più deboli, talaltra più comunità si fondono tra loro. Alla fine di questo processo (iniziato, secondo gli storici, già nel II millennio a.C.), tutti e sette i colli della tradizione sono uniti a formare una sola città, destinata a divenire un colosso economico, artistico e militare in grado di cavalcare attraverso tutto il mondo allora conosciuto, e a forgiare una civiltà e una cultura ammirata e studiata a distanza di ben 2000 anni!

Come appare chiaramente da quanto detto fino ad ora, Roma attraversò un lunghissimo “processo evolutivo”, prima di diventare quello per cui è ricordata, durante il quale conobbe periodi di grande difficoltà, momenti in cui sembrava doversi inabissare per sempre, ed altri, nei quali mostrò ai suoi nemici quanto fosse ancora lunga e gloriosa la strada del suo destino. Inoltre la città sorse e prosperò in un luogo, in una terra, l’Italia, in cui (fatta eccezione per le colonie della Magna Grecia) prima non si era mai sviluppata una civiltà in grado di reggere il paragone con quelle formatesi in Grecia e nella “mezzaluna fertile”. Ma la cultura romana seppe imporsi, al contrario dei suoi vicini italici, ben oltre i suoi confini, seppe fare tesoro degli insegnamenti appresi da altri popoli e votarsi, anche se molto lentamente, alla ribalta mondiale.

Il tardivo sviluppo della letteratura

La vita dei primi abitanti di Roma è dominata da due paure: provocare l’ira funesta degli dei (per i quali i Romani nutrivano, almeno nei primi secoli della loro storia, un profondo rispetto), e soccombere di fronte agli attacchi di un popolo esterno. Per assicurarsi il favore degli dei, di modo che essi non mettessero a rischio la fortuna o l’esistenza stessa della città, i Romani cercavano di mantenere la “pax deorum” attraverso atti rituali adeguati. A questo ci pensavano il re, “rex”, in età arcaica, e i pontefici, la cui guida era affidata alle mani del “pontifex maximus”. Ma per riuscire a non soccombere dinnanzi alle minacce di popoli esterni, l’unica cosa da fare era la guerra. Assicurare a Roma l’appoggio di un forte esercito, in grado di difendere la città, ed eventualmente di attaccare con successo per assicurarle il controllo di sempre più vasti domini, era l’obiettivo principale della classe dirigente romana. Infatti aggressioni, fusioni, nascita e scomparsa di comunità erano fenomeni pressoché all’ordine del giorno. Dunque, ogni cittadino è un potenziale soldato: partecipare alle decisioni collettive e combattere in difesa della patria era un suo unico inscindibile privilegio-dovere. Il primo esercito noto della storia di Roma, di cui ci sono giunte informazioni, risale alla prima età repubblicana, e poteva contare su qualcosa come 3000 fanti e 300 cavalieri.

Il popolo romano era, inoltre, fermamente radicato nella sua cultura, imperniata sulla sobrietà e sul duro lavoro, e su tutti quegli elementi che costituivano il cosiddetto “mos maiorum”, il costume dei padri, degli antenati, per i quali i Romani avevano profonda ammirazione. Ma questa cultura così arcaica, così povera di fattori decorativi, non prevedeva un innato amore per l’arte, la musica e tutto ciò che non fosse assolutamente indispensabile allo sviluppo di Roma e della sua civiltà: inoltre le condizioni di grande precarietà in cui si trovava a vivere Roma, alle quali si è accennato in precedenza, non lasciavano molto spazio alla crescita di quelle forme artistiche che trovarono la loro culla nella vicina Grecia, verso le quali i Romani guardavano con profonda indifferenza. Anche la scrittura, come tutte le altre espressioni artistiche, non trovò un solido terreno, lungo il Tevere, nel quale affondare radici, in quanto si preferiva affidare alla trasmissione orale la diffusione del sapere e della cultura. La scrittura era usata solo per fini pratici, come per registrare il luogo di provenienza delle merci, o per raccogliere dati e informazioni la cui consultazione sarebbe stata utile ai posteri. È il caso degli “Annales” o “Annales ponteficis maximi”: all’inizio di ogni anno, veniva esposta nel Foro una grande tavola imbiancata, detta “tabula dealbata”, sulla quale il pontefice massimo avrebbe scritto tutti gli avvenimenti, degni di nota, che sarebbero accaduti nel corso dell’anno. Questo era un modo per tenere informato il popolo sulle vicende riguardanti Roma, ma anche un’importante fonte storiografica, poiché, concluso l’anno, il “pontifex maximus” avrebbe provveduto a deporre tale documento in un archivio, il “tablinium”, consegnandolo dunque alla storia.

La scrittura serviva anche a codificare un serie di leggi, indispensabili al buon funzionamento della comunità. Le prime leggi scritte che Roma ha avuto sono quelle appartenenti alla raccolta delle “Dodici Tavole”: dodici tavole di bronzo sulle quali, negli anni 451-450 a.C., su pressione della plebe urbana, dieci magistrati da essa nominati (i famosi “decemviri legibus scribundis”) incisero una serie di leggi, destinate ad essere esposte nel foro della città, proprio per sottrarle al completo arbitrio della classe aristocratica. Si tratta di una primitiva forma di diritto romano, e ciò si deduce dalla rigidità delle norme che la caratterizzano: il diritto assoluto del marito sulla vita dei figli e della moglie, il suo completo arbitrio di disporre in vita e in morte dei suoi beni; l’uccisione del ladro scoperto a rubare di notte; la conservazione della vendetta privata, per esempio nei confronti degli adulteri. L’intervento dello Stato si limitava, in alcuni casi, a consegnare il colpevole a chi avesse subito il danno per la conseguente applicazione del taglione. Le dodici tavole codificavano notevoli sperequazioni sociali: un cittadino ricco può essere difeso solo da un ricco, mentre chiunque può difendere un povero. Negli ordinamenti familiari, tuttavia, vennero introdotte alcune norme mitigatrici: la donna che trascorreva tre notti all’anno fuori dalla casa del marito si sottraeva alla sua “manus”, rinunciando però al matrimonio, così pure il figlio che si sottraeva per tre volte alla patria potestà era da considerarsi emancipato. Secondo la tradizione, i testi delle XII tavole andarono distrutti durante l’incendio gallico, nel 390 a.C. Tuttavia, anche se esistevano varie copie delle tavole originali (come quelle custodite dagli edili), i tribuni con potere consolare dettero ordine di ricostruirle. Sia le XII tavole che gli Annales sono gli esempi più importanti di testi preletterali latini, ovvero testi scritti prima che la vera e propria letteratura classica si affermasse. Questi, infatti, sono documenti che non hanno niente a che vedere con il genere letterario, ovvero con quella categoria di testi consacrati esclusivamente alla narrazione di vicende inventate per il diletto e l’intrattenimento di chi legge. Sono documenti di carattere utilitario, necessari per una società civile, quale era quella romana.

Forme preletterarie arcaiche

Non sono gli unici esempi che ci sono pervenuti: esistono anche altre forme di scrittura preletteraria, come ad esempio i “Carmina”, ovvero testi appartenenti ad una sfera arcana, formulati per pregare una divinità, per celebrare un sacrificio, per accompagnare le operazioni agricole, o per sanzionare atti politici. Tra i più noti va menzionato il “Carmen Arvale”, una preghiera del collegio sacerdotale dei “Fratres Arvales”, che veniva cantata, durante la purificazione delle campagne, agli inizi di maggio, in onore del dio Marte, affinché questi potesse mostrarsi misericordioso e favorire la crescita del raccolto. Si hanno testimonianze di altri testi, come ad esempio i “Carmina Convivalia” e i “Carmina Triumphalia”, dei quali alcuni frammenti risalgono al VII secolo a.C. I primi, anche secondo quanto ci dice Catone, erano recitati duranti i banchetti dagli stessi convitati, in lode alla memoria dei rispettivi antenati e delle loro “res gestae”, le imprese. Era uno strumento di intrattenimento, ma al tempo stesso di propaganda politica, per se stessi e per la propria “gens”. Si vedrà, poi, che la glorificazione e l’importanza del proprio nome assumeranno, specialmente in età repubblicana ed imperiale, un significato particolare. Basti pensare alla celebre frase di Cicerone, indirizzata ad Ottaviano: -tu, che devi tutto al nome che porti-. Infatti Ottaviano, il futuro Cesare Augusto, prese di diritto il nome del padre adottivo, che era stato Caio Giulio Cesare. Tali Carmina erano molto simili alle “laudatio funebris” che il figlio maggiore di un defunto, o il parente più stretto, teneva sui rostri foriali riservati alle orazioni, che miravano alla osannazione del morto e delle sue opere. I secondi ("Carmina Triumphalia"), invece, erano dei brevi componimenti poetici che, secondo un uso molto antico (secondo lo storico Livio, risalente al 458 a.C.), venivano cantati, durante la cerimonia del trionfo, dai soldati che seguivano il carro del generale vittorioso. Spesso questi Carmina avevano un carattere scherzoso e beffardo, e miravano a colpire un lato debole della personalità del generale che avrebbero dovuto lodare. Basti pensare ai soldati di Cesare, i quali, per “celebrare” il trionfo di Cesare in Gallia, nel 46 a.C., decisero di prenderlo in giro per la sua calvizie, problema che affliggeva il grande condottiero.

Va notato, inoltre, che la maggior parte dei testi latini preletterari ha una funzione rigorosamente religiosa. Infatti, come già accennato, i romani avevano un gran timore degli dei, e dunque era loro interesse assicurarsi la loro benevolenza. Uno degli atti più antichi che la tradizione romana ricordi consiste nella preghiera connessa a riti agricoli, la “precatio”, che il pater familias recitava durante la “lustratio”, ovvero la processione espiatoria intorno ad un terreno. Le principali testimonianze di ciò le troviamo nell’opera di Catone “De agri cultura”. Potrebbe apparire strano, ma persino la tradizione teatrale romana è nata per il terrore che i Romani avevano per i loro dei. Infatti, fin dal VI secolo a.C., si tenevano dei piccoli spettacoli, detti “Fescennini”, nei quali i protagonisti erano sempre poveri contadini che, indossando una semplice maschera di cera, si scambiavano battute salaci e grossolane, per il diletto e le risate del pubblico, in maggior parte anch’esso composto da contadini. Queste rappresentazione rispecchiavano la società romana del tempo, quando ancora l’influsso civilizzatore greco non era penetrato nelle sue ossa. Ma si era ben lontani dalla raffinatezza greca, anche se Roma ebbe presto un motivo in più per avvicinarsi al livello ellenistico. Infatti, secondo Livio, nel 364 a.C., in seguito ad una terribile pestilenza, i Romani pensarono bene di distrarre gli dei adirati con uno spettacolo. Per l’importante occasione erano stati chiamati dall’Etruria alcuni artisti, detti “ludiones” o “histriones”, che eseguirono un programma di danze al suono del flauto. Erano nati i “ludi scenici”, i diretti antenati delle rappresentazioni teatrali che si terranno a Roma in età repubblicana e Imperiale. Altre forme teatrali arcaiche erano la “satura”, termine che deriva da “lanx satura”, (piatto pieno), in cui l’elemento buffo e salace, tipico delle culture romana ed etrusca, predomina, e la “fabula Atellana”, tipica della città di Atella, fra Napoli e Capua. Questa era un particolare spettacolo indigeno, nel quale i personaggi erano delle “maschere” fisse, che non cambiavano mai, che ricoprivano sempre i ruoli di protagonisti. Le più note maschere erano: Dossenus, il gobbaccio astuto e perfido, Maccus, il ghiottone balordo, Bucco, il ciarlone millantatore, Pappus, il vecchio rincitrullito (dal greco pàpos, “nonno”). La fabula Atellana può essere paragonata alla Commedia dell’Arte, tipica del XVIII secolo. Fu da questi poveri e sporadici “esperimenti” che il genere teatrale conquistò il pubblico romano.

Il teatro a Roma

Come la storia ci tramanda, Roma riuscì, in seguito ad una serie di circostanze al quanto favorevoli, ad impadronirsi della Grecia, e in generale, dell’Oriente Ellenico, imponendo il suo potere politico, ma non quello culturale. Anzi, avvenne esattamente l’inverso: fu, sotto il profilo artistico e culturale, il vinto a conquistare il vincitore (“Grecia capta ferum victorem cepit”). Dunque i Romani, consci di aver trascurato troppo le arti, decisero di introdurre, nella loro cultura, dei nuovi tipi di spettacoli teatrali. Fra i più noti sono: la “palliata”, commedia di argomento greco, la “togata”, commedia di argomento romano, la “plaetexta” e la “coturnata”, entrambe tragedie, la prima romana, la seconda greca. I primi attori, in tal senso, non erano mai romani, bensì schiavi, liberti o disperati che giungevano a Roma per cercare migliori condizioni di vita, o perché costretti dagli stessi dominatori. Essi ricevevano spesso la protezione di nobili, i quali talvolta, anche per motivi di prestigio, finanziavano di loro tasca gli spettacoli durante i “feriae”, cioè i giorni festivi. I teatri erano sempre provvisori, senza una stabile sede. Questa situazione perseverò fino al 55 a.C., anno in cui fu inaugurato il teatro di Pompeo in Roma, il primo ad essere costruito in stabile muratura.

Testimonianze e reperti del periodo arcaico

Dobbiamo premettere una considerazione della massima importanza, che va tenuta presente quando si parla della storia di Roma e della sua letteratura: quando si parla del periodo arcaico, dobbiamo specificare se tale aggettivo è riferito al contesto strettamente storico o a quello letterario. Infatti, se ci riferiamo a quello storico, il periodo arcaico coincide con quello monarchico, e va dunque dal 753 al 509 a.C. Se però ci riferiamo esclusivamente al contesto letterario, allora la situazione cambia, in quanto per “arcaico” si definisce il periodo che va dal 240 (anno in cui ha ufficialmente inizio la letteratura classica latina, con la messa in scena di un dramma di tipo greco da parte di Livio Andronico) al 100 a.C., quando appunto inizia l’età Cesariana (in questa ricerca si fa uso del termine per indicarne il significato strettamente storico). Ad ogni modo i reperti e le testimonianze dirette del periodo arcaico, che sono giunte fino a noi, sono contate, e spesso di difficile interpretazione e valutazione, specie quando si tratta di testimonianze scritte. Due in particolar modo sono di grande importanza: La “cista Ficoroni” e la “Lapis Niger”.

La “cista Ficoroni” (ritrovata in una tomba di Palestrina da Francesco Ficoroni), è un grosso recipiente bronzeo, di forma cilindrica, riccamente decorato, sul cui coperchio è incisa un’epigrafe indicante i nomi della committente dell’oggetto, della destinataria del dono e dell’artista, nonché il luogo di fabbricazione (che è Roma). Chiaramente, oltre alla “cista Ficoroni”, ci sono giunti altri esempi di incisioni su oggetti come vasi, anfore, elementi decorativi di tombe, case ecc…, tuttavia la maggior parte di questi reperti risalgono all’età Imperiale, nella quale era legge che tutti i prodotti, che circolavano all’interno dell’Impero Romano, fossero contrassegnati con il luogo di produzione, il nome del produttore e del luogo di destinazione. Tale norma era severamente applicata soprattutto per i prodotti più pregiati, come il grano dell’Egitto, l’olio dell’Attica e il vino rosso di Lutezia (Lutetia, città della Gallia Lugdunensis) e Tarracina, città a 110 chilometri a sud di Roma.

Il nome “Lapis Niger” (pietra nera), deriva dal marmo nero presente in questo recinto delimitato da lastre di marmo posizionate verticalmente, il tutto per ricordare il luogo dove si presume sia stato ucciso Romolo dai senatori a causa del suo dispotico esercizio dei poteri. Riprendendo la tradizione letteraria, sappiamo che Romolo venne ucciso presso un santuario dedicato al dio Vulcano, per cui è stato possibile identificare i resti arcaici rinvenuti negli scavi svolti nel 1899. In questi scavi infatti erano stati trovati i resti di un complesso monumentale composto da una piattaforma su cui si trovano un altare di tufo a tre ante e un basamento circolare destinato con buona probabilità a reggere una statua e un cippo dalla forma trapezoidale sui cui lati era inciso un testo in latino arcaico con andamento detto bustrofedico (alternativamente dall'alto in basso e dal basso in alto). Sembra che sul testo ci fossero riferimenti a una qualche forma di legge sacra per regolamentare i riti da svolgere presso l'altare dedicato a Vulcano, il tutto sotto il controllo del re. In ogni caso il tipo di caratteri di questo testo ha portato a datarlo all'età regia, quindi intorno al VI secolo a.C. Dalle ultime ricerche effettuate è stato escluso che questo fosse il luogo di sepoltura di Romolo. Oltre a questi reperti, si sono conservate anche alcune epigrafi, in onore di un defunto, incise su lastre di marmo o travertino, il cui messaggio di “laudatio” era pronunciato nel Foro da un parente stretto del defunto stesso, come già accennato. Queste dediche prendono il nome di “elogium”. Di queste iscrizioni sepolcrali, gli elogia più antichi dei quali noi siamo a conoscenza, si riferiscono a membri dell’illustre e potente famiglia degli Scipioni, e provengono dal sepolcro della gens, situato fuori Porta Capena, presso la via Appia. Tra questi si ricordi l’elogium di Lucio Cornelio Scipione Barbato, console nel 259 a.C.

I primi nomi della letteratura latina

I primi testi, ovvero quelli preletterali, non sono mai accompagnati dal nome dell’autore, in quanto tali documenti non avevano, come già accennato, una funzione di carattere squisitamente letterario, ma servivano a scopi molto più comuni. Dunque l’autore non sentiva la necessità di consegnare alla storia il proprio nome, primo perché il valore del documento “non lo meritava”, e secondo, quindi, perché non c’era nell’autore il desiderio di un’affermazione personale (cosa che si avrà con il fiorire della letteratura). I primo nomi certi che la storia letteraria latina ci consegna sono quelli, in ordine cronologico, di Livio Andronico, Appio Claudio Cieco, Marco Porcio Catone e Polibio.

 

Livio Andronico, poeta di Taranto e uomo di straordinaria cultura, venne portato a Roma come prigioniero, servo di un certo Livio Salinatore, dopo che i Romani ebbero conquistato la ricca città greca, nel 272 a.C., in seguito alla guerra contro Pirro. Divenne, grazie alle sue doti intellettuali, precettore dei figli del suo padrone (il “grammaticus”), conquistandosi la fiducia di quest’ultimo, tanto da essere affrancato e fatto cittadino romano. Così, nel 240 a.C., iniziò la sua carriera artistica, dando ufficialmente origine, con una sua rappresentazione teatrale (tratta da un dramma greco), alla letteratura latina, destinata ad avere un grandioso avvenire. Dunque il “pater” di tale letteratura era un greco divenuto romano (infatti “Andronico” era il nome greco, mentre “Livio” quello romano, acquisito dal suo padrone), un perfetto bilingue, il quale, inizialmente per motivi di insegnamento, tradusse il poema omerico dell’Odissea dal greco al latino, mettendo a disposizione non solo dei suoi alunni, ma dell’intero pubblico Romano, la più grande opera letteraria mai scritta fino a quel momento. Chiaramente “l’Odusia” di Livio Andronico non era una perfetta traduzione “pedissequa”da una lingua ad un’altra, in quanto, per la concezione romana, era necessario adattare il testo da tradurre allo spirito e alla realtà del pubblico di Roma, in modo da permettere a quest’ultimo una più semplice comprensione, ma anche da evitare spiacevoli contrasti culturali (e fra Roma e la Grecia ce ne erano davvero molti). Di questa sua opera ci sono rimasti soltanto 30 versi, che tuttavia ci permettono di capire la sua complessità stilistica. Livio Andronico scrisse altre opere, tra le quali un importante Carmen, l’Inno a Giunone regina, che accompagnò una solenne cerimonia per le strade di Roma, poco prima dell’inizio della seconda guerra punica. Di altre opere come “Achilles”, “Aegisthus”, “Equos Troianus”, “Gladiolus”, e “Ludius” non ci è rimasto praticamente nulla: anche i titoli sono avvolti nel dubbio, proprio come la vita e la morte del loro autore.

Appio Claudio Cieco, membro di una famiglia patrizia di origine sabina, ebbe incarichi militari durante le guerre sannitiche. Divenne censore nel 312 a.C., console nel 307 e nel 306. In qualità di censore, promosse la realizzazione di una serie di opere pubbliche, fra cui l’avvio della costruzione della strada pavimentata destinata a collegare Roma a Capua, la via Appia (dopo di lui, essa verrà allungata fino a Brindisi), e il primo acquedotto romano, l’Acqua Claudia, che porta a Roma le acque dell’Aniene. La sua decisione di ammettere per la prima volta in senato i figli dei liberti incontrò l’ostilità degli aristocratici. Ulteriori polemiche suscitò l’altro provvedimento riguardo la distribuzione dei cittadini meno abbienti a tutte la tribù. Se in passato l’azione politica di Appio è stata valutata come una politica democratica, oggi la si considera come il tentativo di rafforzare un gruppo aristocratico con il favore di gruppi emergenti di commercianti, e il sostegno delle classi più umili. Dalla raccolta di sentenze a lui attribuite, di cui ci sono giunti solo tre frammenti, una è tra le più celebri del mondo antico: “fabrum esse suae quemque fortunae”, “ognuno è artefice della propria sorte”. Appio Claudio è legato alle XII tavole in quanto nel 304 a.C., per sua iniziativa, a cura del suo segretario Gneo Flavio, venne pubblicato il “civile ius”, ossia il testo delle formule di procedura civile, mediante le quali il cittadino poteva effettivamente ricorrere alle leggi. Questa costituisce la base del diritto romano, il quale è a sua volta il terreno in cui mette radici il nostro codice giuridico e penale. L’opera di Appio si chiama “ius Flavianum”. Oltre a scrivere un “Carmen de sententiis”, egli è anche un grande oratore, il quale non perde il suo vigore e la sua innata eloquenza neanche dopo, in vecchiaia, essere colpito da cecità. È noto l’episodio per cui Appio Claudio, ormai cieco e prossimo alla morte, giunge in Senato, dove con una mitica orazione persuade i senatori a non cedere alla pace di Pirro (le cui condizioni annullerebbero i risultati delle guerre sannitiche, nonché minerebbero l’onore di Roma), e a continuare la guerra con ogni mezzo.

Marco Porcio Catone, nato da una famiglia di agricoltori benestanti di Muscolo, nel 234 a.C., percorse le varie tappe della carriera politica (il cursus honorum), fino al consolato, nel 195. Censore nel 184, divenne famoso per la severità con cui esercitava la carica. L’attività politica si accompagnava a un’intensa produzione letteraria. La sua lunga e operosa vita fu caratterizzata da un’indomabile energia volta a combattere i nemici di Roma, e dei valori tradizionali romani ovunque questi si collochino. Di fronte alla diffusione, nelle classi dirigenti romane, di atteggiamenti e idee ellenizzanti, Catone appuntò i propri strali. Implacabile nella condanna di ogni forma di culto della personalità, teso a indebolire la compattezza dell’aristocrazia, non esitò ad accusare Scipione l’Africano di appropriazione di denaro pubblico, costringendolo a ritirarsi dalla scena politica. I valori di rigore, onestà, resistenza e parsimonia che costituiscono il mos maiorum, l’etica degli antichi Romani, dovevano assolutamente essere salvaguardati. La cultura greca, che pur Catone conobbe in maniera non superficiale, venne combattuta per la sua potenziale carica sovvertitrice di questa morale rude ed orgogliosa di se. Più volte, in Senato, il vecchio censore sostenne la necessità che Cartagine venisse distrutta. “Delenda Carthago” era la frase con la quale Appio concludeva ogni suo intervento. Ma la morte lo colse prima dell’inizio della terza guerra punica, prima che il suo ultimo nemico venisse annientato. Catone ha scritto alcune opere di grande valore storico-letterario, come le “Origines”, ed altre di carattere pedagogico e tecnico-didascalico, come ad esempio il “De agri cultura”.Il “De agri cultura” è il primo trattato di economia e tecnica dell'antichità e fu scritto probabilmente intorno al 160 a.C.; questo è formato di 162 capitoli più l'introduzione. Nel proemio Catone dice che l'agricoltura è la migliore di tutte le arti e difende la tradizione dell'aristocrazia romana, la quale stava basando sempre di più i suoi profitti sui possedimenti immobiliari con l'espansione nel Mediterraneo; l'agricoltura era talmente tradizionale che una legge limitava le attività economiche dei senatori alla coltivazione dei campi (lex Claudia). Dopo l'introduzione Catone fornisce al lettore una serie disordinata di consigli su come amministrare i suoi possedimenti e su come far progredire la propria azienda; tutti questi suggerimenti portano ad un unico scopo: il profitto. Lo stile dell'opera è molto rozzo in confronto a quello delle orazioni e si presenta con la forma arcaica molto colloquiale, ripetitiva ed elementare. Quest'opera fa parte, con altre opere, di una specie di enciclopedia indirizzato al figlio di Catone, Marco, poiché Catone riteneva di dover insegnare a suo figlio un’ educazione tradizionale romana, proponendo un nuovo modello educativo in contrapposizione a quello filoellenico che si stava formando. La storia scritta da Catone si concludeva dunque con la sua vita. L'opera “Origines” presenta alcuni caratteri innovativi come l'uso del latino, l'uso della narrazione anziché del metodo annalistico e dando importanza all'aspetto dell'unificazione delle popolazioni italiche. Questa opera si distingue dalle altre dello stesso tipo anche perché Catone non nomina nessuna delle personalità importanti chiamandole per nome, ma con il rispettivo grado militare o carica civile (Annibale viene chiamato “dictator Carthaginiensium”) e infine Catone fa solo un nome di un soldato sconosciuto che compie un atto eroico, e questo, secondo lui, è il simbolo del “populus Romanus”. È provato che Catone per questa opera usò anche fonti greche e ciò si può rilevare soprattutto dall'impostazione geo-etnografica dell'opera: e infatti Catone ebbe sotto mano le opere di Timeo di Tauromenio e di Polemone D'Ilio, che trattavano la fondazione delle più importanti città Italiane e Siciliane. Infine si può dire che nonostante Catone abbia usato delle forme elleniche nella sua opera, egli ha cercato di creare una dimensione romano-italica da contrapporre a quella del mondo greco.

Fra i mille Achei giunti come ostaggi a Roma nel 168 a.C., dopo la vittoria sulla Lega Achea, vi era anche il quarantenne Polibio, figlio di uno dei più alti magistrati della Lega. Colto e competente, trovò accoglienza in casa del vincitore Lucio Emilio Paolo, dei cui figli Fabio Massimo e Scipione Emiliano, divenne consigliere e amico. Le relazioni con gli Scipioni gli permisero di entrare in uno degli ambienti più vivi dell’oligarchia romana. Polibio contribuì a promuovere il processo di modernizzazione e apertura verso la cultura greca della classe dirigente romana. Nel 150 ottenne di tornare in Grecia, dove elaborò il progetto di un’opera storiografica in greco, le “Storie”, di 30 libri, in cui analizza le ragioni del successo di Roma. Al nucleo originario aggiunge poi 10 libri (eventi fino al 144). Dell’opera leggiamo i primi 5 libri, ampie parti dei libri 6-18 e frammenti del resto. Polibio è considerato il primo intellettuale greco che prende in esame la storia e la potenza di un popolo straniero, studiando e giustificando la grandezza dei dominatori Romani. È il primo scrittore ellenico che riconosce l’elevato grado di sviluppo raggiunto dalla civiltà romana, quasi ad ammettere, con un pizzico di malinconia, il declino dell’elemento greco, per fare posto a quella cultura il cui genio militare e la cui raffinatezza (non più dunque esclusivo appannaggio della Grecia), l’avevano resa centro del mondo civile. Polibio muore in patria, a 82 anni, per una caduta da cavallo.

Altri "Auctores" dell'età repubblicana

Oltre ai più importanti autori, di cui abbiamo parlato fino ad ora, ce ne sono molti altri i cui nomi non sono molto conosciuti; eppure è anche grazie a loro che la letteratura latina antecedente al suo periodo di massimo splendore, che coincide con il principato di Cesare Ottaviano Augusto (30 a.C.-14 d.C.), riesce ad imporsi e a ricoprirsi di gloria anche a distanza di 2 millenni. In particolar modo, nell’età repubblicana, si ebbe un inaspettato fiorire del genere storiografico, il cui soggetto non potevano essere che Roma e le sue vicende. Il motivo è semplice: durante e in seguito alle guerre puniche, Roma approfittò di vari pretesti per sconfiggere, annientare o indebolire tutti quei popoli e quei Paesi che avrebbero, anche lontanamente, potuto disturbare gli ambiziosi piani dell’Urbe. Di conseguenza il desiderio di estirpare i nemici dovunque essi fossero, e quanto prima possibile, aveva indirizzato Roma verso un militarismo così esasperato che, in poco più di 150 anni, il Senato si ritrovò a dover decidere sulla sorte di gran parte del Mediterraneo, mentre solo all’inizio della prima guerra punica Roma controllava a mala pena la penisola italica. Questo fu un cambiamento eccessivamente grande e repentino, che impose alla città-stato di Roma di governare un Impero così vasto da essere secondo solo a quello di Alessandro Magno. Nacque così la consapevolezza, nei Romani, della loro potenza, che li indusse a considerarsi superiori dinanzi a qualsiasi altro popolo, perciò meritevoli di essere ricordati e venerati attraverso i documenti e i testi storici. La storiografia, a Roma, serviva soprattutto a questo: ad elevare la storia latina e a diffonderla quanto più possibile. Vediamo ora alcuni uomini di lettere, di questo periodo, come Nevio, Plauto e Terenzio.

Nevio, che trascorse gran parte della sua carriera letteraria a tradurre testi e poesie dal greco al latino, ebbe il coraggio di introdurre ufficialmente, a Roma, un genere letterario che prima aveva trovato scarso successo presso il pubblico latino: il poema epico-storico. La sua opera è ambientata durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), anche se è scritta durante la seconda guerra punica, dunque 40 anni dopo. Originariamente il poema era scritto su modello di un tipico “Carmen continuum”, cioè ininterrotto. Tuttavia durante il secolo successivo venne diviso in sette libri. Oggi ne rimane pochissimo, solo qualche frammento. L'opera di Nevio, soprattutto in relazione con il periodo storico in cui venne scritto il poema, aveva un fine molto chiaro. Essa era patriottica-celebrativa-propagandistica: infatti il libro non si limitava a narrare della guerra, ma si crede vi fosse un ampia digressione riguardante le origini di Roma. Vi sono diverse ipotesi riguardo a dove fosse collocata questa digressione all'interno del testo. Il poema quindi aveva diverse ispirazioni dal modello omerico. L'intervento divino, presente nel testo, ha la funzione di legittimare la battaglia che i Romani combattono contro Cartagine. Allo stesso modo di Apolloni Rodio, anche Nevio riesce a concentrare moltissime cose in pochi versi. Il linguaggio è più ricercato e la narrazione fluida grazie ad espedienti che non rendono pesante la lettura. I versi sono i saturni, antichi versi indigeni romani, ciascuno dei quali è formato dall’accostamento di due membri, detti “cola”, di cui il secondo è più breve del primo, e fra i quali si interpone una breve pausa.

Plauto nacque a Sarsina, un piccolo centro dell'Appennino emilio-romagnolo, ma le notizie biografiche sono scarse, sappiamo solo che si dedicò al commercio e andò presto in rovina, dunque, per sopravvivere, fu costretto a girare la macina di un mulino. La sua attività di comico si svolse a Roma tra il 215 e il 184 a.C. (anno della sua morte). Sappiamo inoltre che non assunse mai la cittadinanza romana. Plauto è un commediante formatosi nel teatro indigeno popolare e venuto poi a contatto con la commedia greca. Inoltre è il primo autore latino a specializzarsi in un solo genere: la “fabula palliata”. Vi sono state numerose falsificazioni che portano la sua firma per attirare spettatori. A classificare le commedie attribuite a Plauto fu Varrone un secolo dopo. Costui individuò solo ventuno commedie (sulle centotrenta) come originali. Queste ventuno fabulae ci sono pervenute pressoché integre (mancano frammenti della Vidularia, i finali dell'Amphitruo, dell'Aulularia, l'inizio del Bacchides e la parte centrale della Cistellaria). Oggi ogni ricostruzione è molto difficile, anche ordinare cronologicamente le commedie è un'impresa. Inoltre le commedie hanno subito modifiche in età medioevale, come la divisione in atti e l'aggiunta di “argumenta” e di didascalie.

Publio Terenzio Afer nacque nel 185 a.C. a Cartagine, venne portato a Roma come schiavo e fu successivamente liberato per la sua bellezza fisica e il suo ingegno. Una volta affrancato, egli iniziò a frequentare il circolo degli scipionici, che si opponeva a quello dei catonici. Nel 166 presentò la sua prima commedia (“l'Andria”), che dopo la diffidenza iniziale venne accolta con entusiasmo dai critici. Scrisse sei palliatae”, ma non ebbe mai un gran successo in quanto a pubblico. Nel 159 partì per la Grecia, sia per studio che per difendersi da accuse che gli erano state rivolte. Durante il ritorno, dopo un naufragio in cui perdette tutto il materiale raccolto e le sue opere, morì nello stesso anno. Terenzio è noto soprattutto per aver scritto dei testi con i quali si difendeva dagli attacchi che gli venivano rivolti da magistrati, commediografi, storici e poeti. Mentre in Plauto questi avevano prevalentemente la funzione di spiegare al pubblico l'antefatto o l'intreccio della commedia, in Terenzio erano consacrati quasi esclusivamente alla difesa della propria integrità stilistica e morale. Tali scritti presero il nome di “prologhi”. Essa era una nuova consapevolezza dell'attività letteraria. Terenzio ed Ennio furono gli unici a fare una polemica sul modello della cultura ellenistica ed alessandrina. Le accuse che venivano rivolte loro erano: di non essere i veri autori delle loro commedie, di non possedere una “vis comica” e di non aver rispettato il modello della palliata (in effetti il teatro di Terenzio e di Ennio presentavano varie differenze da quello plautino, più ricco di invenzioni sceniche mirabolanti ma povero riguardo a realisticità delle situazioni), di aver plagiato altre opere e di aver usato la “contaminatio”; tuttavia questa era già stata usata da altri autori, quindi si può solo presumere che fosse caduto in disuso come pratica, dal fatto che è un autentico attacco verso Terenzio ed Ennio. Terenzio componeva per un pubblico più raffinato e colto di quello plautino. Al contrario del teatro plautino, nel teatro di Terenzio sono evidenziati gli intenti morali ed educativi dell'autore. Al centro della commedia di Terenzio, per la prima volta, c'è l'uomo colto nella sua intimità, ma anche nella sua collocazione sociale. L'uomo spesso ha desideri di vita più libera e di maggiore coinvolgimento umano con ciò che lo circonda. Tuttavia si sente limitato ed oppresso dalla società, i costumi e le istituzioni che lo circondano. Terenzio si oppose a queste limitazioni tramite una filosofia della razionalità. Egli si opponeva, in quanto facente parte del circolo filoellenico degli scipioni, ai catonici, i quali invece erano conservatori. Terenzio evitò sbalzi o eccessi, preferendo uno stile uniforme e raffinato. Egli non scrisse nel “sermo familiaris”, ma ambì a creare uno stile colto, fondato sugli ideali etici, di misura, di grazia, caratterizzato da un decoro destinato a una società raffinata.

Cesare e la fine della repubblica

La società romana dei primi decenni del I secolo a.C. era probabilmente mutata: lo Stato Romano si estendeva in Africa e in Asia, ma era travagliato da una profonda crisi interna, in quanto le vecchie strutture politiche erano ormai inadeguate alla nuova complessità dei problemi politici ed economici, primo fra tutti quello del progressivo impoverimento del proletariato urbano, in un’epoca di rapido accumulo di ricchezze da parte dei cavalieri. Intanto gli intellettuali e gli scrittori, venuta meno la devozione quasi religiosa dei primi tempi della repubblica, cercavano nuove strade. In campo letterario la rottura più evidente con la tradizione del passato fu rappresentata dai «poetae novi», cioè da tutti quei poeti che propugnavano un distacco sempre maggiore dall’antica tradizione nazionale e prediligevano i temi privati. Grande poeta fu tra essi Catullo, portatore di un’esperienza artistica originale, che cantò con totale coinvolgimento di sé l’amore per Lesbia nel libro dei Carmi. Profondamente diverso da Catullo, ma altrettanto geniale, giganteggia in questo stesso periodo storico il poeta-filosofo Tito Lucrezio Caro. L’opera di questo, estraneo alla cerchia dei poeti nuovi, fu fortemente influenzata dalle dottrine filosofiche dell’epicureismo, dalle quali è ispirato il grande poema “De rerum natura”. Questo periodo vede i grandi dibattiti teorici, politici e ideologici testimoniati dall’opera di Cicerone, importante e significativa figura, che rappresentò la nuova idea dell’uomo romano. Vissuto in uno dei periodi più difficili della storia romana, Cicerone cercò con tutte le sue energie di raggiungere un equilibrio politico-culturale tra i nuovi modelli e il patrimonio della tradizione. In quegli stessi anni si rinnovò anche la storiografia, sebbene in modo lento e graduale. Continuò ancora, infatti, la tradizione degli annali e solo con Sallustio si realizzò una reale trasformazione del genere annalistico. Sallustio denunciò la crisi dell’aristocrazia, vedendo in essa la causa principale della rovina dello Stato. Punto d’arrivo della sua ricerca storica fu la figura di Cesare, il maggior protagonista politico dell’ultima fase della repubblica, che si impose in questo periodo anche in campo letterario con i “Commentarii”, cronache delle sue imprese militari scritte con stile ed efficacia mirabili, quasi avesse voluto lasciare agli storici la storia vera e propria delle guerre galliche e delle guerre civili.

L'età augustea

Quando, con la vittoria di Ottaviano su Antonio e Cleopatra nel 31 a.C. ad Azio, si chiuse il periodo più travagliato e turbolento della storia di Roma e si ristabilì la pace, la situazione economica, politica e sociale era profondamente cambiata: l’antica repubblica non esisteva più. Il nuovo principe e futuro imperatore Augusto si propose fin dall’inizio di richiamare alla collaborazione con lo Stato, nel quadro del nuovo regime, i letterati e gli uomini di cultura che al tempo delle guerre civili si erano allontanati dall’Impero ideale. Le figure dominanti della nuova poesia appartennero ad almeno due generazioni. I più importanti fecero parte della prima generazione: Virgilio, Orazio, Tibullo, Tito Livio e Properzio. Tra quelli della seconda il poeta più importante fu Ovidio. Virgilio e Orazio forniscono riferimenti più precisi e rientrano pienamente nell’età augustea, in quanto pienamente inseriti nell’ambiente politico di Ottaviano; anche le “Bucoliche” di Virgilio e le “Epodi” di Orazio, che subiscono solo a tratti l’influsso di Ottaviano, risentono della crisi generale su cui si basa lo sviluppo del partito di Augusto.

Il tema dominante delle opere composte tra la morte di Cesare nel 44 e la battaglia di Azio, combattuta nel 31 tra Antonio e Ottaviano, è quello che si potrebbe definire della “grande paura”, che da tempo attraversa non solo Roma, ma anche il mondo, una volta più tranquillo, della provincia. Anche i poeti come Virgilio e Orazio subirono le conseguenze della guerra civile. Il primo, in base a ciò che si tramanda, perse i suoi terreni, anche se poi in circostanze eccezionali, forse per l’intervento di un politico influente, li ebbe restituiti. Invece Orazio, avendo combattuto nella parte «sbagliata» a Filippi, è un reduce allo sbando e senza una posizione definita.

Si apre così, dopo Azio, una fase di concordia e ricostruzione, in cui i poeti e i letterati hanno spesso un ruolo attivo e individuale. Non sembra che Augusto e Mecenate abbiano influito in maniera consistente sulla letteratura. I più grandi poeti romani erano già legati a Mecenate e al partito di Augusto, e i loro interessi personali coincidevano con il partito dei “princeps”. Nacquero così alcuni testi che avevano un profondo rapporto con le tendenze dell’ideologia augustea. Questa nuova ideologia produce opere di grande equilibrio classico, come le “Odi” di Orazio e i capolavori di Virgilio, in cui tuttavia emerge la contraddizione che esiste tra Ottaviano uomo di pace e Ottaviano distruttore e protagonista della guerra civile. Questo ricordo della guerra civile sarà cancellato solo dal testamento politico di Augusto, le “Res Gestae”. Sul piano strettamente letterario, la produzione augustea è eccezionale: nel giro di un ventennio sono attivi Virgilio, Orazio, Properzio, Tibullo, ai quali si aggiunge, per la storiografia, Tito Livio. Il carattere più saliente di questa fioritura di capolavori è la volontà di competere con la Grecia classica: la letteratura dell’età augustea non imita, vuole produrre qualcosa che stia sullo stesso piano del modello, un equivalente romano che sappia imporsi come sua continuazione ma che sappia assumere le funzioni di riferimento e di guida. Al di fuori di questo periodo pieno di fervore dell’inizio del principato si colloca invece Ovidio, poeta dalla multiforme e facile vena poetica, non priva di eleganza e di vivacità , e dallo stile smagliante, autore di un gran numero di opere e celebre soprattutto per le “Metamorfosi”. Ma esaminiamo ora, singolarmente, la vita e le opere di questi grandi poeti e scrittori, che con i loro versi e le loro testimonianze hanno tutti contribuito, chi in un modo chi in un altro, ad innalzare la letteratura latina ai massimi livelli.

Publio Virgilio Marone (in latino Publius Vergilius Maro), poeta latino (Andes, oggi Pietole, Mantova, 70-Brindisi 19 a.C.) nato in una famiglia di modesti proprietari terrieri, fece i suoi primi studi a Cremona, poi a Milano; verso il 52 passò a Roma, dove si applicò all'arte dell’eloquenza. A quel periodo appartengono i suoi primi componimenti poetici che hanno costituito un grosso problema di interpretazione critica e che sono stati convenzionalmente raccolti sotto il nome di “Appendix Vergiliana” (Appendice virgiliana). Verso il 45 a.C. Virgilio lasciò Roma per ritirarsi nella più tranquilla Napoli, dove seguì i corsi di filosofia epicurea tenuti da Sirone, e dove strinse rapporti d'amicizia con Lucio Vario, Plozio Tucca, Quintilio Varo e Orazio. Napoli rimase da allora il soggiorno preferito di Virgilio, e proprio qui attese alla composizione delle sue opere poetiche più importanti; frequentò Roma solo sporadicamente, partecipando al circolo letterario di Mecenate e condividendo i programmi di restaurazione di Augusto, soprattutto quelli che si rifacevano alle antiche tradizioni religiose e agricole del popolo romano. Tra il 42 e il 37 scrisse le “Bucoliche”, che lo rivelarono al grande pubblico; seguirono, dal 37 al 29, le “Georgiche”, quindi, fino alla morte, la stesura dell'Eneide. Nel 19 a.C. Virgilio progettò un viaggio in Grecia, che doveva servirgli per mettere a punto quest'ultima sua opera, ma a Megara fu colto dalla febbre e fece ritorno in Italia; morì poco dopo lo sbarco a Brindisi. Aveva disposto che l'Eneide fosse bruciata, ma Augusto non lo permise e fece pubblicare l'opera con i necessari emendamenti da Vario e Tucca. Le Bucoliche (Canti pastorali) o “Eclogae” (Scelte) comprendono 10 composizioni in esametri, modellate sugli Idilli di Teocrito, ma lontane dal realismo di questo maestro della poesia pastorale. Virgilio rievoca piuttosto un mondo fantastico, letterario, dove i pascoli, le greggi, i mandriani sfumano in un'atmosfera di serenità, di malinconica nostalgia. Se la convenzione artistica è fondamentalmente quella alessandrina, già nelle Bucoliche s'intravede però lo spirito del poeta, nell'amore per i campi, per la pace e per la grazia, nella pietà per i dolori umani. Siamo nel momento più sognante ma anche più autentico della sua ispirazione poetica. Un maggiore impegno verso la realtà si ha invece nelle Georgiche (Poema campestre), poemetto didascalico in 4 libri sulla coltivazione dei campi. Il modello letterario è la poesia didascalica greca, iniziata da Esiodo, e le informazioni tecniche sono attinte da opere greche di agronomia e da quelle latine di Catone e Varrone. Però sugli intenti pratici e sulla tradizione letteraria s'impone l'ispirazione personale di Virgilio, che seppe trasformare un'opera didattica in un'opera di poesia. A riscattare l'aridità della materia concorre inoltre un'elaborazione formale armoniosa ed elegante, dove l'esametro è portato a grandi capacità espressive. Il passaggio dalle Georgiche all'Eneide (Aeneis), sollecitato da Augusto, sembra restringere l'orizzonte fisico alla storia di Roma, ma segna un ulteriore, definitivo ampliamento dei valori poetici e tematici. Nell'Eneide, che rappresenta la maturità del pensiero virgiliano, il poeta esalta da un lato la romanità come civiltà virile, autrice di straordinarie realizzazioni storiche, frutto provvidenziale per il benessere del mondo. D'altro canto, egli sviluppa la sua pensosa concezione delle sorti umane, la sua malinconica considerazione della labilità della nostra esistenza, delle sofferenze dei deboli, delle crudeltà della storia. Lo stesso protagonista del poema, Enea, vive di questa duplice ispirazione virgiliana: il senso della storia e del dovere e la vocazione personale alla pace e alla pietà (di qui la sua grandezza e anche la sua debolezza). Già nella tarda antichità iniziarono le interpretazioni allegoriche di Virgilio, e il Medioevo ne fece addirittura un precursore del cristianesimo: Dante lo prese a propria guida nell'Inferno e nel Purgatorio. Tutte le letterature europee ne subirono gli influssi, soprattutto nell'età del Rinascimento e nei due secoli seguenti: talora si ammiravano, con profondità, soprattutto l'universalità e la perfezione della sua poesia, talaltra, come nell'Arcadia e poi nel Settecento, lo si faceva maestro di poesia pastorale. Gli studi critici sull'opera virgiliana fiorirono soprattutto in Germania nel sec. XIX, mentre nel Novecento, specialmente l'Inghilterra, ha mostrato di seguire e di ammirare con particolare interesse l'opera del poeta, apprezzatissimo da scrittori come Th.S.Eliot, che fece dell’opera virgiliana il suo punto di riferimento.

Quinto Orazio Flacco (Venosa 65 a.C.-Roma 8 a.C.) nato ai confini tra l'Apulia e la Lucania (Lucanus an Apulus anceps, Satire), fu educato a Roma per desiderio del padre, un liberto esattore di vendite all'asta, che volle fargli seguire le scuole frequentate dai ricchi. E come i giovani della migliore società romana Orazio, intorno ai vent'anni, fu mandato ad Atene per completare la sua educazione con studi di filosofia e di morale. Con l'uccisione di Cesare e la fuga in Grecia di Bruto, Orazio, entusiasta sostenitore della causa repubblicana, si schierò dalla parte di Bruto, e col grado di tribuno militare partecipò alla battaglia di Filippi (42 a.C.) contro Ottaviano e Antonio, rimanendo travolto dalla disfatta. Solo quando fu concessa l'amnistia poté tornare a Roma (forse 39 a.C.), dove intanto il padre era morto e le poche terre erano state confiscate. Si adattò a fare lo scrivano presso un questore e le ristrettezze economiche, come confessa lui stesso, lo spinsero a poetare. Scrisse delle satire e dei giambi, si accostò alla filosofia epicurea; entrò in contatto con Virgilio e Vario e fu introdotto da loro presso Mecenate (38 a.C.), di cui divenne a poco a poco intimo amico. L'anno seguente era nel gruppo degli amici che accompagnarono Mecenate a Brindisi per un tentativo di riconciliazione fra Antonio e Ottaviano. Da Mecenate ebbe anche in dono una villa nella campagna sabina. Si appagò così il suo sogno di libertà, di indipendenza e di quiete; là, non molto lontano dalla capitale, che continuava a frequentare, visse la maggior parte del tempo, resistendo anche agli inviti allettanti di Augusto. Verso il 35 pubblicò il primo libro delle Satire; nel 30 uscì il secondo e iniziò la composizione, del tutto diversa, delle “Odi”. Nel 23 vennero pubblicati i primi tre libri di questi carmi lirici; poi il poeta tornò ai metri e in parte ai temi delle Satire con un libro di Epistole, compiuto verso il 20. Nel 17, celebrandosi i giochi secolari, Orazio fu incaricato da Augusto di comporre l'inno ufficiale (Carmen saeculare); seguì un quarto libro di odi e un secondo di epistole. Morì pochi mesi dopo Mecenate, e accanto a quest’ultimo fu sepolto sull'Esquilino. Orazio stesso ci fornisce un ritratto di sé: piccolo e un po' obeso, occhi scuri e calvizie precoce; facile all'ira, sentiva molto gli affetti. Quello di Orazio fu un tempo di grandi sconvolgimenti politici e sociali: vide il tramonto della Repubblica e l'affermarsi dell'Impero. Anche per l'intellettuale, morti gli ideali e le norme di vita dettate dalla romanità arcaica, si faceva forte la tentazione d'inserirsi nel nuovo sistema politico; tanto più che Augusto e il suo ministro Mecenate conducevano un'abile politica di accaparramento delle forze intellettuali, orientate, piuttosto di istinto, verso gli ideali repubblicani incarnati con grande prestigio da Bruto. Quella di Orazio, dunque, fu anzitutto la ricerca di una posizione che gli garantisse un'autonomia pratica e psicologica. Ebbe la fortuna d'incontrare un amico potente e intelligente come Mecenate, che gli assicurò un equo benessere materiale e rispettò la sua libertà. Ma fondamentale fu anche l'adesione di Orazio alla filosofia epicurea, che allora attraeva del resto in modo particolare i giovani colti di Roma, col suo insegnamento di un sano materialismo, di un giusto equilibrio interiore. Orazio si professò egli stesso epicureo, e da tutta la sua opera traspare la filosofia di Epicuro, anche se non mancano taluni passaggi o certe posizioni che pure risentono del più robusto verbo stoico, inevitabile in un cittadino romano. Ma tanta riservatezza nella vita non ha stranamente riscontro nella produzione poetica di Orazio. Egli è anzitutto uno degli scrittori dell'antichità che più hanno parlato di se stesso, anche se poi il nucleo finale, l'intima sua natura, finisce pur sempre per sfuggirci nei vari momenti della sua produzione poetica, che procede di pari passo con un affinamento estetico ma anche intellettuale e morale. Le prime due raccolte poetiche, degli “Epodi” o “Giambi” (17) e delle “Satire” (2 libri, di 10 e 8 componimenti) sono datate dal 41 al 30; materia e tono risultano affini, anche se più crudi nei primi. Sono il momento giovanile, a volte un po' rigido, ma già confidenziale, della poesia oraziana; danno un quadro vivo della città e accennano ad alcune circostanze fondamentali dell'esistenza del poeta, quali l'educazione ricevuta dal padre, i rapporti con Mecenate, problemi letterari e filosofici. È dunque già chiaro il tentativo di affinare, anche stilisticamente, il genere letterario della satira, tipicamente romano. Se le Satire (Sermones li chiama il poeta) sono un'opera carica di simpatia umana, le Odi (Carmina, 103 poesie in metro vario) presentano il momento più alto dell'ispirazione poetica di Orazio. La vita dello scrittore ancora si presenta in molti scorci; molti carmi sono dettati da circostanze esteriori, ma l'interesse del poeta e del lettore va al modo nuovo di far poesia in Roma, a cui queste composizioni ci fanno assistere. Qui, l'aspirazione di Orazio è quella di rivaleggiare con i grandi lirici della Grecia arcaica (Alceo, Saffo, Anacreonte, Pindaro) o alessandrina. E certo il rischio di un lavoro puramente letterario qua e là è evidente in componimenti fin troppo eleganti e freddi. Più spesso, Orazio ritrova nella perfezione stilistica e nella plasticità fantastica il corrispettivo della sua visione dell'esistenza: con le regole della vita schiva, del godimento dei piccoli ma sostanziosi piaceri d'ogni giorno (il “carpe diem”), del culto del bello, dell'affinamento spirituale, dell'importanza dell'amore, dell'amicizia, della ricerca di un equilibrio interiore. Perciò l'adeguamento forma-contenuto appare spontaneo, e ne nascono le più alte liriche di tutta la letteratura latina. Persino la tematica patriottica, o addirittura l'ideologia augustea e la restaurazione di valori civili, trovano espressione adeguata in questa raccolta (soprattutto nel gruppo di liriche all'inizio del libro III, e nel Carmen saeculare). Il passaggio dalle Odi alle epistole (23 componimenti) è ancora brusco nella forma, ma la disposizione verso la vita e verso gli uomini è più comprensiva, affinata dalla grande esperienza dei Carmina e da riflessioni estetiche testimoniate anche nella terza lettera del II libro, quella celebre detta “Ars” poetica. La chiusura del ciclo poetico di Orazio con questa raccolta mostra la perfetta costanza di una vita esemplare: esemplare per esperienza di poeta ed esemplare per esperienza umana. Raramente si trova in uno scrittore una compenetrazione così intensa dei motivi esistenziali e della produzione letteraria, che si fa autentica autobiografia e insegnamento. Si sono rimproverati, a Orazio, soprattutto l'atteggiamento in sostanza rinunciatario verso gli impegni dell'azione, gli splendori formali senza forti contenuti. Ma certo il poeta rispecchiava un diffuso stato d'animo, in momenti di travaglio politico, di delusioni e di speranze nuove; ed è proprio questo misto di scetticismo e di sensibilità verso le promesse che il programma augusteo faceva brillare, dopo decenni di guerre civili, a costituire il valore, anche storico, della poesia civile di Orazio. Ma è soprattutto la complessa e sfuggente personalità del poeta e l'eleganza della sua poesia ad aver affascinato nei secoli i lettori. Particolarmente sensibile fu l'entusiasmo per gli scritti oraziani nel corso dei sec. XVII e XVIII, con la ripresa dei suoi temi e dei suoi metri nelle lingue moderne.

Abbiamo poche e incerte notizie sulla vita di Albio Tibullo (anche il "praenomen" è ignoto), il poeta elegiaco che Orazio, in una sua epistola, pur ritrae bello e dotato di ogni bene, mentre s'aggira nella campagna di Pedum (nei pressi di Tivoli) troppo immerso in penosi pensieri, ridotto come un "corpo senz'anima". Di ceto equestre, Tibullo nacque in territorio laziale (forse tra il 55 e il 48 a.C.), anche se è molto improbabile l'identificazione del luogo di nascita nel villaggio di Gabii, come da qualcuno è stato proposto. Visse, a quanto sembra, in campagna per quasi tutta la sua vita, frequentando sporadicamente Roma, solo per necessità. Vittima, come tanti altri, dell'ondata di confische di terre a favore dei veterani di Filippi, egli poté tuttavia conservare del suo patrimonio quel tanto che gli permise di condurre un'esistenza non più ricca come i suoi avi, ma certamente agiata. L’avvenimento più importante della sua vita "pubblica" fu l'incontro con Messalla Corvino, a cui fu sempre legato da intensa amicizia, e del cui circolo romano fu il principale rappresentante, fino alla morte (avvenuta presumibilmente tra il 19 e il 18 a.C.). Pur avversando la vita militare, Tibullo accettò di accompagnare l’amico Messalla addirittura in due spedizioni militari, una in Oriente, nel corso della quale dovette fermarsi, ammalato, a Corcira (Corfù), l'altra in Aquitania, ove si distinse per meriti militari (e in un'elegia canterà proprio il trionfo di Messalla, celebrato nel 27 a.C.). Le fonti più attendibili, che si hanno a disposizione, ci hanno trasmesso, sotto il nome di Tibullo, 3 libri di elegie, comunemente noti come "Corpus Tibullianum". I primi due sono sicuramente del poeta latino: il primo fu composto tra il 30 e il 25 a.C., consta di 10 elegie e l’argomento centrale è soprattutto l'amore per una donna, Delia, che Apuleio, nell' "Apologia", dice chiamarsi Plania (Tibullo avrebbe ellenizzato il suo nome: "planus" = "delos"); il secondo comprende 6 elegie, in 3 delle quali è cantata e onorata un'altra donna, chiamata con uno pseudonimo, Nemesi: come una "vendetta" per i tradimenti di Delia. Di un altro nome di donna fa cenno Orazio: una certa Glicera, "crudele" perché venuta meno al patto d'amore col poeta. C'è poi il III libro, ch'è un'antologia di 20 componimenti in distici elegiaci (salvo il VII, in esametri), divisa dagli umanisti italiani in 2 parti, o addirittura in 2 libri distinti (il III e il IV): la prima parte contiene una raccolta di 6 elegie [1-6] che l'autore, un poeta che si fa chiamare Ligdamo, dedica alla sua Neera; la seconda consta di 11 elegie [8-18] che cantano l'amore di Sulpicia e Cerinto, per concludersi con 2 componimenti, verosimilmente attribuibili a Tibullo giovane: un'elegia per una "puella innominata" (la Glicera di cui sopra?) e un epigramma. Fra l'una e l'altra sezione, è inserito infine il "Panegyricus Messallae" (è questo il componimento in esametri), un elogio, appunto, delle imprese di Messalla.

Sesto Properzio (anche il suo praenomen è incerto) nacque ad Assisi intorno al 50 a.C., da un’influente famiglia. A Roma si dedicò esclusivamente agli studi e alla poesia: rifiutata la strada delle cariche pubbliche, oltre a quella militare, entrò a far parte del circolo intellettuale che si riuniva attorno a Mecenate (cavaliere, amico e stretto collaboratore di Augusto), frequentò Virgilio e Ovidio. Properzio scrisse quattro libri di Elegiae, utilizzando il metro tradizionale del distico e dedicando ampio spazio ai temi sentimentali: cantò l’amore per Cinzia, il nome dietro il quale si nascondeva la sua donna, e si dedicò anche all’elegia narrativa con episodi leggendari della storia romana, sottolineando, come l’imperatore stesso desiderava, il carattere mitico, quasi divino, del popolo romano (contribuendo perciò al programma di restaurazione del “mos maiorum”indetto dal princeps). Morì intorno al 16 a.C.

Tito Livio, storico latino, originario di Padova (città in cui nacque probabilmente nel 59 a.C. e dove ebbe la sua prima formazione culturale), trascorse buona parte della vita a Roma, ottenendo la stima di Augusto, che gli affidò, nonostante le idee repubblicane mai messe in discussione dallo stesso Livio, la formazione del nipote e futuro imperatore Claudio. Si dedicò soprattutto alla stesura di una vastissima opera storica, la monumentale “Ab Urbe condita” (con la quale sostenne fortemente il progetto politico del princeps), comprendente 142 libri, dei quali gli ultimi ventidue si occupavano delle vicende contemporanee a partire dalla morte di Cicerone, avvenuta nel 43 a.C. Pubblicati mentre l’autore li stava componendo, quasi tutti i libri previsti andarono dispersi: sono rimaste integre la prima decade (libri I-X), dalle origini di Roma fino alla terza guerra sannitica; la seconda e terza decade (libri XXI-XL) e la pentade XLI-XLV, dalla seconda guerra punica alla fine delle guerre macedoni. Morì, forse a Padova, nel 17 d.C. La fortuna di Livio fu immediata e duratura per tutto il Medioevo e nel Rinascimento; con l’invenzione della stampa, divenne uno degli autori classici più diffusi. Numerose anche le epitomi della sua opera, tra cui quelle di Floro, Ampelio e Orosio. L’eccezionale diffusione di Livio, ancora prima della stampa, è testimoniata da un gran numero di codici trascritti durante il Medioevo o composti da importanti copisti del Quattrocento: tra questi è Vespasiano da Bisticci, nella cui bottega fiorentina vennero realizzati per il re di Napoli, Ferdinando d’Aragona, gli attuali Banco Rari 34, 35 e 36 della Biblioteca Nazionale di Firenze (contenenti rispettivamente le Decadi I, III e IV).

Divertimenti nell'età Imperiale

Va sottolineato che, in età Imperiale, il fiorire della letteratura non cancellò la passione che i Romani, fin dalle origini, nutrivano per i giochi e gli spettacoli. È proprio in questo periodo, così glorioso per Roma, che si manifestò nell’Urbe un insaziabile sete di sangue, detta del “bell’uccidere”, che coinvolgeva sia il popolo che le più altolocate classi sociali, come ad esempio quella senatoria (ai cui membri venivano riservati posti di onore all’interno di anfiteatri e circhi). Per fare fronte a questa nuova, terribile, esigenza del popolo romano, vennero costruiti, in tutto l’Impero (ma soprattutto in Italia), innumerevoli circhi e anfiteatri, di ogni dimensione, pronti ad accogliere tutti coloro che amavano vedere sgorgare il sangue, sia da animali che da uomini. I due esempi più importanti, passati alla storia e veri,autentici, simboli di Roma, sono il Colosseo e il Circo Massimo. Il Colosseo venne iniziato da Vespasiano nel 70 d.C., ma venne inaugurato dal figlio Tito dieci anni dopo. Poteva contenere 50 mila spettatori, riparati dalla pioggia o dal cocente sole romano da delle tettoie opportunamente stese sopra gli spalti. Il Colosseo, oltre ad ospitare tutti quei giochi sanguinari sopra descritti, fu talvolta riempito d’acqua per la simulazione di imponenti battaglie navali. Alcuni imperatori vietarono lo svolgimento dei giochi nel Colosseo, coscienti della barbara violenza che li caratterizzava, come Onorio, che proibì i combattimenti fra gladiatori nel 404 d.C. Ma con la crisi e il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, il Colosseo, considerato tutt’oggi il più grande anfiteatro mai costruito, cadde per sempre in rovina. Il Circo Massimo era invece un ippodromo, inaugurato da Augusto nel 28 a.C., dove potevano ammassarsi fino a 300 mila persone. Ospitava le corse dei cocchi, i cui auriga venivano da tutto il mondo romano. Anche questo gioiello dell’architettura e ingegneria romana cadde in rovina con il disgregamento dell’Impero. “Panem et circenses”, pane e giochi del circo, erano i due indispensabili elementi che tenevano quieta la folla anzi, la plebe romana. Il pane veniva richiesto solo dai poveri, ma gli spettacoli del circo, i “ludi circenses”, piacevano a tutti. Se qualche romano protestava era più per una questione di gusto che di morale. I ludi circenses erano di diverso tipo: c'erano le gare dei cocchi, predilette dalle signore; c'erano le cacce (veniationes), in cui uomini variamente armati affrontavano belve di diverso tipo: tigri, pantere, leoni, orsi, tori; c'erano le esecuzioni “ad bestias” dei delinquenti, in cui i condannati venivano gettati in pasto alle belve o fatti morire di una morte atroce, di solito con il pretesto della rievocazione di qualche mito o episodio storico. Ma i preferiti erano i “ludi gladiatori”: il combattimento uomo contro uomo. I gladiatori, addestrati fino a divenire vere e proprie macchine da combattimento, gareggiavano uno contro l’altro con armamento uguale o differenziato, cercando di ferirsi o uccidersi a vicenda. In caso di sconfitta la sorte del vinto dipendeva dall'umore del pubblico: se tutti agitavano il fazzoletto, aveva salva la vita, se protendevano il pugno con il pollice all'ingiù (nel segno di "pollice verso") era la morte nell'arena. Gli atleti impiegati in queste gare, in genere schiavi, erano gli eroi del popolino; ma certo non si poteva credere che amassero la loro misera sorte. Una delle rivolte di gladiatori, quella di Spartaco(73-71 a.C.), fu tra le più terribili subite da Roma. Tuttavia ci furono anche alcuni imperatori, come Domiziano, Comodo o Adriano, che si buttarono nell’arena in cerca di gloria personale.

Conclusione

La letteratura latina, una volta crollata Roma (l’ideale a cui si ispirava), non scomparve del tutto, non si abissò nel più totale oblio, come se non fosse mai esistita. Tutt’altro: essa venne presa da modello, e la sua lingua, il latino, fu innalzato al livello di “lingua della cultura”, oltre ad essere, come sappiamo, la lingua ufficiale della Chiesa Cattolica. “Se i Romani avessero dovuto imparare il latino, probabilmente non avrebbero avuto tempo per conquistare il mondo”: questa frase di Indro Montanelli rende bene l’idea della ricchezza di questa lingua, generatrice di una cultura e una letteratura senza pari. Dopo il Medioevo, durante il quale il latino fu usato quasi esclusivamente in materia di religione, la letteratura dell’antica Roma venne ripresa in considerazione e ristudiata dai più autorevoli pensatori dell’Umanesimo e del Rinascimento, quasi ad annunciare il ritorno della civiltà, dopo secoli di ignoranza e superstizione. Alcuni letterati del tempo fecero della cultura classica, e in particolar modo della letteratura latina, il principale oggetto del loro studio, manifestando chiaramente la loro immensa ammirazione verso quel mondo che non c’era più. Basti pensare a Petrarca, il quale fece della ricerca filologica il centro del suo “otium” letterario, avviando ufficialmente quella corrente di pensiero conosciuta sotto il nome di Umanesimo. Per non parlare del Rinascimento, durante il quale il mondo latino, in tutte le sue forme e sfumature, costituì il principale modello nell’arte, nella cultura e nella razionalità (mirante a fare dell’uomo il centro del mondo, di tutto ciò che esiste), la principale arma contro una mentalità chiusa e arretrata come quella medievale, per la quale tutto gravitava intorno a Dio e alla sfera del sacro. La letteratura latina costituisce dunque una finestra sopra a un grande passato (del quale, specialmente noi italiani, dovremmo essere orgogliosi), una grande civiltà, il cui prestigio, scavalcate le barriere dello spazio e del tempo, è riconosciuto in tutto il mondo.