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La letteratura Romana |
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una ricerca di Enrico Molinari
sintesi della ricerca:
indice della ricerca:
la ricerca: Povere capanne di canne e terra, col tetto di rami e stoppie; tombe
dai corredi modesti: questo è tutto ciò che l’archeologia documenta delle
origini di Roma. Piccolissimi villaggi sparpagliati sui sette colli,
abitati da primitive tribù di contadini e pastori divise fra loro;
riti funerari e usanze diverse, diverse culture: in base alle
testimonianze del passato, questo è quanto ci è dato immaginare dei primi
passi della “città eterna”.
A poco a poco le relazioni tra i villaggi dei colli romani si
intensificano. Si condividono pascoli e vie di comunicazione, circolano
prodotti e tecniche, si praticano riti in comune. Le cerimonie religiose
diventano occasioni di incontro, e leghe di più villaggi si formano
intorno ad alcuni centri di culto emergenti. Il lento prosciugamento degli
acquitrini, causati dalle inondazioni del Tevere, permette l’incremento
dell’agricoltura e l’occupazione delle pianure tra colle e colle. Gli
abitanti ampliano i loro confini: talvolta i più potenti inglobano quelli
più deboli, talaltra più comunità si fondono tra loro. Alla fine di
questo processo (iniziato, secondo gli storici, già nel II millennio
a.C.), tutti e sette i colli della tradizione sono uniti a formare una
sola città, destinata a divenire un colosso economico, artistico e
militare in grado di cavalcare attraverso tutto il mondo allora
conosciuto, e a forgiare una civiltà e una cultura ammirata e studiata a
distanza di ben 2000 anni!
Come appare chiaramente da quanto detto
fino ad ora, Roma attraversò un lunghissimo “processo evolutivo”, prima di
diventare quello per cui è ricordata, durante il quale conobbe periodi
di grande difficoltà, momenti in cui sembrava doversi inabissare per
sempre, ed altri, nei quali mostrò ai suoi nemici quanto fosse ancora
lunga e gloriosa la strada del suo destino. Inoltre la città sorse e
prosperò in un luogo, in una terra, l’Italia, in cui (fatta eccezione
per le colonie della Magna Grecia) prima non si era mai sviluppata una
civiltà in grado di reggere il paragone con quelle formatesi in Grecia e
nella “mezzaluna fertile”. Ma la cultura romana seppe imporsi, al
contrario dei suoi vicini italici, ben oltre i suoi confini, seppe
fare tesoro degli insegnamenti appresi da altri popoli e votarsi, anche se
molto lentamente, alla ribalta mondiale.
La vita dei primi abitanti di Roma è dominata da due paure:
provocare l’ira funesta degli dei (per i quali i Romani nutrivano, almeno
nei primi secoli della loro storia, un profondo rispetto), e soccombere di
fronte agli attacchi di un popolo esterno. Per assicurarsi il favore
degli dei, di modo che essi non mettessero a rischio la fortuna o
l’esistenza stessa della città, i Romani cercavano di mantenere la “pax
deorum” attraverso atti rituali adeguati. A questo ci pensavano il re,
“rex”, in età arcaica,
e i pontefici, la cui guida era affidata alle mani del “pontifex
maximus”. Ma per riuscire a non soccombere dinnanzi alle minacce di
popoli esterni, l’unica cosa da fare era la guerra. Assicurare a Roma
l’appoggio di un forte esercito, in grado di difendere la città, ed
eventualmente di attaccare con successo per assicurarle il controllo di
sempre più vasti domini, era l’obiettivo principale della classe dirigente
romana. Infatti aggressioni, fusioni, nascita e scomparsa di comunità
erano fenomeni pressoché all’ordine del giorno. Dunque, ogni cittadino
è un potenziale soldato: partecipare alle decisioni collettive e
combattere in difesa della patria era un suo unico inscindibile
privilegio-dovere. Il primo esercito noto della storia di Roma, di cui ci
sono giunte informazioni, risale alla prima età repubblicana, e poteva
contare su qualcosa come 3000 fanti e 300 cavalieri.
Il popolo romano era, inoltre, fermamente radicato nella sua
cultura, imperniata sulla sobrietà e sul duro lavoro, e su tutti quegli
elementi che costituivano il cosiddetto “mos maiorum”, il costume dei
padri, degli antenati, per i quali i Romani avevano profonda ammirazione.
Ma questa cultura così arcaica, così povera di fattori decorativi, non
prevedeva un innato amore per l’arte, la musica e tutto ciò che non fosse
assolutamente indispensabile allo sviluppo di Roma e della sua civiltà:
inoltre le condizioni di grande precarietà in cui si trovava a vivere
Roma, alle quali si è accennato in precedenza, non lasciavano molto spazio
alla crescita di quelle forme
artistiche che trovarono la loro culla nella vicina Grecia, verso le quali
i Romani guardavano con profonda indifferenza. Anche la scrittura, come
tutte le altre espressioni artistiche, non trovò un solido terreno, lungo
il Tevere, nel quale affondare radici, in quanto si preferiva affidare
alla trasmissione orale la diffusione del sapere e della cultura. La
scrittura era usata solo per fini pratici, come per registrare il luogo di
provenienza delle merci, o per raccogliere dati e informazioni la cui
consultazione sarebbe stata utile ai posteri. È il caso degli “Annales”
o “Annales ponteficis maximi”: all’inizio di ogni anno, veniva esposta nel
Foro una grande tavola imbiancata, detta “tabula dealbata”, sulla quale il
pontefice massimo avrebbe scritto tutti gli avvenimenti, degni di nota,
che sarebbero accaduti nel corso dell’anno. Questo era un modo per
tenere informato il popolo sulle vicende riguardanti Roma, ma anche
un’importante fonte storiografica, poiché, concluso l’anno, il
“pontifex maximus” avrebbe provveduto a deporre tale documento in un
archivio, il “tablinium”, consegnandolo dunque alla storia.
La
scrittura serviva anche a codificare un serie di leggi, indispensabili al
buon funzionamento della comunità. Le prime leggi scritte che Roma ha
avuto sono quelle appartenenti alla raccolta delle “Dodici Tavole”: dodici
tavole di bronzo sulle quali, negli anni 451-450 a.C., su pressione
della plebe urbana, dieci magistrati da essa nominati (i famosi
“decemviri legibus scribundis”) incisero una serie di leggi,
destinate ad essere esposte nel foro
della città, proprio per sottrarle al completo arbitrio della classe
aristocratica. Si tratta di una primitiva forma di diritto romano, e ciò
si deduce dalla rigidità delle norme che la caratterizzano: il diritto
assoluto del marito sulla vita dei figli e della moglie, il suo completo
arbitrio di disporre in vita e in morte dei suoi beni; l’uccisione del
ladro scoperto a rubare di notte; la conservazione della vendetta privata,
per esempio nei confronti degli adulteri. L’intervento dello Stato si
limitava, in alcuni casi, a consegnare il colpevole a chi avesse subito il
danno per la conseguente applicazione del taglione. Le dodici tavole
codificavano notevoli sperequazioni sociali: un cittadino ricco può essere
difeso solo da un ricco, mentre chiunque può difendere un povero. Negli
ordinamenti familiari, tuttavia, vennero introdotte alcune norme
mitigatrici: la donna che trascorreva tre notti all’anno fuori dalla casa
del marito si sottraeva alla sua “manus”, rinunciando però al matrimonio,
così pure il figlio che si sottraeva per tre volte alla patria potestà era
da considerarsi emancipato. Secondo la tradizione, i testi delle XII
tavole andarono distrutti durante l’incendio gallico, nel 390 a.C.
Tuttavia, anche se esistevano varie copie delle tavole originali (come
quelle custodite dagli edili), i tribuni con potere consolare dettero
ordine di ricostruirle. Sia le XII tavole che gli Annales sono gli
esempi più importanti di testi preletterali latini, ovvero testi scritti
prima che la vera e propria letteratura classica si affermasse.
Questi, infatti, sono documenti che non hanno niente a che vedere con il
genere letterario, ovvero con quella categoria di testi consacrati
esclusivamente alla narrazione di vicende inventate per il diletto e
l’intrattenimento di chi legge. Sono documenti di carattere utilitario,
necessari per una società civile, quale era quella romana.
Non sono gli unici esempi che ci sono pervenuti: esistono anche
altre forme di scrittura preletteraria, come ad esempio i
“Carmina”, ovvero testi appartenenti ad una sfera arcana, formulati
per pregare una divinità, per celebrare un sacrificio, per accompagnare le
operazioni agricole, o per sanzionare atti politici. Tra i più noti va
menzionato il “Carmen Arvale”, una preghiera del collegio
sacerdotale dei “Fratres Arvales”, che veniva cantata, durante la
purificazione delle campagne, agli inizi di maggio, in onore del dio
Marte, affinché questi potesse mostrarsi misericordioso e favorire la
crescita del raccolto. Si hanno testimonianze di altri testi, come ad
esempio i “Carmina Convivalia” e i “Carmina Triumphalia”,
dei quali alcuni frammenti
risalgono al VII secolo a.C. I primi, anche secondo quanto ci dice
Catone, erano recitati duranti i banchetti dagli stessi convitati,
in lode alla memoria dei rispettivi antenati e delle loro “res
gestae”, le imprese. Era uno strumento di intrattenimento, ma al tempo
stesso di propaganda politica, per se stessi e per la propria
“gens”. Si vedrà, poi, che la glorificazione e l’importanza del
proprio nome assumeranno, specialmente in età repubblicana ed imperiale,
un significato particolare. Basti pensare alla celebre frase di
Cicerone, indirizzata ad Ottaviano: -tu, che devi tutto al nome che
porti-. Infatti Ottaviano, il futuro Cesare Augusto, prese di diritto
il nome del padre adottivo, che era stato Caio Giulio Cesare.
Va notato, inoltre, che la maggior parte dei testi latini
preletterari ha una funzione rigorosamente religiosa. Infatti, come già
accennato, i romani avevano un gran timore degli dei, e dunque era loro
interesse assicurarsi la loro benevolenza. Uno degli atti più antichi
che la tradizione romana ricordi consiste nella preghiera connessa a riti
agricoli, la “precatio”, che il pater familias recitava durante la
“lustratio”, ovvero la processione espiatoria intorno ad un terreno.
Le principali testimonianze di ciò le troviamo nell’opera di Catone “De
agri cultura”. Potrebbe apparire strano, ma persino la tradizione
teatrale romana è nata per il terrore che i Romani avevano per i loro dei.
Infatti, fin dal VI secolo a.C., si tenevano dei piccoli spettacoli, detti
“Fescennini”, nei quali i protagonisti erano sempre poveri
contadini che, indossando una semplice maschera di cera, si scambiavano
battute salaci e grossolane, per il diletto e le risate del pubblico, in
maggior parte anch’esso composto da contadini. Queste rappresentazione
rispecchiavano la società romana del tempo, quando ancora l’influsso
civilizzatore greco non era penetrato nelle sue ossa. Ma si era ben
lontani dalla raffinatezza greca, anche se Roma ebbe presto un motivo in
più per avvicinarsi al livello ellenistico. Infatti, secondo Livio, nel
364 a.C., in seguito ad una terribile pestilenza, i Romani pensarono bene
di distrarre gli dei adirati con uno spettacolo. Per l’importante
occasione erano stati chiamati dall’Etruria alcuni artisti, detti
“ludiones” o “histriones”, che eseguirono un programma di danze al suono
del flauto. Erano nati i “ludi scenici”, i diretti antenati delle
rappresentazioni teatrali che si terranno a Roma in età repubblicana e
Imperiale. Altre forme teatrali arcaiche erano la “satura”, termine
che deriva da “lanx satura”, (piatto pieno), in cui l’elemento
buffo e salace, tipico delle culture romana ed etrusca, predomina, e
la “fabula Atellana”, tipica della città di Atella, fra Napoli e
Capua.
Come
la storia ci tramanda, Roma riuscì, in seguito ad una serie di circostanze
al quanto favorevoli, ad impadronirsi della Grecia, e in generale,
dell’Oriente Ellenico, imponendo il suo potere politico, ma non quello
culturale. Anzi, avvenne esattamente l’inverso: fu, sotto il profilo
artistico e culturale, il vinto a conquistare il vincitore (“Grecia capta
ferum victorem cepit”). Dunque i Romani, consci di aver trascurato
troppo le arti, decisero di introdurre, nella loro cultura, dei nuovi tipi
di spettacoli teatrali. Fra i più noti sono: la “palliata”,
commedia di argomento greco, la “togata”, commedia di argomento romano, la
“plaetexta” e la “coturnata”, entrambe tragedie, la prima
romana, la seconda greca. I primi attori, in tal senso, non erano mai
romani, bensì schiavi, liberti o disperati che giungevano a Roma per
cercare migliori condizioni di vita, o perché costretti dagli stessi
dominatori. Essi ricevevano spesso la protezione di nobili, i quali
talvolta, anche per motivi di prestigio, finanziavano di loro tasca gli
spettacoli durante i “feriae”, cioè i giorni festivi. I teatri
erano sempre provvisori, senza una stabile sede. Questa situazione
perseverò fino al 55 a.C., anno in cui fu inaugurato il teatro di
Pompeo in Roma, il primo ad essere costruito in stabile
muratura.
Dobbiamo premettere una considerazione della massima importanza,
che va tenuta presente quando si parla della storia di Roma e della sua
letteratura: quando si parla del periodo arcaico, dobbiamo specificare se
tale aggettivo è riferito al contesto strettamente storico o a quello
letterario. Infatti, se ci riferiamo a quello storico, il periodo arcaico
coincide con quello monarchico, e va dunque dal 753 al 509 a.C. Se però
ci riferiamo esclusivamente al contesto letterario, allora la situazione
cambia, in quanto per “arcaico” si definisce il periodo che va dal 240
(anno in cui ha ufficialmente inizio la letteratura classica latina, con
la messa in scena di un dramma di tipo greco da parte di Livio Andronico)
al 100 a.C., quando appunto inizia l’età Cesariana (in questa ricerca
si fa uso del termine per indicarne il significato strettamente storico).
Ad ogni modo i reperti e le testimonianze dirette del periodo arcaico, che
sono giunte fino a noi, sono contate, e spesso di difficile
interpretazione e valutazione, specie quando si tratta di testimonianze
scritte. Due in particolar modo sono di grande importanza: La “cista
Ficoroni” e la “Lapis Niger”.
La “cista Ficoroni” (ritrovata in una tomba di Palestrina da
Francesco Ficoroni), è un grosso recipiente bronzeo, di forma cilindrica,
riccamente decorato, sul cui coperchio è incisa un’epigrafe indicante i
nomi della committente dell’oggetto, della destinataria del dono e
dell’artista, nonché il luogo di fabbricazione (che è Roma).
Chiaramente, oltre alla “cista Ficoroni”, ci sono giunti altri esempi di
incisioni su oggetti come vasi, anfore, elementi decorativi di tombe, case
ecc…, tuttavia la maggior parte di questi reperti risalgono all’età
Imperiale, nella quale era legge che tutti i prodotti, che circolavano
all’interno dell’Impero Romano, fossero contrassegnati con il luogo di
produzione, il nome del produttore e del luogo di destinazione. Tale norma
era severamente applicata soprattutto per i prodotti più pregiati, come il
grano dell’Egitto, l’olio dell’Attica e il vino rosso di Lutezia (Lutetia,
città della Gallia Lugdunensis) e Tarracina, città a 110 chilometri a sud
di Roma.
Il nome “Lapis Niger” (pietra nera),
deriva dal marmo nero presente in questo recinto delimitato da lastre di marmo posizionate
verticalmente, il tutto per ricordare il luogo dove si presume sia stato
ucciso Romolo dai senatori a causa del suo dispotico esercizio dei
poteri. Riprendendo la tradizione letteraria, sappiamo che Romolo
venne ucciso presso un santuario dedicato al dio Vulcano, per cui è stato
possibile identificare i resti arcaici rinvenuti negli scavi svolti nel
1899. In questi scavi infatti erano stati trovati i resti di un complesso
monumentale composto da una piattaforma su cui si trovano un altare di
tufo a tre ante e un basamento circolare destinato con buona probabilità a
reggere una statua e un cippo dalla forma
trapezoidale sui cui lati era inciso un testo in latino arcaico con
andamento detto bustrofedico (alternativamente dall'alto in basso e dal
basso in alto).
I
primi testi, ovvero quelli preletterali, non sono mai accompagnati dal
nome dell’autore, in quanto tali documenti non avevano, come già
accennato, una funzione di carattere squisitamente letterario, ma
servivano a scopi molto più comuni. Dunque l’autore non sentiva la
necessità di consegnare alla storia il proprio nome, primo perché il
valore del documento “non lo meritava”, e secondo, quindi, perché non
c’era nell’autore il desiderio di un’affermazione personale (cosa che si
avrà con il fiorire della letteratura). I primo nomi certi che la
storia letteraria latina ci consegna sono quelli, in ordine cronologico,
di Livio Andronico, Appio Claudio Cieco, Marco Porcio Catone e
Polibio.
Livio
Andronico, poeta di Taranto e uomo di straordinaria cultura, venne
portato a Roma come prigioniero, servo di un certo Livio Salinatore, dopo
che i Romani ebbero conquistato la ricca città greca, nel 272 a.C., in
seguito alla guerra contro Pirro. Divenne, grazie alle sue doti
intellettuali, precettore dei figli del suo padrone (il
“grammaticus”), conquistandosi la fiducia di quest’ultimo, tanto da
essere affrancato e fatto cittadino romano. Così, nel 240 a.C., iniziò
la sua carriera artistica, dando ufficialmente origine, con una sua
rappresentazione teatrale (tratta da un dramma greco), alla letteratura
latina, destinata ad avere un grandioso avvenire. Dunque il “pater”
di tale letteratura era un greco divenuto romano (infatti “Andronico”
era il nome greco, mentre “Livio” quello romano, acquisito dal suo
padrone), un perfetto bilingue, il quale, inizialmente per motivi di
insegnamento, tradusse il poema omerico dell’Odissea dal greco al
latino, mettendo a disposizione non solo dei suoi alunni, ma
dell’intero pubblico Romano, la più grande opera letteraria mai scritta
fino a quel momento. Chiaramente “l’Odusia” di Livio Andronico non era una
perfetta traduzione “pedissequa”da una lingua ad un’altra, in quanto, per
la concezione romana, era necessario adattare il testo da tradurre allo
spirito e alla realtà del pubblico di Roma, in modo da permettere a
quest’ultimo una più semplice comprensione, ma anche da evitare spiacevoli
contrasti culturali (e fra Roma e la Grecia ce ne erano davvero molti). Di
questa sua opera ci sono rimasti soltanto 30 versi, che tuttavia ci
permettono di capire la sua complessità stilistica. Livio Andronico
scrisse altre opere, tra le quali un importante Carmen, l’Inno a Giunone
regina, che accompagnò una solenne cerimonia per le strade di Roma,
poco prima dell’inizio della seconda guerra punica. Di altre opere come
“Achilles”, “Aegisthus”, “Equos Troianus”, “Gladiolus”, e “Ludius”
non ci è rimasto praticamente nulla: anche i titoli sono avvolti nel
dubbio, proprio come la vita e la morte del loro autore.
Appio
Claudio Cieco, membro di una famiglia patrizia di origine sabina, ebbe
incarichi militari durante le guerre sannitiche. Divenne censore nel
312 a.C., console nel 307 e nel 306. In qualità di censore, promosse
la realizzazione di una serie di opere pubbliche, fra cui l’avvio della
costruzione della strada pavimentata destinata a collegare Roma a Capua,
la via Appia (dopo di lui, essa verrà allungata fino a Brindisi), e il
primo acquedotto romano, l’Acqua Claudia, che porta a Roma le acque
dell’Aniene. La sua decisione di ammettere per la prima volta in senato i
figli dei liberti incontrò l’ostilità degli aristocratici. Ulteriori
polemiche suscitò l’altro provvedimento riguardo la distribuzione dei
cittadini meno abbienti a tutte la tribù. Se in passato l’azione politica
di Appio è stata valutata come una politica
democratica, oggi la si considera come il tentativo di rafforzare
un gruppo aristocratico con il favore di gruppi emergenti di commercianti,
e il sostegno delle classi più umili. Dalla raccolta di sentenze a lui
attribuite, di cui ci sono giunti solo tre frammenti, una è tra le più
celebri del mondo antico: “fabrum esse suae quemque fortunae”,
“ognuno è artefice della propria sorte”. Appio Claudio è legato
alle XII tavole in quanto nel 304 a.C., per sua iniziativa, a cura del suo
segretario Gneo Flavio, venne pubblicato il “civile ius”, ossia il
testo delle formule di procedura civile, mediante le quali il cittadino
poteva effettivamente ricorrere alle leggi. Questa costituisce la base
del diritto romano, il quale è a sua volta il terreno in cui mette radici
il nostro codice giuridico e penale. L’opera di Appio si chiama
“ius Flavianum”. Oltre a scrivere un “Carmen de sententiis”,
egli è anche un grande oratore, il quale non perde il suo vigore e la sua
innata eloquenza neanche dopo, in vecchiaia, essere colpito da cecità.
È noto l’episodio per cui Appio Claudio, ormai cieco e prossimo alla
morte, giunge in Senato, dove con una mitica orazione persuade i senatori
a non cedere alla pace di Pirro (le cui condizioni annullerebbero i
risultati delle guerre sannitiche, nonché minerebbero l’onore di Roma), e
a continuare la guerra con ogni mezzo.
Marco
Porcio Catone, nato da una famiglia di agricoltori benestanti di
Muscolo, nel 234 a.C., percorse le varie tappe della carriera politica
(il cursus honorum), fino al consolato, nel 195. Censore nel 184, divenne
famoso per la severità con cui esercitava la carica. L’attività
politica si accompagnava a un’intensa produzione letteraria. La sua
lunga e operosa vita fu caratterizzata da un’indomabile energia volta a
combattere i nemici di Roma, e dei valori tradizionali romani ovunque
questi si collochino. Di fronte alla diffusione, nelle classi dirigenti
romane, di atteggiamenti e idee ellenizzanti, Catone appuntò i
propri strali. Implacabile nella condanna di ogni forma di culto della
personalità, teso a indebolire la compattezza dell’aristocrazia, non
esitò ad accusare Scipione l’Africano di appropriazione di denaro
pubblico, costringendolo a ritirarsi dalla scena politica. I valori
di rigore, onestà, resistenza e parsimonia che costituiscono il mos
maiorum, l’etica degli antichi Romani, dovevano assolutamente essere
salvaguardati. La cultura greca, che pur Catone conobbe in maniera non
superficiale, venne combattuta per la sua potenziale carica sovvertitrice
di questa morale rude ed orgogliosa di se. Più volte, in Senato, il
vecchio censore sostenne la necessità che Cartagine venisse distrutta.
“Delenda Carthago” era la frase con la quale Appio concludeva ogni suo
intervento. Ma la morte lo colse prima dell’inizio della terza guerra
punica, prima che il suo ultimo nemico venisse annientato. Catone ha
scritto alcune opere di grande valore storico-letterario, come le
“Origines”, ed altre di carattere pedagogico e tecnico-didascalico,
come ad esempio il “De agri cultura”.Il “De
agri cultura” è il primo trattato di economia e tecnica
dell'antichità e fu scritto probabilmente intorno al 160 a.C.; questo
è formato di 162 capitoli più l'introduzione. Nel proemio Catone dice che
l'agricoltura è la migliore di tutte le arti e difende la tradizione
dell'aristocrazia romana, la quale stava basando sempre di più i suoi
profitti sui possedimenti immobiliari con l'espansione nel Mediterraneo;
l'agricoltura era talmente tradizionale che una legge limitava le attività
economiche dei senatori alla coltivazione dei campi (lex
Claudia). Dopo l'introduzione Catone fornisce al lettore una serie
disordinata di consigli su come amministrare i suoi possedimenti e su come
far progredire la propria azienda; tutti questi suggerimenti portano ad un
unico scopo: il profitto. Lo stile dell'opera è molto rozzo in confronto a
quello delle orazioni e si presenta con la forma arcaica molto
colloquiale, ripetitiva ed elementare. Quest'opera fa parte, con altre
opere, di una specie di enciclopedia indirizzato al figlio di Catone,
Marco, poiché Catone riteneva di dover insegnare a suo figlio un’
educazione tradizionale romana, proponendo un nuovo modello educativo in
contrapposizione a quello filoellenico che si stava formando. La storia
scritta da Catone si concludeva dunque con la sua vita. L'opera
“Origines” presenta alcuni caratteri innovativi come l'uso del
latino, l'uso della narrazione anziché del metodo annalistico e dando
importanza all'aspetto dell'unificazione delle popolazioni italiche.
Questa opera si distingue dalle altre dello stesso tipo anche perché
Catone non nomina nessuna delle personalità importanti chiamandole per
nome, ma con il rispettivo grado militare o carica civile (Annibale
viene chiamato “dictator
Carthaginiensium”) e infine Catone fa solo un nome di un
soldato sconosciuto che compie un atto eroico, e questo, secondo lui, è il
simbolo del “populus
Romanus”. È provato che Catone per questa opera usò anche fonti
greche e ciò si può rilevare soprattutto dall'impostazione geo-etnografica
dell'opera: e infatti Catone ebbe sotto mano le opere di Timeo di
Tauromenio e di Polemone D'Ilio, che trattavano la fondazione delle più
importanti città Italiane e Siciliane. Infine si può dire che
nonostante Catone abbia usato delle forme elleniche nella sua opera, egli
ha cercato di creare una dimensione romano-italica da contrapporre a
quella del mondo greco.
Fra
i mille Achei giunti come ostaggi a Roma nel 168 a.C., dopo la vittoria
sulla Lega Achea, vi era anche il quarantenne Polibio, figlio di uno dei
più alti magistrati della Lega. Colto e competente, trovò accoglienza
in casa del vincitore Lucio Emilio Paolo, dei cui figli Fabio
Massimo e Scipione Emiliano, divenne consigliere e amico. Le
relazioni con gli Scipioni gli permisero di entrare in uno degli ambienti
più vivi dell’oligarchia romana. Polibio contribuì a promuovere il
processo di modernizzazione e apertura verso la cultura greca della classe
dirigente romana. Nel 150 ottenne di tornare in Grecia, dove elaborò
il progetto di un’opera storiografica in greco, le “Storie”, di 30 libri,
in cui analizza le ragioni del successo di Roma. Al nucleo originario
aggiunge poi 10 libri (eventi fino al 144). Dell’opera leggiamo i primi 5
libri, ampie parti dei libri 6-18 e frammenti del resto. Polibio è
considerato il primo intellettuale greco che prende in esame la storia e
la potenza di un popolo straniero, studiando e giustificando la grandezza
dei dominatori Romani. È il primo scrittore ellenico che riconosce
l’elevato grado di sviluppo raggiunto dalla civiltà romana, quasi ad
ammettere, con un pizzico di malinconia, il declino dell’elemento greco,
per fare posto a quella cultura il cui genio militare e la cui
raffinatezza (non più dunque esclusivo appannaggio della Grecia),
l’avevano resa centro del mondo civile. Polibio muore in patria, a 82
anni, per una caduta da cavallo.
Oltre
ai più importanti autori, di cui abbiamo parlato fino ad ora, ce ne sono
molti altri i cui nomi non sono molto conosciuti; eppure è anche grazie a
loro che la letteratura latina antecedente al suo periodo di massimo
splendore, che coincide con il principato di Cesare Ottaviano Augusto (30
a.C.-14 d.C.), riesce ad imporsi e a ricoprirsi di gloria anche a distanza
di 2 millenni. In particolar modo, nell’età repubblicana, si ebbe un
inaspettato fiorire del genere storiografico, il cui soggetto non potevano
essere che Roma e le sue vicende. Il motivo è semplice: durante e in
seguito alle guerre puniche, Roma approfittò di vari pretesti per
sconfiggere, annientare o indebolire tutti quei popoli e quei Paesi che
avrebbero, anche lontanamente, potuto disturbare gli ambiziosi piani
dell’Urbe. Di conseguenza il desiderio di estirpare i nemici dovunque essi
fossero, e quanto prima possibile, aveva indirizzato Roma verso un
militarismo così esasperato che, in poco più di 150 anni, il Senato si
ritrovò a dover decidere sulla sorte di gran parte del Mediterraneo,
mentre solo all’inizio della prima guerra punica Roma controllava a mala
pena la penisola italica. Questo fu un cambiamento eccessivamente grande e
repentino, che impose alla città-stato di Roma di governare un Impero così
vasto da essere secondo solo a quello di Alessandro Magno. Nacque così
la consapevolezza, nei Romani, della loro potenza, che li indusse a
considerarsi superiori dinanzi a qualsiasi altro popolo, perciò meritevoli
di essere ricordati e venerati attraverso i documenti e i testi
storici. La storiografia, a Roma, serviva soprattutto a questo: ad
elevare la storia latina e a diffonderla quanto più possibile. Vediamo ora
alcuni uomini di lettere, di questo periodo, come Nevio, Plauto e
Terenzio.
Nevio,
che trascorse gran parte della sua carriera letteraria a tradurre testi e
poesie dal greco al latino, ebbe il coraggio di introdurre ufficialmente,
a Roma, un genere letterario che prima aveva trovato scarso successo
presso il pubblico latino: il poema epico-storico. La sua opera è
ambientata durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), anche se è scritta
durante la seconda guerra punica, dunque 40 anni dopo. Originariamente il
poema era scritto su modello di un tipico “Carmen
continuum”, cioè ininterrotto. Tuttavia durante il secolo
successivo venne diviso in sette libri. Oggi ne rimane pochissimo, solo
qualche frammento. L'opera di Nevio, soprattutto in relazione con il
periodo storico in cui venne scritto il poema, aveva un fine molto chiaro.
Essa era patriottica-celebrativa-propagandistica: infatti il libro
non si limitava a narrare della guerra, ma si crede vi fosse un ampia
digressione riguardante le origini di Roma. Vi sono diverse ipotesi
riguardo a dove fosse collocata questa digressione all'interno del testo.
Il poema quindi aveva diverse ispirazioni dal modello omerico.
L'intervento divino, presente nel testo, ha la funzione di legittimare la
battaglia che i Romani combattono contro Cartagine. Allo stesso modo di
Apolloni Rodio, anche Nevio riesce a concentrare moltissime cose in pochi
versi. Il linguaggio è più ricercato e la narrazione fluida grazie ad
espedienti che non rendono pesante la lettura. I versi sono i saturni,
antichi versi indigeni romani, ciascuno dei quali è formato
dall’accostamento di due membri, detti “cola”, di cui il secondo è più
breve del primo, e fra i quali si interpone una breve
pausa.
Plauto
nacque a Sarsina, un piccolo centro dell'Appennino emilio-romagnolo,
ma le notizie biografiche sono scarse, sappiamo solo che si dedicò al
commercio e andò presto in rovina, dunque, per sopravvivere, fu costretto
a girare la macina di un mulino. La sua attività di comico si svolse a
Roma tra il 215 e il 184 a.C. (anno della sua morte). Sappiamo inoltre
che non assunse mai la cittadinanza romana. Plauto è un commediante
formatosi nel teatro indigeno popolare e venuto poi a contatto con la
commedia greca. Inoltre è il primo autore latino a specializzarsi in un
solo genere: la “fabula
palliata”. Vi sono state numerose falsificazioni che portano la
sua firma per attirare spettatori. A classificare le commedie
attribuite a Plauto fu Varrone un secolo dopo. Costui individuò solo
ventuno commedie (sulle centotrenta) come originali. Queste ventuno
fabulae ci sono pervenute pressoché integre (mancano frammenti della
Vidularia, i finali dell'Amphitruo, dell'Aulularia,
l'inizio del Bacchides e la parte centrale della
Cistellaria). Oggi ogni ricostruzione è molto difficile, anche
ordinare cronologicamente le commedie è un'impresa. Inoltre le commedie
hanno subito modifiche in età medioevale, come la divisione in atti e
l'aggiunta di “argumenta” e di didascalie.
Publio
Terenzio Afer nacque nel 185 a.C. a Cartagine, venne portato a Roma come
schiavo e fu successivamente liberato per la sua bellezza fisica e il suo
ingegno. Una volta affrancato, egli iniziò a frequentare il circolo
degli scipionici, che si opponeva a quello dei catonici. Nel 166
presentò la sua prima commedia (“l'Andria”),
che dopo la diffidenza iniziale venne accolta con entusiasmo dai critici.
Scrisse sei “palliatae”,
ma non ebbe mai un gran successo in quanto a pubblico. Nel 159 partì
per la Grecia, sia per studio che per difendersi da accuse che gli erano
state rivolte. Durante il ritorno, dopo un naufragio in cui perdette tutto
il materiale raccolto e le sue opere, morì nello stesso anno. Terenzio
è noto soprattutto per aver scritto dei testi con i quali si difendeva dagli attacchi
che gli venivano rivolti da magistrati, commediografi, storici e poeti.
Mentre in Plauto questi avevano prevalentemente la funzione di spiegare al
pubblico l'antefatto o l'intreccio della commedia, in Terenzio erano
consacrati quasi esclusivamente alla difesa della propria integrità
stilistica e morale. Tali scritti presero il nome di “prologhi”.
Essa era una nuova consapevolezza dell'attività letteraria.
Terenzio ed Ennio furono gli unici a fare una polemica sul modello
della cultura ellenistica ed alessandrina. Le accuse che venivano rivolte
loro erano: di non essere i veri autori delle loro commedie, di non
possedere una “vis
comica” e di non aver rispettato il modello della palliata
(in effetti il teatro di Terenzio e di Ennio presentavano varie differenze
da quello plautino, più ricco di invenzioni sceniche mirabolanti ma povero
riguardo a realisticità delle situazioni), di aver plagiato altre opere e
di aver usato la “contaminatio”;
tuttavia questa era già stata usata da altri autori, quindi si può solo
presumere che fosse caduto in disuso come pratica, dal fatto che è un
autentico attacco verso Terenzio ed Ennio. Terenzio componeva per un
pubblico più raffinato e colto di quello plautino. Al contrario del teatro
plautino, nel teatro di Terenzio sono evidenziati gli intenti morali ed
educativi dell'autore. Al centro della commedia di Terenzio, per la
prima volta, c'è l'uomo colto nella sua intimità, ma anche nella sua
collocazione sociale. L'uomo spesso ha desideri di vita più libera e di
maggiore coinvolgimento umano con ciò che lo circonda. Tuttavia si sente
limitato ed oppresso dalla società, i costumi e le istituzioni che lo
circondano. Terenzio si oppose a queste limitazioni tramite una filosofia
della razionalità. Egli si opponeva, in quanto facente parte del
circolo filoellenico degli scipioni, ai catonici, i quali invece erano
conservatori. Terenzio evitò sbalzi o eccessi, preferendo uno stile
uniforme e raffinato. Egli non scrisse nel “sermo
familiaris”, ma ambì a creare uno stile colto, fondato sugli ideali
etici, di misura, di grazia, caratterizzato da un decoro destinato a una
società raffinata.
La
società romana dei primi decenni del I secolo a.C. era probabilmente
mutata: lo Stato Romano si estendeva in Africa e in Asia, ma era
travagliato da una profonda crisi interna, in quanto le vecchie strutture
politiche erano ormai inadeguate alla nuova complessità dei problemi
politici ed economici, primo fra tutti quello del progressivo
impoverimento del proletariato urbano, in un’epoca di rapido accumulo di
ricchezze da parte dei cavalieri. Intanto gli intellettuali e gli
scrittori, venuta meno la devozione quasi religiosa dei primi tempi
della repubblica, cercavano nuove strade. In campo letterario la
rottura più evidente con la tradizione del passato fu rappresentata dai
«poetae novi», cioè da tutti quei poeti che propugnavano un distacco
sempre maggiore dall’antica tradizione nazionale e prediligevano i temi
privati. Grande poeta fu tra essi Catullo, portatore di
un’esperienza artistica originale, che cantò con totale coinvolgimento
di sé l’amore per Lesbia nel libro dei Carmi. Profondamente diverso da
Catullo, ma altrettanto geniale, giganteggia in questo stesso periodo
storico il poeta-filosofo Tito Lucrezio Caro. L’opera di questo,
estraneo alla cerchia dei poeti nuovi, fu fortemente influenzata dalle
dottrine filosofiche dell’epicureismo, dalle quali è ispirato il grande
poema “De rerum natura”. Questo periodo vede i grandi
dibattiti teorici, politici e ideologici testimoniati dall’opera di
Cicerone, importante e significativa figura, che rappresentò la nuova
idea dell’uomo romano. Vissuto in uno dei periodi più difficili della
storia romana, Cicerone cercò con tutte le sue energie di raggiungere un
equilibrio politico-culturale tra i nuovi modelli e il patrimonio della
tradizione. In quegli stessi anni si rinnovò anche la storiografia,
sebbene in modo lento e graduale. Continuò ancora, infatti, la
tradizione degli annali e solo con Sallustio si realizzò una reale
trasformazione del genere annalistico. Sallustio denunciò la crisi
dell’aristocrazia, vedendo in essa la causa principale della rovina dello
Stato. Punto d’arrivo della sua ricerca storica fu la figura di
Cesare, il maggior protagonista politico dell’ultima fase della
repubblica, che si impose in questo periodo anche in campo letterario con
i “Commentarii”, cronache delle sue imprese militari
scritte con stile ed efficacia mirabili, quasi avesse voluto lasciare agli
storici la storia vera e propria delle guerre galliche e delle guerre
civili.
Quando,
con la vittoria di Ottaviano su Antonio e Cleopatra nel 31 a.C. ad
Azio, si chiuse il periodo più travagliato e turbolento della storia
di Roma e si ristabilì la pace, la situazione economica, politica e
sociale era profondamente cambiata: l’antica repubblica non esisteva più.
Il nuovo principe e futuro imperatore Augusto si propose fin
dall’inizio di richiamare alla collaborazione con lo Stato, nel quadro del
nuovo regime, i letterati e gli uomini di cultura che al tempo delle
guerre civili si erano allontanati dall’Impero ideale. Le figure
dominanti della nuova poesia appartennero ad almeno due generazioni. I più
importanti fecero parte della prima generazione: Virgilio, Orazio,
Tibullo, Tito Livio e Properzio. Tra quelli della seconda il poeta più
importante fu Ovidio. Virgilio e Orazio forniscono riferimenti più precisi
e rientrano pienamente nell’età augustea, in quanto pienamente inseriti
nell’ambiente politico di Ottaviano; anche le “Bucoliche” di Virgilio e
le “Epodi” di Orazio, che subiscono solo a tratti l’influsso di
Ottaviano, risentono della crisi generale su cui si basa lo sviluppo del
partito di Augusto.
Il
tema dominante delle opere composte tra la morte di Cesare nel 44 e la
battaglia di Azio, combattuta nel 31 tra Antonio e Ottaviano, è quello che
si potrebbe definire della “grande paura”, che da tempo attraversa
non solo Roma, ma anche il mondo, una volta più tranquillo, della
provincia. Anche i poeti come Virgilio e Orazio subirono le conseguenze
della guerra civile. Il primo, in base a ciò che si tramanda, perse i
suoi terreni, anche se poi in circostanze eccezionali, forse per
l’intervento di un politico influente, li ebbe restituiti. Invece Orazio,
avendo combattuto nella parte «sbagliata» a Filippi, è un reduce allo
sbando e senza una posizione definita.
Si
apre così, dopo Azio, una fase di concordia e ricostruzione, in cui i
poeti e i letterati hanno spesso un ruolo attivo e individuale. Non
sembra che Augusto e Mecenate abbiano influito in maniera
consistente sulla letteratura. I più grandi poeti romani erano già legati
a Mecenate e al partito di Augusto, e i loro interessi personali
coincidevano con il partito dei “princeps”. Nacquero così alcuni
testi che avevano un profondo rapporto con le tendenze dell’ideologia
augustea. Questa nuova ideologia produce opere di grande equilibrio
classico, come le “Odi” di Orazio e i capolavori di Virgilio, in
cui tuttavia emerge la contraddizione che esiste tra Ottaviano uomo di
pace e Ottaviano distruttore e protagonista della guerra civile. Questo
ricordo della guerra civile sarà cancellato solo dal testamento politico
di Augusto, le “Res
Gestae”. Sul piano strettamente letterario, la produzione
augustea è eccezionale: nel giro di un ventennio sono attivi Virgilio,
Orazio, Properzio, Tibullo, ai quali si aggiunge, per la storiografia,
Tito Livio. Il carattere più saliente di questa fioritura di
capolavori è la volontà di competere con la Grecia classica: la
letteratura dell’età augustea non imita, vuole produrre qualcosa che stia
sullo stesso piano del modello, un equivalente romano che sappia imporsi
come sua continuazione ma che sappia assumere le funzioni di riferimento e
di guida. Al di fuori di questo periodo pieno di fervore dell’inizio del
principato si colloca invece Ovidio, poeta dalla multiforme e
facile vena poetica, non priva di eleganza e di vivacità , e dallo stile
smagliante, autore di un gran numero di opere e celebre soprattutto per le
“Metamorfosi”. Ma esaminiamo ora, singolarmente, la vita e le opere
di questi grandi poeti e scrittori, che con i loro versi e le loro
testimonianze hanno tutti contribuito, chi in un modo chi in un altro, ad
innalzare la letteratura latina ai massimi livelli.
Publio
Virgilio Marone (in latino Publius Vergilius Maro), poeta
latino (Andes, oggi Pietole, Mantova, 70-Brindisi 19 a.C.) nato in una
famiglia di modesti proprietari terrieri, fece i suoi primi studi a
Cremona, poi a Milano; verso il 52 passò a Roma, dove si applicò all'arte
dell’eloquenza. A quel periodo appartengono i suoi primi componimenti
poetici che hanno costituito un grosso problema di interpretazione critica
e che sono stati convenzionalmente raccolti sotto il nome di “Appendix
Vergiliana” (Appendice virgiliana). Verso il 45 a.C. Virgilio lasciò
Roma per ritirarsi nella più tranquilla Napoli, dove seguì i corsi di
filosofia epicurea tenuti da Sirone, e dove strinse rapporti d'amicizia
con Lucio Vario, Plozio Tucca, Quintilio Varo e Orazio. Napoli
rimase da allora il soggiorno preferito di Virgilio, e proprio qui attese
alla composizione delle sue opere poetiche più importanti; frequentò Roma
solo sporadicamente, partecipando al circolo letterario di Mecenate e
condividendo i programmi di restaurazione di Augusto, soprattutto quelli
che si rifacevano alle antiche tradizioni religiose e agricole del popolo
romano. Tra il 42 e il 37 scrisse le “Bucoliche”, che lo rivelarono al
grande pubblico; seguirono, dal 37 al 29, le “Georgiche”, quindi, fino
alla morte, la stesura dell'Eneide. Nel 19 a.C. Virgilio progettò un
viaggio in Grecia, che doveva servirgli per mettere a punto quest'ultima
sua opera, ma a Megara fu colto dalla febbre e fece ritorno in Italia;
morì poco dopo lo sbarco a Brindisi. Aveva disposto che l'Eneide fosse
bruciata, ma Augusto non lo permise e fece pubblicare l'opera con i
necessari emendamenti da Vario e Tucca. Le Bucoliche (Canti pastorali)
o “Eclogae” (Scelte) comprendono 10 composizioni in esametri,
modellate sugli Idilli di Teocrito, ma lontane dal realismo di
questo maestro della poesia pastorale. Virgilio rievoca piuttosto un mondo
fantastico, letterario, dove i pascoli, le greggi, i mandriani sfumano in
un'atmosfera di serenità, di malinconica nostalgia. Se la convenzione
artistica è fondamentalmente quella alessandrina, già nelle Bucoliche
s'intravede però lo spirito del poeta, nell'amore per i campi, per la pace
e per la grazia, nella pietà per i dolori umani. Siamo nel momento più
sognante ma anche più autentico della sua ispirazione poetica. Un maggiore
impegno verso la realtà si ha invece nelle Georgiche (Poema
campestre), poemetto didascalico in 4 libri sulla coltivazione dei campi.
Il modello letterario è la poesia didascalica greca, iniziata da Esiodo, e
le informazioni tecniche sono attinte da opere greche di agronomia e da
quelle latine di Catone e Varrone. Però sugli intenti pratici e
sulla tradizione letteraria s'impone l'ispirazione personale di Virgilio,
che seppe trasformare un'opera didattica in un'opera di poesia. A
riscattare l'aridità della materia concorre inoltre un'elaborazione
formale armoniosa ed elegante, dove l'esametro è portato a grandi capacità
espressive. Il passaggio dalle Georgiche all'Eneide (Aeneis), sollecitato
da Augusto, sembra restringere l'orizzonte fisico alla storia di Roma, ma
segna un ulteriore, definitivo ampliamento dei valori poetici e tematici.
Nell'Eneide, che rappresenta la maturità del pensiero virgiliano, il
poeta esalta da un lato la romanità come civiltà virile, autrice di
straordinarie realizzazioni storiche, frutto provvidenziale per il
benessere del mondo. D'altro canto, egli sviluppa la sua pensosa
concezione delle sorti umane, la sua malinconica considerazione della
labilità della nostra esistenza, delle sofferenze dei deboli, delle
crudeltà della storia. Lo stesso protagonista del poema, Enea, vive
di questa duplice ispirazione virgiliana: il senso della storia e del
dovere e la vocazione personale alla pace e alla pietà (di qui la sua
grandezza e anche la sua debolezza). Già nella tarda antichità
iniziarono le interpretazioni allegoriche di Virgilio, e il Medioevo ne
fece addirittura un precursore del cristianesimo: Dante lo prese a propria
guida nell'Inferno e nel Purgatorio. Tutte le letterature europee ne
subirono gli influssi, soprattutto nell'età del Rinascimento e nei due
secoli seguenti: talora si ammiravano, con profondità, soprattutto
l'universalità e la perfezione della sua poesia, talaltra, come
nell'Arcadia e poi nel Settecento, lo si faceva maestro di poesia
pastorale. Gli studi critici sull'opera virgiliana fiorirono soprattutto
in Germania nel sec. XIX, mentre nel Novecento, specialmente
l'Inghilterra, ha mostrato di seguire e di ammirare con particolare
interesse l'opera del poeta, apprezzatissimo da scrittori come
Th.S.Eliot, che fece dell’opera virgiliana il suo punto di
riferimento.
Quinto
Orazio Flacco (Venosa 65 a.C.-Roma 8 a.C.) nato ai confini tra
l'Apulia e la Lucania (Lucanus an Apulus anceps, Satire), fu educato a
Roma per desiderio del padre, un liberto esattore di vendite all'asta, che
volle fargli seguire le scuole frequentate dai ricchi. E come i giovani
della migliore società romana Orazio, intorno ai vent'anni, fu mandato ad
Atene per completare la sua educazione con studi di filosofia e di
morale. Con l'uccisione di Cesare e la fuga in Grecia di Bruto,
Orazio, entusiasta sostenitore della causa repubblicana, si schierò
dalla parte di Bruto, e col grado di tribuno militare partecipò alla
battaglia di Filippi (42 a.C.) contro Ottaviano e Antonio, rimanendo
travolto dalla disfatta. Solo quando fu concessa l'amnistia poté
tornare a Roma (forse 39 a.C.), dove intanto il padre era morto e le
poche terre erano state confiscate. Si adattò a fare lo scrivano presso un
questore e le ristrettezze economiche, come confessa lui stesso, lo
spinsero a poetare. Scrisse delle satire e dei giambi, si accostò alla
filosofia epicurea; entrò in contatto con Virgilio e Vario e fu introdotto
da loro presso Mecenate (38 a.C.), di cui divenne a poco a poco intimo
amico. L'anno seguente era nel gruppo degli amici che accompagnarono
Mecenate a Brindisi per un tentativo di riconciliazione fra Antonio e
Ottaviano. Da Mecenate ebbe anche in dono una villa nella campagna sabina.
Si appagò così il suo sogno di libertà, di indipendenza e di quiete; là,
non molto lontano dalla capitale, che continuava a frequentare, visse la
maggior parte del tempo, resistendo anche agli inviti allettanti di
Augusto. Verso il 35 pubblicò il primo libro delle Satire; nel 30 uscì
il secondo e iniziò la composizione, del tutto diversa, delle “Odi”.
Nel 23 vennero pubblicati i primi tre libri di questi carmi lirici; poi il
poeta tornò ai metri e in parte ai temi delle Satire con un libro
di Epistole, compiuto verso il 20. Nel 17, celebrandosi i giochi
secolari, Orazio fu incaricato da Augusto di comporre l'inno ufficiale
(Carmen saeculare); seguì un quarto libro di odi e un secondo di
epistole. Morì pochi mesi dopo Mecenate, e accanto a quest’ultimo fu
sepolto sull'Esquilino. Orazio stesso ci fornisce un ritratto di sé:
piccolo e un po' obeso, occhi scuri e calvizie precoce; facile all'ira,
sentiva molto gli affetti. Quello di Orazio fu un tempo di grandi
sconvolgimenti politici e sociali: vide il tramonto della Repubblica e
l'affermarsi dell'Impero. Anche per l'intellettuale, morti gli ideali e le
norme di vita dettate dalla romanità arcaica, si faceva forte la
tentazione d'inserirsi nel nuovo sistema politico; tanto più che Augusto e
il suo ministro Mecenate conducevano un'abile politica di accaparramento
delle forze intellettuali, orientate, piuttosto di istinto, verso gli
ideali repubblicani incarnati con grande prestigio da Bruto. Quella di
Orazio, dunque, fu anzitutto la ricerca di una posizione che gli
garantisse un'autonomia pratica e psicologica. Ebbe la fortuna
d'incontrare un amico potente e intelligente come Mecenate, che gli
assicurò un equo benessere materiale e rispettò la sua libertà. Ma
fondamentale fu anche l'adesione di Orazio alla filosofia epicurea, che
allora attraeva del resto in modo particolare i giovani colti di Roma, col
suo insegnamento di un sano materialismo, di un giusto equilibrio
interiore. Orazio si professò egli stesso epicureo, e da tutta la sua
opera traspare la filosofia di Epicuro, anche se non mancano taluni
passaggi o certe posizioni che pure risentono del più robusto verbo
stoico, inevitabile in un cittadino romano. Ma tanta riservatezza nella
vita non ha stranamente riscontro nella produzione poetica di Orazio.
Egli è anzitutto uno degli scrittori dell'antichità che più hanno
parlato di se stesso, anche se poi il nucleo finale, l'intima sua
natura, finisce pur sempre per sfuggirci nei vari momenti della sua
produzione poetica, che procede di pari passo con un affinamento estetico
ma anche intellettuale e morale. Le prime due raccolte poetiche, degli
“Epodi” o “Giambi” (17) e delle “Satire” (2 libri, di
10 e 8 componimenti) sono datate dal 41 al 30; materia e tono risultano
affini, anche se più crudi nei primi. Sono il momento giovanile, a volte
un po' rigido, ma già confidenziale, della poesia oraziana; danno un
quadro vivo della città e accennano ad alcune circostanze fondamentali
dell'esistenza del poeta, quali l'educazione ricevuta dal padre, i
rapporti con Mecenate, problemi letterari e filosofici. È dunque già
chiaro il tentativo di affinare, anche stilisticamente, il genere
letterario della satira, tipicamente romano. Se le Satire (Sermones li
chiama il poeta) sono un'opera carica di simpatia umana, le Odi (Carmina,
103 poesie in metro vario) presentano il momento più alto dell'ispirazione
poetica di Orazio. La vita dello scrittore ancora si presenta in molti
scorci; molti carmi sono dettati da circostanze esteriori, ma l'interesse
del poeta e del lettore va al modo nuovo di far poesia in Roma, a cui
queste composizioni ci fanno assistere. Qui, l'aspirazione di Orazio è
quella di rivaleggiare con i grandi lirici della Grecia arcaica (Alceo,
Saffo, Anacreonte, Pindaro) o alessandrina. E certo il rischio di un
lavoro puramente letterario qua e là è evidente in componimenti fin troppo
eleganti e freddi. Più spesso, Orazio ritrova nella perfezione stilistica
e nella plasticità fantastica il corrispettivo della sua visione
dell'esistenza: con le regole della vita schiva, del godimento dei
piccoli ma sostanziosi piaceri d'ogni giorno (il “carpe diem”), del culto
del bello, dell'affinamento spirituale, dell'importanza dell'amore,
dell'amicizia, della ricerca di un equilibrio interiore. Perciò
l'adeguamento forma-contenuto appare spontaneo, e ne nascono le più alte
liriche di tutta la letteratura latina. Persino la tematica patriottica, o
addirittura l'ideologia augustea e la restaurazione di valori civili,
trovano espressione adeguata in questa raccolta (soprattutto nel gruppo di
liriche all'inizio del libro III, e nel Carmen saeculare). Il passaggio
dalle Odi alle epistole (23 componimenti) è ancora brusco nella forma, ma
la disposizione verso la vita e verso gli uomini è più comprensiva,
affinata dalla grande esperienza dei Carmina e da riflessioni estetiche
testimoniate anche nella terza lettera del II libro, quella celebre detta
“Ars” poetica. La chiusura del ciclo poetico di Orazio con questa
raccolta mostra la perfetta costanza di una vita esemplare: esemplare per
esperienza di poeta ed esemplare per esperienza umana. Raramente si
trova in uno scrittore una compenetrazione così intensa dei motivi
esistenziali e della produzione letteraria, che si fa autentica
autobiografia e insegnamento. Si sono rimproverati, a Orazio,
soprattutto l'atteggiamento in sostanza rinunciatario verso gli
impegni dell'azione, gli splendori formali senza forti contenuti. Ma certo
il poeta rispecchiava un diffuso stato d'animo, in momenti di travaglio
politico, di delusioni e di speranze nuove; ed è proprio questo misto di
scetticismo e di sensibilità verso le promesse che il programma augusteo
faceva brillare, dopo decenni di guerre civili, a costituire il valore,
anche storico, della poesia civile di Orazio. Ma è soprattutto la
complessa e sfuggente personalità del poeta e l'eleganza della sua poesia
ad aver affascinato nei secoli i lettori. Particolarmente sensibile fu
l'entusiasmo per gli scritti oraziani nel corso dei sec. XVII e XVIII, con
la ripresa dei suoi temi e dei suoi metri nelle lingue
moderne.
Abbiamo
poche e incerte notizie sulla vita di Albio Tibullo (anche il
"praenomen"
è ignoto), il poeta elegiaco che Orazio, in una sua epistola, pur ritrae
bello e dotato di ogni bene, mentre s'aggira nella campagna di Pedum (nei
pressi di Tivoli) troppo immerso in penosi pensieri, ridotto come un
"corpo senz'anima". Di ceto equestre, Tibullo nacque in territorio
laziale (forse tra il 55 e il 48 a.C.), anche se è molto improbabile
l'identificazione del luogo di nascita nel villaggio di Gabii, come da
qualcuno è stato proposto. Visse, a quanto sembra, in campagna per
quasi tutta la sua vita, frequentando sporadicamente Roma, solo per
necessità. Vittima, come tanti altri, dell'ondata di confische di terre a
favore dei veterani di Filippi, egli poté tuttavia conservare del suo
patrimonio quel tanto che gli permise di condurre un'esistenza non più
ricca come i suoi avi, ma certamente agiata. L’avvenimento più
importante della sua vita "pubblica" fu l'incontro con Messalla Corvino, a
cui fu sempre legato da intensa amicizia, e del cui circolo romano fu
il principale rappresentante, fino alla morte (avvenuta presumibilmente
tra il 19 e il 18 a.C.). Pur avversando la vita militare, Tibullo accettò
di accompagnare l’amico Messalla addirittura in due spedizioni militari,
una in Oriente, nel corso della quale dovette fermarsi, ammalato, a
Corcira (Corfù), l'altra in Aquitania, ove si distinse per
meriti militari (e in un'elegia canterà proprio il trionfo di Messalla,
celebrato nel 27 a.C.). Le fonti più attendibili, che si hanno a
disposizione, ci hanno trasmesso, sotto il nome di Tibullo, 3 libri di
elegie, comunemente noti come "Corpus
Tibullianum". I primi due sono sicuramente del poeta latino: il
primo fu composto tra il 30 e il 25 a.C., consta di 10 elegie e
l’argomento centrale è soprattutto l'amore per una donna, Delia,
che Apuleio, nell' "Apologia", dice chiamarsi Plania (Tibullo avrebbe
ellenizzato il suo nome: "planus"
= "delos");
il secondo comprende 6 elegie, in 3 delle quali è cantata e onorata
un'altra donna, chiamata con uno pseudonimo, Nemesi:
come una "vendetta" per i tradimenti di Delia. Di un altro nome di donna
fa cenno Orazio: una certa Glicera,
"crudele" perché venuta meno al patto d'amore col poeta. C'è poi il III
libro, ch'è un'antologia di 20 componimenti in distici elegiaci (salvo il
VII, in esametri), divisa dagli umanisti italiani in 2 parti, o
addirittura in 2 libri distinti (il III e il IV): la prima parte contiene
una raccolta di 6 elegie [1-6] che l'autore, un poeta che si fa chiamare
Ligdamo, dedica alla sua Neera; la seconda consta di 11 elegie [8-18] che cantano
l'amore di Sulpicia e Cerinto, per concludersi con 2 componimenti, verosimilmente
attribuibili a Tibullo giovane: un'elegia per una "puella
innominata" (la Glicera di cui sopra?) e un epigramma. Fra l'una e
l'altra sezione, è inserito infine il "Panegyricus
Messallae" (è questo il componimento in esametri), un elogio,
appunto, delle imprese di Messalla.
Sesto
Properzio (anche il suo praenomen è incerto) nacque ad Assisi intorno
al 50 a.C., da un’influente famiglia. A Roma si dedicò esclusivamente agli
studi e alla poesia: rifiutata la strada delle cariche pubbliche, oltre a
quella militare, entrò a far parte del circolo intellettuale che si
riuniva attorno a Mecenate (cavaliere, amico e stretto
collaboratore di Augusto), frequentò Virgilio e Ovidio.
Properzio scrisse quattro libri di Elegiae, utilizzando il metro
tradizionale del distico e dedicando ampio spazio ai temi sentimentali:
cantò l’amore per Cinzia, il nome dietro il quale si nascondeva la
sua donna, e si dedicò anche all’elegia narrativa con episodi leggendari
della storia romana, sottolineando, come l’imperatore stesso desiderava,
il carattere mitico, quasi divino, del popolo romano (contribuendo perciò
al programma di restaurazione del “mos maiorum”indetto dal princeps). Morì
intorno al 16 a.C.
Tito
Livio, storico latino, originario di Padova (città in cui nacque
probabilmente nel 59 a.C. e dove ebbe la sua prima formazione
culturale), trascorse buona parte della vita a Roma, ottenendo la stima di
Augusto, che gli affidò, nonostante le idee repubblicane mai messe in
discussione dallo stesso Livio, la formazione del nipote e futuro
imperatore Claudio. Si dedicò soprattutto alla stesura di una
vastissima opera storica, la monumentale “Ab Urbe condita” (con la
quale sostenne fortemente il progetto politico del princeps), comprendente
142 libri, dei quali gli ultimi ventidue si occupavano delle vicende
contemporanee a partire dalla morte di Cicerone, avvenuta nel 43 a.C.
Pubblicati mentre l’autore li stava componendo, quasi tutti i libri
previsti andarono dispersi: sono rimaste integre la prima decade (libri
I-X), dalle origini di Roma fino alla terza guerra sannitica; la seconda e
terza decade (libri XXI-XL) e la pentade XLI-XLV, dalla seconda guerra
punica alla fine delle guerre macedoni. Morì, forse a Padova, nel 17 d.C.
La fortuna di Livio fu immediata e duratura per tutto il Medioevo e nel
Rinascimento; con l’invenzione della stampa, divenne uno degli autori
classici più diffusi. Numerose anche le epitomi della sua opera, tra
cui quelle di Floro, Ampelio e Orosio. L’eccezionale diffusione di
Livio, ancora prima della stampa, è testimoniata da un gran numero di
codici trascritti durante il Medioevo o composti da importanti copisti del
Quattrocento: tra questi è Vespasiano da Bisticci, nella cui bottega
fiorentina vennero realizzati per il re di Napoli, Ferdinando d’Aragona,
gli attuali Banco Rari 34, 35 e 36 della Biblioteca Nazionale di Firenze
(contenenti rispettivamente le Decadi I, III e IV).
Va
sottolineato che, in età Imperiale, il fiorire della letteratura non
cancellò la passione che i Romani, fin dalle origini, nutrivano per i
giochi e gli spettacoli. È proprio in questo periodo, così glorioso
per Roma, che si manifestò nell’Urbe un insaziabile sete di sangue,
detta del “bell’uccidere”, che coinvolgeva sia il popolo che le più
altolocate classi sociali, come ad esempio quella senatoria (ai cui
membri venivano riservati posti di onore all’interno di anfiteatri e
circhi). Per fare fronte a questa nuova, terribile, esigenza del popolo
romano, vennero costruiti, in tutto l’Impero (ma soprattutto in
Italia), innumerevoli circhi e anfiteatri, di ogni dimensione, pronti ad
accogliere tutti coloro che amavano vedere sgorgare il sangue, sia da
animali che da uomini. I due esempi più importanti, passati alla
storia e veri,autentici, simboli di Roma, sono il Colosseo e il Circo Massimo.
Il Colosseo venne iniziato
da Vespasiano nel 70 d.C., ma venne inaugurato dal figlio
Tito dieci anni dopo. Poteva contenere 50 mila spettatori, riparati
dalla pioggia o dal cocente sole romano da delle tettoie opportunamente
stese sopra gli spalti. Il Colosseo, oltre ad ospitare tutti quei giochi
sanguinari sopra descritti, fu talvolta riempito d’acqua per la
simulazione di imponenti battaglie navali. Alcuni imperatori vietarono lo
svolgimento dei giochi nel Colosseo, coscienti della barbara violenza che
li caratterizzava, come Onorio, che proibì i combattimenti fra
gladiatori nel 404 d.C. Ma con la crisi e il crollo dell’Impero Romano
d’Occidente, il Colosseo, considerato tutt’oggi il più grande anfiteatro
mai costruito, cadde per sempre in rovina. Il Circo Massimo era invece un
ippodromo, inaugurato da Augusto nel 28 a.C., dove potevano
ammassarsi fino a 300 mila persone. Ospitava le corse dei cocchi, i
cui auriga venivano da tutto il mondo romano. Anche questo gioiello
dell’architettura e ingegneria romana cadde in rovina con il disgregamento
dell’Impero. “Panem et circenses”,
pane e giochi del circo, erano i due indispensabili elementi che tenevano
quieta la folla anzi, la plebe romana. Il pane veniva richiesto solo dai
poveri, ma gli spettacoli del circo, i “ludi circenses”,
piacevano a tutti. Se qualche romano protestava era più per una questione
di gusto che di morale. I ludi
circenses erano di diverso tipo: c'erano le gare dei cocchi,
predilette dalle signore; c'erano le cacce (veniationes),
in cui uomini variamente armati affrontavano belve di diverso tipo: tigri,
pantere, leoni, orsi, tori; c'erano le esecuzioni “ad bestias”
dei delinquenti, in cui i condannati venivano gettati in pasto alle belve
o fatti morire di una morte atroce, di solito con il pretesto della
rievocazione di qualche mito o episodio storico. Ma i preferiti erano i
“ludi
gladiatori”: il combattimento uomo contro uomo. I gladiatori,
addestrati fino a divenire vere e proprie macchine da combattimento,
gareggiavano uno contro l’altro con armamento uguale o differenziato, cercando di ferirsi o
uccidersi a vicenda. In caso di sconfitta la sorte del vinto dipendeva
dall'umore del pubblico: se tutti agitavano il fazzoletto, aveva salva la
vita, se protendevano il pugno con il pollice all'ingiù (nel segno di
"pollice verso") era la morte nell'arena. Gli atleti impiegati in queste
gare, in genere schiavi, erano gli eroi del popolino; ma certo non si
poteva credere che amassero la loro misera sorte. Una delle rivolte di
gladiatori, quella di Spartaco(73-71
a.C.), fu tra le più terribili subite da Roma. Tuttavia ci furono
anche alcuni imperatori, come Domiziano, Comodo o Adriano, che si
buttarono nell’arena in cerca di gloria personale.
La
letteratura latina, una volta crollata Roma (l’ideale a cui si ispirava),
non scomparve del tutto, non si abissò nel più totale oblio, come se
non fosse mai esistita. Tutt’altro: essa venne presa da modello, e la sua
lingua, il latino, fu innalzato al livello di “lingua della
cultura”, oltre ad essere, come sappiamo, la lingua ufficiale della
Chiesa Cattolica. “Se i Romani avessero dovuto imparare il latino,
probabilmente non avrebbero avuto tempo per conquistare il mondo”:
questa frase di Indro Montanelli rende bene l’idea della ricchezza
di questa lingua, generatrice di una cultura e una letteratura senza pari.
Dopo il Medioevo, durante il quale il latino fu usato quasi esclusivamente
in materia di religione, la letteratura dell’antica Roma venne ripresa in
considerazione e ristudiata dai più autorevoli pensatori dell’Umanesimo e
del Rinascimento, quasi ad annunciare il ritorno della civiltà, dopo
secoli di ignoranza e superstizione. Alcuni letterati del tempo fecero
della cultura classica, e in particolar modo della letteratura latina, il
principale oggetto del loro studio, manifestando chiaramente la loro
immensa ammirazione verso quel mondo che non c’era più. Basti pensare a
Petrarca, il quale fece della ricerca filologica il centro del suo
“otium” letterario, avviando ufficialmente quella corrente di pensiero
conosciuta sotto il nome di Umanesimo. Per non parlare del Rinascimento,
durante il quale il mondo latino, in tutte le sue forme e sfumature,
costituì il principale modello nell’arte, nella cultura e nella
razionalità (mirante a fare dell’uomo il centro del mondo, di tutto ciò
che esiste), la principale arma contro una mentalità chiusa e arretrata
come quella medievale, per la quale tutto gravitava intorno a Dio e alla
sfera del sacro. La letteratura latina costituisce dunque una finestra
sopra a un grande passato (del quale, specialmente noi italiani, dovremmo
essere orgogliosi), una grande civiltà, il cui prestigio, scavalcate le
barriere dello spazio e del tempo, è riconosciuto in tutto il
mondo.
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