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La donna: |
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monografia del Dott. Domenico Augenti “…Che la levatrice durante il parto si guardi bene dal fissare a lungo i genitali della partoriente affinché quella per pudore non si contragga…” (Sorano, 2,6)
Partorire in età romana vuol dire correre
rischi mortali. Tra il cinque e il dieci per cento delle donne muore di
parto.[1]
Le cause si devono a lacerazioni e lesioni
irreparabili in un utero troppo infantile per l’estrema giovinezza di
spose inadatte alla procreazione[2] oppure a
complicazioni come le emorragie per ulcerazione o rottura dei vasi, che
seguono i parti difficili o gli aborti.
Nella donna l’emorragia è spesso
accompagnata da astenia con repentina perdita di ogni forza e
disidratazione della pelle.[3]
Tulliola, la diletta figlia di Cicerone,
dà alla luce Lentulo,[4] che non sopravvive.
Più tardi morirà anche la madre. Cicerone aveva appena scritto a un amico
che si fermava a Roma per assistere al parto di sua figlia.
[5] La morte di Tullia
lo fa cadere in un profondo stato depressivo. Vuole dedicare un tempio alla
memoria di lei. Scrive all’amico Attico pregandolo di cercargli un terreno
su cui costruirlo:”…Forse questa iniziativa riaprirà la mia ferita, ma io
mi considero impegnato come da un voto…dopo aver tentata ogni cosa, non ho
trovato altro che mi dia requie. Mentre componevo quel libro di cui ti ho
scritto, alimentavo quasi il mio dolore. Ora tutto mi ripugna e non
tollero altro che la solitudine…”[6]
Un suo amico tenta
di scuoterlo: “Dato l’affetto che ti portava, certamente lei non vuole che
tu ora ti comporti così”.[7]
Per la sposa romana quel momento, voluto e
insieme temuto, è arrivato. Alle prime contrazioni si lava le mani e si
copre il capo. Grida invocazioni agli dei “Povera me, che dolori! Giunone
Lucina, aiutami tu, salvami tu![8] L’ostetrica la
riprende: al più si può lamentare, non deve urlare. E poi che non si
opponga a quei dolori, ma si abbandoni ad essi quando arrivano e anzi li
rafforzi.[9] Spogliata e
sistemata sulla sedia da parto,[10] osserva attenta i
movimenti dell’ostetrica che non sta ferma un momento. Si aggira
nervosamente nella stanza, impartisce brevi ordini, controlla con cura i
preparativi delle ancelle.[11] Queste hanno un
frenetico andirivieni con le stanze vicine. Entrano con ampolle di olio di
oliva, cataplasmi, spugne, coperte di lana grezza. Versano acqua fumante
nelle catinelle. Una colloca dovunque piante odorose, l’altra arriva con
un cuscino e le fasce.[12] Nel momento in cui
la donna si sente saldamente abbracciare dall’ancella da dietro lo
schienale, prega ansiosamente la dea Prorsa e la
Postverta.[13] Ad entrambe
promette fiori nella festa di gennaio. Trema al pensiero che il neonato si
presenti dai piedi. Le braccia possono aprirsi nell’estrazione,
trattenerlo nel ventre. Un pericolo mortale per entrambi.[14]
L’ostetrica si è venuta a sedere su un basso sgabello sotto di
lei.[15] Le ha fatto
divaricare le gambe e con la mano destra l’ha unta tutta con olio d’oliva.
Stringe
più forte le maniglie ad ogni sforzo delle doglie. Quella asseconda la lenta uscita del feto,
operando attraverso l’apertura a mezzaluna della sedia con la mano
sinistra, unta e riscaldata. Secondo le prescrizioni mediche, non tiene a
lungo lo sguardo sui genitali della donna, ma volge ogni tanto il capo
altrove ad evitare che per un istintivo pudore la partoriente sia portata
a contrarsi.[16]
Ecco finalmente lo ha tutto! Fiera lo mostra sveltamente alla madre
e alle assistenti. Fa il consueto gesto per indicare se è maschio o
femmina.[17] Lo scruta
dappertutto per scoprire imperfezioni o deformità.[18] Ora lo posa sul
cuscino. Le ancelle le versano acqua per farle lavare le mani. La madre,
spossata, dolorante, accaldata attende ansiosa. D’un tratto un raggiante
sorriso le distende i lineamenti. Nella stanza si è levato alto e
imperioso quell’ atteso vagito.[19]
[1] A.
Rousselle, La politica dei corpi in Storia delle Donne-
L’Antichità, Laterza, Bari, 1994, p.319
[2] Ibidem p. 333
[3] Sorano, 12, Ilb,
40.; P. Burguière-D. Gourevitch-Y. Malinas, Sorano d’Efeso,
Maladies des femmes, Les Belles Lettres, Paris, 1988, vol. II, p.3 ss.
[4] Figlio di
Dolabella, il suo terzo marito, dal quale aveva divorziato Tullia muore
poco più che trentenne nel febbraio del 46 a.C..
[5] Fam., VI, 18
[6] Cicerone, Ad
Atticum, XII, 18, traduzione a cura di L. Brusca, M. T.
Cicerone,Tutte le lettere, UNEDI, Milano, 1978, lett.551.
[7] E’ Servio Sulpicio
(Fam.,IV, 5. nella traduzione di L. Brusca, cit., lett.557)
[8] Plauto,
Anfitrione, V, 1090; Terenzio, I fratelli, III, 487.
[9] Sorano, 2, 6.
Plinio (N.H.., VII, 5, 41-42) arriva ad affermare che sbadigliare
al momento del parto può provocare la morte del neonato.
[10] La sedia secondo
Sorano (2, 2) doveva essere alta circa 45-50 cm. e profonda 45 cm., in
modo che le cosce vi fossero sostenute, ma potessero essere divaricate. La
spalliera non doveva essere troppo inclinata, tenuto conto che se
scivolava la partoriente non poteva tornare nella precedente posizione.
L’altezza della spalliera doveva essere tale da consentire all’ancella
retrostante di trattener le spalle della partoriente. Si ritiene
probabilmente che l’uscita del neonato sia più facile se la partoriente è
in posizione verticale e Sorano consiglia di stenderla su un letto duro,
solo se è particolarmente debole per attenuare gli strappi ed
impressionarla di meno. La sedia appare comunque più comoda per la
levatrice che per la partoriente ( Sorano, 2,4; P. Burguière-D.
Gourevitch-Y. Malinas, Sorano
d’Efeso, Maladies des femmes, cit. p. 5)
[11] Sorano (2, 2) ne
consiglia almeno tre, di cui una da porre dietro la partoriente. Devono
calmare la donna con parole confortevoli e attenuare i dolori, ponendole
sul ventre mani riscaldate e applicandole dal ventre ai genitali stracci
bagnati di olio dolce e caldo. Lungo ognuno dei fianchi appoggeranno una
vescica piena di olio caldo (2, 5).
[12] L’olio va
iniettato nei genitali. La gestante ne viene anche unta esternamente. I
cataplasmi caldi hanno funzione di sedativi del dolore. Le spugne, che
saranno morbide, naturali di animali marini e ben pulite, come prescrive
Galeno (Meth. Med. XIV, 4), servono ad asciugare i liquidi,
arrestare il sangue delle ferite e favorire la formazione delle croste.
L’acqua è usata per la pulizia dei genitali. Le coperte verranno usate per
coprire le gambe della donna che tendono a raffreddarsi. Le bende e il
cuscino per fasciare e deporvi il neonato. Le piante odorose per scacciare
i cattivi odori e, alleggerendo l’animo e favorendo il buon umore,
ridare forza alla partoriente,
(Sorano, 2, 2 e ss.)
[13] Sono le due facce
della dea Carmenta, che, insieme a Giunone Lucina, propizia i parti
(Gellio, XVI, 16, 4; Tertulliano, Ad Nationes, 2, 11, 6; Agostino,
Civitas Dei, 4, 11; Plutarco, Quaest. Rom., 21, 4). La festa
delle Carmentalia, era festeggiata dalle matrone romane l’11 ed il
15 gennaio (Ovidio, Fasti, I, 617).
[14] Varrone in Gellio,
XVI, 16. Anche per Plinio (N.H., VII, 6, 45) nascere con i piedi in
avanti è contro natura e generalmente quanti nascono così sono chiamati
“Agrippa” (= partorito con difficoltà). La natura vuole infatti che l’uomo
nasca presentando la testa e gli usi vogliono che sia portato a sepoltura
con i piedi davanti (Plinio, N.H., VII, 7, 47). I medici
romani di fronte ad una
presentazione podalica del feto non sono pessimisti e ritengono che quando
il nascituro non si presenta di testa questa posizione è tra le meno
pericolose (Sorano, 4, 3) Dello stesso parere è Celso: in pedes quoque
conversus infans non difficulter extrahitur (VII, 29). Un parto
cesareo è raro e viene praticato con un gancio acuminato (uncus)
che estrae il feto per via bassa (imum ventrem, Celso, VII, 29),
privilegiando la vita della donna su quella del nascituro (C. D’Amato,
Vita e Costumi dei Romani Antichi, La Medicina, Quasar, Roma, 1993,
p.72
[15] Una
posizione inginocchiata della levatrice sarebbe scomoda. Deve stare
seduta, cosce divaricate, la sinistra un po’ più bassa per lasciare libero
gioco alla mano destra (Sorano, 2, 2).
[16] Sorano, 2, 6
[17] Sorano, 4, 3
[18] Deve controllare
la libera apertura degli orifizi, orecchie, narici, faringe, uretra, ano,
ecc. (Sorano, 4, 3). Se nasce
deforme non lo si considera neppure nato. Plinio riferisce che dei nati
con due sessi, ermafroditi, detti androgini e ritenuti cattivi prodigi,
inizialmente ci si sbarazzava, ma
ai suoi tempi venivano apprezzati a fini erotici (N.H., VII,
34).
[19] Per i giuristi il
vagito segnala ufficialmente la nascita (Dig, 25, 4, 1, 1). Il vigore del vagito indica che
gli organi della respirazione si stanno positivamente organizzando
(Burguière-D. Gourevitch-Y.
Malinas, Sorano d’Efeso, Maladies des femmes, cit. II, p.
7). Non mancano testimonianze di morte del neonato, che, deposto sul
cuscino, è restato a lungo senza piangere o ha emesso un vagito insolito
che denuncia condizioni precarie (Plinio, N.H., XXXV, 140). Il
neonato, prima di essere fasciato, verrà lavato con cura (Plauto,
Anfitrione, V, 1104)
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