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Pompeo contro Sertorio
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Argomenti principali:
Quinto Sertorio era uno dei legati di Caio Mario che, nel corso delle più grandi imprese del generale, si era messo in luce per le sue capacità militari, al punto che qualcuno aveva ipotizzato che fosse destinato a raccogliere l'eredità dello stesso Mario. Era sempre stato un mariano convinto e quindi era al fianco del suo generale anche quando nell'anno 87 a.C., lo stesso Mario, alla guida di un esercito di disperati aveva assunto il controllo della città, sottraendola a sua volta al controllo di Silla e degli ottimati. Sertorio era quindi diventato uno dei punti di riferimento di quel governo autoritario, espressione della fazione dei popolari, che dopo la morte di Mario venne guidato da Lucio Cornelio Cinna. Quando nell'anno 83 a.C., dopo quattro anni di permanenza in Asia, Silla era tornato in Italia e si accingeva a riconquistare Roma, a Sertorio era stato affidato l'incarico di assumere il controllo della Spagna Citeriore. La Spagna era un territorio importante per Roma, come a suo tempo lo era stato per Cartagine; quella provincia garantiva importanti materie prime e i suoi giacimenti minerari erano una grande fonte di ricchezza. E così tra i due centri di potere, quello dei "popolari" e quello di Silla, era nata una sorta di competizione per controllare la provincia iberica. Quinto Sertorio fu inviato frettolosamente in Spagna Citeriore, con la missione di precedere l'inviato di Silla. Sertorio riuscì nell'intento e si sistemò nella valle dell'Ebro, interpretando in modo molto intelligente il suo ruolo di governatore, conquistandosi le simpatie delle popolazioni locali. Nel frattempo Silla aveva riconquistato Roma e, dopo un breve periodo di assestamento, decise di riprendere il controllo della Spagna Citeriore, sottraendolo a quello che in fondo era uno dei pochi "mariani" ancora in sella. Del resto si trattava di una sfida non molto complessa, il suo proconsole Annio Lusco, poteva contare sull'appoggio di due legioni ben addestrate, mentre di fronte aveva un uomo isolato che poteva schierare al massimo 9000 reclute. Nell'anno 81 a.C., Annio Lusco travolse le avanguardie di Sertorio, guidate dal suo legato Livio Salinatore, e poi si gettò con veemenza contro lo stesso Sertorio, costringendolo alla fuga. Insieme a 3000 fedelissimi, Quinto Sertorio si imbarcò presso Cartagena ed inizio un lungo pellegrinaggio tra le coste spagnole e quelle africane. Un pellegrinaggio che durò per ben due anni e nel quale riuscì a conquistare il regno di Tingi (oggi Tangeri), vassallo del regno di Mauritania. Nell'anno 80 a.C. Sertorio lasciò Tingi e se ne tornò sulle coste spagnole, in particolare nella Lusitania (nella Spagna Ulteriore, oggi corrispondente al moderno Portogallo), dove si mise alla testa di un movimento che si ribellava al potere di Roma e quindi a capo di un esercito composto da truppe romane rimastegli fedeli, da un gruppo di mauri (abitanti della Mauritania) e sopratutto da soldati e cavalieri lusitani. Con questo gesto Quinto Sertorio tagliava in modo netto i suoi ponti con Roma, la sua non era più una ribellione contro il governo di Silla: accettando di porsi al comando di un esercito straniero che si ribellava al potere di Roma, l'ex legato di Mario faceva una scelta di campo irreversibile. Proveniente da Tingi, Sertorio era sbarcato a Baelo (moderna Belonia) e da lì raggiunse la Sierra Morena, attraversando la valle del Betis, dove sbaragliò la debole resistenza di Fufidio, il governatore della Spagna Ulteriore. Nella Sierra Morena, il generale ribelle, poté consolidare la sua posizione, reclutando nuove truppe, addestrandole secondo il modello romano, caratterizzato da un alto grado di disciplina. Il suo carisma e la sua abilità conquistarono le popolazioni locali; Sertorio seppe anche interpretare in modo mirabile i culti e le tradizioni locali, come ad esempio il culto della "cerva", che incarnava la "dea della caccia": il generale si faceva sempre accompagnare da una cerva bianca, sostenendo che fosse la sua più importante consigliera. Nel 79 a.C., Silla inviò come governatore della Spagna Ulteriore, Quinto Cecilio Metello Pio, uno dei più fedeli luogotenenti del dittatore. L'incarico era preciso: sbaragliare Sertorio. Metello Pio, interpretò il suo incarico con troppa tracotanza, incoraggiato anche dalla tattica del nemico che si nascondeva evitando lo scontro. Così Metello avanzò nella sua provincia senza incontrare ostacoli, in quella che più che un'avanzata militare sembrava una marcia trionfale. Nella sua frenesia, Metello si spinse fin sulle rive dell'oceano, dove conquisto Olisipo (moderna Lisbona), per poi proseguire verso sud fino alla punta estrema della penisola iberica (Capo S. Vincenzo), con l'obiettivo di espugnare Lacobriga (moderna Lagos). A quel punto pensava di aver completato la sua missione, senza invece rendersi conto di essersi infilato da solo in un angolo da cui sarebbe stato difficile uscire indenni. Sertorio lo attaccò, mentre era impegnato nell'assedio di Lagos (Lacobriga); l'esercito di Metello Pio si trasformò da assediante in assediato. Le truppe di Metello riuscirono a tirarsi fuori dalla trappola, ma pagarono duramente il loro azzardo e furono costrette a ritirarsi nella valle del Betis. Intanto il legato di Sertorio, Irtuleio, si era mosso contro le truppe del governatore della Spagna Citeriore, Domizio Calvinio, sbaragliandole e uccidendo lo stesso governatore. Le truppe di Irtuleio proseguirono senza ostacoli fino al fiume Ebro, lo superarono e attaccarono anche le truppe di Lucio Manlio, il governatore della Gallia Narbonese, costringendole alla fuga. Nell'anno 77 a.C., Sertorio, che ormai aveva costruito uno stato indipendente all'interno del territorio spagnolo, venne raggiunto da Marco Peperna, il figlio di Cinna, che aveva abbandonato la Sardegna, dopo la morte di Lepido. Sempre più potente sul piano militare, Sertorio si preoccupò di dare un'organizzazione politica al nuovo stato, un'organizzazione basata sul modello romano, con un Senato, con una capitale, Osca (moderna Huesca), e con una scuola dedicata ai figli dei suoi alleati indigeni, a cui insegnava l'arte militare, ma anche la letteratura greca e latina. Il Senato romano cominciò a preoccuparsi seriamente e decise di affidare la pratica all'uomo del momento, quel Pompeo Magno, che aveva sconfitto brillantemente l'altro ribelle di quegli anni: Marco Emilio Lepido. A Pompeo Magno veniva concesso un'imperium a tempo indeterminato, seguendo ormai la logica imperante e cioè quella logica per cui di fronte ad un'emergenza si violava costantemente la costituzione repubblicana, assegnando poteri illimitati a dei capi militari. Pompeo alla guida di un esercito imponente, valicò le Alpi e si diresse decisamente verso la Gallia Narbonese. Il suo primo obiettivo era quello di reprimere i tentativi di ribellione in quella regione, dovuti all'influenza della ribellione di Sertorio. Nell'anno 76 a.C. entrò in Spagna, ma la sua avanzata fu contrastata duramente dalle truppe di Sertorio, tanto che Pompeo fu costretto a trovarsi un posto tranquillo ai piedi dei Pirenei per passare un inverno tranquillo. In quel posto tranquillo, Pompeo fondò una città che ancora oggi nel nome ricorda il comandante Romano: Pompaelo (moderna Pamplona). Nell'anno 75 a.C., Pompeo Magno e Metello Pio riuscirono finalmente a ricongiungersi. Il loro ricongiungimento fu provvidenziale, visto che il sopraggiungere di Metello Pio salvò Pompeo da una probabile disfatta, dopo che il comandante era stato addirittura ferito in battaglia. Sertorio, costretto a ritirarsi, rimpianse a lungo l'arrivo di Metello, senza il quale avrebbe sconfitto quel Pompeo che lui definiva con disprezzo "un bamboccio". Metello Pio inoltre, prima di arrivare a destinazione aveva sconfitto e ucciso Irtuleio, assestando così un duro colpo allo schieramento avversario. Vistosi in seria difficoltà, Quinto Sertorio strinse un patto di acciaio con Mitridate, Re del Ponto e grande nemico di Roma. Il sovrano asiatico, faceva una sorta di investimento su questo Romano ribelle: gli concedeva aiuti militari ed economici in cambio di concessioni su alcuni territori della provincia asiatica. Chiaramente queste concessioni avrebbero avuto un valore solo se Sertorio fosse riuscito a prevalere su Roma. In ogni caso un legato di Sertorio, venne inviato nella provincia d'Asia ad incitare le città provinciali alla ribellione contro Roma. Per evidenziare tutte le posizioni bisogna dire che per qualcuno
questo accordo non venne mai stipulato e che lo stesso Sertorio lo rifiutò
sentendosi ancora un Romano e quindi non essendo disponibile ad accordi
con i suoi nemici. Di fronte alle offerte del Re del Ponto, Quinto
Sertorio avrebbe affermato:
Nell'anno 74 a.C., il Senato inviava due legioni a rinforzare le truppe a disposizione dei due proconsoli, sollecitato da una lettera con cui Pompeo, oltre a chiedere rinforzi, elogiava il suo operato e le sue vittorie. Grazie a questi rinforzi, i due comandanti si impossessarono con facilità delle città della costa; Sertorio replicava solo con azioni di guerriglia che però non erano in grado di cambiare le sorti della campagna. I facili successi ottenuti dai due Romani crearono grande entusiasmo nelle truppe romane e grande scoramento nelle truppe capeggiate da Sertorio; erano frequenti le defezioni e addirittura i salti di schieramento. Nonostante che i meriti della battaglia fossero da attribuirsi ad entrambi i comandanti, Pompeo era diventato l'eroe del momento e veniva salutato dai suoi soldati addirittura con il titolo di "imperatore". Nell'anno 73 a.C., dopo la consueta pausa invernale, le azioni di Pompeo ripresero con estremo vigore e furono molte le città che capitolarono sotto la sua incessante azione militare; tra queste le più importanti furono Pallanzia e Clunia. I successi di Pompeo favorivano i casi di diserzione tra le popolazioni alleate con Sertorio. Quinto Sertorio aveva ormai realizzato che il suo progetto stava volgendo alla fine e questa convinzione rese i suoi comportamenti così irrazionali da facilitare il compito dei suoi nemici. Per prima cosa cercò di instaurare un clima di terrore tra i suoi alleati, uccidendone i figli che frequentavano la scuola da lui creata. Poi, cominciò a bere e ad abbandonarsi a orge e festini che gli alienavano le simpatie dei suoi fedelissimi, tra cui il suo luogotenente Marco Peperna. E fu proprio durante una festa nella casa di Peperna, a Osca, che Sertorio cadde accoltellato da mani che lui considerava "amiche". Il banchetto era stato organizzato per festeggiare una vittoria di Peperna contro Pompeo, in uno scontro che non era mai avvenuto, ma che era un'invenzione del figlio di Cinna, che in questo modo attirò Sertorio nella trappola. Per fornire tutti i punti di vista, altre fonti presentano questo episodio e il contesto in cui si è verificato in modo diverso: attribuiscono cioè all'ambizione di Peperna, e non alle debolezze di Sertorio, la ragione scatenante di questo vile tradimento. In ogni caso nell'anno 72 a.C., la ribellione di Quinto Sertorio si concludeva con la morte del suo ideatore. Peperna tentò di sfidare in campo aperto le truppe di Pompeo, ma fu sconfitto ed imprigionato. Tentò di comprare la sua salvezza, preparando una lista di senatori romani che avrebbero appoggiato il tentativo di Sertorio. Ma Pompeo non ne volle sapere, fece uccidere il suo prigioniero e distruggere quella lista che avrebbe avvelenato nuovamente il clima politico dell'Urbe. Subito dopo Pompeo si dedicò alla conquista delle ultime città, tra le quali la stessa Osca. Poi lasciò ripartire Metello Pio, concedendogli l'opportunità di godersi in solitudine il meritato trionfo, mentre lui si occupò di pacificare la province spagnole, dando a questa regione un assetto definitivo che resisterà negli anni a venire. Nel 71 a.C., riattraversando il confine con la Gallia Narbonese, Pompeo fece innalzare un trofeo con un iscrizione che ricordava le sue conquiste che lui stesso stimò in 666 città. Tornava a Roma un uomo sempre più potente, che rendeva più debole la posizione del senato, un uomo che già prima di tornare in patria riuscì a far approvare una legge che concedeva la cittadinanza a tutti coloro che avevano combattuto tra le sue file. Un uomo che sarebbe stato un indubbio protagonista, nel bene e nel male, dei successivi 30 anni di storia, gli ultimi della storia repubblicana. |