Il tentativo di Lepido
riferimento cronologico.......78 a.C. - 77 a.C.

Argomenti principali:
Premessa
I nuovi consoli Catulo e Lepido
Quinto Lutazio Catulo
Marco Emilio Lepido
La politica demagogica di Lepido
I funerali di Silla
La rivolta in Etruria
La ribellione di Lepido
Lo scontro e l'epilogo

Premessa

Con i provvedimenti legislativi presi da Silla, durante la sua dittatura e dopo la sua scelta di ritirarsi a vita privata, l'oligarchia senatoria era convinta di aver ripreso il controllo del potere. Si trattava di un'illusione, perché proprio l'esempio fornito da Silla aveva messo in moto un processo orientato alla disgregazione dei principi repubblicani, sostituendoli con una visione individualistica del potere che avrebbe portato in prospettiva alla trasformazione del sistema di governo, dalla forma repubblicana alla forma imperiale.

A Roma c'erano molti uomini pronti a farsi beffa della costituzione repubblicana pur di soddisfare la loro sete di potere. Gli anni a venire sarebbero stati caratterizzati da un elevato livello di conflittualità tra individui, una conflittualità che sarebbe sfociata sempre più spesso in rivolte, congiure, omicidi politici, fino ad arrivare alla sanguinosa e decisiva guerra civile, con la definitiva resa dei conti tra Pompeo Magno e Caio Giulio Cesare. Sullo sfondo l'eterno conflitto tra la fazione dei popolari e la fazione oligarchica degli ottimati.

I nuovi consoli Catulo e Lepido

Già nel 78 a.C., a pochi mesi dall'abdicazione di Silla, si ebbe la conferma che la situazione era ben lungi da quel momento di stabilità che i "patres" credevano di aver finalmente raggiunto.

I due consoli nominati per quell'anno, Quinto Lutazio Catulo e Marco Emilio Lepido, dimostrarono già in occasione del loro insediamento, la difficoltà a condividere il potere che gli era stato assegnato.

Quinto Lutazio Catulo

Quinto Lutazio Catulo era certamente un uomo rispettoso dell'ordinamento repubblicano. Nel passato aveva combattuto al fianco di Mario nella terribile guerra contro i Cimbri e i Teutoni, ma quando nell'anno 87 a.C., il grande generale si era impadronito del potere in modo abusivo, Catulo non ci aveva pensato un attimo a cambiare schieramento. La sua famiglia aveva pagato duramente questa opposizione al nuovo gruppo di potere: suo padre era stato ucciso da quel Gratidiano che durante le successive proscrizioni sillane verrà ucciso a sua volta da Lucio Sergio Catilina, che forse agì come un sicario e cioè dietro un compenso in denaro erogato dallo stesso Catulo.

In ogni caso Quinto Lutazio Catulo fu uno di quelli che mise a rischio la propria vita, chiedendo allo stesso Silla di mettere fine alle proscrizioni e, forse, convincendolo ad abdicare e a ripristinare la legalità repubblicana.

Marco Emilio Lepido

L'altro console, Marco Emilio Lepido, aveva anche lui una storia caratterizzata da continui salti di schieramento: Lepido aveva cambiato con frequenza le sue posizioni e sempre in base alla convenienza.

Lepido era stato un mariano, quando Mario era al culmine del potere; aveva sostenuto le idee più radicali di Lucio Apuleio Saturnino, del quale aveva anche sposato la figlia Apuleia. Ma quando il Senato aveva dichiarato lo stato di emergenza e aveva incaricato proprio Mario di reprimere il tentativo insurrezionale dello stesso Saturnino, Lepido si era distinto nelle operazioni che avevano portato alla cattura e quindi all'uccisione di suo suocero. Quando Silla, aveva conquistato Roma con la forza e aveva imposto la sua dittatura, Lepido era diventato sillano e aveva anche approfittato economicamente delle proscrizioni.

La politica demagogica di Lepido

Il 1° gennaio del 78 a.C. i due consoli entrarono in carica e nello stesso giorno, durante la cerimonia di investitura, i due consoli furono in grado di compromettere le loro relazioni future, entrando in conflitto già sulle prime decisioni da prendere.

Da quel momento il comportamento di Lepido fu più vicino a quello di un capo-popolo piuttosto che a quello di un console. Fece approvare leggi che neanche i Gracchi oppure suo suocero Saturnino si erano sognati di far approvare, come la concessione gratuita di 45 litri di grano al mese a chiunque ne facese richiesta. Questa legge, chiamata Aemilia, fu approvata senza che nessuno osasse opporsi, probabilmente per la paura di mettersi contro un uomo che era riuscito ad entrare nelle grazie del popolo grazie al suo programma demagogico. Lepido oltre tutto si rivolgeva al popolo in modo diretto, senza l'intermediazione dei tribuni che, dopo i provvedimenti di Silla, non avevano più alcun potere.

I funerali di Silla

Gli aristocratici, spaventati dal comportamento di Lepido, replicavano con delle azioni simboliche, quali l'organizzazione dei funerali di Silla, che nel frattempo era morto nella sua villa di Cuma. Questi funerali furono organizzati in modo superbo, fastoso, quasi a voler ribadire l'importanza del personaggio, legittimandolo di fronte al popolo e legittimando implicitamente tutti i provvedimenti presi dell'ex-dittatore. I funerali furono organizzati da Quinto Lutazio Catulo che poté confidare nell'appoggio di Pompeo, il quale si presentò al Campo Marzio, dove si svolse la cerimonia funebre, seguito da suoi soldati; questo atteggiamento voleva probabilmente essere un segnale deciso nei confronti di Lepido, ribadendo al contempo la coesione del ceto aristocratico.

La rivolta in Etruria

Ma Lepido, era ben lungi dal farsi impressionare, anzi continuò nella sua politica radicale, dedicandosi alla demolizione sistematica di tutti i provvedimenti presi da Silla. Propose la restituzione dei poteri ai tribuni della plebe e chiese che tutti coloro che si erano arricchiti con le proscrizioni e con la confisca dei beni dei proscritti, restituissero il maltolto.

Le sue idee scatenarono una rivolta in Etruria, nella zona di Fiesole (Faesulae), dove si erano insediati i veterani di Silla, i quali venivano visti quasi alla stregua di truppe di occupazione.

Il Senato dichiarò allora lo stato d'emergenza e inviò entrambi i consoli a domare la rivolta. Gli stessi furono costretti a prestare un curioso giuramento e cioè quello di andare d'accordo fino alla fine del mandato consolare. Lepido, si trovava in una situazione imbarazzante: chiamato a reprimere una rivolta che in qualche modo aveva lui stesso provocato. Eppure, come aveva già fatto nella situazione in cui il "cattivo" era suo suocero Saturnino, Lepido accettò l'incarico del Senato e si recò in Etruria insieme con il collega Catulo.

La loro assenza da Roma impedì la nomina dei nuovi consoli e costrinse il Senato a nominare Appio Claudio alla carica d'interré. L'interré era chiamato a gestire il potere in attesa che i nuovi consoli venissero eletti.

La ribellione di Lepido

Catulo decise di rientrare a Roma, mentre Lepido, in disaccordo (il mandato era scaduto e così pure il giuramento che imponeva la concordia tra i due), rimase a presiedere le operazioni in Etruria. Il Senato lo richiamò in modo perentorio, ma Marco Emilio Lepido si rifiutò di obbedire cambiando ancora una volta la sua posizione e tornando ad essere un ribelle.

Era l'inizio dell'anno 77 a.C. quando Lepido sposò le motivazioni dei ribelli e rifacendosi agli ideali mariani diventò il capo indiscusso della loro guerra contro Roma. A dare forza alla sua posizione fu l'alleanza con Marco Peperna, il figlio di Cinna, uno che in vita era stato un irriducibile nemico di Silla.

Lepido presentò un ultimatum ai senatori con il quale pretendeva: la concessione del diritto di cittadinanza agli abitanti della Gallia Cisalpina, la restituzione dell'autorità ai Tribuni della Plebe, la riabilitazione dei proscritti e la sua rielezione al consolato.

Il Senato tentennava, ma uno dei senatori, Lucio Marcio Filippo li convinse a rifiutare la proposta e ad assegnare all'interré Appio Claudio, al proconsole Quinto Lutazio Catulo e a Pompeo Magno, l'incarico di reprimere con la forza il tentativo insurrezionale.

La scontro e l'epilogo

Fu proprio Pompeo Magno a mettere maggiormente sotto pressione i ribelli, che si richiamavano all'ideale mariano, incalzandoli nella Gallia Cisalpina. Fu lui a riconquistare le città che erano passate sotto il controllo dei mariani, come Modena (Mutina) e Reggio Emilia (Rhegium Lepidum). In queste battaglie persero la vita molti dei luogotenenti di Lepido, come uno dei suoi figli e come Giuno Bruto.

Lepido, sentendosi ormai in pericolo, decise di tentare la carta decisiva e cioè l'attacco diretto a Roma, al centro cioè di quel potere che lui voleva conquistare. Ma Roma era ben difesa, con le truppe di Catulo schierate a difesa delle sue mura. Dopo un primo scontro avvenuto presso il Campo Marzio, Lepido capì che l'impresa era disperata e tentò di tornare indietro. Nel suo percorso verso nord si trovò di fronte alle truppe di Pompeo. La battaglia si svolse in Maremma, presso Cosa, dove Lepido provò a sue spese l'abilità militare di Pompeo.

Fu un'autentica disfatta e, al capo dei ribelli, non restò altra scelta che scappare in Sardegna insieme ai suoi fedelissimi. Ma una volta arrivato nell'isola trovò solo porte chiuse: le città della Sardegna gli rifiutavano l'ingresso. Deluso da questo atteggiamento e dalla fine dei suoi sogni, Lepido, si ammalò per poi morire dopo pochi giorni.

I suoi fedelissimi, guidati da Marco Peperna, si imbarcarono per la Spagna, dove si sarebbero aggregati ad un altro ribelle, quel Quinto Sertorio che avrebbe rappresentato un nuovo incubo per il Senato di Roma.