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L'esilio di Cicerone
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Lo scandalo di Publio Claudio (Clodio)....................................... 62 a.C. - 61 a.C.
Argomenti principali:
Quando Marco Tullio Cicerone, si era presentato come testimone a favore dell'accusa nel processo contro il giovane aristocratico Publio Claudio Pulcher, non poteva sapere che quell'atto avrebbe segnato il suo futuro di uomo e di politico. Il processo in questione era relativo a un episodio che aveva creato molto scalpore tra le mura di Roma. Questo giovanotto della "Roma bene" aveva sviluppato un rapporto speciale con Pompea, la moglie di Cesare, e sembra che fosse così innamorato di lei da non riuscire a stare troppo tempo senza vederla. E così decise di sfidare la tradizione Romana andandola a trovare anche durante i Damia, le celebrazioni notturne in onore della Dea Bona, che erano rigidamente svolte da sole donne e quindi vietate agli uomini. Quell'anno, il 62 a.C., le celebrazioni si svolgevano in casa di Giulio Cesare ed erano quindi organizzate da sua madre Aurelia. Nessun uomo, Cesare compreso, poteva avvicinarsi a quella casa durante le celebrazioni, ma il giovane Publio vi si introdusse mascherato da donna. Ma l'uomo fu scoperto e accusato di sacrilegio, provocando un grave scandalo, che indusse lo stesso Giulio Cesare a ripudiare la moglie, anche se in fondo il tradimento non era stato provato. Alcuni mesi dopo, nel 61 a.C., venne istituito il processo contro Publio Claudio, che negò ogni addebito dichiarando che quella sera si trovava a Terni, nella casa di un suo amico che al processo confermò la circostanza. Cicerone con la sua testimonianza cercò di far crollare l'alibi del giovanotto, dichiarando che lo stesso, il giorno del misfatto, si era presentato in casa sua e quindi non poteva trovarsi a Terni. Fu Cesare a togliere il ragazzo da questa situazione critica, evitando di testimoniare a suo sfavore, nonostante che lo stesso ne avesse palesemente insidiato la moglie. La "non testimonianza" di Cesare, proprietario della casa dove era avvenuto l'episodio, aveva reso debole il quadro accusatorio, provocando come conseguenza l'assoluzione di Publio Claudio. Da quel momento Giulio Cesare si era conquistato un nuovo alleato da utilizzare nella battaglia politica, mentre Cicerone si era conquistato un irriducibile nemico che lo avrebbe perseguitato senza pietà.
Nell'anno del suo consolato, il 59 a.C., Cesare incassò la sua cambiale nei confronti del giovane Claudio, lanciandolo nell'agone politico come tribuno della plebe. Publio Claudio però era un patrizio, per cui non avrebbe potuto ricoprire la carica di tribuno della plebe, ma proprio in quei giorni, il giovane irrequieto, si fece adottare dal giovane Publio Fonteio, diventando a tutti gli effetti un plebeo. Claudio, il suo nome patrizio, venne trasformato nel plebeo Clodio. Da quel giorno Publio Claudio sarebbe passato alla storia con il nome di Publio Clodio. La sua nomina a tribuno diventava un evidente pericolo per Cicerone, verso cui Clodio aveva giurato eterna vendetta. Tutta l'opera legislativa del nuovo tribuno sembrava avere un filo conduttore politico, attaccare i nemici di Cesare, e un obiettivo personale, mandare in rovina Marco Tullio Cicerone. Quando, in conseguenza di una legge proposta dallo stesso Publio Clodio, Catone era stato spedito ad amministrare l'isola di Cipro, ridotta a provincia Romana, lo stesso Catone aveva invitato Cicerone a seguirlo, così da sottrarsi all'attenzione del giovane tribuno. Ma Cicerone aveva rifiutato, convinto che la stima che in lui nutrivano i tre triumviri, Cesare, Pompeo e Crasso, lo avrebbe messo al riparo dall'azione vendicativa di Publio Clodio: si sbagliava clamorosamente. Cicerone tentò di accattivarsi anche le simpatie del tribuno, astenendosi da ogni opposizione nei confronti di alcuni provvedimenti legislativi proposti dallo stesso. Ma Cicerone si era chiaramente illuso, infatti dopo pochi giorni, Publio Clodio, propose una legge che era chiaramente mirata a perseguire il suo nemico numero uno. Questa legge prevedeva, la morte civile, per chiunque avesse condannato a morte un cittadino Romano, senza dargli la possibilità di appellarsi al popolo: era chiaro il riferimento a Cicerone, che nel 63 a.C., aveva condannato a morte i congiurati che avevano preso parte al tentativo insurrezionale di Lucio Sergio Catilina. Cicerone stavolta si era preoccupato, ma sembrava comunque sottovalutare la situazione, confidando in modo eccessivo nella protezione dei triumviri. Si era anche rivolto a Cesare, il quale gli aveva proposto una via di uscita simile a quella già propostagli poco tempo prima dall'amico Catone: seguire il neo eletto proconsole nella sua missione Gallica. Ma il famoso oratore non era convinto della proposta e preferì quindi fidarsi dei consigli di Pompeo, che lo convinse invece ad applicare una tattica offensiva e quindi di dichiarare guerra al tribuno. Fu un errore clamoroso: nel mese di marzo del 58 a.C., Publio Clodio riuscì a far approvare la sua legge e per Cicerone cominciarono i guai. Cesare aveva ormai lasciato l'Italia per esercitare il suo ruolo di proconsole e Pompeo, che si era impegnato a proteggerlo, preferì andarsene in villeggiatura ai Castelli, facendosi negare quando Cicerone lo andò a trovare nella sua residenza fuori porta. Anche i due consoli di quell'anno, Aulo Gabinio e Lucio Pisone, quest'ultimo suocero di Giulio Cesare, non si impegnarono molto nella difesa del grande oratore che oramai era politicamente isolato. Solo il ceto dei cavalieri si impegnò a sostegno di quello che era il loro maggiore rappresentante e 20.000 giovani sfilarono per Roma in segno di protesta per il comportamento di Publio Clodio. Ma il grande oratore non si fidava più della situazione e quindi preferì lasciare Roma, pensando che questo potesse essere un modo per sfuggire al castigo o comunque per salvarsi la vita. Marco Tullio Cicerone venne condannato in contumacia a una condanna che prevedeva l'esilio, la confisca dei beni e anche la condanna a morte nel caso si fosse trovato in un raggio di 750 Km dall'Urbe. Il fuggitivo cercò di recarsi in Sicilia, ma dovette rinunciare perché il propretore Caio Virgilio lo invitò ad evitare l'isola. Allora si recò a Brindisi, dove il 29 aprile si imbarcò con destinazione la Macedonia. Il 23 maggio si fermò a Tessalonica, l'attuale Salonicco, dove trascorse gran parte del suo esilio. Nella lettera inviata alla famiglia il 30 aprile di quell'anno, appena giunto a Brindisi, c'è tutto il dramma di un uomo sconfitto e umiliato, ma che non accetta in alcun modo il verdetto di colpevolezza: "Non mi sono reso colpevole di nulla e sono stato rovinato solo per aver fatto il mio dovere. L'unico mio errore è stato quello di non aver perso contemporaneamente l'onore e la vita [...]". L'esilio del grande uomo politico lasciò un segno nell'opinione pubblica Romana infastidita dall'accanimento con cui colui che in passato era stato considerato il salvatore della patria era stato perseguitato. Le sue lettere disperate, in cui parlava in modo appassionato del suo esilio, ma anche di ciò che la sua famiglia aveva dovuto subire in patria, vennero costantemente rese pubbliche da sua moglie Terenzia, creando una profonda umana partecipazione da parte degli uomini politici e del popolo dell'Urbe. Di contro la figura di Publio Clodio diventava sempre meno popolare, anche perché lo stesso non riusciva più a garantire quelle distribuzioni di grano che tanto piacevano al popolo. I tentativi di far rientrare dall'esilio il grande uomo politico si succedevano e quindi per Publio Clodio diventava sempre più difficile riuscire a contrastarli. E così il 26 novembre del 58 a.C. il tribuno Fadio annunciò al popolo l'intenzione di proporre una legge per favorire il rientro di Cicerone. Incredibilmente Publio Clodio si schierò a favore del provvedimento, sconcertando a tal punto l'opinione pubblica, che lo stesso Fadio rinunciò all'iniziativa immaginando chissà quale tranello. Il 23 gennaio del 57 a.C. il tribuno Quinto Fabrizio organizzò una manifestazione in favore di Cicerone a cui presero parte molti cittadini, i quali vennero attaccati e dispersi da alcune bande organizzate da Publio Clodio. Ma ormai la strada era spianata: il 4 agosto del 57 a.C., su proposta dei consoli in carica, veniva approvata la legge che sanciva il reintegro del proscritto Marco Tullio Cicerone. La legge venne sostenuta da Pompeo e probabilmente anche da Giulio Cesare considerata la posizione favorevole assunta dal suo fedelissimo Quinto Metello Nepote. Un mese dopo, il 4 settembre del 57 a.C., Cicerone rientrava a Roma tra l'entusiasmo popolare che lo aveva accompagnato in tutto il viaggio attraverso la penisola; anche Crasso, che non lo aveva mai potuto soffrire, si riconciliò con lui. Cicerone sfruttò questa popolarità per mettersi al centro della scena con una serie di orazioni con le quali descriveva la sua misera condizione e biasimava coloro che lo avrebbero potuto proteggere e non lo avevano fatto. La sua posizione politica era invece sempre più incerta, aveva paura di schierarsi specialmente contro Cesare. Parlando con il suo amico Attico, Cicerone esprimeva questa sua difficoltà: "Se parlo dello stato, se parlo come devo, allora significa che sono pazzo; se parlo come mi si richiede mi chiamano servo; se taccio mi considerano in trappola. Non puoi immaginare come ne soffra! Ma la cosa che mi amareggia ancor di più è che non posso neppure lamentarmi per non apparire ingrato". E così Marco Tullio Cicerone si ritrovò a lodare in modo sperticato le imprese di Cesare in Gallia anche se poi tentava di allearsi segretamente con Pompeo in funzione anticesariana. Questa ambiguità caratterizzò tutta la carriera politica da lì in avanti. |