La morte di Crasso nella battaglia di Carre
la guerra partica
riferimento cronologico......................56 - 51 a.C.

riferimenti cronologici:
Il secondo triumvirato........................................... aprile 56 a.C.
Crasso parte per la Siria........................................ novembre 55 a.C.
Prima Campagna in Mesopotania............................. primavera 54 a.C.
Invasione del Regno dei Parti................................. primavera 53 a.C.
Sconfitta contro le truppe di Surenas...................... 9 giugno 53 a.C.
Fuga da Carre..................................................... 11/12 giugno 53 a.C.
Morte di Crasso................................................... 12 giugno 53 a.C.
Invasione della Siria sventata da Cassio................... 51 a.C.

 

Argomenti principali:
Il secondo triumvirato
L'impero proconsolare
Crasso si prepara alla guerra contro i Parti
Crasso attraversa l'Eufrate
Ve lo dirò a Seleucia
La spedizione definitiva
Il nemico è lì
Lo scontro
La fuga verso Carre
La nuova fuga di Crasso
La morte di Crasso
L'invasione della Siria
Conclusioni

 

Il secondo triumvirato

Il 13 aprile del 56 a.C., nella città di Lucca, veniva sancito il secondo accordo triumvirale tra Caio Giulio Cesare, Marco Licinio Crasso e Gneo Pompeo Magno.

Questo accordo rinnovava a Cesare il governo della Gallia per altri 5 anni, mentre prevedeva la candidatura (e quindi la scontata elezione) di Pompeo e Crasso per il consolato dell'anno 55 a.C., sventando quindi la minaccia rappresentata dalla candidatura di Lucio Domizio Enobarbo.

Secondo quanto stabilito dal medesimo accordo, al termine dell'anno consolare, Pompeo ottenne il governo dell'Iberia mentre Crasso quello della Siria.

L'impero proconsolare

La Siria rappresentava per Crasso una grande opportunità di guadagno, ma anche la possibilità di costruirsi l'immagine di grande conquistatore da contrapporre a quella del suo alleato-rivale Pompeo.

Crasso aveva sempre sofferto una sorta di complesso di inferiorità nei confronti del Magno le cui gesta eroiche erano diventate leggenda.

L'assegnazione della Siria, un grande territorio di confine oltre il quale si estendeva l'impero dei Parti, costituiva per il ricco sessantenne un'occasione da non lasciarsi sfuggire. Benché nei discorsi ufficiali si faceva alcun riferimento ad una possibile guerra contro i Parti, era opinione comune che Crasso covava da molto tempo questo ambizioso progetto.

Dentro di se, il triumviro pensava ad un'impresa che avrebbe fatto impallidire le conquiste asiatiche di uomini come Silla, ma soprattutto dei più recenti Lucullo e Pompeo.

Crasso si prepara alla guerra contro i Parti

Mentre Marco Licinio Crasso assumeva l'incarico proconsolare , l'impero partico era sconvolto da una guerra civile che colpiva la famiglia che controllava il potere, quella degli Arsacidi. Nel 57 a.C., il "re dei re" Fraate III era stato ucciso dai suoi figli che ora si contendevano il regno. Il più anziano tra questi Orode II si era proclamato re grazie anche all'appoggio decisivo della potente famiglia dei Surena. Il figlio minore, Mitridate, si era ribellato al fratello e aveva conquistato l'importate e soprattutto ricca città di Seleucia, ottenendo l'appoggio di Aulo Gabino, il governatore Romano della Siria.

Proprio questo debole accordo tra Aulo Gabino e Mitridate fu usato da Crasso come un pretesto per una guerra contro Orode II, una guerra che era assolutamente osteggiata dal popolo Romano.

Nonostante la ferma opposizione del tribuno della plebe Caio Ateio Capitone, alle idi di Novembre dell'anno 55 a.C., Marco Licinio Crasso partiva per la Siria portando con se il grande sogno, che tale sarebbe rimasto.

La sua fretta lo portò a forzare la traversata da Brindisi a Durazzo benché le condizioni meteorologiche la sconsigliassero vivamente.

Durante questo viaggio infernale, Marco Licinio Crasso, perse molte delle navi che erano al suo seguito, un costo enorme anche in vite umane pagato per la sua sfrenata ambizione.

Crasso attraversa l'Eufrate

Arrivato in Siria, il proconsole Romano, assunse il comando delle truppe di Aulo Gabinio e nella primavera del 54 a.C., al comando di 7 legioni (una l'aveva lasciata a presidio della Provincia) si mosse verso i Parti.

Attraversò l'Eufrate e cominciò ad impossessarsi del territorio trovando sulla sua strada solo delle deboli resistenze. Dopo la conquista e il saccheggio della città di Zenodozia, l'unica città che aveva sbarrato le porte ai romani, i suoi uomini, esaltati dalle facili conquiste, lo acclamarono come "imperator", un acclamazione che l'ambizioso uomo si guardò bene dal rifiutare.

Lasciò parte delle truppe a presidiare i territori conquistati e tornò in Siria, per svernare e soprattutto per dedicarsi alla riscossione dei tributi, tradendo la sua vera indole di uomo d'affari, piuttosto che di combattente. Il suo esercito, non sentendo la forte presenza del suo comandante, si lasciò andare e perse gran parte della determinazione necessaria per una guerra così rischiosa.

Le truppe lasciate nel territorio partico avevano poi avuto alcuni saggi del valore dei nemici e avevano inviato in Siria messaggi poco rassicuranti che contribuirono ad indebolire il morale delle truppe.

Questo atteggiamento non molto deciso da parte di Crasso aveva messo in seria difficoltà anche il suo alleato Mitridate, che era stato attaccato dal generale Surenas. Mitridate non era sopravvissuto a questo attacco e Seleucia era tornata così sotto il controllo di Orode II il quale aveva ritrovato il pieno controllo del territorio e anche dei cavalieri Parti che finita la guerra civile si erano ricompattati contro il nemico Romano.

La situazione si era maledettamente complicata anche in virtù del rilassamento dell'esercito Romano così come dello scarso addestramento delle nuove reclute,  quelle che erano state selezionate alla rinfusa direttamente sul territorio.

Tra i suoi ufficiali, il legato Caio Cassio Longino era quello che più di tutti cercava di far riflettere il suo generale sulla criticità delle situazione, ma non trovava grande ascolto.

"Ve lo dirò a Seleucia"

Nella primavera del 53 a.C., Crasso ricevette la visita di alcuni ambasciatori inviati da Orode II, il quale gli chiedeva di chiarire quale fossero le sue intenzioni.

La risposta del generale non lasciava spazio ad ipotesi di trattative: "Ve lo dirò a Seleucia".

Seleucia era il grande obiettivo di Marco Licinio Crasso, la città dove si favoleggiava fosse custodito il grande tesoro dei parti, di cui il generale Romano voleva impadronirsi a tutti i costi.

Il suo desiderio gli impediva di ignorare tutti i consigli che lo invitavano alla prudenza e addirittura lo portò a rifiutare un consistente contingente di cavalleria offertogli da Artavasde, re dell'Armenia, che in cambio gli chiedeva di far partire la sua spedizione dal suo territorio, una deviazione che però avrebbe allontanato le truppe Romane da Seleucia.

Anche il legato Caio Cassio Longino cercava di convincere il suo generale a modificare i suoi piani, scegliendo un percorso più agevole e comunque più "prudente", ma ormai Crasso era troppo preso dal suo progetto per cambiare idea.

Si era poi fidato del consiglio servile di alcuni sovrani orientali, Abgar e Antiomeno, che avevano contribuito a rafforzare le sue assurde convinzioni.

La spedizione "definitiva"

Dopo aver ordinato a re Artavasde di sostenerlo con un'azione ai confini dell'Armenia, Crasso si era quindi inoltrato in modo deciso nel territorio dei Parti, lasciandosi l'Eufrate alle spalle, alla guida di 36.000 uomini. Al suo fianco c'era anche suo figlio Publio, che si era riunito a lui dopo aver combattuto in Gallia, al fianco di Cesare; Publio si era portato dietro un contingente di cavalieri Galli su cui Marco Licinio Crasso faceva grande affidamento.

Marco Licinio Crasso era convinto di essere all'inseguimento dei suoi nemici e che da un momento all'altro questi sarebbero comparsi all'orizzonte e con questa illusione, rafforzata dalla determinazione dei suoi consiglieri orientali, si inoltrò sempre più in un territorio che diventava sempre più ostile.

Gli scontri tra Cassio e Abgar si facevano sempre più frequenti, ma Crasso procedeva nella sua azione senza tentennamenti.

Crasso ignorò anche i messaggeri di Artavasde, che gli comunicavano che le truppe Armene erano state impegnate duramente dalle truppe di Orode II, ancora prima di entrare nel territorio partico e che stavano rischiando di essere sopraffatte; in quella situazione gli Armeni non avrebbero potuto sostenere il alcun modo l'azione di Crasso.

Il nemico è lì

Quando quasi tutti si erano convinti dell'inutilità di questo inseguimento verso un nemico ormai ritenuto immaginario, il nemico si materializzò e per le avanguardie Romane non fu certo un bell'incontro.

Era il 9 giugno del 53 a.C., quando Surenas con i suoi 10.000 cavalieri e con i suoi 1000 catafratti si preparava a punire l'imprudenza di Crasso.

I catafratti, terribili cavalieri orientali dalle pesanti armature, costituivano una formidabile arma di offesa, specialmente quando erano sostenuti dagli altri cavalieri, più numerosi e con armatura leggera, ma con un arco che maneggiavano con grande abilità.

Di fronte al nemico, i sovrani orientali Abgar e Antiodemo, che avevano contribuito a mettere Crasso in quella situazione, si dileguarono.

Il generale Romano sembrava invece in catalessi, quasi incapace di prendere un decisione. Cassio tentò di risolvere il suo imbarazzo consigliandolo ad adottare uno schieramento allungato, al fine di evitare l'accerchiamento. Ma Crasso, dopo alcuni tentennamenti, decise di assumere uno schieramento profondo, creando le basi della sconfitta.

Cassio tentava poi di convincerlo ad un atteggiamento prudente, ad evitare un attacco frettoloso, lo invitava addirittura a costruire un campo e poi a verificare l'esatta entità delle truppe avversarie: in effetti nessuno sapeva quanti fossero in realtà i nemici.

Crasso, sostenuto da suo figlio Publio, era invece per un attacco immediato e quindi mosse in modo deciso verso le armate partiche.

Lo scontro

Quando Surenas diede l'ordine di attacco svelando la reale forza delle sue truppe, la determinazione delle legioni venne messa a dura prova, impressionate anche dal frastuono che veniva dallo schieramento nemico.

La pioggia di dardi e frecce che arrivò sulla testa dei soldati Romani fu impressionante e provocò danni enormi anche a causa dello schieramento scelto da Crasso che forniva un bersaglio facile da colpire. Senza neanche avvicinarsi troppo e quindi senza rischiare niente, Surenas era riuscito ad ottenere un grande risultato con il minimo sforzo.

La massa di morti e feriti che si venne a creare nello schieramento Romano, diminuì fortemente il dinamismo delle truppe che avevano una seria difficoltà a muoversi, ostacolati proprio dai corpi delle vittime.

A quel punto Crasso si giocò la carta rappresentata dal figlio e dai suoi cavalieri Galli e li lanciò contro i nemici. All'inizio sembrò un scelta giusta, perché provocò una fuga tra i cavalieri nemici, salvo poi realizzare che quella fuga non era altro che una mossa astuta, un tranello nel quale Publio cascò, trovandosi presto circondati da una nugolo di nemici.

La polvere nascose la triste sorte di Publio che prima di morire tentò di sfuggire al suo destino, prima con un attacco improvviso e poi organizzando una linea di difesa con i suoi cavalli.

La testa di Publio fissata su una picca portata da un cavaliere partico, annunciò a Marco Licinio Crasso la fine del figlio e del suo drappello dei cavalieri, proprio mentre il comandante stava muovendo in loro aiuto. Publio ormai ferito a morte aveva implorato il suo scudiero di mettere fine alla sua vita, usando quella spada che lui non riusciva più ad impugnare.

Crasso in quella situazione ebbe la forza di reagire e di non lasciarsi travolgere dallo sconforto e dall'avvilimento e chiese ai suoi uomini di contrattaccare con forza e senza paura. Ma se il comandante era stato in grado di reagire allo sconforto, così non fu per i suoi soldati che furono massacrati dall'azione impietosa sia dei catafratti sia dei cavalieri che imperversavano tra le loro fila.

L'annientamento totale fu evitato solo dall'arrivo dell'oscurità, che pose fine alla battaglia, visto che i Parti non combattevano di notte.

La fuga verso Carre

Ma i Romani non erano in condizione di utilizzare questo vantaggio per riconquistare qualche posizione, la loro unica preoccupazione fu quella di riparare nella vicina città di Carre, abbandonando addirittura i feriti alla loro sorte.

Furono i luogotenenti a prendere l'iniziativa e ad ordinare il ripiegamento che avvenne in silenzio, senza squillo di trombe, per evitare di rendere note le loro intenzioni al nemico, ma anche ai propri compagni feriti. Crasso era ormai in preda all'apatia più totale e lasciò l'iniziativa a Cassio e ad Ottavio (l'altro luogotenente).

Fu un ripiegamento caotico e disordinato che dimostrò, se ce n'era bisogno, la situazione di totale sbandamento in cui versavano le divisioni Romane; solo in pochi riuscirono a riparare nella città di Carre, altri proseguirono il loro cammino verso la Provincia Romana, ma la maggior parte dei superstiti di quella immane battaglia furono raggiunti e finiti dai Parti.

Surenas non si accontentava dei soldati: voleva mettere le mani su Crasso e così invio degli ambasciatori a parlamentare con lui nella città di Carre, soprattutto per accertarsi che fosse proprio lì. Una volta ottenuta la certezza della sua presenza, Surenas si presentò sotto le mura con il suo esercito, cercando di ottenere la consegna del comandante Romano.

La nuova fuga di Crasso

Crasso allora tentò la fuga (nella notte tra l'11 e il 12 giugno del 53 a.C.), ancora una volta fidandosi dei consigli di un certo Andromaco; consigli che non si rilevarono molto efficaci visto che Crasso con un drappello di uomini si ritrovò a vagare senza meta in un territorio paludoso.

E' probabile che Andromaco facesse il doppio gioco, ma, fosse un traditore o un inetto, la conclusione fu che Crasso venne raggiunto dal nemico e fu costretto a ripararsi su un colle. A lui si unì Ottavio con 5000 uomini, mentre Cassio dopo essere ritornato a Carre prese la via della Provincia, lasciando il comandante al suo destino.

Dopo che i soldati Romani erano riusciti a resistere al primo attacco dei nemici, successe una cosa particolare, con Surenas che risalì il colle da solo e dichiarò la sua volontà di trattare un accordo di pace direttamente con Marco Licinio Crasso.

Surenas voleva probabilmente evitare che lo scontro si protraesse a lungo e cercò di ottenere il successo con l'inganno.

I Romani si convinsero delle sue buone intenzioni quando si videro restituire alcuni prigionieri che erano stati a loro volta ingannati con discorsi fatti ad arte.

Solo Crasso non voleva saperne, perché aveva intuito il tranello e cercava di esortare le sue truppe a continuare il combattimento fino al sopraggiungere dell'oscurità. Ma ormai i suoi soldati non né volevano più sapere e costrinsero il loro generale ad accettare l'offerta dei Parti.

La morte di Crasso

Crasso si presentò a Surenas già rassegnato al peggio, ma quando gli intenti dei Parti furono chiari, ci fu un tentativo di reazione sostenuto da alcuni fedelissimi del generale, tra i quali Ottavio.

Morirono tutti, compreso Crasso (12 giugno del 53 a.C.), ucciso da un parto di nome Exatre; la sua testa finì nel banchetto di nozze con cui Orode II celebrava le nozze tra suo figlio e la sorella del re Armeno Artavasde: nozze che sancivano una nuova alleanza tra i due popoli.

La leggenda vuole che Orode, in quell'occasione, facesse colare nella bocca di Crasso dell'oro fuso, per sottolineare l'ingordigia che aveva caratterizzato la vita dell'uomo Romano e che era stata causa anche della sua morte.

L'invasione della Siria

Quei pochi soldati Romani che riuscirono a sfuggire a Surenas e alle insidie del deserto, ripararono in Siria dove furono recuperati da Caio Cassio Longino che avendo messo insieme due legioni riuscì a resistere al tentativo di invasione della Siria (51 a.C.) da parte di Pacoro, il figlio di Orode, che fu fermato e ucciso presso la città di Antiochia.

Surenas, il vero trionfatore, venne invece giustiziato: Orode era infatti preoccupato della sua accresciuta popolarità.

Conclusioni

Marco Licinio Crasso era morto perché l'ambizione lo aveva condotto oltre le sue possibilità. Con quella sfida aveva portato alla morte quasi 20.000 soldati, mentre almeno 6.000 furono fatti prigionieri, e aveva consegnato al nemico le insegne delle legioni Romane.

Ma la sconfitta di Crasso avrebbe segnato enormemente tutta la storia di Roma di lì in avanti. Con la morte dell'eminente uomo politico venne infatti a mancare uno degli elementi di equilibrio su cui si reggeva l'accordo triumvirale. L'altro elemento costituito da Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, era venuto a mancare da appena un anno, a causa della morte della giovane donna al momento di partorire.

Caio Giulio Cesare e Pompeo Magno erano ora destinati allo scontro, uno scontro che avrebbe cambiato i destini della Repubblica.